Vangelo di Matteo 14,22: spiegazione e significato

Matteo 14,22 introduce il racconto di Gesù che cammina sulle acque e di Pietro che tenta di raggiungerlo: «Subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla». Il versetto acquista il suo pieno significato nel contesto della moltiplicazione dei pani e della successiva tempesta sul lago.

Il tema centrale del brano è la fede. Gesù si rivela ai discepoli nel mezzo della difficoltà, li libera dalla paura e dal dubbio e conduce la comunità dalla solitudine alla comunione, dalla paura alla pace e dall’incredulità alla professione di fede: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!».

Il testo di Matteo 14,22-33

Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.

Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario.

Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.

Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Gesù cammina sulle acque verso la barca

Il significato di Matteo 14,22

Il versetto introduttivo richiama il clima che doveva essersi creato nei discepoli e nella folla dopo il miracolo dei pani. L’intervento energico di Gesù sui discepoli e sulla folla lascia comprendere quale piega avesse preso la situazione.

Gli apostoli, trovatisi improvvisamente al centro di una inaudita vicenda, cominciano a ricoprirsi di una facile gloria e di un’euforia difficilmente controllabile. L’evangelista Giovanni ricorda che la gente che aveva mangiato i pani volevano rapire Gesù per farlo re (6,14-15).

Davanti a questa situazione Gesù fa imbarcare gli apostoli, manda a casa la gente e sale sul monte a pregare (v. 23; Gv 6,15). Il gesto di potenza operato di Gesù non è destinato ad attirare su di lui l’attenzione e per questo Gesù vuole andarsene subito e “obbliga” anche i discepoli a salire immediatamente sulla barca.

Si tratterebbe infatti di smentire il senso teologale del segno compiuto e di portare l’attenzione, impudicamente e in modo usurpatorio, su di sé. Nella redazione di quell’episodio presente nel quarto vangelo (Gv 6,1-15) si dice che Gesù, visto che la folla, entusiasta, voleva “farlo re”, “si ritirò sul monte, lui da solo” (Gv 6,15).

Il contesto della moltiplicazione dei pani

La pericope evangelica costituisce il seguito del racconto della prima moltiplicazione dei pani, evento straordinario in cui Gesù ha sfamato con cibo in abbondanza una folla numerosissima a partire da cinque pani e due pesci (Mt 14,13-21).

Questa contestualizzazione ci permette di accordare un significato speciale a quella annotazione “E subito” (v. 22) che apre la nostra pericope raccordandola a ciò che precede. Se la uniamo al fatto che Gesù “costringe” i discepoli a salire sulla barca e a “precederlo sull’altra riva” (v. 22) mentre lui “congeda la folla”, forse possiamo intravedere un significato recondito e interessante.

Gesù agisce in fretta, senza indugio, forse per evitare che le folle, prese dall’entusiasmo per ciò che avevano visto e di cui avevano fruito, potessero trattenere lui e i discepoli con acclamazioni e ringraziamenti, con osanna e applausi.

Forse, anche in Matteo Gesù vuole evitare qualcosa di analogo. Forse Gesù vuole anche che i discepoli se ne vadano per consentirgli di restare solo e di realizzare finalmente quel ritiro a cui aveva dovuto rinunciare a causa delle folle (cf. Mt 14,13).

Gesù sul monte: la solitudine e la preghiera

Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

Finalmente, dunque, Gesù resta solo, sul monte, a pregare. Il monte è il luogo dell’incontro con Dio.

Gesù è il Figlio e quindi ha un’esigenza infinita di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione.

Questo comportamento del Figlio di Dio incarnato sottolinea in modo eloquente l’importanza capitale dell’orazione per noi, la necessità che abbiamo, in quanto creature, di dedicare un certo tempo a dialogare esclusivamente con Dio.

Gesù si ritira spesso in disparte, nella solitudine, sulla montagna, generalmente di notte, per pregare. È una sorgente di fiducia sapere che Gesù si è fatto uomo e ha pregato per noi il Padre, affinché la nostra preghiera sia gradita a Dio e inoltre sia ascoltata come quella di suo Figlio, specialmente nei momenti di oscurità o di difficoltà.

La barca agitata e il vento contrario

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Mentre Gesù prega il Padre, i discepoli navigano da soli, di notte e con un forte vento contrario.

L’episodio che ora si svolge riveste una dimensione simbolica: il testo è metafora del cammino della Chiesa nella storia, nel tempo tra la Pasqua e la parusia.

Essi, sulla barca, che ha valenza simbolica ecclesiale, compiono il loro itinerario adempiendo il mandato che il Signore ha loro affidato: vita comune, apostolato, missione.

Questo cammino implica in modo costitutivo contrarietà (“il vento era contrario”: Mt 14,24) e sofferenze comunitarie (“la barca era agitata dalle onde”: Mt 14,24). La vita dei cristiani e della Chiesa è una vita reale, non esentata in nulla dal rischio esistenziale e dalle fatiche del vivere di ogni uomo e di ogni gruppo umano.

Chi pensasse che la vita cristiana debba esentare da fatica, sofferenza e contrarietà, farebbe di Cristo un fantasma, un parto della propria fantasia, una proiezione idealizzata, e del proprio cammino non un’obbedienza al Vangelo, ma un abbaglio.

Gesù cammina sul mare

Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Lì si trova alla sera, da lì si muove verso la fine della notte, per la precisione, “alla quarta veglia della notte” (v. 25), ovvero fra le tre e le sei del mattino.

Nota: “la quarta vigilia” andava dalle tre di notte alle sei di mattina.

La presenza di Gesù che cammina sulle acque è evidente richiamo al Dio che ha salvato il suo popolo e che ha dominato le acque del mare: “Sul mare la tua via [o Dio], i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme non furono riconosciute” (Sal 77,20); “Così dice il Signore che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti” (Is 43,16).

Il vento rappresenta il momento della prova (Mt 7,25.27) e il mare indica le forze del caos sulle quali Dio esercita il suo potere sia nella creazione, sia nell’esperienza della liberazione.

Il collegamento con l’Esodo

In questo testo si possono cogliere alcune reminiscenze del cantico di Mosè dopo il passaggio del mare dei giunchi: il mare che fa affondare, le onde che si innalzano, la mano tesa, il timore e il turbamento (Es 15).

Queste annotazioni ci inducono a leggere questo brano come una teofania rivolta a “quelli della barca”, cioè alla Chiesa del Risorto. Il Dio salvatore dell’Esodo salva nuovamente il suo popolo.

I riferimenti all’esodo e alla traversata del Mar Rosso sono continui e “dicono” che quello che i discepoli stanno vivendo è un cammino di salvezza. Ma come nell’esodo dall’Egitto, anche ora i protagonisti del cammino sono in grave difficoltà e preda della paura.

In particolare, il nostro testo contiene rimandi al capitolo quattordicesimo dell’Esodo in cui si narra il passaggio del mare. La presenza del vento forte accomuna ancora i due racconti (Es 14,21; Mt 14,24).

Gesù si presenta ai discepoli dicendo “Sono io” (Mt 14,27), con un’espressione che corrisponde al Nome di Dio rivelato nell’Esodo: “Io sono”. Insomma, siamo di fronte al cammino della Chiesa, cammino pasquale, cammino di salvezza, ma di una salvezza che non è così facilmente discernibile perché frammista a situazioni di contraddizione e sofferenza.

«È un fantasma»: la paura dei discepoli

Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. È tale la loro preoccupazione, che neppure riconoscono il Maestro quando si avvicina per aiutarli; l’annebbiamento è tale che credono sia un fantasma e s’impauriscono.

La questione della fede è sempre legata alla vera identità di Gesù. Chi è Gesù? E chi è Gesù per me? Chi sto seguendo oggi? È una presenza viva o penso anche io di seguire un fantasma?

Il fantasma è ciò che immagino, che idealizzo, che proietto nella mia mente. In verità il fantasma non esiste nella realtà. Invece Gesù si. Ma se passo la vita a credere nel fantasma piuttosto che in Gesù come potrò amarlo?

Ecco perché è necessario l’incontro con Gesù vivo, reale. Gesù non è solo un fantasma ma è più reale di ogni realtà naturale.

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!»

Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Gesù trasmette loro la sicurezza e la pace conquistate nell’orazione: “Coraggio, sono io” (v. 27).

Gesù si rivela alla comunità dei suoi discepoli in mezzo alle difficoltà di un mare agitato e ne conferma la fede, liberandoli dalla paura e dal dubbio.

Non possiamo essere “di buon animo” e allo stesso tempo imbrigliati dalla paura. Queste due cose, il buon animo e la paura, si escludono a vicenda.

Essere di buon animo significa fidarsi di Gesù Cristo quando le cose non vanno come programmato. Significa tenere duro quando compiti e svolte difficili ci portano verso direzioni inaspettate, quando tragedie e sofferenze distruggono i nostri sogni.

Pietro e il rischio della fede

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

La sua possibilità di camminare sulle acque dipende unicamente dalla parola del Signore: “vieni!”, e la sua forza sta tutta nella fede in Gesù.

Con la fede ogni discepolo può ripetere gli stessi miracoli del suo Signore. Ma se la fede viene a mancare, il discepolo torna ad essere facile preda delle forze del male, rappresentate nella Bibbia dalle acque impetuose.

L’impossibile impresa di camminare sulle acque diventa possibile - per fede - quando lo sguardo del credente è fisso su Gesù, quando il fine del suo cammino è “andare verso Gesù”.

Il vento, il dubbio e l’affondamento

Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». Il vangelo mostra che il cammino di Pietro si rivela fallace quando lo sguardo della carne si sostituisce a quello della fede: “Vedendo il vento, ebbe paura” (Mt 14,30).

Il vento forte lo spaventa a tal punto che quella realtà diventa più vera di Gesù. Eppure subito dopo Gesù dimostra di essere superiore al vento e anche al mare dato che immediatamente, saliti tutti sulla barca, il vento cessò.

La situazione di Pietro dimostra chiaramente che la fede in Gesù non è esclusivamente ragionevolezza o avvedutezza razionale. Credere è osare.

Chi osa credere è sorretto da colui nel quale crede. La fede è obbedienza. Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di partecipare all’essere, ai poteri di Cristo.

«Signore, salvami!»

Il grido di Pietro è breve, diretto e decisivo: «Signore, salvami!». Pietro riconosce di non potersi salvare da solo e si rivolge a Gesù nel momento in cui sta affondando.

L’episodio di Pietro è una specie di catechesi sulla realtà del discepolo invitato ad affidarsi totalmente al suo Signore anche nelle situazioni che mettono in crisi la sua adesione incrollabile di fede.

Più che precedere Gesù sull’altra riva, a noi è dato solo di poter procedere con e come il Signore Gesù, cercando di lasciarci accompagnare e guidare dalla sua parola che salva, dalla sua mano che ci strappa all’abisso delle nostre pesantezze e zavorre che rischiano di inghiottirci come Pietro.

Continuamente, anche sulla nostra bocca e, soprattutto, nel nostro cuore deve risuonare l’invocazione: «Signore, salvami!» (Mt 14,30).

La mano tesa di Gesù

E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù rimprovera Pietro, e il rimprovero è gesto e parola, gesto di una mano tesa che rialza e soccorre e parola che svela la doppiezza del cuore.

Il rimprovero evangelico è sempre rivelazione di una verità su di noi che non vogliamo sapere e vedere, ma è anche mano tesa e pronta a rialzare chi sta cadendo, chi sta affondando.

Gesto e parola sono intimamente connessi a formare una sorta di sacramento esistenziale dell’azione salvifica di Dio: Gesù salva rimproverando e rimprovera salvando.

Il rimprovero di Gesù ha di mira la piccolezza della fede di Pietro, della sua capacità di fiducia. Pietro, nella sua poca fiducia, ritiene che Gesù non sia affidabile.

«Perché hai dubitato?»

“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Questo non è un rimprovero, è un’invocazione di consapevolezza.

Tu, uomo, fermati e chiediti con sincerità: nei tuoi fallimenti, nelle tue paure, nei tuoi andare a fondo, che cosa guardi? A chi ti appoggi? A te stesso che affondi? Al vento che ti fa sprofondare?

O piuttosto sai dire, con semplicità e coraggio: “Signore, sii tu a salvarmi!”? Ti sai affidare a colui che è più grande del tuo cuore impaurito e volgere i tuoi occhi e il tuo cuore verso colui che è lì e ti chiama: “Vieni!”, io sto alla porta del tuo cuore, sono già nella tua barca?

Ogni volta che siamo tentati di guardare più al vento momentaneamente contrario che al Signore sempre presente, ricordiamo che quel vento è per stimolarci alla fede.

La barca come immagine della Chiesa

La barca è la vita di ognuno di noi, ma è anche la vita della Chiesa; il vento contrario rappresenta le difficoltà e le prove.

L’episodio è un simbolo della comunità cristiana perseguitata: essa non deve temere, perché il Signore è presente.

Il testo è metafora del cammino della Chiesa nella storia, nel tempo tra la Pasqua e la parusia. Gesù è in alto, sul monte, a pregare: ovvero, è il Risorto che sta alla destra di Dio nei cieli e intercede per i suoi che sono nel mondo.

Anche quando le onde del mare si gonfiano e si agitano per la forza della tempesta, egli resta l’Emmanuele, il “Dio con noi”. Ma la presenza del Signore è colta solo nella fede e non è scontata, ma sempre da decifrare, da scoprire: “Sono io”, dice Gesù.

«Appena saliti sulla barca, il vento cessò»

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Il luogo della pace non è un altrove rispetto alla nostra barca; è la stessa barca, nella quale però dobbiamo imparare a vivere in altro modo, con la certezza di una presenza accanto.

Appena ritorniamo alla barca della nostra vita, in qualsiasi situazione essa si trovi, consapevoli della presenza del Signore accanto a noi e in noi, troveremo pace e gioia, felici di essere approdati al porto desiderato.

Questo racconto della “traversata” del lago può essere letto come il racconto delle traversate della nostra vita; come la metafora di questo nostro viaggio che è la vita: viaggio che attraversa la solitudine per approdare alla comunione, viaggio che attraversa la paura per approdare alla pace, e, soprattutto, viaggio che attraversa l’incredulità per approdare alla fede.

Dalla solitudine alla comunione

Dalla solitudine alla comunione è la prima metafora che può cogliere in sintesi il significato del noto racconto evangelico.

I discepoli sono quasi messi alla prova da Gesù nella loro capacità o incapacità di stare con lui anche in sua assenza: Gesù, infatti, “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva”.

Sembra quasi che Gesù dica ai suoi: “Nutriti dal pane della mia presenza, siate forti e andate!”. Pane della presenza e pane della Parola, della sua parola che sempre chiama alla comunione con lui: “Vieni!”.

Invito forte e salvifico, senza il quale ogni nostro passo è minacciato di scoraggiamento, di affondamento; invito che ci strappa da noi stessi e che risponde al nostro desiderio più profondo: “Comandami di venire verso di te”.

Dalla paura alla pace

Dalla paura alla pace è la seconda immagine della traversata. La barca è “agitata”, i discepoli sono “sconvolti” e hanno “paura”, Pietro si impaurisce e va a fondo.

È l’immagine più quotidiana della nostra vita, situazione in cui solo una mano amica può afferrarci e condurci al luogo della pace.

Il brano contiene una grande lezione sulla fede cristiana, vale a dire, sulla fiducia in Gesù e nelle sue forze, più che nelle nostre.

Come Gesù invita i discepoli ad aver fiducia in Lui, anche a noi chiede di non aver paura e di riconoscere che il Maestro non permetterà mai che naufraghi la barca dei suoi, benché a volte a noi sembri che sia troppo forte il vento delle difficoltà.

Dall’incredulità alla fede

Dall’incredulità alla fede è l’ultima e riassuntiva immagine di questo nostro viaggio. Un viaggio, come ogni vero viaggio, che conduce alla scoperta di un inedito.

È questo il viaggio di una più approfondita scoperta di colui nel quale riponiamo la nostra fede, di colui che “è la nostra pace” (Ef 2,14).

Solo alla fine la comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione esplicita di fede in Gesù: “Tu sei veramente il Figlio di Dio”.

La confessione di fede finale di tutti coloro che erano sulla barca è la degna conclusione dell’episodio: “Davvero sei il Figlio di Dio”.

Il rapporto tra fede e concentrazione

L’esempio di Pietro ci insegna su cosa dovremmo concentrarci. Ricorda cosa è successo a Pietro quando si è concentrato su Gesù Cristo e quando invece ha spostato l’attenzione sulla tempesta intorno a lui.

Credo fermamente che se noi come individui, come famiglie, città e nazioni, potessimo come Pietro tenere gli occhi fissi su Gesù, anche noi potremmo camminare trionfalmente sulle “minacciose onde dell’incredulità” e rimanere “calmi e tranquilli nell’infuriare dei venti del dubbio”.

Ma se distogliamo gli occhi da Colui in cui dobbiamo credere, cosa facile, che il mondo è assai tentato di fare, se guardiamo il potere e la furia di quei terribili e distruttivi elementi che ci circondano invece di Colui che può aiutarci e salvarci, allora affonderemo inevitabilmente nel mare dei conflitti, del dolore e della disperazione.

La preghiera durante la prova

Perché la nostra fede non venga meno, è un buon aiuto scoprire la vicinanza reale di Gesù in mezzo alla prova e non confonderlo con un fantasma.

Proprio per questo abbiamo bisogno di migliorare il nostro dialogo con Dio nell’orazione, ogni giorno, come faceva Gesù. Allora saremo capaci di mantenere sempre la presenza di Dio, anche in mezzo a una prova, all’oscurità.

Se hai presenza di Dio, al di sopra della tempesta assordante, nel tuo sguardo brillerà sempre il sole; e, al di sotto dei flutti tumultuosi e devastanti, regneranno nella tua anima la calma e la serenità.

La fede come obbedienza concreta

La fede è obbedienza. Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di partecipare all’essere, ai poteri di Cristo.

Quando noi cessiamo di fare la nostra parte, anche Dio cessa di aiutarci. E la nostra parte è la fiducia in lui.

La paura può farci perdere le benedizioni offerte dal Salvatore. Troppo spesso, troppi di noi fuggono proprio dalle cose che ci benediranno, ci salveranno e ci conforteranno.

Troppo spesso vediamo gli impegni e i comandamenti legati al Vangelo come qualcosa da temere e da abbandonare. Non dobbiamo avere paura di fidarci del Padre Celeste e di Gesù Cristo o di accogliere ciò che ci offrono.

Gesù, Signore della natura e della storia

Gesù, Signore della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che attanagliano e bloccano l’uomo.

Per superare queste angosce bisogna avere una fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata a compimento da Dio.

Gesù si rivela alla comunità dei suoi discepoli in mezzo alle difficoltà di un mare agitato e ne conferma la fede, liberandoli dalla paura e dal dubbio.

La sua presenza non elimina sempre immediatamente la prova, ma rende possibile attraversarla senza essere dominati dalla paura.

La traversata come cammino di salvezza

Come, nell’Esodo, alla traversata del mare segue il dono della manna, così nel Vangelo - in senso inverso - al dono del pane segue la traversata del lago.

Come gli Ebrei in cammino dall’Egitto verso la terra della libertà sono subito appesantiti dalla paura e dalla mormorazione, così la Chiesa nascente è già segnata da una fede spesso vacillante: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Il Signore Gesù raggiunge i suoi discepoli «sul finire della notte» trasformando ogni notte in un’aurora pasquale, in cui risplende la luce della sua presenza che si dona a chiunque si trova oberato dal peso di un dolore che rischia di far naufragare la speranza e annegare la gioia.

Ogni giorno siamo chiamati a pesare la nostra vita sulla bilancia i cui due piatti sono la paura, sempre troppo pesante, e la fede non solo sempre più leggera, ma alleggerente.

La missione di Gesù nel Vangelo

Gesù, nonostante la crescente ostilità dei capi, è circondato da innumerevoli persone che nella loro miseria fisica fanno assegnamento su di lui.

Il racconto mette in chiaro che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto indispensabile per una trasmissione del Vangelo degna di fede.

L’annuncio del Vangelo non è solo la presentazione di una dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si realizza la fine del peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore.

La lotta al male è il primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi discepoli. Dimenticarlo, con la scusa degli impegni superiori dello spirito, è tradire la volontà di Dio.

Il banco di prova della fede proclamata dalla Chiesa è l’impegno fattivo sul piano umano e storico.

Gesù Cammina Sulle Acque

Il riconoscimento di Gesù e il lembo del mantello

Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello.

Il v. 35 precisa che la gente del luogo riconosce Gesù e diffonde la notizia in tutta la regione: il conoscere Gesù muove all’apostolato.

L’orlo del mantello era destinato a riportare continuamente alla memoria la fedeltà ai comandamenti (Nm 15,37-39).

È probabile che Matteo pensi al testo di Zaccaria: nel momento in cui la patria di Gesù non lo riconosce e si chiude alla comprensione del Regno, i popoli pagani lo riconoscono e gli fanno guarire i loro malati.

La missione di Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli: egli è un profeta, ma soprattutto è un terapeuta.

E quanti lo toccarono furono guariti. Il Signore Gesù si fa balsamo per ogni ferita e cicatrizzante per ogni piaga.

Il significato spirituale per il credente

Questo episodio contiene certamente un anticipo del rinnegamento e della conversione di Pietro nella burrascosa notte della settimana di passione (Mt 26,69-75), ma egli è ormai per sempre riabilitato e la sua fede è diventata esemplare come lo è stata la sua diffidenza.

Non fatichiamo a vedere noi stessi nella sfiducia e nel dubbio di Pietro, nella sua paura che si accompagna alla paura dell’intera comunità, nella sua strana obbedienza che vuole imporre a Gesù il comando da dargli come prova per verificare l’affidabilità delle parole e della persona di Gesù stesso.

Il vangelo mostra che l’impossibile impresa di camminare sulle acque diventa possibile - per fede - quando lo sguardo del credente è fisso su Gesù.

La fede non consiste nel negare il vento, le onde o la fragilità personale, ma nel rivolgersi a Cristo proprio dentro la tempesta, riconoscendo che la sua mano è più forte dell’abisso.

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