Commento a Isaia di Giovanni Crisostomo

Il Commento a Isaia di Giovanni Crisostomo interpreta la profezia della vigna, contenuta in Isaia 5,1-7, come un’accusa rivolta a Israele per la sua infedeltà a Dio e per il rifiuto del Messia venturo, ma anche come un invito alla conversione. L’immagine della vigna raccoglie i benefici ricevuti da Israele, la pazienza divina, la responsabilità del popolo e il giudizio conseguente alla sua ingratitudine.

Il testo esegetico è incompiuto e appartiene alla vasta produzione biblica di Crisostomo, caratterizzata da una lettura attenta al significato storico e morale della Scrittura. Nel commentare Isaia, il Padre antiocheno presenta la Legge come una siepe protettiva, la Provvidenza come una staccionata, il Tempio come una torre e la vigna infruttuosa come figura di una vita priva di fede, grazia, virtù e opere buone.

Giovanni Crisostomo: vita, formazione e metodo esegetico

San Giovanni Crisostomo è stato uno tra i più grandi e fecondi Padri della Chiesa greca, autore di numerosissime opere ascetiche ed esegetiche. Nacque in Siria, ad Antiochia, attorno alla metà del IV secolo: la città era allora una delle più splendide, colte e ricche dell’Oriente greco, in cui retaggi pagani e attrattive mondane contrastavano ancora col sempre crescente fervore cristiano.

La famiglia era benestante: il padre, di nome Secondo, era un alto ufficiale militare, che tuttavia morì poco dopo la nascita del figlio: perciò Giovanni si trovò a vivere gli anni della giovinezza assieme alla madre, Antusa, donna di grande fede, che si premurò che il figlio avesse la migliore educazione possibile. Fu così che frequentò le migliori scuole di retorica della sua città e molto probabilmente fu allievo del celebre retore pagano Libanio.

Giovanni ricevette un'eccellente educazione classica ad Antiochia. Rimasto orfano in giovane età, fu cresciuto dalla madre, Anthousa, una donna di fede e di grande cultura la cui influenza spirituale sul figlio fu determinante.

Ben presto, tuttavia, insoddisfatto di questa cultura ritenuta vuota e inconsistente, si avvicinò alla comunità ascetica di Diodoro di Tarso, che prevedeva pratiche di penitenza e lettura e meditazione della Bibbia, anche se non richiedeva un impegno definitivo per la vita monastica. Dopo il battesimo, avvenuto intorno al 367-368, Giovanni intraprese studi teologici ed esegetici con Diodoro di Tarso, fondatore della scuola antiochena di esegesi letterale, che influenzò profondamente il suo metodo di lettura delle Scritture.

Questo approccio privilegia il significato letterale e storico del testo biblico, si oppone all’allegorismo alessandrino e mira a rendere le Scritture accessibili al pubblico più ampio possibile. La scuola di Antiochia, a cui apparteneva Crisostomo, promuoveva un'esegesi letterale e storica delle Scritture, in opposizione all'allegorismo alessandrino sostenuto da Clemente e Origene.

Al contempo, la sua preparazione e cultura, nonché il rigore morale, vennero notati da Melezio, vescovo della città, con cui entrò in stretta amicizia. Dopo la morte della madre, tuttavia, tentò di dare una svolta più radicale alla sua vita, ritirandosi a vita eremitica sulle montagne vicine ad Antiochia: iniziò a praticare digiuni e veglie rigorose e si dedicò allo studio approfondito della Scrittura.

Intorno al 370-374, prima di intraprendere il ministero attivo, Giovanni entrò in una comunità monastica vicino ad Antiochia, poi visse per due anni come eremita solitario tra le montagne, una severa pratica ascetica che gli rovinò la salute ma gli donò una profonda vita interiore contemplativa. Ma questa vita troppo austera minò la sua salute e dopo due anni fu costretto a ritornare in città.

Qui, nel 382, venne ordinato diacono da Melezio e poi, nel 386, presbitero da Flaviano, successore di Melezio. Il suo ritorno ad Antiochia segnò la sua svolta definitiva verso il ministero pastorale. Da questo momento, per dodici anni, predicò nelle principali chiese di Antiochia, suscitando grande entusiasmo di pubblico e acquisendo fama di straordinario oratore sacro.

Il ministero pastorale e l’esilio

In virtù di questa, nel 397 fu chiamato dall’imperatore Arcadio a ricoprire il ruolo di vescovo di Costantinopoli, dove si insediò nell’anno successivo. In tale veste continuò la predicazione e l’attività pastorale e benefica.

Giovanni Crisostomo visse in un periodo di profonda trasformazione per l'Impero Romano e la Chiesa cristiana. Dopo l'Editto di Milano (313) e il Concilio di Nicea (325), il Cristianesimo era diventato religione legale e poi religione di stato sotto Teodosio I (380).

L'Impero Romano d'Oriente, governato successivamente da Teodosio, Arcadio e Onorio, era teatro di crescenti tensioni tra la corte di Costantinopoli e le autorità ecclesiastiche. Il periodo post-niceno era ancora segnato dagli effetti persistenti dell'arianesimo, combattuto al Concilio di Costantinopoli (381), nonché dalle crisi derivanti dall'origenismo.

Crisostomo reagì a questa situazione con una coraggiosa predicazione sociale, denunciando l'accumulo di ricchezza e la corruzione dell'élite cristiana. È in questo contesto di fragilità istituzionale e di tensione tra potere civile ed ecclesiastico che si svolse il controverso e tragico episcopato di Giovanni a Costantinopoli.

Tuttavia il suo carattere onesto e moralmente inflessibile gli alienò ben presto il favore dei cortigiani e in particolar modo dell’imperatrice Eudossia. La riforma che Giovanni impose al clero di Costantinopoli - riducendo i banchetti episcopali, ridistribuendo le rendite episcopali ai poveri e imponendo una rigida disciplina a monaci e monache - gli procurò potenti nemici.

L’imperatrice Eudossia, moglie di Arcadio, si sentì presa di mira da alcune delle sue omelie, in particolare dai paragoni tra Gezabele e una regina superba. Grazie agli intrighi di questa e di Teofilo, vescovo di Alessandria, nel 403 fu deposto durante il cosiddetto sinodo della Quercia e allontanato, ma subito richiamato a causa di una scossa di terremoto che aveva spaventato l’imperatrice.

Nel 403, Teofilo di Alessandria convocò il Sinodo della Quercia (Concilio di Calcedonia), un tribunale parziale che condannò Crisostomo con accuse infondate. Esiliato per decreto imperiale, fu richiamato pochi giorni dopo a causa di una rivolta popolare.

Tuttavia gli screzi si rinnovarono l’anno successivo e lo portarono al definitivo esilio prima a Cucuso, in Armenia, e poi a Pityus nel Caucaso. Ma la sua nuova predicazione dispiacque nuovamente alla corte, e fu definitivamente esiliato nel 404, prima a Cucuso nell’Armenia Minore, poi trasferito a Pizio, sulle coste orientali del Mar Nero, in condizioni deliberatamente dure, costretto a marciare ed esposto alle intemperie.

Questa condanna fu vigorosamente contestata da Papa Innocenzo I, che si rifiutò di riconoscere gli atti del Sinodo della Quercia e tentò, senza successo, di mediare. Giovanni morì nel viaggio intrapreso per raggiungere quest’ultima località, a Comana nel Ponto, il 14 settembre del 407.

La morte e la riabilitazione

Sfinito dai maltrattamenti subiti durante il suo ultimo trasferimento forzato, Giovanni Crisostomo morì il 14 settembre 407 a Comana Pontica, mentre era in viaggio verso Pizio, sul Mar Nero. Le sue scorte militari lo avevano costretto a marciare sotto la pioggia e il sole cocente, senza curarsi della sua precaria salute.

Le sue ultime parole, riportate da Palladio nel suo Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, furono: "Gloria a Dio per ogni cosa". Il suo corpo fu inizialmente sepolto a Comana.

Successivamente Teodosio II, figlio di Arcadio, nel 438 ne riabilitò la memoria e ne traslò trionfalmente le spoglie a Costantinopoli. Nel 438, su istigazione del patriarca Proclo e su richiesta dell’imperatrice Eudocia (figlia di Eudossia), le sue reliquie furono solennemente traslate a Costantinopoli e collocate nella Chiesa dei Santi Apostoli, un atto percepito dalla corte imperiale come una riabilitazione postuma ufficiale.

Il suo nome, nobilitato dall’impegno profuso in vita a favore dei poveri e accompagnato dalla fama del martirio per le angherie subite, divenne in Oriente tra i più venerati. La sua festa liturgica è celebrata nel rito latino il 13 settembre e nel rito orientale il 13 novembre, secondo il calendario bizantino.

La deferenza che come patriarca di Costantinopoli aveva dimostrato verso il vescovo di Roma, nella persona di Innocenzo I, consolidò la sua fama anche nella Chiesa latina, al punto che nella Basilica Vaticana, dove si trovano attualmente le sue reliquie, la cattedra di San Pietro del Bernini è sorretta dalle statue di quattro Dottori della Chiesa: sant’Agostino, sant’Ambrogio, sant’Atanasio e, appunto, san Giovanni Crisostomo.

Il posto del Commento a Isaia nella sua opera

Le opere di Crisostomo sono molto numerose e di notevole ampiezza, paragonabili solo, nell’ambito della patristica e per la loro mole, a quelli di sant’Agostino. Il Crisostomo, tuttavia, fu solo in scarsa misura una mente speculativa, perché votato soprattutto alla predicazione morale e alla parenesi.

Non tutte le sue opere, però, sono omiletiche. Negli anni giovanili e fino all’epoca del sacerdozio compose infatti un buon numero di opuscoli ascetici in difesa del monachesimo e dell’ascesi.

Al periodo del sacerdozio sono da ricondurre le Catechesi battesimali, nonché molte altre serie di omelie, che proseguono per tutto il periodo dell’episcopato costantinopolitano. Considerando nel complesso tale produzione omiletica, si evidenzia innanzi tutto la costante attività di esegesi biblica che il Crisostomo portò avanti per tutti gli anni del suo ministero.

Ci sono giunte pertanto cospicue serie sulla Genesi, sui Salmi, sul Vangelo di Matteo e di Giovanni, sugli Atti degli Apostoli e su tutte le Lettere paoline, nonché molte altre su singoli passi scritturistici o singole figure bibliche, mentre i testi esegetici non omiletici sono piuttosto limitati: si può citare il Commento a Giobbe, il Commento ai Proverbi e l’incompiuto Commento a Isaia.

Il Commento a Isaia si colloca quindi all’interno di una produzione esegetica ampia, nella quale la spiegazione del testo biblico è strettamente collegata alla predicazione morale. Il testo non si limita a chiarire il significato delle immagini profetiche, ma le applica alla responsabilità concreta del popolo davanti a Dio.

Isaia 5,1-7: il cantico della vigna

Nel Libro del profeta Isaia al capitolo V (versetti 1-7) si legge la predizione sull’abbandono d’Israele da parte di Dio, che avverrà circa 700 anni dopo, con l’Incarnazione del Verbo e la sua crocifissione.

«Canterò al mio diletto l’inno del mio padrone alla sua vigna: “Il mio diletto aveva una vigna in un poggio fertile. La cinse con una siepe, tolse tutte le pietre che vi si trovavano e vi piantò viti ottime. Fabbricò in mezzo ad essa una torre ed un torchio. Aspettò con pazienza che facesse uva, ma produsse spine”.

Ed ora siate giudici voi stessi, abitanti della Giudea, tra me e la mia vigna. Che cosa avrei dovuto fare per essa che non abbia fatto? Ma ora vi mostrerò ciò che farò alla mia vigna: toglierò la sua siepe e sarà calpestata; distruggerò il suo muro e sarà invasa.

La renderò deserta e ordinerò alle nubi di non versare pioggia su di essa. Perché la vigna del Signore è la casa di Israele e i giudei la sua piantagione prediletta.

Mi aspettavo che facessero opere buone, ed ecco invece l’iniquità; giustizia, ed ecco invece malvagità» (Is., V, 1-7).

Il significato del “cantico”

Isaia sta per accusare Israele di tradire Dio e di misconoscere il Messia venturo. Tuttavia il Profeta scrive che la sua accusa è un “cantico” o un “inno”. Non sarebbe stato più esatto chiamarla un’invettiva?

In realtà Isaia dà prova di una grande saggezza spirituale. Infatti egli voleva il bene delle anime degli israeliti: voleva aiutarli a ritornare a Dio e a non rinnegare il Messia venturo, Gesù Cristo.

Quindi ha scritto sotto forma di cantico le sue accuse affinché Israele le cantasse continuamente, non le dimenticasse e non si scoraggiasse. La forma poetica dell’accusa non attenua la gravità del giudizio, ma la rende una memoria permanente destinata a mantenere vivo il richiamo alla conversione.

La vigna amata del Signore

Inoltre il Profeta chiama il popolo d’Israele, che si è allontanato da Dio e rinnegherà il Messia, “la vigna amata del Signore”. Infatti Israele era la vigna amata da Dio e beneficata da Lui, ma non aveva corrisposto, già prima dei tempi di Isaia, all’amore di Dio ed avrebbe aggravato la sua infedeltà sino a giungere alla crocifissione del Verbo Incarnato.

Dio ha fatto tutto per Israele per pura bontà sua e non per i meriti di questo popolo, ma invece di essere grato a Dio Israele Gli ha mostrato molta ingratitudine. L’immagine della vigna evidenzia dunque la sproporzione tra la cura del vignaiolo e la risposta della pianta.

La siepe, la staccionata, la torre e il torchio

Isaia enumera i benefici di cui Dio ha riempito Israele. Innanzitutto lo chiama “vigna” per mostrare quanto Dio lo abbia curato. Poi dice che l’ha posta “in un luogo fertile” come fosse una “fortezza” inespugnabile.

Inoltre Dio ha circondato Israele, la sua vigna, con una “siepe” e con una “staccionata”. La siepe è la Legge di Dio, che protegge chi la osserva e lo mantiene puro; la staccionata è la cura con cui la Provvidenza di Dio si occupa del suo popolo per mantenerlo al riparo da ogni nemico spirituale e temporale.

Non basta! Il Signore ha costruito una “torre” ed un “torchio” al centro della sua vigna. La torre figura il Tempio di Gerusalemme ed inoltre vuol farci capire che Dio stesso ha costruito torre e torchio per non affaticare eccessivamente Israele.

La bontà divina non si è fermata lì. Egli “ha spettato” con molta pazienza che la sua vigna facesse “frutti”, producesse uva, ma Israele ha prodotto “spine” e non frutti, ossia una vita priva di fede, di grazia soprannaturale, di virtù e di buone opere.

Immagine della parabolaInterpretazione nel commento
VignaIsraele, curato e beneficato da Dio
Luogo fertileCondizione privilegiata e protetta del popolo
SiepeLa Legge di Dio
StaccionataLa cura della Provvidenza divina
TorreIl Tempio di Gerusalemme
Uva e fruttiFede, grazia, virtù e opere buone
SpineInfedeltà, peccato e mancanza di opere buone
PioggiaLa grazia divina

Il giudizio affidato agli abitanti della Giudea

La misericordia divina arriva a nominare “giudici” su Israele gli israeliti stessi, mostrando una gran compassione ed una assoluta certezza sulla colpevolezza di Israele, che non potrebbe essere assolto neppure dai giudei.

Il Signore esclama: “cosa avrei dovuto far di più per Israele che Io non abbia fatto?”. Ma Israele “ha prodotto spine e non frutti”. Il significato - scrive il Crisostomo - è il seguente: quale motivo ho dato ad Israele di comportarsi così?

Può forse pretendere che non abbia fatto abbastanza per lui e che l’ho spinto, così, alla rivolta? Giudicatemi voi stessi, abitanti della Giudea!

La domanda divina mostra che il giudizio non nasce da una mancanza di cura, di protezione o di pazienza. La vigna è condannata perché ha ricevuto ogni beneficio necessario per portare frutto e ha risposto con l’infedeltà.

La pazienza divina e la responsabilità dell’uomo

Non avendo ricevuto accuse né scuse Dio passa ad enumerare i castighi che riserva ad Israele per aver peccato e non aver voluto pentirsi. Tuttavia la sentenza di condanna è accompagnata dalla speranza che il timore dei castighi faccia tornare a Dio Israele, ma invano!

Il commento mantiene unite due dimensioni: da una parte la pazienza di Dio, che attende a lungo i frutti della vigna; dall’altra la responsabilità di Israele, che non può attribuire a Dio la propria infedeltà.

La pazienza non equivale quindi all’approvazione del peccato. Essa è un tempo offerto alla conversione, mentre il castigo è presentato come conseguenza dell’indurimento e del rifiuto di tornare al Signore.

La rimozione della siepe e l’abbandono della vigna

“Sradicherò la siepe, distruggerò la staccionata” e Israele sarà depredato dai ladri, ossia lo priverò del mio aiuto speciale, del mio soccorso e della mia difesa e così sarà depredato dei beni che gli avevo concesso.

Di più: “abbandonerò la mia vigna”. Come ho spiegato sopra, “siepe, staccionata, muro” significano la Rivelazione divina e la Legge che Dio aveva dato ad Israele affinché le custodisse e le facesse conoscere a tutti i popoli quando sarebbe venuto il Messia.

Ma la sua infedeltà, la sua mancanza di fede e di buone opere obbligano Dio ad abbandonare Israele che per primo ha abbandonato il Signore, il quale non abbandona se prima non è stato abbandonato.

Così la vigna d’Israele sarà senza vignaiuoli, ossia non avrà più sacerdote, profeta, re, neppure il Tempio e sarà disperso in una terra straniera.

I “rovi” ricopriranno Israele e la “pioggia” non lo bagnerà più, ossia la grazia non irrorerà Israele infedele, che sarà ricoperto di male e peccato, tranne il piccolo resto che ha creduto al Messia e che assieme ai pagani è diventato la nuova vigna di Dio, ossia la Nuova Alleanza.

Il frutto atteso da Dio

“Ho atteso che Israele facesse opere giuste, ma ha commesso altre iniquità e la sua malizia grida al Cielo!”, ossia la malvagità di Giuda è talmente grande che Dio non può non punirla.

La contrapposizione tra frutti e spine esprime il criterio morale della profezia: Dio attende opere giuste, ma trova iniquità; attende giustizia, ma trova malvagità. Il commento di Crisostomo legge la vigna come una figura della vita religiosa concreta, nella quale la fede deve diventare virtù e opera buona.

Il metodo antiocheno di Crisostomo

Il metodo esegetico di Crisostomo procede dal testo biblico alla sua interpretazione morale senza separare la storia della salvezza dalla vita spirituale. L’immagine della vigna conserva il suo riferimento a Israele, alla Legge, al Tempio e al rifiuto del Messia, ma diventa anche un richiamo alla responsabilità di ogni popolo e di ogni persona davanti ai doni ricevuti.

Questo approccio privilegia il significato letterale e storico del testo biblico, si oppone all’allegorismo alessandrino e mira a rendere le Scritture accessibili al pubblico più ampio possibile. La predicazione di Crisostomo non considera la Scrittura un esercizio puramente intellettuale, ma una parola capace di giudicare, correggere e orientare l’esistenza.

La sua lettura collega inoltre l’Antico e il Nuovo Testamento. Crisostomo difende l’unità dei due Testamenti e la bontà del Creatore contro ogni dualismo gnostico; egli combatte il manicheismo affermando il libero arbitrio umano contro il determinismo cosmico, tema ricorrente nelle sue omelie sulla Genesi e sulla Lettera ai Romani.

Il rapporto con le controversie dottrinali

Giovanni Crisostomo si scontra principalmente con tre blocchi eretici nella sua opera. In primo luogo, l'arianesimo e le sue forme radicali (anomismo, eunomianismo): ad Antiochia, il contesto post-conciliare di Nicea rimaneva teso e Crisostomo difese costantemente la consustanzialità del Figlio (homoousios) contro coloro che riducevano il Verbo a una creatura inferiore al Padre.

Le sue Omelie su Giovanni (Omelie 2, 5, 11) confutano punto per punto l'esegesi ariana di Giovanni 1:1 e Giovanni 14:28. In secondo luogo, il marcionismo e il manicheismo: l'enfasi antiochena sul valore storico dell'Antico Testamento è una risposta diretta al rifiuto marcionita delle Scritture ebraiche.

In terzo luogo, affronta le tendenze encratite e pneumatomachiane: nei suoi scritti ascetici (De virginitate, Ad viduam juniorem) corregge un eccessivo rigorismo che tendeva a condannare il matrimonio come intrinsecamente impuro. Confuta inoltre, nella tradizione nicena, qualsiasi subordinazione dello Spirito Santo, di cui afferma la piena e consustanziale divinità.

Queste controversie aiutano a comprendere il contesto della sua esegesi: la difesa dell’Antico Testamento, della bontà della creazione, della libertà umana e dell’unità della Rivelazione costituisce una componente stabile del suo pensiero biblico.

Il Commento a Isaia e la continuità della predicazione morale

Il Crisostomo fu soprattutto votato alla predicazione morale e alla parenesi. Anche quando interpreta un testo profetico, la sua attenzione si rivolge alla conversione, alla gratitudine, all’uso dei doni divini e alla responsabilità di chi ha ricevuto una particolare cura.

La sua predicazione ad Antiochia (386-398) e poi a Costantinopoli (398-404) sviluppò una teologia della povertà e della ricchezza di radicalismo senza precedenti nella patristica greca. Attingendo a Matteo 25,31-46, Luca 16,19-31 e Giacomo 5,1-6, insegnò che i poveri sono l’icona vivente di Cristo.

Condannò inequivocabilmente l’accumulo di ricchezza come una forma di furto a spese dei poveri, anticipando le grandi encicliche sociali cattoliche. La sua etica sociale si estendeva alla condizione degli schiavi, di cui propugnava la graduale emancipazione, alla dignità delle donne nel matrimonio (Omelia su Efesini 20) e alla responsabilità dei ricchi nei confronti della città.

La vigna di Isaia e la predicazione sociale di Crisostomo condividono quindi un medesimo criterio: i beni ricevuti da Dio comportano una responsabilità. La cura divina non autorizza l’ingratitudine, l’ingiustizia o l’uso egoistico dei doni.

Il contributo sacerdotale, eucaristico e liturgico

Il contributo dottrinale centrale di Giovanni Crisostomo riguarda la teologia sacerdotale e pastorale, esposta nel De sacerdotio (Sul sacerdozio), scritto intorno al 390-392, che costituisce uno dei testi fondanti della spiritualità sacerdotale nelle tradizioni cattolica e ortodossa.

In esso, Crisostomo sviluppa una teologia del ministero ordinato come servizio alla Parola e all’Eucaristia, trascendendo qualsiasi concezione puramente liturgica o amministrativa. Sottolinea la solennità e la dignità del sacerdozio cristiano: il sacerdote è il mediatore del mistero eucaristico, il che conferisce al suo ufficio una gravità escatologica senza pari.

Un secondo importante contributo della sua teologia eucaristica è rappresentato dalla sua: per lui, il Corpo eucaristico di Cristo e la Chiesa sono inseparabili - «voi siete il Corpo di Cristo» (Omelia su 1 Cor 27,3-4).

Il contributo liturgico di Giovanni Crisostomo è considerevole e rimane vivo nelle Chiese orientali. La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, celebrata quotidianamente in tutte le Chiese bizantine (ortodosse e cattoliche orientali di rito bizantino), è la forma liturgica più diffusa nel cristianesimo orientale.

Sebbene la redazione finale di questa liturgia sia frutto di una tradizione composita, la tradizione patristica e liturgica attribuisce a Crisostomo una sostanziale revisione e arricchimento della formula eucaristica di Antiochia, in particolare la riduzione e il perfezionamento dell’anafora.

Papa Benedetto XVI lo definì "dottore dell'Eucaristia" per la profondità della sua teologia sacramentale, sviluppata in particolare nelle sue Omelie sulla Prima Lettera ai Corinzi (Omelie 24-28) e nel trattato De sacerdotio. In quest'opera, egli elabora una teologia della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia e dell'unità ecclesiale che essa stabilisce.

Le opere esegetiche e morali principali

Il confronto tra il re e il monaco, che è probabilmente la sua prima opera, sviluppa il paradosso della superiorità del secondo sul primo, così come destinato alla difesa del monachesimo è il trattato in tre libri Contro gli oppositori della vita monastica.

L’opuscolo A Teodoro è volto a scongiurare la crisi vocazionale di un amico del Nostro, forse da identificare con Teodoro di Mopsuestia. Spiccano poi i due libri A Demetrio e a Stelechio sulla compunzione e i tre A Stagirio tormentato da un demone, sul dolore umano e sulla felicità.

Ma forse il testo più famoso è costituito dal dialogo Sul sacerdozio, che ebbe immediata fama e vasta diffusione e fu letto anche da Girolamo: un classico e completo trattato sulla santità, dignità e responsabilità dell’ordinazione presbiteriale.

Altre opere morali del periodo giovanile sono il trattato La verginità, nonché le esortazioni Ad una giovane vedova e Sul non ripetere le nozze, volte a sconsigliare le seconde nozze. Due opuscoli sono poi dedicati a combattere il fenomeno delle subintroductae, cioè la convivenza di donne con asceti maschi.

Altre serie omiletiche sono di contenuto più specificamente teologico contro l’arianesimo anomeo: Sull’incomprensibilità di Dio e Sull’uguaglianza del Padre e del Figlio. Altre omelie ancora riguardano feste liturgiche, panegirici di santi, questioni morali come l’elemosina e la penitenza e persino spinose questioni di attualità.

In tal senso sono celebri le omelie Sulle statue e quelle Per Eutropio. Le prime traggono origine da una sommossa contro l’imperatore Teodosio, che aveva portato all’abbattimento di alcune sue statue collocate ad Antiochia; le seconde sono correlate alla caduta in disgrazia del potente ministro Eutropio, a Costantinopoli.

La tradizione del testo e la fama di Crisostomo

Ciò, tra l’altro, rende ragione del fatto che siano giunti in greco testi pseudepigrafi in quantità impressionante: ricoverarli sotto la sua autorità veneranda era il modo migliore per autori sconosciuti per dare sopravvivenza ai propri testi.

Grazie al suo stile pastorale e al suo metodo omiletico, Crisostomo esercitò una notevole influenza intellettuale e spirituale su diverse generazioni di teologi. Tra i suoi discepoli o eredi diretti si annovera Isidoro di Pelusio (c. 360-c. 435), monaco e scrittore di lettere che ampliò l'esegesi antiochena in una direzione più spirituale.

Teodoro di Mopsuestia, compagno di studi di Diodoro, sviluppò parallelamente la stessa scuola esegetica, con rigorosa accuratezza storica. In Occidente, la diffusione delle sue omelie da parte di traduttori come Aniano di Celeda contribuì a far conoscere la tradizione antiochena ad autori latini come Cassiano.

Nel Medioevo, la sua reputazione di predicatore modello influenzò la pedagogia omiletica nelle principali scuole cattedralizie. Il suo stile eloquente e il suo impegno per la giustizia sociale lo resero una figura di riferimento per molti predicatori sociali nel corso della storia del cristianesimo.

Il tema della vigna nella responsabilità cristiana

Il linguaggio della vigna non riguarda soltanto la storia di Israele, ma introduce una logica generale della responsabilità davanti a Dio. La vigna appartiene al Signore, è da Lui piantata, protetta e curata; il compito del popolo consiste nel corrispondere a questa cura mediante frutti di giustizia.

La lettura di Crisostomo insiste sul fatto che Dio non abbandona per primo. “Siepe, staccionata, muro” significano la Rivelazione divina e la Legge che Dio aveva dato ad Israele affinché le custodisse e le facesse conoscere a tutti i popoli quando sarebbe venuto il Messia.

La privazione della protezione divina è quindi descritta come l’esito di un abbandono già iniziato da parte dell’uomo. La vigna diventa esposta ai ladri, ai rovi e alla siccità quando rifiuta la Legge, la grazia e la responsabilità legata alla sua vocazione.

La stessa immagine può essere accostata alla predicazione morale di Crisostomo sui poveri: chi ha ricevuto ricchezze, autorità o responsabilità deve produrre frutti di giustizia. L’accumulo egoistico trasforma il dono in colpa, perché sottrae ai poveri ciò che avrebbe dovuto diventare servizio.

La lettura cristologica

Isaia sta per accusare Israele di tradire Dio e di misconoscere il Messia venturo. Il riferimento al Messia colloca il cantico della vigna dentro la storia della salvezza, che secondo questa interpretazione raggiunge il suo punto decisivo nell’Incarnazione del Verbo e nella sua crocifissione.

Israele era la vigna amata da Dio e beneficata da Lui, ma non aveva corrisposto, già prima dei tempi di Isaia, all’amore di Dio ed avrebbe aggravato la sua infedeltà sino a giungere alla crocifissione del Verbo Incarnato.

Il piccolo resto che ha creduto al Messia e che assieme ai pagani è diventato la nuova vigna di Dio, ossia la Nuova Alleanza, rappresenta nella lettura proposta il passaggio dalla vigna infedele alla comunità raccolta nella fede nel Messia.

Il rapporto con Nostra aetate

La Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965) su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” al n. 4, § h, insegna pastoralmente: «Gli ebrei non debbono essere presentati come rigettati da Dio, quasi che ciò scaturisse dalla S. Scrittura».

Ora, occorre distinguere: gli ebrei infedeli a Cristo da quelli fedeli a Lui e al Padre. I primi sono stati rigettati da Dio, come insegna la S. Scrittura nel Libro del Profeta Isaia, commentato dai Padri ecclesiastici, di cui ho citato soprattutto S. Giovanni Crisostomo per non tediare il lettore.

Mentre gli ebrei fedeli a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo sono entrati nella Chiesa di Cristo assieme a tutti i popoli che hanno la fede nella SS. Trinità e nella divinità di Gesù.

Il rapporto tra la profezia di Isaia, l’interpretazione patristica e la formulazione pastorale del Concilio Vaticano II richiede quindi attenzione ai diversi piani del discorso. La lettura del testo profetico deve essere distinta dalla valutazione delle persone concrete e da ogni presentazione collettiva degli ebrei come rifiutati da Dio.

Il sacerdozio e la responsabilità della Chiesa

Il dialogo Sul sacerdozio fu un classico e completo trattato sulla santità, dignità e responsabilità dell’ordinazione presbiteriale. Questa prospettiva illumina anche il commento alla vigna: il popolo e i suoi ministri non ricevono privilegi per un vantaggio personale, ma per custodire la Rivelazione e portare frutto.

La torre figura il Tempio di Gerusalemme ed inoltre vuol farci capire che Dio stesso ha costruito torre e torchio per non affaticare eccessivamente Israele. La presenza del Tempio, della Legge e della Provvidenza mostra che la responsabilità religiosa è inseparabile dalla cura concreta con cui Dio accompagna il suo popolo.

La produzione omiletica di Crisostomo mantiene costantemente unita la fedeltà dottrinale alla riforma della vita. Per questo le sue opere trattano insieme la dignità sacerdotale, l’educazione, il matrimonio, la verginità, l’elemosina, la penitenza, la povertà e la conversione.

La vigna e il giudizio sulle opere

La parabola profetica stabilisce una corrispondenza tra il dono ricevuto e il frutto atteso. Dio ha piantato viti ottime, ha preparato un luogo fertile, ha costruito protezioni, ha eretto una torre e ha atteso con pazienza.

Mi aspettavo che facessero opere buone, ed ecco invece l’iniquità; giustizia, ed ecco invece malvagità. La parola profetica non accusa una mancanza di mezzi, ma la trasformazione della cura divina in ingratitudine.

Questa dinamica è coerente con la lettura morale di Crisostomo, secondo cui la fede deve manifestarsi nella vita e nella cura dei fratelli. Nella sua predicazione sui poveri, il corpo di Cristo non è onorato quando si disprezza chi è nudo, affamato, malato o prigioniero.

Il criterio evangelico è espresso nella pagina di Matteo 25: «In verità vi dico: tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». La responsabilità per i frutti della vigna comprende quindi anche il rapporto con i poveri e con gli ultimi.

La Lectio divina e Matteo 25,31-46

«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti gli angeli, allora siederà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri.

E metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ereditate il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.

Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, ero nudo e mi avete vestito, ero malato e mi avete visitato, ero in prigione e siete venuti a trovarmi".

Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere, o straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito, o malato o in prigione e siamo venuti a trovarti?".

Il Re risponderà: "In verità vi dico: tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

Poi dirà a quelli che saranno alla sua sinistra: "Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, ero nudo e non mi avete vestito, ero malato e in prigione e non mi avete visitato".

Anche costoro risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in prigione e non ti abbiamo assistito?".

Ed egli risponderà loro: "In verità vi dico: tutto ciò che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E questi andranno al castigo eterno, mentre i giusti alla vita eterna. (Bibbia di Gerusalemme)

Il significato pastorale della vigna

La pagina di Matteo permette di riconoscere nella predicazione di Crisostomo un criterio analogo a quello del cantico di Isaia: il giudizio considera ciò che l’uomo ha fatto con i doni ricevuti. La vigna che produce frutti è la comunità capace di trasformare la fede in opere di misericordia.

La sua soteriologia è incentrata sulla divinizzazione (theosis) attraverso la partecipazione ai sacramenti e l’imitazione di Cristo nel servizio dei poveri. L’unione con Cristo non è separata dalla responsabilità verso gli altri, perché il Corpo eucaristico di Cristo e la Chiesa sono inseparabili.

La lettura di Isaia non si esaurisce quindi nell’annuncio di un castigo storico. Essa rivela il carattere dinamico della relazione con Dio: la protezione divina chiama alla fedeltà, la pazienza apre alla conversione e il dono ricevuto domanda frutti di giustizia.

Il valore del Commento a Isaia

Il Commento a Isaia mostra in modo concentrato i tratti fondamentali dell’esegesi di Giovanni Crisostomo: attenzione al testo, centralità della storia della salvezza, interpretazione cristologica, difesa dell’unità della Rivelazione e applicazione morale.

La vigna è Israele, ma è anche la figura di una comunità chiamata a custodire la Legge, la Rivelazione e la grazia. La siepe e la staccionata richiamano la protezione divina; la torre richiama il Tempio; i frutti indicano fede, virtù e opere buone; le spine manifestano l’infedeltà.

La misericordia divina arriva a nominare “giudici” su Israele gli israeliti stessi, mostrando una gran compassione ed una assoluta certezza sulla colpevolezza di Israele, che non potrebbe essere assolto neppure dai giudei. La forma giudiziaria della profezia resta così orientata alla conversione, perché la denuncia del peccato nasce dal desiderio del bene delle anime.

Il commento appartiene a una produzione esegetica nella quale la Scrittura è sempre parola viva, capace di parlare alla Chiesa, ai ministri, ai ricchi, ai poveri e a ogni credente. La sua forza consiste nel mostrare che la conoscenza della Bibbia non può essere separata dalla trasformazione della vita.

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