Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII

Per la morte di papa Pio VII, avvenuta il 20 agosto 1823, anche a Rovereto, nella chiesa di S. Marco, si celebrano, il successivo 25 settembre, solenni esequie. Il Rosmini, giovane sacerdote, viene invitato a tesserne l’elogio funebre, durante l’omelia della messa d’esequie celebrata dal clero roveretano per il Papa.

Il Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII non è soltanto un elogio funebre del Pontefice defunto: nel testo Antonio Rosmini trascende la figura di Pio VII, che diventa il simbolo dei Romani Pontefici, la cui grandezza morale è in grado di fronteggiare la forza bruta dei dominatori del mondo.

Il cardinale Barnaba Gregorio Chiaramonti, nato a Cesena nel 1742, viene eletto pontefice il 14 marzo 1800, nel conclave tenutosi a Venezia, nell’isola di S. Giorgio. Assume il nome di Pio VII in segno di fedeltà al suo predecessore, Pio VI.

La morte di Pio VII e l’elogio funebre a Rovereto

Un invito che accoglie volentieri per il bel ricordo del Pontefice defunto, che aveva avuto modo di incontrare non molto tempo prima della sua morte, durante il suo primo viaggio a Roma, nell’aprile del 1823. Nell’elogio funebre, il panegirico, viene ricordato l’incontro.

Durante il soggiorno romano, il Rosmini conobbe diversi cardinali, tra cui il Segretario di Stato, Ercole Consalvi. Quest’ultimo, fedele a Pio VII, giocò un ruolo importante nella difesa della Chiesa minacciata dalla Francia, durante il delicato e drammatico periodo che contrappose Pio VII a Napoleone.

A lui Pio VII deve parte della sua grandezza. Il Rosmini fece la conoscenza anche del cardinale Mauro Cappellari, futuro Gregorio XVI. Fu questi ad introdurlo a Pio VII.

L’anziano e mite Pontefice accolse affabilmente il giovane prete roveretano, «ragionando con lui di Napoleone, non come del suo carceriere, ma con quella pace che è propria dei generosi anche offesi, con quell’equità che è dovuta massime ai vinti, con la riverenza affettuosa che la virtù vera sente verso le grandi facoltà largite da Dio anche a chi non sempre ne faccia buon uso; e forse con un senso di gratitudine, mista a pietà, verso il potente caduto, che gli aveva fatto sperimentare un nuovo genere di più quieta e più cristiana potenza».

Quando Pio VII venne a sapere che il Rosmini si dedicava agli studi filosofici, lo esortò a perseverare ritenendo che fossero molto utili in quei tempi di sbandamento della ragione.

Antonio Rosmini e papa Pio VII

Pio VII, Napoleone e la forza cristiana

Pio VII fu tenuto in prigionia per quasi cinque anni e fu umiliato in molti modi da Napoleone. Ma il dolore maggiore per il Pontefice non erano le umiliazioni verso la sua persona, quanto piuttosto quelle inflitte alla Chiesa di Cristo.

Nonostante ciò, alla morte di Napoleone, il Papa soccorse e protesse la famiglia dell’imperatore. E quando Napoleone chiese i sacramenti, nell’isola dove era esiliato, il Papa mandò a lui dei sacerdoti affinché potesse riconciliarsi con Dio e salvarsi l’anima.

Nel rapporto con Napoleone, Rosmini mette in rilievo una logica incomprensibile per i dominatori del mondo, che contano solo su sé stessi e non sul provvido intervento di Dio. La grandezza del Pontefice non si misura quindi secondo la forza politica o militare, ma secondo la capacità di conservare la pace, l’equità e la carità anche davanti all’offesa.

Tuttavia, nell’elogio del defunto papa, il Rosmini trascende la figura di Pio VII, che diventa il simbolo dei Romani Pontefici, la cui grandezza morale è in grado di fronteggiare la forza bruta dei dominatori del mondo.

La tesi filosofica e storica del Panegirico

Il testo, che sarà successivamente ampliato dall’autore, si eleva ad un giudizio filosofico che coinvolge la storia della Chiesa e dell’Impero. Nello scritto, in cui si possono scorgere notevoli spunti dell’opera politica a cui il Rosmini stava lavorando in quegli anni, l’autore pone la tesi della supremazia della religione cattolica nel progresso storico.

Per Rosmini, i vicari di Gesù Cristo in terra, ovvero i Pontefici, hanno sempre ammonito i principi, cioè i governanti, del fatto che sopra di essi sta una legge scritta da Dio, su cui devono fondare la giustizia. Al tempo stesso cerca di illuminare le menti ottenebrate dalle false dottrine politiche allora diffuse.

La riflessione del Panegirico presenta il papato come una forza morale capace di giudicare il potere politico e di ricordare ai governanti l’esistenza di una legge superiore. La religione cattolica è così interpretata da Rosmini come elemento decisivo del progresso storico, perché orienta la giustizia e impedisce che il potere si fondi esclusivamente sulla coercizione.

L’invocazione all’Italia

Il Panegirico termina con un’invocazione all’Italia, che è la parte più nota del testo:

«In quanto a me, per quell’incredibile affetto che a te porto, o Italia, o gran genitrice, innalzerò incessantemente questi devoti prieghi all’Eterno: Onnipotente che prediligi l’Italia, che concedi a lei immortali figlioli, che dall’Eterna Roma per i tuoi Vicari governi gli spiriti, deh! dona altresì ad essa, benignissimo, il conoscimento dei suoi alti destini, unica cosa che ignora: [maestra di virtù alla terra, specchio di religione], rendila avida di liberi voti e d’amore, di cui è degna, più che di tributi e di spavento: fa’ che in se stessa ella trovi felicità e riposo, e in tutto il mondo un nome non feroce, ma mansueto».

Il versetto messo in parentesi quadre non è presente nell’edizione stampata del 1831, ma è invece riportato dal Pagani-Rossi. Inoltre questa parte finale, nel manoscritto, porta alcune differenze rispetto al testo stampato: «governi il mondo» invece di «governi gli spiriti»; «il conoscimento di sè» anziché «il conoscimento dei suoi alti destini»; «un nome non feroce, ma pio» al posto di «un nome non feroce, ma mansueto».

L’invocazione esprime l’affetto di Rosmini per l’Italia e presenta la penisola come una realtà chiamata a riconoscere i propri «alti destini». L’Italia è invocata come terra capace di diventare «maestra di virtù» e «specchio di religione», nonché desiderosa di libertà, amore, felicità e riposo.

La censura austriaca

Il Panegirico ebbe una storia travagliata, soprattutto a livello di censura austriaca. Il forte sentimento di italianità del Rosmini, come emerge dalla parte conclusiva, lo aveva reso inviso all’Austria che iniziò a controllarlo nei suoi movimenti.

Dopo averci lavorato sopra per circa un anno, l’autore avrebbe voluto pubblicare il manoscritto nel luglio del 1824. Ma gli fu impossibile. L’approvazione giunse da Innsbruck il 9 febbraio 1826, con ben ventisette brani cancellati o mutilati.

Tra questi, non graditi erano quei passi, dove si invocava la libertà di magistero e di ministero del Papa sui principi, «che di religione fanno una serva di politica». Non si voleva né Chiesa libera né Italia libera, per cui ovviamente fu cancellata anche la parte finale.

Per quanto concerne Napoleone, si cancellarono quelle parti che avrebbero potuto far sorgere noie diplomatiche con la Francia. Però quei versi che, pur criticando l’atteggiamento dell’imperatore, potevano giocare un ruolo di favore per l’Austria, come la descrizione del rapimento di Pio VII, vennero lasciate.

ElementoInformazione
Data della morte di Pio VII20 agosto 1823
Lettura del Panegirico25 settembre 1823
LuogoChiesa di S. Marco, Rovereto
Approvazione austriaca9 febbraio 1826
Brani cancellati o mutilativentisette
Pubblicazione1831, Modena
Facciate del manoscritto110
Paragrafi del manoscritto42

La pubblicazione del 1831

Il Panegirico fu pubblicato, ad insaputa di Rosmini, nel 1831, a Modena, su iniziativa di don Giuseppe Baraldi, che lo inserì nelle Memorie di religione con il titolo di Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII.

Uscì anonimo e con alcuni cambiamenti non sostanziali nelle prime dieci pagine e con qualche modifica di forma. Il manoscritto è composto da 110 facciate, suddivise in 42 paragrafi.

Scrive il Rosmini all’abate Bellenghi, nel giugno del 1824, in merito al Panegirico che spera di stampare: «A me importò di trattare insieme colle lodi di Pio VII la causa dei Papi, e questa a molti animi piagati duole, perché troppo giusta; ma io altro non vorrei se non che il loro dolore fosse a salute».

La lapide nella piazza di San Marco

L’evento della lettura pubblica del Panegirico in S. Marco viene ricordato in una lapide, collocata nell’omonima piazza sulla casa di sinistra guardando la facciata della chiesa.

Vi si legge: «DA QUESTO NOSTRO TEMPIO DI S. MARCO IL 25 SETTEMBRE 1823 ANTONIO ROSMINI PIO PAPA VII COMMEMORANDO TRA PRIMI SULL’ITALIA SERVA E DIVISA LA BENEDIZIONE DI DIO INVOCAVA ONDE I NEPOTI COMPIUTO IL VATICINIO NUOVE FORTUNE ALLA PATRIA AUSPICANDO QUESTO MARMO POSERO MCMXXXV».

Lapide del Panegirico a Rovereto

La lapide risale al 1935, e fu voluta in un contesto ideologico ben preciso, quando si ritenne necessario ricordare tale fatto per promuovere l’italianità e l’amor patrio in una terra, che era passata da meno di vent’anni all’Italia e che portava ancora le grosse ferite di una guerra spietata.

La chiesa di San Marco a Rovereto dove Rosmini fu battezzato il 25 marzo 1797; di questa stessa chiesa, nella quale, nel settembre 1823, tenne il Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII, Rosmini fu parroco dal 1834 al 1835.

Il significato storico del testo

Il Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio VII si colloca nel punto d’incontro tra memoria religiosa, riflessione sul potere e sentimento italiano. La commemorazione del Pontefice diventa infatti l’occasione per parlare della Chiesa, della giustizia, della libertà e del destino dell’Italia.

La figura di Pio VII è presentata come quella di un Pontefice perseguitato e prigioniero, ma non dominato dall’odio. Il suo atteggiamento verso Napoleone, ricordato nel testo, mostra una potenza diversa da quella dell’impero: una potenza «più quieta e più cristiana», fondata sulla dignità morale e sulla fiducia nella provvidenza.

Il giudizio filosofico di Rosmini coinvolge la storia della Chiesa e dell’Impero, mentre la conclusione rivolta all’Italia amplia la prospettiva dall’elogio del Papa alla preghiera per una patria ancora «serva e divisa». Proprio questa saldatura tra cattolicesimo e italianità contribuì a rendere il testo problematico agli occhi della censura austriaca.

Il Panegirico nel percorso di Rosmini

Il Panegirico appartiene agli anni giovanili di Antonio Rosmini, ma già presenta temi destinati a svilupparsi nella sua produzione successiva. Nello scritto si possono scorgere notevoli spunti dell’opera politica a cui il Rosmini stava lavorando in quegli anni.

La centralità attribuita alla libertà della Chiesa, alla responsabilità dei governanti e alla funzione morale del papato anticipa questioni che Rosmini avrebbe affrontato anche nella sua riflessione sulla riforma ecclesiale. L’opera più famosa di Rosmini è certamente Delle cinque piaghe della santa Chiesa.

Messa all’Indice, è stata pienamente riabilitata prima che lo stesso Indice dei libri proibiti venisse abolito. Si tratta di un libro per certi versi profetico, anticipatore, forse troppo per i suoi tempi.

E il destino dei profeti, nella Bibbia ma anche, ahimé, nella storia della Chiesa, è spesso quello di essere fraintesi e perseguitati.

La libertà della Chiesa e la libertà religiosa

Uno degli aspetti che certamente ha visto Rosmini precursore dell’ultimo Concilio è stato certamente quello della libertà religiosa. Su questo tema Rosmini fu veramente un anticipatore incompreso. La Dignitatis humanae gli deve moltissimo.

Rosmini voleva sradicare l’influsso ormai deleterio che i poteri mondani esercitavano nella scelta dei pastori e, per questo, aveva auspicato il ritorno all’antica prassi che vedeva i vescovi scelti dal clero e dal popolo.

Rosmini comprendeva il dramma di una liturgia che non era più comprensibile al popolo e, spesso, neanche a parte degli stessi celebranti. Anche in questo le sue intuizioni sono state anticipatrici del movimento di rinnovamento liturgico e delle esigenze espresse nella costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II.

In genere di grande stima fu l’atteggiamento dei vari pontefici a riguardo della figura di Rosmini. La Positio ha citato numerosi documenti e testimonianze al riguardo, tra le quali le parole pronunciate a suo tempo da Paolo VI in vari discorsi e il fatto che Giovanni Paolo II lo abbia citato positivamente nell’enciclica Fides et ratio.

La riabilitazione di Rosmini

Gli scritti di Rosmini sono stati oggetto di critiche da parte di altri ecclesiastici, critiche che sono culminate nel decreto Post obitum, dell’allora Sant’Uffizio, in cui venivano condannate quaranta proposizioni tratte dalle sue opere.

Ma si trattava di una condanna postuma, successiva alla sua morte, post obitum appunto, e quindi Rosmini non aveva potuto difendersi, e poi erano proposizioni estrapolate dal proprio contesto e quindi interpretate in modo arbitrario.

La Congregazione per la Dottrina della fede, guidata dal cardinale Ratzinger, ha studiato di nuovo la questione rosminiana e alla fine ha stabilito che, nonostante il decreto Post obitum, nulla ostasse alla beatificazione del religioso.

Il cardinale José Saraiva Martins ha definito Rosmini una limpida figura sacerdotale, che ha offerto tutto sé stesso a Gesù e alla sua Chiesa. Una figura che è stata guida e conforto per tanti cristiani che sono venuti dopo di lui.

Rosmini è veramente un cristiano che ha vissuto nel modo più alto le virtù umane e cristiane. La causa di beatificazione è stata particolarmente complessa, innanzitutto per motivi dottrinali.

Il rapporto con i gesuiti e con Pio IX

Fra i “nemici” storici di Rosmini ci sono alcuni gesuiti dell’epoca. Ma i gesuiti, già da tempo, hanno mutato parere.

Il loro attuale preposito generale, Kolvenbach, ha scritto un articolo sulla rivista Filosofia oggi in cui si prefigura il Rosmini come un profeta del terzo millennio.

In quest’articolo Kolvenbach dice: «Durante la sua vita alcuni gesuiti, essi stessi, a dire il vero, “non di spicco”, pubblicarono contro di lui dei libelli… È opportuno ricordare che questi gesuiti, fuori dalla norma dell’obbedienza, furono disapprovati del preposito generale, il reverendo padre Jan Roothaan».

La Civiltà Cattolica poi, anni fa, ospitò un articolo “riparatore” del compianto vescovo rosminiano Clemente Riva; fatto notevolmente inusuale visto che sul quindicinale appaiono esclusivamente articoli firmati da padri gesuiti.

Il rapporto con Pio IX è un aspetto rilevante nella vita di Rosmini. Ci sono testimonianze che rivelano come Pio IX avesse grande stima di Rosmini, che lo volesse creare cardinale e addirittura nominare suo segretario di Stato.

Ma poi intervennero le turbolenze politiche e la creazione della Repubblica romana del 1849 che seppellirono questa ipotesi. Come rilevano alcuni studiosi, a Rosmini non giovarono le inimicizie e le antipatie di cardinali più vicini all’Austria, a cominciare dall’influente Giacomo Antonelli.

La memoria di Pio VII e l’identità italiana

La conclusione del Panegirico costituisce la parte più esplicitamente italiana dell’opera. L’invocazione all’Italia non è separata dalla prospettiva religiosa, ma nasce dalla richiesta che la patria riconosca i propri destini e ritrovi felicità, riposo e un nome «non feroce, ma mansueto».

Il ricordo della lettura del 25 settembre 1823 venne ripreso più di un secolo dopo attraverso la lapide del 1935. La memoria di Rosmini e di Pio VII fu così inserita in un contesto nel quale l’italianità e l’amor patrio assumevano un significato pubblico particolarmente rilevante.

Il Panegirico conserva quindi una duplice memoria: quella ecclesiale di Pio VII, Pontefice provato dalla prigionia e dalle pressioni napoleoniche, e quella civile di un’Italia che Rosmini descrive come «serva e divisa», ma destinata a nuove fortune.

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