Padre Pio da Pietrelcina appartiene pienamente alla storia religiosa e sociale del Mezzogiorno, ma il suo rapporto con la questione meridionale non può essere ridotto alla devozione popolare o alla sola memoria del santo frate cappuccino. La sua figura si colloca dentro una società caratterizzata da arretratezza economica, disuguaglianze, precarietà, emigrazione, fragilità amministrative e persistenti forme di dipendenza sociale.
La questione meridionale indica l’insieme dei problemi posti dall’esistenza nel Mezzogiorno d’Italia dal 1861 sino a oggi di un più basso livello di sviluppo economico, di un diverso e più arretrato sistema di relazioni sociali, di un più debole svolgimento di molti e importanti aspetti della vita civile rispetto alle regioni centrosettentrionali. In questa prospettiva, Padre Pio può essere considerato una figura attraverso cui osservare il rapporto tra religiosità, condizioni sociali, cultura popolare e ricerca di protezione in un territorio segnato da precarietà e incertezza.

La questione meridionale: definizione e origini storiche
L’espressione “questione meridionale” ebbe la sua prima formulazione nel 1873, ad opera del deputato radicale lombardo Antonio Billia. All’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento, la situazione socio-economica del Mezzogiorno che segnalava miseria, analfabetismo, criminalità, disuguaglianza, disoccupazione, corruzione dei costumi e difetto di infrastrutture s’impose come “questione”, ovvero come ricerca degli strumenti più idonei a portarla a soluzione e abbattere quella sorta di frontiera interna all’Italia unificata già misurata con il fenomeno del brigantaggio.
Il grave degrado della vita amministrativa e dei sistemi di potere locali e l’indigenza in cui versavano nel Mezzogiorno le masse popolari furono portati per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e delle classi dirigenti nei primi anni Settanta dell’Ottocento dagli studi di P. Villari e dalle inchieste di L. Franchetti e S. Sonnino, che denunciarono l’insufficienza dell’azione dello Stato nel Mezzogiorno, senza tuttavia alcun rimpianto filoborbonico, ma riponendo nello Stato unitario stesso qualunque speranza di soluzione dei problemi meridionali.
Un florido dibattito su riviste, le inchieste private di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, quelle parlamentari coordinate da Romualdo Bonfadini, Stefano Jacini e Claudio Faina e numerose statistiche ministeriali misero a nudo le dimensioni del problema, favorendo la definitiva presa di coscienza collettiva che al riscatto e all’unificazione della patria non corrispondesse pari unificazione socioeconomica.
Rispetto alle cause della “questione meridionale”, l’impegno della critica più avvertita fu in primo luogo di liberare il campo dalle tesi peregrine che insistevano sulla connaturata infertilità dei suoli agricoli meridionali o che imputavano la depressa condizione del Sud all’eccessiva prolificità delle popolazioni locali o, ancora, che l’ascrivevano alla nativa feracità dei suoi abitanti.
A seguire, l’indagine storica delle vicende politiche, economiche e sociali del Mezzogiorno saggiò con varietà di prospettive e di approdi interpretativi l’intreccio dei fattori responsabili del sottosviluppo di quelle regioni. Almeno nella prima fase, la chiave interpretativa della loro arretratezza venne rintracciata univocamente nei residui del sistema feudale, negli effetti del protratto malgoverno, specie borbonico.
In breve, tuttavia, cominciarono a emergere anche le responsabilità della nuova Italia, incapace di risolvere gli antichi problemi del meridione e, al contempo, apportatrice di nuovi gravami al fragile tessuto socioeconomico di quelle aree del Paese.
Il dualismo tra Nord e Sud
A partire dalla metà degli anni Ottanta si ebbe una differenziazione strutturale degli apparati produttivi della penisola molto più accentuata di quella esistente nel 1861, quando Nord e Sud avevano entrambi un’economia largamente agricolo-commerciale e un apparato industriale minimo. Dagli anni Ottanta a un Mezzogiorno persistentemente agricolo-commerciale si contrappose un’Italia settentrionale sensibilmente industrializzata.
La differenza di reddito pro capite tra le due macroaree cominciò allora a crescere sensibilmente. Le plebi meridionali diedero luogo tra la metà degli anni Ottanta e lo scoppio della Prima guerra mondiale alla più grande emigrazione di massa all’estero che la storia del Mezzogiorno ricordi.
Nell’ambito del pensiero meridionalista comparvero nomi nuovi. G. Fortunato, F.S. Nitti, A. De Viti De Marco, G. Salvemini, L. Einaudi sostennero che tra Ottocento e Novecento esistevano due Italie, geografiche, economiche, sociali, che procedevano a velocità diverse.
Il protezionismo introdotto nel 1887, mentre favoriva la cerealicoltura estensiva del latifondo, esponeva le esportazioni di prodotti dell’agricoltura specializzata del Mezzogiorno alle ritorsioni commerciali francesi. Il Sud era ridotto a mercato coloniale delle industrie settentrionali, nell’interesse degli industriali del Nord e dei latifondisti del Sud, alleati in un blocco politico-sociale conservatore e protezionista.
Per Salvemini questo stato di cose poteva essere scardinato solo mediante un’azione politica dal basso tendente al cambiamento radicale della forma dello Stato in senso federalista. Operai del Nord e contadini del Sud avrebbero dovuto lottare per l’introduzione del suffragio universale e, attraverso i mutati equilibri politici che ne sarebbero conseguiti, spezzare il blocco protezionista tra industriali e latifondisti che danneggiava non solo il Mezzogiorno ma l’intera economia nazionale.
Al contrario di Salvemini, Nitti, dopo una prima fase liberista e dopo avere messo in luce come lo Stato italiano avesse drenato risorse dal Sud al Nord attraverso le leve della politica fiscale e della spesa pubblica, si convinse della giustezza della scelta protezionista. In un contesto internazionale di altissima competitività essa soltanto poteva garantire al Paese un avvenire industriale, senza il quale l’Italia intera sarebbe stata condannata all’arretratezza permanente.
Alla luce di tale superiore interesse nazionale si poteva anche giustificare il sacrificio del Sud, a patto però che lo Stato si facesse carico di una politica correttiva dello squilibrio promuovendo anche nel Mezzogiorno, con interventi legislativi specifici, un processo di industrializzazione, collegato a un razionale riordino delle risorse idrogeologiche indispensabili allo sviluppo della produzione di energia elettrica.
Le politiche dello Stato e la trasformazione del Mezzogiorno
La legislazione speciale a favore delle regioni meridionali varata dal governo Giolitti all’inizio del sec. 20° derivò soprattutto da questa sua analisi. Per quanto apprezzabili, i risultati della legislazione speciale, fra cui la costruzione dell’impianto siderurgico di Bagnoli a Napoli, l’acquedotto pugliese, la direttissima Roma-Napoli, non ridussero però, né tanto meno annullarono il divario Nord-Sud.
Le necessità belliche della Prima guerra mondiale, le successive politiche di restringimento degli scambi di merci e risorse umane affermatesi a livello mondiale tra gli anni Venti e Trenta, le scelte di politica demografica del fascismo e infine la Seconda guerra mondiale e la ricostruzione agirono tutte in modo che alla fine degli anni Quaranta del Novecento il dislivello economico Nord-Sud raggiungesse i suoi massimi storici.
Muovendo da una ricognizione delle origini preunitarie delle differenze Nord-Sud, il libro ricostruisce l’evolversi delle condizioni del Mezzogiorno e del ruolo da esso svolto nello sviluppo economico e sociale del paese. Alla luce dell’imponente bibliografia accumulatasi sul tema, si individuano alcune scansioni fondamentali.
| Periodo | Caratteristiche principali |
|---|---|
| 1861-1887 | La condizione economica del Sud migliora e non perde terreno rispetto al Nord, anzi, il Sud è fattore propulsivo dello sviluppo capitalistico del paese. |
| 1887-fine della Seconda guerra mondiale | La situazione del Mezzogiorno migliora sensibilmente, ma la sua economia resta eminentemente agricola, mentre al Nord parte un’industrializzazione diffusa e superiore. |
| Anni Cinquanta-metà degli anni Settanta | Grazie anche all’intervento straordinario, per la prima volta si registra un dirottamento di risorse da Nord a Sud che fino al 1973 produce un parziale recupero in termini di struttura produttiva, Pil e consumi. |
| Fase successiva | La crisi internazionale coinvolge il Mezzogiorno in misura più accentuata sia rispetto all’Italia che all’Europa. |
Da società rurale il Sud si trasforma in società terziarizzata. È questo un periodo cruciale in cui, secondo l’autore, lo Stato ha tutte le carte per vincere la partita dell’effettiva unificazione; ma non lo fa, sceglie di non affrontare in maniera decisiva la «questione» e di seguire un’altra strada, quella che ci ha condotto alla fase attuale, in cui la crisi internazionale coinvolge il Mezzogiorno in misura più accentuata sia rispetto all’Italia che all’Europa.
Il divario torna alle dimensioni dei primi anni cinquanta. Il Mezzogiorno diviene fattore di rallentamento, se non di blocco, dell’intera economia nazionale e non solo: non si tratta più di una questione italiana, ma di una questione europea.
La riforma agraria e l’intervento straordinario
All’indomani del secondo conflitto mondiale si ebbe una vigorosa ripresa dell’azione di denuncia e proposta dei maggiori meridionalisti, nonché dei partiti che si riaffacciavano ufficialmente alla vita politica. Di fronte alla gravità del divario apparvero subito fuori tempo le posizioni della destra liberista, favorevole all’attesa dei tempi lunghi della crescita spontanea dell’economia meridionale.
Tutte le altre forze intellettuali e politiche ritenevano indispensabile e urgente un intervento straordinario dello Stato sugli assetti socioeconomici del Mezzogiorno. Le differenze strategiche tra forze di ispirazione comunista, socialista, liberal-democratica e cattolica erano tuttavia marcate.
Il PCI riproponeva sostanzialmente immutata la strategia di alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud che Gramsci all’indomani del primo conflitto mondiale aveva ripreso da Salvemini, inserendola nel disegno rivoluzionario marxista del suo partito. La riforma agraria fu concepita come strumento di avvio di un processo rivoluzionario degli assetti sociali e politici dell’intera società meridionale e nazionale.
Fu in questa prospettiva che il Partito comunista, fiancheggiato dalla rivista Cronache meridionali con M. Alicata e G. Amendola, assunse una posizione avversa a quasi tutti i provvedimenti specifici varati a favore del Sud negli anni Cinquanta, inclusa l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e, più tardi, la stessa adesione al MEC.
Alla riforma agraria guardavano con favore anche esponenti importanti del mondo cattolico. Riprendendo la linea di L. Sturzo, essi vedevano nella formazione di una piccola proprietà coltivatrice lo strumento principe per il rilancio del processo di modernizzazione di una società rurale meridionale elettoralmente controllata dalla DC.
La riforma agraria era al centro anche del «grande disegno» di M. Rossi Doria e del meridionalismo socialista non inserito nell’orbita comunista. Nella riforma Rossi Doria vedeva un fondamentale strumento modernizzatore sul modello delle esperienze delle aree arretrate degli Stati Uniti.
Le soluzioni prospettate puntavano a duraturi e significativi miglioramenti produttivistici, nella piena consapevolezza che essi peraltro non sarebbero bastati a riequilibrare il rapporto tra popolazione e risorse nel Mezzogiorno, un rapporto irrimediabilmente compromesso dalla politica demografica fascista.
Rossi Doria vedeva pertanto inevitabile una nuova ondata migratoria dal Sud, come unica condizione per la creazione in tempi brevi di un’agricoltura competitiva e l’avvio di uno sviluppo economico autopropulsivo, che avrebbe potuto in un secondo tempo estendersi anche ad attività industriali.
La riforma agraria, che pure attraverso la «legge Sila» e la «legge stralcio» assestò un duro colpo alla proprietà terriera assenteista, non rispose comunque alle aspettative di Rossi Doria. A trainare la modernizzazione dell’agricoltura meridionale non furono mai le aree interne investite dalla riforma, ma quelle costiere dell’agricoltura specializzata.
Tanto meno la riforma agraria fu il volano del processo di radicale sovvertimento economico e sociale preconizzato dalla sinistra comunista. Il più grande processo di trasformazione della società meridionale che la nostra storia ricordi, anche se non si è concluso con la rimozione del divario, è avvenuto solo grazie alla destinazione di una mole senza precedenti di risorse oltre che al settore agricolo anche e soprattutto al secondario e terziario.
Come aveva intuito a suo tempo Nitti e come sostennero a partire dal 1946 i fondatori della SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), R. Morandi e P. Saraceno, e poi i meridionalisti liberaldemocratici gravitanti intorno al Mondo di M. Pannunzio e alla rivista Nord e Sud fondata da F. Compagna, con V. De Caprariis, G. Galasso e R. Romeo, lo sviluppo doveva coinvolgere l’intera struttura economica e sociale.
Costoro negli anni Cinquanta ritenevano ormai improrogabile l’equiparazione del Mezzogiorno al benessere e alla civiltà delle democrazie industriali dell’Occidente, mediante uno sviluppo che rendesse quella meridionale una società pienamente e organicamente sviluppata in tutte le sue componenti, rurali e urbane.
E ciò attraverso un intervento straordinario che doveva avvenire non solo attraverso leggi speciali come quelle dell’inizio del sec. 20°, ma anche attraverso istituzioni appositamente finalizzate alla loro applicazione quali anzitutto e soprattutto la Cassa per il Mezzogiorno.
Religione, società e modernizzazione meridionale
La questione meridionale non riguarda soltanto reddito, produzione, infrastrutture e istituzioni politiche. Essa comprende anche il diverso svolgimento della vita civile, il rapporto tra comunità e potere, la partecipazione sociale e il modo in cui le popolazioni affrontano precarietà, disuguaglianza e insicurezza.
Questo episodio è un indice di orientamenti, atteggiamenti e comportamenti religiosi che non sono solo folklore ed ininfluenti nella vita sociale, soprattutto nella vita quotidiana di cittadini, e richiama la problematica della modernizzazione religiosa nell’ambito di processi di sviluppo, crescita sociali e civili.
Gli studi sulla religiosità del Mezzogiorno in prospettiva sociologica hanno messo in evidenza il superamento definitivo della religiosità magico-sacrale e popolare nel Mezzogiorno con una omogeneizzazione al resto del paese di credenze, pratiche e partecipazione religiosa, e differenziazione e pluralizzazione religiosa secondo tipologie sociologiche.
Una recente ricerca statistica sulla secolarizzazione in Italia evidenzia un nuovo aspetto della questione meridionale: «Il Mezzogiorno come area in cui il sentimento cattolico e la fiducia nella chiesa sono più uniformemente diffuse» e secondo un indicatore regionale di secolarizzazione in riferimento alla pratica religiosa si avverte che «In definitiva la polarizzazione più evidente contrappone il Mezzogiorno a tutte e altre regioni. Infatti la pratica religiosa presenta valori più alti nelle regioni del Mezzogiorno continentale ed in Sicilia».
Sulla base di questo saldo la Campania si presenta come l’area meno secolarizzata del paese (-31.7), e le regioni del Nord-Est del paese, caratterizzate da un secolare insediamento della cultura “bianca”, mostrano tra i valori negativi più elevati del Nord e sono attualmente meno permeate da valori cattolici.
Emerge poi un particolare in controtendenza per il Comune di Napoli, in cui il tasso di matrimoni civili cessa di crescere dopo il 1986, un dato che senza ricorrere ad una ripresa di valori cattolici a nostro avviso richiede piuttosto una verifica della attendibilità delle fonti statistiche.
Il “basso continuo” della religiosità meridionale
Fondatamente secondo altri studi di carattere culturale si può mettere in campo il “ground bass”, il “basso continuo religioso” o motivo di fondo della religiosità del Mezzogiorno, non solo facendo riferimento allo schieramento di statue del Salvatore, della Madonna, di Padre Pio ecc che si osservano nei diversi Lotti di edilizia popolare nel quartiere Scampia, o all’imponente Statua del Salvatore denominato “Cristo degli spacciatori” nei pressi del Lotto P.
C’è un “rumore di fondo” che non è solo l’adesione alla religione di chiesa o istituzionale, ma un devozionismo o ricorso alla protezione di santi e madonne, un ricerca di rassicurazione di una condizione di precarietà ed incertezza, una familiarità con figure del mondo celeste.
La persistenza di un immaginario religioso tradizionale non solo in praticanti ma anche in appartenenti a famiglie della criminalità organizzata. Una domanda in ogni modo si pone di fronte a questo panorama religioso: «Perché al senso religioso del Sud, non si accompagnano un’analoga coscienza civica, un’attenzione per la sfera pubblica, per la partecipazione alla vita civile?».
E solo questione di una acculturazione religiosa tradizionale o di un fede liberante che si incarna nella storia e nelle vicende umane.
In questo quadro, la figura di Padre Pio assume un rilievo particolare. Il frate cappuccino è inserito in un universo religioso nel quale santi, madonne e figure celesti costituiscono presenze familiari, capaci di offrire rassicurazione e orientamento in condizioni di precarietà e incertezza.
La devozione a Padre Pio non è quindi soltanto una pratica individuale, ma può essere letta anche come parte di una geografia sociale e simbolica del Mezzogiorno, nella quale la religione si intreccia con i quartieri, le famiglie, le memorie locali, le difficoltà quotidiane e la ricerca di protezione.
Padre Pio tra devozione popolare e responsabilità sociale
La richiesta di autorizzazione se non altro mette in evidenza la regolazione del “campo religioso” da parte delle autorità ecclesiastiche specialmente in campo liturgico per evitare singolarità e stranezze, e quindi il potere clericale accettato spesso passivamente dei fedeli perché “è cosa loro”.
Per non nascondere una “riclerizzazione” diffusa all’interno della chiesa cattolica in Italia ma non solo. Questa notizia, su un piano interpretativo, mi ha richiamato la categoria weberiana di “ceto” e di “onore di ceto” nella stratificazione sociale riguardante le superstiti aristocrazie, che si implementa con i matrimoni, il convivium tra pari, ed uno stile di vita.
Oltre al maggiordomo filippino o indiano, le vacanze a Capri o in costiera, si chiede, secondo un criterio di distinzione sociale, la Messa in latino in memoria dei bei tempi passati in cui il sacerdote volgeva le spalle al popolo e declamava le preghiere il latino e solo alcuni acculturati potevano comprendere.
Non siano contrari per principio a tali celebrazioni, ma verrebbe da dire “siamo seri” ci vuol ben altro per partecipare con consapevolezza alle celebrazioni della Messa e soprattutto per impegnarsi a superare cristallizzazioni e disuguaglianze sociali nel nostro territorio.
La questione sollevata riguarda un problema più ampio: la distanza possibile tra devozione religiosa e trasformazione della società. Una religiosità autenticamente inserita nella storia del Mezzogiorno non può limitarsi alla memoria, al rituale o alla distinzione sociale, ma deve confrontarsi con le condizioni concrete della popolazione.
In questa prospettiva, la memoria di Padre Pio può essere collegata alla necessità di tradurre la fede in attenzione per le persone, responsabilità comunitaria e superamento delle disuguaglianze. La devozione, quando resta separata dalla coscienza civica e dalla partecipazione alla vita pubblica, rischia di confermare le cristallizzazioni sociali invece di metterle in discussione.
La Chiesa meridionale e la questione sociale
Le prime risonanti prese di posizione dei presuli meridionali rispetto alla condizione di arretratezza del Sud si ebbero da parte dei presuli pugliesi (27-28 aprile 1944) e della Calabria (19 giugno 1945).
Risale invece al 25 gennaio 1948 la lettera collettiva dell’episcopato meridionale (non firmata però dai vescovi siciliani) su I problemi del Mezzogiorno, distesa dal vescovo di Reggio Calabria Antonio Lanza.
Ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa e dalla lezione dei meridionalisti otto-novecenteschi, ai quali si doveva l’identificazione della “questione meridionale” con una questione agraria, il documento del 1948 traspira viva preoccupazione per la persistente condizione di miseria di larghi strati popolari; per la precarietà di vita del bracciantato; per i bassissimi livelli di reddito dei coloni e l’iniquità di talune forme contrattuali; per l’insufficienza delle strutture economiche e i gravi problemi connessi al persistere del latifondo.
La lucida analisi dei presuli, di timbro sociale e insieme pastorale, non si limitò a richiamare i doveri dello Stato. Sollecitò altresì l’impegno dei cattolici e l’iniziativa privata, l’associazione dei lavoratori e la cooperazione.
Nel concerto delle speranze indotte dalla riforma agraria e dall’avvio delle nuove politiche per il Mezzogiorno, i vescovi lucani e pugliesi, con l’intento di dare concreta attuazione alla pastorale collettiva del 1948, fondarono nel 1952 la Charitas socialis, una sorta di comitato votato all’assistenza socio-religiosa delle popolazioni.
Nel complesso, la lettera del 1948 mancò di avere un impatto decisivo sulla realtà ecclesiale meridionale. In ciò si è riconosciuto il segno dell’insuccesso delle istanze sociali più aperte e democratiche durante la fase finale del pontificato di Pio XII, allorché si puntò piuttosto sulla modernizzazione di morfologie devote tradizionali mentre, di concerto al “miracolo economico italiano”, anche la società del Sud avviava la sua profonda trasformazione.
Dalla fine degli anni Sessanta al documento della CEI
Dalla fine degli anni Sessanta e durante il corso del decennio successivo, più vescovi del Sud tornarono sulla questione sociale nel Mezzogiorno che, all’epoca, conosceva un vasto fenomeno migratorio verso il Nord del Paese e così pure una grave crisi del settore agricolo.
Sull’onda del Vaticano II, il filo interrotto della discussione avviata nel 1948 venne ripreso. Nel 1969, alcuni vescovi, in margine alla quarta assemblea generale della Cei, ricordando il ventesimo anniversario della lettera del 1948, rilanciarono la questione sociale meridionale.
Il documento fu approvato all’unanimità dall’assemblea, ma non ebbe un vero seguito. Nel 1972, in seno all’episcopato pugliese, si fece strada l’idea di celebrare il 25° della lettera del 1948 mediante un nuovo testo.
Il progetto venne fatto proprio dalla presidenza della Cei, ma l’atteso pronunciamento dell’intero episcopato italiano venne infine a mancare. Frattanto, l’arcivescovo allora di Potenza e Marsico Aurelio Sorrentino, nella propria lettera pastorale del 19 ottobre 1973, denunciò la “questione meridionale” come un’emergenza dell’intero Paese.
Sollecitando una riflessione sulla consapevolezza ecclesiale dell’acutezza del problema, Sorrentino rilanciò altresì il tema della maturazione della coscienza nazionale della Chiesa italiana avvenuta con una leadership settentrionale che, almeno fino al concilio Vaticano II, aveva egemonizzato il personale ecclesiastico, i paradigmi pastorali, le forme organizzative laicali e finanche i modelli di santità del Mezzogiorno.
Lo stesso Sorrentino, passato alla guida della diocesi di Reggio Calabria, tornerà in più occasioni sulla cosiddetta “questione meridionale ecclesiale”. Al tempo stesso, si moltiplicarono gli interventi di altri presuli e di conferenze episcopali regionali come quelle dell’Abruzzo e della Sicilia, della Lucania e della Calabria.
Nel 1976, nel corso del primo convegno ecclesiale nazionale Evangelizzazione e promozione umana, la questione del Mezzogiorno si impose nei dibattiti, pur non trovando spazio nelle relazioni.
L’attuazione del concilio Vaticano II ispirava un nuovo modello pastorale fungibile sul piano nazionale: un modello pastorale meridionale incentrato sulla parrocchia, come comunità ministeriale e missionaria, e su un’istanza di liberazione dalla cultura padronale e da quella mafiosa.
All’avvio degli anni Ottanta, aperti dal tragico evento tellurico in Campania e in Basilicata, siffatto modello pastorale riscosse un effettivo ascolto su larga scala.
Ebbe risonanza, nel 1985, nella cornice del convegno ecclesiale di Loreto dedicato al tema Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini e concorse all’approvazione da parte di tutti i vescovi italiani del primo documento organico della Cei sul Mezzogiorno, intitolato Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà ed edito il 18 ottobre 1989.
Ivi l’episcopato, misurandosi in forma corale con la “questione meridionale”, ne colse le matrici nelle perduranti distorsioni vigenti in seno ai processi economici e all’esercizio dei poteri politici locali.
Vibrante fu inoltre la denuncia del fenomeno della criminalità organizzata. Nel 2010, il documento della Cei intitolato Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, frutto dell’incontro di studio di Napoli, nel 2009, nel ventennale di Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà, riportò l’attenzione alla questione del Mezzogiorno.
Padre Pio e la geografia religiosa del Sud
Padre Pio da Pietrelcina è una delle figure più riconoscibili dell’immaginario religioso meridionale. La sua presenza nelle statue, nelle immagini domestiche, nei luoghi pubblici e nei quartieri popolari mostra come la devozione possa diventare un elemento visibile dell’identità collettiva.
Lo schieramento di statue del Salvatore, della Madonna, di Padre Pio ecc che si osservano nei diversi Lotti di edilizia popolare nel quartiere Scampia costituisce un esempio della continuità tra devozione, ambiente urbano e vita quotidiana.
Questa presenza non implica necessariamente una partecipazione religiosa uniforme né una coscienza civile equivalente. Essa evidenzia piuttosto la persistenza di un immaginario nel quale il santo è percepito come figura vicina, familiare e capace di accompagnare persone e famiglie nelle difficoltà.
La familiarità con figure del mondo celeste può assumere forme diverse: pratica liturgica, devozione privata, ricorso alla protezione, memoria familiare, presenza nelle abitazioni e nei quartieri. Padre Pio rientra in questa rete di riferimenti simbolici, ma la sua interpretazione sociale dipende dal rapporto tra fede, responsabilità e partecipazione alla vita della comunità.
Il problema centrale non è stabilire se la devozione popolare sia autentica o meno, ma comprendere se essa riesca a tradursi in una fede liberante che si incarna nella storia e nelle vicende umane.
Il significato sociale della devozione a Padre Pio
La devozione a Padre Pio si sviluppa in un contesto nel quale il Mezzogiorno ha conosciuto profonde trasformazioni, senza che il divario Nord-Sud sia stato annullato. Il Sud è radicalmente diverso per struttura produttiva e configurazione sociale da quello di sessant’anni addietro, ma il persistere del divario resta un problema che non è possibile in alcun modo ignorare.
La politica di intervento straordinario si concluse senza annullare il divario Nord-Sud e la sua liquidazione sancì una crisi gravissima del meridionalismo e per alcuni anni una scomparsa della questione meridionale dall’agenda politica del Paese.
Crisi petrolifera, assenza di un’efficace programmazione a causa della scelta delle forze politiche e sindacali di non attuare una rigida politica dei redditi e di contenimento dei consumi, uniformità dei livelli salariali tra Nord e Sud che scoraggiava gli investimenti, insufficienza delle classi dirigenti regionali di fronte alla prova dell’autonomia, crescita della malavita organizzata, uso clientelare di parte cospicua delle risorse destinate al Mezzogiorno.
Tuttavia, al cospetto di quanto avvenuto dopo la sua liquidazione, quando l’andamento dell’economia meridionale è stato, per almeno otto anni, il peggiore in assoluto di tutta la storia del Mezzogiorno nel secondo dopoguerra, va anche detto che l’intervento straordinario resta a tutt’oggi l’unica strategia che si sia rivelata capace, al saldo di tutti i suoi risvolti negativi, di fare del Mezzogiorno una delle aree più progredite del Mediterraneo.
La devozione a Padre Pio può essere collocata dentro questa trasformazione incompleta. Essa accompagna una società che non è più quella rurale dell’inizio del Novecento, ma che conserva forme di insicurezza economica, disuguaglianza territoriale, dipendenza assistenziale e debolezza della partecipazione pubblica.
La figura del santo può dunque essere interpretata come un punto d’incontro tra la memoria di una società tradizionale e le domande di una società moderna. La sua popolarità mostra il bisogno di affidamento e di protezione, ma può anche richiamare il valore della responsabilità verso gli altri e dell’impegno concreto nelle condizioni storiche del Mezzogiorno.
Il “demone del mezzogiorno “ e la speranza (Dritto al Cuore 2 Marzo 2025)
Religiosità e coscienza civica
Una domanda in ogni modo si pone di fronte a questo panorama religioso: «Perché al senso religioso del Sud, non si accompagnano un’analoga coscienza civica, un’attenzione per la sfera pubblica, per la partecipazione alla vita civile?».
La domanda riguarda direttamente anche il modo in cui viene ricordato Padre Pio. Una devozione diffusa può convivere con una debole attenzione ai problemi collettivi, così come una partecipazione religiosa intensa può non tradursi automaticamente in impegno sociale.
Il rapporto tra fede e società dipende dalla capacità delle comunità di collegare la pratica religiosa alla lotta contro le disuguaglianze, alla solidarietà, alla cooperazione, alla partecipazione democratica e al contrasto della cultura padronale e mafiosa.
La Chiesa italiana e le Chiese meridionali hanno progressivamente messo al centro non soltanto la conservazione delle forme devote tradizionali, ma anche la responsabilità pastorale davanti alle distorsioni economiche, ai poteri locali e alla criminalità organizzata.
In questa prospettiva, il culto di Padre Pio non è estraneo alla questione meridionale: ne riflette alcuni tratti culturali, ma può anche essere interrogato sulla sua capacità di promuovere una fede consapevole, comunitaria e socialmente responsabile.
La questione meridionale come problema nazionale
Il persistere del divario, e soprattutto l’assenza nel Mezzogiorno di una condizione strutturale per cui la sua economia sia in grado di mantenere, senza il sostegno di aiuti esterni, uno sviluppo autopropulsivo superiore a quello del Centro-Nord è peraltro un problema che non è possibile in alcun modo ignorare.
Sembra al riguardo ancora attuale quanto scrisse nel 1959 R. Romeo a proposito del ruolo del Mezzogiorno nella storia dello sviluppo economico italiano. Romeo sostenne che il sacrificio del Mezzogiorno, ancorché obbligato, era stato altamente funzionale, se non addirittura essenziale, allo sviluppo dell’industria settentrionale e dell’intera economia nazionale fino alla Seconda guerra mondiale.
Tuttavia l’arretratezza accumulata dal Sud a causa dello sviluppo capitalistico nazionale protetto rischiava di trasformarsi ormai in un fattore di grave rallentamento della stessa economia settentrionale.
Ed è quest’ultimo concetto che ci ricorda che è nell’interesse dell’intera comunità nazionale, e non solo del Mezzogiorno, interrogarsi sulla natura odierna della questione meridionale e sui suoi possibili rimedi.
Lo stesso vale per la dimensione religiosa. La religiosità meridionale non è un fenomeno separato dalla storia nazionale, ma una componente della società italiana, delle sue disuguaglianze, delle sue trasformazioni e delle sue tensioni civili.
Padre Pio, venerato in tutto il Paese e particolarmente radicato nell’immaginario del Sud, consente quindi di leggere la questione meridionale anche come problema di rapporto tra fede e modernizzazione, tra devozione e coscienza pubblica, tra protezione simbolica e responsabilità concreta.
La sua memoria può restare una forma di devozione tradizionale oppure diventare una sollecitazione a interrogarsi sulle condizioni sociali nelle quali la fede viene vissuta. Il passaggio decisivo consiste nel collegare la familiarità con il santo alla capacità di riconoscere le ingiustizie, sostenere le comunità e partecipare alla trasformazione della vita civile.
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