Le omelie e le catechesi di Papa Francesco sul discernimento

Discernere è un atto importante che riguarda tutti, perché le scelte sono parte essenziale della vita. Si sceglie un cibo, un vestito, un percorso di studi, un lavoro, una relazione.

In tutto questo si concretizza un progetto di vita, e anche la nostra relazione con Dio. Per Francesco il discernimento si presenta come «un esercizio di intelligenza, di perizia e anche di volontà, per cogliere il momento favorevole: queste sono condizioni per operare una buona scelta».

Che cosa significa discernere secondo Papa Francesco

Il Papa gesuita inaugura, con l'Udienza generale di questo mercoledì, una nuova serie di meditazioni - dopo quella dedicata agli anziani - su un tema caro in particolare a chi si è formato alla scuola di Sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù: il discernimento.

Il tema del discernimento può essere considerato un tema classico nel panorama della spiritualità cristiana. A partire dalla Scrittura il discernimento esprime la capacità di interpretare la realtà secondo la visione di Dio e di agire compiendo la sua volontà, evitando di essere guidati da calcoli e interessi di altro genere.

La parola greca δοκιμάζειν tradotta in italiano con il termine discernimento sta ad indicare la capacità di filtrare, di setacciare, di valutare. Significato ancora più marcato se prendiamo l’etimo latino dis-cèrnere (dis = due volte + cèrnere = separare), quindi letteralmente separare due volte, separare con attenzione; in senso più ampio, giudicare, stimare, soppesare.

Il discernimento è la riflessione della mente e del cuore che dobbiamo fare prima di prendere una decisione. Discernere cosa succede dentro di noi non è facile, perché le apparenze ingannano.

Una capacità necessaria nelle scelte quotidiane

Le azioni del quotidiano in fondo sono frutto di una scelta, più o meno fondante: si sceglie un cibo, un vestito, un percorso di studi, un lavoro, una relazione. Proprio ad alcune immagini tratte dalla vita ordinaria e raccontate nei Vangeli il pontefice fa riferimento: i pescatori che selezionano i pesci buoni e scartano quelli cattivi; il mercante che sa individuare, tra tante perle, quella di maggior valore; l'agricoltore che nei campi si imbatte in qualcosa che si rivela essere un tesoro.

Nel Vangelo, Gesù parla del discernimento «con immagini tratte dalla vita ordinaria» e esso «coinvolge gli affetti». Le immagini del contadino, del pescatore e del mercante sono esempi di ciò che accade nel Regno dei cieli, un Regno che si manifesta nelle azioni ordinarie della vita, che richiedono di prendere posizione.

Favorire l’incontro tra il tempo e l’eterno è ciò che in sintesi, dice Francesco, è il discernimento. Per questo è così importante saper discernere: le grandi scelte possono nascere da circostanze a prima vista secondarie, ma che si rivelano decisive.

Qui il Papa ricorda il primo incontro di Andrea e Giovanni con Gesù, nato da una semplice domanda: “Rabbì, dove abiti?” - “Venite e vedrete”. Uno scambio brevissimo che è tuttavia «l’inizio di un cambiamento che segnerà tutta la vita».

Conoscenza, esperienza, affetti e volontà

Conoscenza, esperienza, affetti, volontà sono alcuni elementi indispensabili del discernimento, sottolinea ancora Papa Francesco che li approfondirà nel corso delle catechesi del Mercoledì.

Il discernimento si presenta come un esercizio di 'intelligenza', di 'perizia' e anche di 'volontà', per cogliere il momento favorevole: queste sono condizioni per operare una buona scelta. Il Vangelo - aggiunge il Papa - suggerisce un altro aspetto importante del discernimento: esso coinvolge gli affetti.

Non siamo solo ragione, non siamo macchine, non basta ricevere delle istruzioni per eseguirle: gli ostacoli, come gli aiuti, a decidersi per il Signore sono soprattutto affettivi, del cuore. Vorremmo sapere con precisione cosa andrebbe fatto, eppure, anche quando capita, non per questo agiamo sempre di conseguenza.

Quante volte abbiamo fatto anche noi l’esperienza descritta dall’apostolo Paolo, che dice così: «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Il discernimento non pretende una certezza assoluta - non è chimicamente un puro metodo, no, pretende una certezza assoluta, perché riguarda la vita, e la vita non è sempre logica, presenta molti aspetti che non si lasciano racchiudere in una sola categoria di pensiero.

La libertà e la responsabilità della scelta

Il discernimento - come dicevo - comporta una fatica. Secondo la Bibbia, noi non ci troviamo davanti, già impacchettata, la vita che dobbiamo vivere.

Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà. Per questo, discernere è impegnativo.

Qui il Papa ripete che Dio ci vuole figli, non schiavi, ci vuole liberi. E spiega che ciascuno non è immune da scelte che si rivelano sbagliate: è comune «l'esperienza di scegliere qualcosa che sembrava bene e invece non lo era. Oppure sapere quale fosse il nostro vero bene e non sceglierlo. L’uomo, a differenza degli animali, può sbagliarsi, può non voler scegliere in maniera corretta».

Alla luce degli esempi citati, il Papa precisa che non è possibile delegare una scelta ad altri, poiché ciascuna scelta è propria e parla di «situazioni inattese, non programmate, dove è fondamentale riconoscere l’importanza e l’urgenza di una decisione da prendere».

Dio dà all’uomo una precisa istruzione: se vuoi vivere, se vuoi gustare la vita, ricordati che sei creatura, che non sei tu il criterio del bene e del male e che le scelte che farai avranno una conseguenza, per te, per altri e per il mondo (cfr Gen 2,16-17); puoi rendere la terra un giardino magnifico o puoi farne un deserto di morte.

Il discernimento come dono da chiedere

Basterebbe ricordare la preghiera di Salomone (1Re 3, 4‐15), considerato l’uomo più sapiente della storia umana. Davanti a Dio che gli offre la possibilità di richiedere ogni bene, Salomone chiede il dono del discernimento: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (v. 9).

Il cuore è la vera sede dell’intelligenza e della volontà e la docilità esprime attenzione, comprensione, obbedienza. Il discernimento decide della rettitudine personale e del bene che si è chiamati a realizzare per sé e per gli altri.

In questo quadro biblico la persona di Gesù e il suo Sacro Cuore si manifestano come il culmine e la sorgente fondamentale del discernimento e San Paolo inviterà continuamente ad aprire gli “occhi della mente” e “gli occhi del cuore” per attingere alla fonte della sapienza divina e non rimanere prigionieri delle logiche mondane.

È illuminante l’appello che rivolge nella lettera ai Romani e ancor oggi a tutti noi: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2).

Il rapporto tra discernimento e gioia

Un buon discernimento produce gioia. Si insiste sul fatto che chi ha trovato il tesoro non avverte la difficoltà di vendere tutto, tanto grande è la sua gioia, come racconta l'evangelista Marco (cfr Mt 13,44) usando un termine che esprime «una gioia del tutto speciale, che nessuna realtà umana può dare».

Quando incontro il Signore nella preghiera, divento gioioso. Ognuno di noi diventa gioioso, una cosa bella. La tristezza, o la paura, sono invece segni di lontananza da Dio: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti», dice Gesù al giovane ricco (Mt 19,17).

Purtroppo per quel giovane, alcuni ostacoli non gli hanno consentito di attuare il desiderio che aveva nel cuore, di seguire più da vicino il “maestro buono”. Era un giovane interessato, intraprendente, aveva preso l’iniziativa di incontrare Gesù, ma era anche molto diviso negli affetti, per lui le ricchezze erano troppo importanti.

Gesù non lo costringe a decidersi, ma il testo nota che il giovane si allontana da Gesù «triste» (v. 22). Chi si allontana dal Signore non è mai contento, pur avendo a propria disposizione una grande abbondanza di beni e possibilità.

Il discernimento richiede preghiera

Riprendiamo le catechesi sul tema del discernimento, - perché è molto importante il tema del discernimento per sapere cosa succede dentro di noi; dei sentimenti e delle idee, dobbiamo discernere da dove vengono, dove mi portano, a quale decisione - e oggi ci soffermiamo sul primo dei suoi elementi costitutivi, cioè la preghiera.

Per discernere occorre stare in un ambiente, in uno stato di preghiera. La preghiera è un aiuto indispensabile per il discernimento spirituale, soprattutto quando coinvolge gli affetti, consentendo di rivolgerci a Dio con semplicità e familiarità, come si parla a un amico.

È saper andare oltre i pensieri, entrare in intimità con il Signore, con una spontaneità affettuosa. Il segreto della vita dei santi è la familiarità e confidenza con Dio, che cresce in loro e rende sempre più facile riconoscere quello che a Lui è gradito.

La preghiera vera è familiarità e confidenza con Dio. Non è recitare preghiere come un pappagallo, bla bla bla, no. La vera preghiera è questa spontaneità e affetto con il Signore.

Questa familiarità vince la paura o il dubbio che la sua volontà non sia per il nostro bene, una tentazione che a volte attraversa i nostri pensieri e rende il cuore inquieto e incerto o amaro, pure.

La falsa immagine di un Dio che non vuole la felicità

È significativo che il primo miracolo compiuto da Gesù nel Vangelo di Marco sia un esorcismo (cfr 1,21-28). Nella sinagoga di Cafarnao libera un uomo dal demonio, liberandolo dalla falsa immagine di Dio che Satana suggerisce fin dalle origini: quella di un Dio che non vuole la nostra felicità.

L’indemoniato, di quel brano di Vangelo, sa che Gesù è Dio, ma questo non lo porta a credere in Lui. Dice infatti: «Sei venuto a rovinarci» (v. 24).

Molti, anche cristiani, pensano la medesima cosa: che cioè Gesù possa anche essere il Figlio di Dio, ma dubitano che voglia la nostra felicità; anzi, alcuni temono che prendere sul serio la sua proposta, quello che Gesù ci propone, significhi rovinarsi la vita, mortificare i nostri desideri, le nostre aspirazioni più forti.

Questi pensieri fanno talvolta capolino dentro di noi: che Dio ci chieda troppo, abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, che non ci voglia davvero bene. Invece, nel nostro primo incontro abbiamo visto che il segno dell’incontro con il Signore è la gioia.

La libertà lasciata da Gesù

Gesù mai costringe a seguirlo, mai. Gesù ti fa sapere la sua volontà, con tanto cuore ti fa sapere le cose ma ti lascia libero.

E questa è la cosa più bella della preghiera con Gesù: la libertà che Lui ci lascia. Invece quando noi ci allontaniamo dal Signore rimaniamo con qualcosa di triste, qualcosa di brutto nel cuore.

Dio è Padre e non ci lascia soli, è sempre disposto a consigliarci, ad incoraggiarci, ad accoglierci. Ma non impone mai il suo volere. Perché? Perché vuole essere amato e non temuto. E l’amore si può vivere solo nella libertà.

Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Richiede che io mi conosca, che sappia cosa è bene per me qui e ora. Richiede soprattutto un 'rapporto filiale con Dio'.

La familiarità con Dio e la conoscenza del cuore

La familiarità con Dio può sciogliere in modo soave dubbi e timori, rendendo la nostra vita sempre più ricettiva alla sua «luce gentile», secondo la bella espressione di San John Henry Newman.

I santi brillano di luce riflessa e mostrano nei semplici gesti della loro giornata la presenza amorevole di Dio, che rende possibile l’impossibile. Si dice che due sposi che hanno vissuto insieme tanto tempo volendosi bene finiscono per assomigliarsi.

Qualcosa di simile si può dire della preghiera affettiva: in modo graduale ma efficace ci rende sempre più capaci di riconoscere ciò che conta per connaturalità, come qualcosa che sgorga dal profondo del nostro essere.

Stare in preghiera non significa dire parole, parole, no; stare in preghiera significa aprire il cuore a Gesù, avvicinarsi a Gesù, lasciare che Gesù entri nel mio cuore e ci faccia sentire la sua presenza.

E lì possiamo discernere quando è Gesù e quando siamo noi con i nostri pensieri, tante volte lontani da quello che vuole Gesù. Chiediamo questa grazia: di vivere una relazione di amicizia con il Signore, come un amico parla all’amico (cfr S. Ignazio di L., Esercizi spirituali, 53).

La preghiera come amicizia con il Signore

Io ho conosciuto un vecchio fratello religioso che era il portiere di un collegio e lui ogni volta che poteva si avvicinava alla cappella, guardava l’altare, diceva: “Ciao”, perché aveva vicinanza con Gesù.

Lui non aveva bisogno di dire bla bla bla, no: “ciao, ti sono vicino e tu mi sei vicino”. Questo è il rapporto che dobbiamo avere nella preghiera: vicinanza, vicinanza affettiva, come fratelli, vicinanza con Gesù.

Un sorriso, un semplice gesto e non recitare parole che non arrivano al cuore. Come dicevo, parlare con Gesù come un amico parla all’altro amico.

È una grazia che dobbiamo chiedere gli uni per gli altri: vedere Gesù come il nostro amico, il nostro amico più grande, il nostro amico fedele, che non ricatta, soprattutto che non ci abbandona mai, anche quando noi ci allontaniamo da Lui.

Lui rimane alla porta del cuore. “No, io con te non voglio sapere nulla”, diciamo noi. E Lui rimane zitto, rimane lì a portata di mano, a portata di cuore perché Lui sempre è fedele.

Andiamo avanti con questa preghiera, diciamo la preghiera del “ciao”, la preghiera di salutare il Signore con il cuore, la preghiera dell’affetto, la preghiera della vicinanza, con poche parole ma con gesti e con opere buone.

La tradizione cristiana del discernimento

Il discernimento nella storia della spiritualità cristiana vanta una grande tradizione soprattutto nell’ambito spirituale. Ci sono grandi scuole da quella dei padri del deserto a quella benedettina, con tutte le sue varianti maturate nel corso dei secoli, fino a quella ignaziana espressa attraverso il percorso degli Esercizi Spirituali.

Un formidabile metodo di introspezione e discernimento spirituale che ha registrato un grande successo fino ai nostri giorni. Anche Papa Francesco, figlio di questa scuola, di recente ha fatto dono alla Chiesa di un suggestivo itinerario sul tema del discernimento con 14 catechesi iniziate il 31 agosto 2022 e terminate il 4 gennaio 2023.

Sin dalla prima catechesi il Pontefice ricorda che «Discernere è un atto importante che riguarda tutti, perché le scelte sono parte essenziale della vita». E indica quali sono gli ingredienti per un buon discernimento: «conoscenza, esperienza, affetti, volontà: ecco alcuni elementi indispensabili del discernimento».

Per poter operare un buon discernimento sulla nostra vita e sulle realtà terrene occorre essere anche ben consapevoli che «nel giudizio finale Dio opererà un discernimento - il grande discernimento - nei nostri confronti».

Discernimento personale e discernimento comunitario

Se questo aspetto del discernimento spirituale merita da parte di tutti noi la più grande attenzione perché decide della nostra vita personale, non meno importante è il discernimento comunitario.

Espressione che dice chiaramente come ci sia anche un livello di discernimento legato alle varie dimensioni sociali dell’esistenza. Anche i diversi organismi sociali hanno bisogno di operare un attento discernimento per valutare le scelte da fare e le decisioni da prendere.

Inoltre, proprio in questi giorni la Chiesa italiana sta mettendo a punto le riflessioni e gli strumenti che guideranno la seconda tappa del cammino sinodale, che dopo i due anni dedicati all’ascolto e alla narrazione, svilupperà appunto il tema del “discernimento sapienziale”.

Grazie alla ricchezza di questo discernimento comunitario ordinariamente vissuto dall’Ateneo, possiamo anche condividere il cammino sinodale della Chiesa italiana e dare il nostro contributo alla fase che si va aprendo. Abbiamo già sperimentato, con ampia partecipazione, la bellezza e la fruttuosa esperienza nella prima tappa, quella dell’ascolto.

Tanto più potremo dare il nostro qualificato contributo ora che si tratta di operare un “discernimento sapienziale”. Come ha detto il Santo Padre il 25 maggio scorso ai vescovi e ai delegati per il cammino sinodale: «La Chiesa deve lasciar trasparire il cuore di Dio: un cuore aperto a tutti e per tutti».

Il Sacro Cuore come centro del discernimento

Il Sacro Cuore di Gesù tra i tanti significati teologici e spirituali di cui è espressione può essere considerato anche il fulcro del discernimento perché come ricorda il Vangelo di Giovanni, che abbiamo proclamato, è in grado di rivelarci la sapienza del Padre e di farci conoscere quella verità che è spesso nascosta ai sapienti e ai dotti di questo mondo e rivelata invece ai piccoli.

Nell’Oremus con cui siamo stati introdotti alla Liturgia della Parola in questa Solennità abbiamo invocato l’abbondanza dei doni che scaturiscono dal Sacro Cuore. Sono certamente tanti i doni che abbiamo ricevuto e continuamente riceviamo dal Signore nella vita personale, nella realtà del nostro Ateneo, nel cammino della Chiesa.

Tra di essi, oggi, vorrei evidenziarne uno che è di particolare attualità per il tempo che viviamo e per le responsabilità che siamo chiamati ad assumerci come credenti: il dono del discernimento. È un dono prezioso e indispensabile per orientarci nelle scelte da fare: dalle più grandi che segnano l’intera esistenza alle più piccole che orientano il nostro vivere quotidiano.

In questo complesso processo di discernimento, che per molti versi nelle procedure ci accomuna alle altre università, ciò che fa la differenza è appunto l’amore, ossia la consapevolezza che in tutto noi siamo chiamati a servire un bene più grande che ci viene dal Signore e di cui lui è il protagonista con la luce e la forza dello Spirito Santo.

Il criterio dell’amore

Abbiamo ascoltato dalla prima lettera di Giovanni quale sia il criterio fondante di ogni autentico discernimento: «Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito».

Non potremmo contribuire al vero bene di questa istituzione se non avessimo in noi la consapevolezza di essere stati amati e guidati dal Signore, di aver ricevuto doni di scienza e di sapienza preziosissimi e di poterci esprimere nella verità solo amando e servendo i fratelli.

Ci sono di grande e attualissimo esempio P. Agostino Gemelli e la Beata Armida Barelli che fin dall’inizio hanno voluto coniugare la scienza con la fede, il sapere umano con la sapienza divina.

E questo fa la differenza nel modo con cui ci relazioniamo, intendiamo la professionalità, collaboriamo reciprocamente, ci sosteniamo l’un l’altro, pensiamo e organizziamo la vita accademica, prendiamo le decisioni per l’oggi e per il futuro.

Avere come riferimento il Sacro Cuore di Gesù non è solo un alto richiamo spirituale ma un metodo di discernimento concreto basato su una peculiare visione culturale, sociale e religiosa che fa la differenza in ogni espressione della vita della nostra comunità accademica.

Discernere per imparare ad amare

Qui entra in gioco l'allenamento a una sana e costante introspezione personale e a una relazione intima e fiduciosa con il Signore per scoprire quel magis di ignaziana memoria, quel di più in amore che, proprio grazie a un buon discernimento si può generare.

Tutto nella consapevolezza di essere portati per mano, con l'aiuto dello Spirito, da invocare sempre ad ogni cammino verso le scelte. Per imparare a vivere si deve imparare ad amare, e per questo è necessario discernere.

Grati al Signore per i tanti doni ricevuti dal suo Sacro Cuore, chiediamo che rinnovi il cuore di ciascuno di noi e plasmi con la sua sapienza la nostra comunità accademica per essere capaci di autentico discernimento e contribuire nel modo più efficace e intelligente al bene della Chiesa e dell’umanità.

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