Opere di misericordia, penitenza e confessione nella tradizione cattolica

Nella tradizione cattolica la conversione è un cammino permanente: comprende il pentimento interiore, la confessione dei peccati, la penitenza, la riconciliazione con Dio e con la Chiesa, la preghiera e le opere di misericordia. Il sacramento della Penitenza è il mezzo ordinario e divinamente efficace per ottenere il perdono dei peccati gravi dopo il Battesimo, mentre i peccati veniali possono essere rimessi anche attraverso la preghiera, la carità, l’Eucaristia e altri atti sinceri di conversione.

Le opere di misericordia non sostituiscono il sacramento della Penitenza quando esso è necessario, ma costituiscono vie quotidiane di riconciliazione, alimentano la carità e dispongono il cristiano a vivere più profondamente la confessione. Le cinque vie indicate da san Giovanni Crisostomo sono la condanna dei propri peccati, il perdono delle offese, la preghiera, l’elemosina e l’umiltà.

Il significato del sacramento della Penitenza e della Riconciliazione

Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera.

È chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l'appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.

È chiamato sacramento della Confessione poiché l'accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una « confessione », riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l'uomo peccatore.

È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l'assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente « il perdono e la pace ». È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l'amore di Dio che riconcilia: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20).

Colui che vive dell'amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all'invito del Signore: « Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello » (Mt 5,24).

Perché la confessione è necessaria dopo il Battesimo

« Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio! » (1 Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell'iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo.

L’apostolo san Giovanni però afferma anche: « Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi » (1 Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: « Perdonaci i nostri peccati » (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe.

La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi « santi e immacolati al suo cospetto » (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è « santa e immacolata » (Ef 5,27) davanti a lui.

Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.

Si tratta del combattimento della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci. Gesù chiama alla conversione: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1,15).

Ora, l'appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che « comprende nel suo seno i peccatori » e che, « santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento ».

Questo sforzo di conversione non è soltanto un'opera umana. È il dinamismo del « cuore contrito » attirato e mosso dalla grazia a rispondere all'amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.

Dio solo perdona i peccati, ma lo fa attraverso il ministero della Chiesa

Dio solo perdona i peccati. Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: « Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati » (Mc 2,10) ed esercita questo potere divino: « Ti sono rimessi i tuoi peccati! » (Mc 2,5).

Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini affinché lo esercitino nel suo nome. Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue.

Ha tuttavia affidato l'esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il « ministero della riconciliazione » (2 Cor 5,18).

L’Apostolo è inviato « nel nome di Cristo », ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: « Lasciatevi riconciliare con Dio » (2 Cor 5,20).

Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l'effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi.

Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.

Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l'autorità di riconciliare i peccatori con la Chiesa.

Le parole legare e sciogliere significano: colui che voi escluderete dalla vostra comunione sarà escluso dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella sua.

La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile dalla riconciliazione con Dio. Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto una ferita alla comunione ecclesiale.

A costoro il sacramento della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri della Chiesa presentano questo sacramento come « la seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia perduta ».

La penitenza interiore: il cuore della conversione

Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore.

Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all'espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.

La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse.

Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell'aiuto della sua grazia.

Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione del cuore] ».

Il cuore dell'uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all'uomo un cuore nuovo. La conversione è anzitutto un'opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21).

Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell'amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall'orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui.

Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati. « Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione ».

Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince il mondo quanto al peccato, cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è Consolatore che dona al cuore dell'uomo la grazia del pentimento e della conversione.

Gli atti del penitente

Il sacramento che esprime e attua la conversione del cristiano viene designato con tre nomi, che derivano dai suoi elementi costitutivi: penitenza, confessione, riconciliazione.

Occorre anzitutto la penitenza o cambiamento del cuore. Il peccatore, mosso dallo Spirito Santo, riscopre il volto santo e misericordioso del Padre, esamina se stesso, prende coscienza dei propri peccati; ne prova dolore; li detesta; propone di non commetterli più; si impegna a cambiare radicalmente la propria vita, a riordinarla secondo il Vangelo.

L’esame di coscienza

Fare l’esame di coscienza significa valutare la propria posizione davanti a Dio, alla luce della sua parola, e riconoscere i peccati commessi in pensieri, parole, opere e omissioni, gravi o leggeri, con piena responsabilità o per fragilità.

L’esame di coscienza non è una semplice rassegna psicologica degli errori, ma un discernimento della propria vita davanti a Dio. Esso aiuta a riconoscere il male compiuto, le omissioni, le occasioni di peccato e le conseguenze provocate nella relazione con Dio e con il prossimo.

Il dolore dei peccati

Il pentimento dei peccati si chiama anche “dolore perfetto” o “contrizione”, quando è ispirato dall’amore filiale verso Dio, degno di essere amato sopra ogni cosa; “dolore imperfetto” o “attrizione”, quando è ispirato dalla paura.

Nell’un caso come nell’altro include il fermo proposito di rompere con il peccato e di evitare le occasioni, quindi è sufficiente per disporsi a ricevere il perdono nel sacramento.

Anzi il dolore perfetto, che include anche il proposito di confessarsi al più presto possibile, ottiene subito il perdono, prima del rito sacramentale.

La confessione dei peccati

Il pentimento interiore si esprime esteriormente nella confessione e in un impegno concreto di penitenza. Mediante la confessione il penitente manifesta, con umiltà e sincerità, davanti al sacerdote tutti i peccati mortali di cui si ricorda e che non ha già confessato in altra occasione.

È bene dire anche i peccati veniali, specialmente i più pericolosi per la vita spirituale. La confessione fiduciosa dei propri peccati implica la confessione di lode del Dio misericordioso: l’amore vince il timore e lo sconforto.

La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: « È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo, perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi ».

La soddisfazione e la penitenza sacramentale

L’impegno di penitenza, chiamato anche soddisfazione, è un rimedio del peccato, un segno di riparazione e di cambiamento della vita.

Il penitente non solo è tenuto per giustizia a riparare eventuali danni, materiali o morali, recati al prossimo, ma deve anche recuperare la piena guarigione spirituale e restaurare il disordine causato dai suoi peccati, che almeno in parte rimane dopo l’assoluzione.

Da ciò deriva la conseguenza di un impegno di penitenza, che viene stabilito dal sacerdote e accettato dal penitente. Può consistere in una forma di preghiera, in un’opera di carità, in un gesto di rinuncia e di sacrificio.

L’assoluzione e la riconciliazione con Dio e con la Chiesa

Al peccatore che manifesta il suo pentimento mediante la confessione dei peccati e l’accettazione di un impegno di penitenza, Dio concede il suo perdono attraverso l’assoluzione data dal sacerdote.

Il Padre accoglie il figlio che torna a casa. Cristo prende sulle spalle la pecora perduta. Lo Spirito santifica ancora il tempio della sua presenza.

Il sacerdote, come il Signore Gesù, è fratello che comprende, medico che cura, maestro che insegna la strada, giudice che lega e scioglie.

L’assoluzione che egli dà, è riconciliazione con Dio e con la Chiesa, come insegna il concilio Vaticano II: «Coloro che si accostano al sacramento della penitenza ottengono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese a lui arrecate e la riconciliazione con la Chiesa che hanno ferito col loro peccato».

Il peccato è offesa all’amore di Dio e insieme danno arrecato, direttamente o indirettamente, alla Chiesa: è quindi ragionevole che la riconciliazione con Dio sia congiunta alla riconciliazione con la Chiesa; è ragionevole che si debba ricorrere al sacerdote che la rappresenta.

Di più, la presenza del sacerdote indica che la giustificazione è dono che si riceve, non traguardo che si conquista. Non ci si battezza da soli e non ci si assolve da soli: un peccatore non può darsi la vita nuova dei figli di Dio, come un morto non può risuscitare se stesso.

Quando il sacramento è necessario e quando è utile

Il sacramento della penitenza è il vertice di un più ampio ministero di riconciliazione, con cui la Chiesa accompagna il cammino di conversione dei suoi membri: annuncio della parola di Dio, correzione fraterna, perdono delle offese, gesti penitenziali, opere di carità.

Il sacramento è necessario per quanti sono caduti in peccato mortale dopo il battesimo: nella Chiesa per la riconciliazione «ci sono l’acqua e le lacrime, l’acqua del battesimo e le lacrime della penitenza».

Si può certo ottenere il perdono anche prima del sacramento, non però senza di esso, perché il dolore perfetto che giustifica, include il desiderio e il proposito di confessarsi al più presto.

Invece il sacramento non è necessario per la remissione dei peccati veniali: basta essere sinceramente pentiti, compiere opere di carità, partecipare all’eucaristia.

È comunque utile confessare anche i peccati veniali, per ricevere la forza di una più sicura crescita spirituale. In pratica conviene confessarsi con frequenza e regolarità, scandendo con il sacramento i passi di un cammino permanente di conversione.

Non bisogna dimenticare che anche l’Eucaristia da parte sua rimette i peccati veniali e preserva da quelli mortali. La conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell'Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio.

Per suo mezzo vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita di Cristo; essa « è come l'antidoto con cui essere liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati mortali ».

Perché confessare anche i peccati veniali

E tuttavia è sempre utile la confessione sacramentale dei peccati veniali, fatta anche ogni settimana, sebbene siano già rimessi attraverso queste vie quotidiane.

Pio XII raccomandava vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, perché essa aumenta la vera conoscenza di sé, favorisce l’umiltà cristiana, tende a sradicare le cattive abitudini, combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza, purifica la coscienza, fortifica la volontà, si presta alla direzione spirituale e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia.

Quest’ultimo effetto è di suo già molto importante. La aumenta ex opere operato, e cioè perché è Cristo che opera direttamente.

E se la beatitudine del Paradiso sarà proporzionata al grado di grazia con cui ci presenteremo davanti a Dio, avremo da benedire eternamente tutte le confessioni che abbiamo fatto ogni settimana.

Inoltre sono così numerose le grazie che si ricevono nella confessione frequente anche dei soli peccati veniali, che non si riesce a farne a meno. Se si tralascia anche una sola settimana si avverte che sta venendo meno qualche cosa.

La confessione settimanale anche dei soli peccati veniali tiene vivo il fervore e senza che uno se ne accorga conduce in alto.

La confessione frequente non deve essere intesa come una ripetizione meccanica di formule, ma come un aiuto concreto per vivere la conversione, riconoscere le proprie fragilità, ricevere consiglio, rafforzare il proposito di cambiare e lasciarsi sostenere dalla grazia.

Le cinque vie quotidiane della riconciliazione

Le cinque vie della riconciliazione indicate da san Giovanni Crisostomo sono molto valide per ottenere il perdono dei peccati. Potrei dire che chi le pratica quotidianamente vive in grazia di Dio e che in qualche modo si preserva dal peccato grave.

Sono vie quotidiane che comportano la remissione dei peccati veniali e dispongono ad accedere alla confessione per quelli mortali.

La prima è la condanna dei propri peccati. La seconda è il perdono delle offese. La terza consiste nella preghiera, la quarta nell’elemosina e la quinta nell’umiltà.

Via di riconciliazioneSignificato nella vita cristiana
Condanna dei propri peccatiRiconoscere il male commesso e pentirsene sinceramente
Perdono delle offeseRimettere le colpe ricevute e ristabilire la fraternità
PreghieraRitornare a Dio e chiedere la sua misericordia
ElemosinaTradurre la carità in aiuto concreto verso il prossimo
UmiltàAccogliere la verità su se stessi e dipendere dalla grazia

La condanna dei propri peccati

La condanna dei propri peccati non significa disprezzo della propria persona, ma riconoscimento sincero del male compiuto. Il peccatore, mosso dallo Spirito Santo, riscopre il volto santo e misericordioso del Padre, esamina se stesso, prende coscienza dei propri peccati; ne prova dolore; li detesta; propone di non commetterli più.

Il pentimento autentico include il fermo proposito di rompere con il peccato e di evitare le occasioni. La persona non si limita a dichiararsi colpevole, ma desidera che la propria vita venga realmente riordinata secondo il Vangelo.

Il perdono delle offese

Il perdono delle offese è una delle forme più profonde della misericordia cristiana. Il Signore stesso lega il perdono delle nostre colpe al perdono che accordiamo agli altri.

La carità del perdono deve essere stile di vita del confratello. Il saper perdonare è indice della libertà, della generosità, del cuore, della capacità di amore incondizionato; è espressione di un cuore misericordioso.

È trasformazione del perdono in fraternità vissuta, in cordialità manifestata, in profonda reciprocità di sentimenti. Perdonare non significa approvare l’ingiustizia, ma rinunciare alla vendetta e affidare a Dio il giudizio, cercando, quando è possibile, la riconciliazione e la riparazione.

La preghiera

La preghiera è la terza via di riconciliazione quotidiana. La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati.

La preghiera ricorda all’uomo che la conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio. « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo » (Lam 5,21).

La preghiera cristiana non è separata dalla carità. Cipriano di Cartagine afferma che la preghiera, per essere ascoltata, deve essere accompagnata da “opere di bene”.

L’elemosina e la carità

Le forme tradizionali della penitenza interiore sono il digiuno, la preghiera e l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.

Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, esse indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che « copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8).

La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia.

Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza. I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell'anno liturgico, il tempo della Quaresima e ogni venerdì in memoria della morte del Signore, sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.

L’umiltà

L’umiltà permette di riconoscere la verità su se stessi davanti a Dio. Essa libera dalla presunzione di essere già convertiti e dalla disperazione di chi considera il proprio peccato più grande della misericordia divina.

La presenza del sacerdote indica che la giustificazione è dono che si riceve, non traguardo che si conquista. Non ci si battezza da soli e non ci si assolve da soli: un peccatore non può darsi la vita nuova dei figli di Dio, come un morto non può risuscitare se stesso.

La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori. Dio ci dona la forza di ricominciare.

Le opere di misericordia nella tradizione cattolica

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Prima di essere un comando, queste parole di Gesù sono la rivelazione di una possibilità: esse attestano la possibilità per l'uomo di partecipare alla misericordia di Dio, ovvero di dare vita, di mostrare tenerezza e amore, di fare grazia, di con-soffrire con chi soffre, di sentire l'unicità dell'altro e di essergli vicino, di perdonare, di sopportare l'altro e di pazientare con le sue lentezze e le sue inadeguatezze.

Se «misericordioso e compassionevole» è il nome di Dio, Gesù di Nazaret ha dato un volto d'uomo a tale misericordia e compassione e l'ha narrata nella sua vita e, dietro a lui, per la fede in lui e l'amore per lui, anche il discepolo del Signore può vivere la misericordia.

Nella Bibbia la misericordia non è semplicemente un'emozione, un fremito delle viscere di fronte al soffrire altrui: essa nasce come acuta risonanza in me del soffrire altrui, ma diventa poi etica, prassi, virtù.

Così avviene per il samaritano della parabola, che fa tutto ciò che è in suo potere per alleviare concretamente le sofferenze dell'uomo lasciato moribondo ai lati della strada. La misericordia, secondo il linguaggio biblico, la si fa: «Va' e anche tu fa' lo stesso» (Lc 10,37), dice Gesù al dottore della Legge a cui ha narrato la parabola del samaritano.

I discepoli dunque conoscono ormai la volontà di Dio: la misericordia («Misericordia io voglio e non sacrifici»: Mt 12,7); e sanno anche come volerla essi stessi e come praticarla: seguendo le tracce del cammino percorso da Gesù e mettendosi alla scuola di lui che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

Fondamento della transitività da Dio all'uomo della capacità di «fare misericordia» è il comando dato da Gesù di amare e la prassi di amore che egli stesso ha vissuto: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34); «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9).

Il fondamento biblico delle opere di misericordia

Questo amore non può che essere concreto e visibile, effettivo e non semplicemente affettivo, operativo e pratico e non solo intimo e inespresso.

La Prima lettera di Giovanni lo ricorda a più riprese: «Non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18); «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?» (1 Gv 3,17); «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

Già l'Antico Testamento ha enucleato alcune di queste realizzazioni visibili della carità che sono atti di liberazione del povero e del bisognoso: «Dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo» (Is 58,7).

Visitare i malati, consolare gli afflitti, seppellire i morti, fare l'elemosina ai poveri, nutrire chi è privo di cibo e vestire chi è nudo, sono tratti di questa declinazione pratica dell'amore per il prossimo che sono delineati già nell'Antico Testamento.

Il Nuovo Testamento trova nella pagina del giudizio universale di Matteo 25,31-46 una esemplificazione e un elenco di sei gesti di carità che, fatti a un povero, a un piccolo, sono in verità fatti a Gesù stesso: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Su queste basi bibliche e soprattutto sul fondamento evangelico e sull'esempio di Gesù, si sviluppa presto nella coscienza cristiana il senso dell'importanza della traduzione pratica dell'amore di Dio.

Opere di misericordia corporale Caravaggio

Le sette opere di misericordia corporale

Nella tradizione cattolica le sette opere di misericordia corporale sono:

  • Dar da mangiare agli affamati.
  • Dar da bere agli assetati.
  • Vestire gli ignudi.
  • Alloggiare i pellegrini.
  • Visitare gli infermi.
  • Visitare i carcerati.
  • Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia corporale sono rappresentate in un famoso quadro del Caravaggio. Queste opere si riferiscono alle preoccupazioni primarie della vita: mangiare, bere, vestire, ospitare, curare, visitare, seppellire.

Si deve riflettere però sul fatto che quanto più evoluta si fa la vita, tanto più le situazioni materiali in cui bisogna praticare la carità assumono aspetti ed esigenze nuove.

Essere attenti perché ai fratelli non manchi il lavoro è indubbiamente come dar loro da mangiare, da bere, da vestire; è come aiutarli ad essere inseriti in modo degno nel contesto della società in cui si muovono.

Dar da mangiare agli affamati

Dar da mangiare agli affamati significa rispondere a una necessità primaria della persona e riconoscere che nessuno può essere lasciato privo del necessario.

Se qualcuno non ha cibo, condividiamolo con lui. La carità cristiana non consiste soltanto nel distribuire ciò che avanza, ma nel considerare il bisogno dell’altro come una responsabilità concreta.

Dar da bere agli assetati

Dar da bere agli assetati richiama il dovere di soccorrere chi è privo delle condizioni essenziali per vivere. L’acqua, come il cibo, diventa nella tradizione biblica un segno immediato dell’accoglienza e della cura.

Vestire gli ignudi

Vestire gli ignudi significa proteggere la dignità della persona e provvedere a ciò che le è necessario. L’Antico Testamento ricorda l’impegno di «vestire uno che vedi nudo» (Is 58,7).

Alloggiare i pellegrini

La mentalità attuale, consumistica ed egoista, è in netto contrasto con la carità cristiana e solo le opere di misericordia possono aiutare a trovare una coscienza ed una coerenza evangelica.

Nella realtà odierna ospitare i pellegrini non è offrire un semplice aiuto, ma aprirsi alla persona e non soltanto ai suoi bisogni.

Accogliere il pellegrino, lo straniero, è fare loro spazio nella propria città, nelle proprie leggi, nella propria casa, nelle proprie amicizie, mentre spesso oggi l’aridità d’animo non è sensibile alle necessità del fratello che si trova in stato di bisogno.

Visitare gli infermi

Questa opera di misericordia deve essere ripensata, rivissuta ed anche rivalutata come cultura, come costume, come segno di civiltà e di rispetto della vita.

Bisogna porre fine alla consuetudine di scaricare all’ospedale l’ammalato abbandonandolo con i suoi problemi, con i suoi dubbi e le sue incertezze; l’ammalato, ovunque si trovi, bisogna visitarlo, bisogna stargli vicino, bisogna dargli conforto e riconoscergli una priorità di affetti.

Visitare i carcerati

Anche per questa opera si pone il problema della sua rivalutazione per il suo significato ed il suo grande valore sociale.

Visitare i carcerati oggi non vuole significare soltanto andare dentro quanto anche aiutare, comprendere, accogliere, sostenere con partecipazione e condivisione i congiunti che sono fuori, in un carcere invisibile costituito dall’emarginazione e dall’indifferenza in cui sono costretti a vivere.

L’impegno quindi è importante ed anche oneroso: sarà tanto più significativo per quanto, attuato con spirito di comprensione e di partecipazione, potrà rappresentare prevenzione verso il crimine ed educazione alla libertà, bene comune ed irrinunciabile.

Seppellire i morti

Da sempre le confraternite di Misericordia svolgono questo compito per il suo vero significato: il rispetto dell’uomo anche nel suo ultimo viaggio.

L’hanno praticata fin da quando i fratelli della Misericordie, con atto di umana pietà, si chinavano per strada o nei lazzaretti per raccogliere gli infelici deceduti.

È un’opera che autentica e testimonia lo spirito del nostro essere cristiani.

Le sette opere di misericordia spirituale

Le opere di misericordia spirituale sono:

  • Consigliare i dubbiosi.
  • Insegnare agli ignoranti.
  • Ammonire i peccatori.
  • Consolare gli afflitti.
  • Perdonare le offese.
  • Sopportare pazientemente le persone moleste.
  • Pregare Dio per i vivi e per i morti.

La misericordia trova un'infinità di espressioni e di manifestazioni assolutamente non racchiudibile in un elenco, ma la proliferazione di liste attestata nella produzione letteraria cristiana antica non solo non smentisce questa affermazione, ma la conferma.

Queste opere, infatti, si situano sempre tra un elemento perenne, l'esigenza e il fondamento divini, e uno cangiante, i differenti bisogni della creatura umana.

Lungi dunque dal voler esaurire le possibilità della misericordia, le liste sono indicative e, mentre affermano delle istanze basilari dell'essere umano e della sua dignità, vanno accolte come sollecitazione della creatività e dell'intelligenza dei credenti nella storia perché la carità non sia solamente un gesto «buono», ma anche «profetico».

Consigliare i dubbiosi

È difficile trovare qualcuno che s’impegni a rasserenare chi è nel dubbio, ad offrirgli la comprensione fraterna ed il suo aiuto.

La cultura del dubbio va sempre più diffondendosi: tutto è opinabile, tutto è precario, niente è certo.

Ecco allora che questa mentalità, così distruttiva e logorante del cuore e dello spirito umano, trova soccorso nell’opera del fratello della Misericordia che, superando anche lo stato d’isolamento in cui si vive, interviene a sostegno di chi non sa cosa pensare, cosa dire o cosa fare.

Insegnare agli ignoranti

Il servizio della verità, con il suo coraggio, la sua generosità, deve essere offerto agli sprovveduti davanti alle necessità della vita, oppure inermi ed indifesi nel travaglio dei rapporti sociali.

Si deve avere più misericordia verso chi fatica, verso chi non sa farsi le proprie ragioni o non sa vedere gli obiettivi della vita, senza però disprezzare chi in qualche modo invece vorrebbe imparare a valutare le ragioni dell’esistenza, le prove della vita, la promozione umana.

Ammonire i peccatori

Questa dovrebbe essere un’opera di ammonimento, di richiamo di correzione. Purtroppo è poco praticata anche se la sua necessità è più che mai presente.

Non la si deve considerare come un giudicare gli altri, ma da fratelli porgere la mano, aiutare, prevenire l’incauto, soccorrere il distratto, impedire al fratello di mettersi su di una strada sbagliata.

La correzione fraterna deve essere guidata dalla carità e dall’umiltà, non dal desiderio di umiliare o di affermare la propria superiorità.

Consolare gli afflitti

Invece di ritenere le quotidiane tribolazioni della vita una provocazione per aiutare chi si trova nella difficoltà, spesso ci si chiude nel nostro guscio, nel più completo egoismo, fingendo di non sapere, di non vedere, pensando così di essere dispensati dal condividere, dal partecipare, dal solidarizzare con colui che ci sta accanto.

Il fratello della Misericordia, sensibile a queste difficoltà ed ai travagli della vita, apre invece il suo cuore all’afflizione e al dolore dando certezze, fiducia, speranza, non limitandosi però a consolare l’afflizione, ma impegnandosi a concorrere all’eliminazione delle cause che la provocano.

Perdonare le offese

La carità del perdono deve essere stile di vita del confratello. Il saper perdonare è indice della libertà, della generosità, del cuore, della capacità di amore incondizionato; è espressione di un cuore misericordioso.

È trasformazione del perdono in fraternità vissuta, in cordialità manifestata, in profonda reciprocità di sentimenti.

Agostino di Ippona esprime la duplice dimensione materiale e spirituale delle opere di misericordia con il binomio «dare e condonare: dare dei beni che possiedi, e condonare i mali che subisci».

Egli aggiunge: «Su queste due specie di opere di misericordia ascoltate come seppe ben compendiarle in una breve massima il Signore, maestro buono. [Egli] disse: Perdonate e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato (Lc 6,37-38)».

Sopportare pazientemente le persone moleste

È un’opera di Misericordia così concreta che si può considerare corporale e non solo spirituale poiché molte volte è un’ingombrante pesantezza di presenza, di pretese, di egoismi, di stranezze mentali.

La pazienza cristiana non è indifferenza verso il male, ma capacità di sostenere il prossimo senza rispondere al fastidio con disprezzo, aggressività o vendetta.

Pregare Dio per i vivi e per i morti

È degna opera di misericordia legata a tutta quella teologia e morale cristiana che avvolge il mistero della vita che non ha soltanto un suo inizio, ma anche la sua conclusione nella morte.

Spesso di fronte ai problemi delle cose ultime si trovano soluzioni di comodo per distogliere l’attenzione del cuore e dello spirito di fronte a questa realtà, come ad esempio delegare le istituzioni.

Un uomo che muore non necessita di una istituzione, ha bisogno di un fratello che gli faccia sentire che non è solo, un fratello che tenendolo per mano gli faccia comprendere che il morire non rompe la solidarietà, non compromette la vita, ma ha invece il significato di trasfigurazione delle cose che passano in quelle che non passeranno più.

La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti.

La tradizione delle opere di misericordia

Il giudaismo, che fin dal I secolo a.C. aveva familiarità con l'idea di «opere di misericordia» e che a volte le chiamava «bei comandamenti», affermerà che «il mondo poggia su tre fondamenti: sulla Torà, sul culto e sulle opere di misericordia».

La tradizione giudaica afferma ancora che le opere di misericordia abbracciano un ambito molto più vasto della sola elemosina e sono molto più grandi di essa: l'elemosina viene fatta solo con il denaro, le opere di misericordia con il denaro e con tutta la persona; l'elemosina viene fatta solo al povero, le opere di carità vengono fatte sia ai poveri che ai ricchi; l'elemosina viene fatta solo ai viventi, le opere di carità riguardano sia i vivi che i morti.

Questo testo giudaico è particolarmente importante perché sottolinea la vera portata delle opere di misericordia: «Non si può praticarle se non ci si innalza dal piano dell'avere a quello dell'essere. Per praticarle bisogna impegnarsi personalmente. La qualità dei rapporti umani è fondamentale se si vuole “fare” un'opera di misericordia».

In uno scritto del II secolo d.C., Il pastore di Erma, troviamo un elenco di azioni buone da compiere, o meglio, di attitudini buone in cui abitare e in cui camminare.

Infatti, non si tratta solamente di «cose da fare», ma anche di disposizioni d'animo, ovvero del modo di vivere le relazioni con il prossimo che il cristiano è chiamato a mettere in pratica.

Assistere le vedove, visitare gli orfani e i bisognosi, liberare dalle necessità i servi di Dio, praticare l'ospitalità, non ostacolare nessuno, essere tranquillo, divenire il più umile di tutti gli uomini, rispettare gli anziani, praticare la giustizia, osservare la fratellanza, tollerare la tracotanza, essere longanime, non avere rancore, consolare chi è afflitto, non respingere coloro che sono scandalizzati ma convertirli e renderli gioiosi, ammonire i peccatori, non opprimere i debitori e i bisognosi.

Più tardi Lattanzio presenta una lista che si avvicina a quella che diventerà tradizionale: se qualcuno non ha cibo, condividiamolo con lui; se qualcuno viene a noi nella nudità, vestiamolo; se qualcuno è vittima di ingiustizia da parte di un potente, liberiamolo.

La nostra casa sia aperta ai pellegrini e ai senza tetto. Non smettiamo mai di difendere gli interessi degli orfani e di assicurare la nostra protezione alle vedove.

Grande opera di misericordia è riscattare i prigionieri al nemico, visitare e consolare i malati e i poveri. Se dei miseri o degli stranieri muoiono non lasciamo che restino insepolti.

Queste sono le opere, i doveri della misericordia: se qualcuno ne assume l'iniziativa, offrirà a Dio un sacrificio autentico e gradito.

Tra gli «strumenti delle buone opere» la Regola di Benedetto elenca: «Ristorare i poveri, vestire chi è nudo, visitare chi è malato, seppellire chi è morto, soccorrere chi si trova nella tribolazione, consolare chi è afflitto».

Ovviamente questi elenchi non vanno intesi in senso restrittivo, quasi che solo le situazioni e le categorie di bisognosi indicate debbano essere destinatarie dell'aiuto.

Che essi non vadano compresi in senso legalistico e non costituiscano una casistica, lo esprime bene Ambrogio di Milano mostrando che è l'altro nel suo bisogno che suscita la creatività e l'intelligenza della carità.

La dimensione spirituale delle opere corporali

L'idea di «opere di misericordia spirituali», accanto a quelle rivolte al «corpo» dell'uomo, sembra nascere dall'interpretazione allegorica del testo di Matteo 25 da parte di Origene.

Le opere lì indicate hanno una valenza «materiale», ma anche una «spirituale». Scrive Origene: «In verità, che intendiamo i benefici in senso semplice e materiale o in senso spirituale, una cosa è certa: che chi compie un'opera buona in un senso o nell'altro, e nutre anime con alimenti spirituali, o farà qualsiasi altra specie di opera buona per amore di Dio, è al Cristo affamato e assetato che dà da mangiare e bere».

Origene inizia così una rilettura spirituale-allegorica dei gesti di concreta carità elencati nel capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo.

Ad esempio, l'atto di vestire chi è nudo diviene il rivestire di virtù il prossimo grazie all'insegnamento della parola di Dio e della dottrina cristiana.

Teofilatto scrive: «Adempi queste sei forme di carità sia materialmente che spiritualmente, infatti duplice è la nostra natura: noi siamo anima e corpo».

Nella Chiesa non vi sono solo dei poveri materialmente, degli assetati o dei malati nel corpo, ma vi sono anche dei poveri spiritualmente, senza il cibo della giustizia, senza la bevanda della conoscenza di Dio, senza l'abito di Cristo.

Vi sono dei malati nell'animo, dei ciechi nella mente, dei sordi a motivo della disobbedienza, altri che sono affetti da tutti gli altri vizi spirituali.

Chi dunque non può fare elemosine corporali, ne faccia di spirituali.

Misericordia, perdono e riparazione

Le opere di misericordia sono quelle richieste da Gesù nel Vangelo di Matteo 25 per trovare misericordia, ossia perdono per i nostri peccati, ed entrare quindi nel suo Regno.

La misericordia non si limita a un sentimento interiore e non coincide con una generica benevolenza. Essa diventa gesto, responsabilità, prossimità, ascolto, perdono, difesa della dignità e riparazione del male.

Il sacramento della Penitenza e le opere di misericordia appartengono quindi a due dimensioni inseparabili della vita cristiana: il sacramento riconcilia con Dio e con la Chiesa, mentre la misericordia rende visibile nella vita quotidiana il frutto della conversione.

La confessione sacramentale non elimina la necessità di riparare i danni provocati. Il penitente non solo è tenuto per giustizia a riparare eventuali danni, materiali o morali, recati al prossimo, ma deve anche recuperare la piena guarigione spirituale e restaurare il disordine causato dai suoi peccati.

La penitenza può consistere in una forma di preghiera, in un’opera di carità, in un gesto di rinuncia e di sacrificio. Le opere di misericordia possono dunque diventare espressione concreta della soddisfazione e del cambiamento della vita.

Indulgenza e purificazione dalle conseguenze del peccato

I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l'equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature.

Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere.

In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui.

Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l'immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.

Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità.

Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell'indulgenza. Si ha l'indulgenza «plenaria» quando la liberazione è totale; altrimenti si ha l'indulgenza «parziale».

Per ricevere l'indulgenza plenaria si richiedono: una disposizione di distacco affettivo da qualsiasi peccato, anche veniale; l'attuazione di un'opera indulgenziata; il soddisfacimento, anche in giorni diversi, di tre condizioni, che sono la confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo l'intenzione del papa.

Le indulgenze, plenarie e parziali, possono essere applicate ai defunti a modo di suffragio.

La pratica quotidiana della conversione

La conversione quotidiana comprende l’esame di coscienza, la preghiera, la partecipazione all’Eucaristia, il digiuno, l’elemosina, la riconciliazione con il prossimo, la correzione fraterna, la direzione spirituale e l’accettazione delle prove.

La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della liturgia delle Ore e del « Padre nostro », ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati.

La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia.

Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola detta «del figlio prodigo» il cui centro è «il padre misericordioso».

Il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre, il cammino del ritorno, l’accoglienza generosa da parte del padre e la gioia del padre sono alcuni tratti propri del processo di conversione.

L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa.

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La pratica della confessione consente al credente, sinceramente pentito, di ottenere da Dio la remissione dei peccati, dopo una profonda riflessione.

Il sacramento della Penitenza consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore.

Attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente «il perdono e la pace». Il sacramento dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia.

La confessione frequente, anche dei soli peccati veniali, aumenta la vera conoscenza di sé, favorisce l’umiltà cristiana, tende a sradicare le cattive abitudini, combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza, purifica la coscienza, fortifica la volontà, si presta alla direzione spirituale e aumenta la grazia.

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