Omelie feriali della Candelora: la luce di Cristo nella vita quotidiana

La Candelora celebra la presentazione di Gesù al tempio e l’incontro con Simeone e Anna, ma invita anche a riconoscere la luce di Cristo nelle situazioni ordinarie, nelle attese, nelle difficoltà familiari e nella responsabilità verso gli altri.

La festa ricorda che Dio entra nella storia dalla parte dell’uomo, di ogni uomo: dalla parte di coloro che sono emarginati, che cercano la giustizia. Entra dalla parte di ciascuno di noi.

La Presentazione del Signore e il significato della Candelora

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

È una scena curiosa, quella che abbiamo sentito e alla quale Luca ci fa quasi assistere da dietro le quinte. È la storia di un duplice incontro. Ci troviamo al tempio di Gerusalemme. Vi arrivano Maria e Giuseppe, con il piccolo Gesù.

Fedeli e osservanti della legge ebraica dovevano compiere il rito di offerta e riscatto per il loro primogenito, presentandolo al Signore. E qui avviene il primo incontro.

La festa della Candelora nasce a Roma. Invocavano un Dio che doveva proteggere i greggi dai lupi. Nel quarto secolo il Papa ottiene il permesso di convertire questa festa pagana con la festa della Candelora, che rappresenta la presentazione di Gesù al tempio, fatta da Giuseppe e Maria e chiude le feste natalizie.

Col tempo è diventato un rito di purificazione. Oggi, che senso possiamo dargli?

La festa di oggi - che la tradizione orientale chiama Hypapante (Ὑπαπαντή), “l’Incontro” - ci dice proprio questo: possiamo presentare tutto il nostro vissuto al Signore.

La santità non è fuggire dalla realtà, ma offrire la nostra vita ordinaria sotto lo sguardo di Dio.

Presentazione di Gesù al tempio

Maria e Giuseppe: offrire a Dio ciò che abbiamo ricevuto

Penso che, come Maria e Giuseppe offrono al Signore ciò che hanno di più prezioso, così possiamo fare anche noi; e ci conviene.

Giuseppe e Maria hanno ricevuto il dono di un figlio dal Signore, ma non se ne appropriano, non scatta in loro la possessività, fonte di molti mali per sé e per la prole. Loro accolgono il dono con gratitudine.

Segno di questa gratitudine è che riconsegnano al Signore il dono ricevuto, come fece Abramo con Isacco.

La loro offerta - «una coppia di tortore o due giovani colombi» - rivela la loro povertà: non possono permettersi un agnello. Eppure, senza saperlo, portano tra le braccia il vero Agnello che sarà offerto per la salvezza del mondo.

Anche io, che ho ricevuto dal Signore la vita e tanti doni in persone, esperienze e cose, ho due possibilità: o capitalizzo, impossessandomi di questi doni e vivo stressato dalla paura di perderli, o li riconsegno al Signore ogni mattina affinché decida lui come usare questi doni per il bene mio e di chi mette sulla mia strada.

La mia esperienza mi ha insegnato che questa seconda opzione è di gran lunga migliore, perché il Signore sa molto meglio di me come gestire questi doni e il risultato è che vivo meglio.

I figli, i nostri figli, non sono nostri, sono un dono del Signore. Riconsegnarli a Lui è salutare per loro e anche per noi.

La normalità di Nazaret come luogo della presenza di Dio

Osserviamo questa scena con occhi nuovi, togliendo quella patina di abitudine che spesso copre le pagine del Vangelo.

Oggi vediamo una giovane coppia, Giuseppe e Maria, che entra nel Tempio. Non c’è nulla di straordinario nel loro apparire. Luca ci dice che compiono questo gesto «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè».

È l’obbedienza della gente comune, il rispetto di una prescrizione che ogni famiglia ebrea osservava quaranta giorni dopo la nascita del primogenito.

Immaginateli come una coppia di oggi che porta il proprio neonato dal pediatra per la prima visita: nel cuore c’è un misto di trepidazione, gioia e senso di responsabilità.

Dio sceglie di entrare nel mondo così: non con effetti speciali, ma nella normalità di una famiglia che fa ciò che deve fare.

Il brano si chiude con il ritorno alla normalità: «fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret». Dopo l’incontro straordinario, si torna a casa. Si torna alle pentole, al lavoro, alla vita di sempre. Ma si torna diversi.

La Candelora non ci serve per restare chiusi in chiesa, ma per portare fuori quella luce: una parola vera in una discussione, un gesto di onestà, una carezza a chi soffre.

Il mondo non ha bisogno di riflettori abbaglianti, ma di testimoni che sappiano dire con la vita: Dio è qui, nel nostro quotidiano. L’incontro è avvenuto. Ora tocca a noi.

Simeone, l’attesa che riconosce la salvezza

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui.

Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Luca dice che il vecchio Simeone mosso dallo Spirito, si recò al tempio… in realtà stiamo quindi assistendo ad un appuntamento.

Simeone attendeva quel che ad un tratto Dio realizza. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore, che avrebbe ricevuto la consolazione di Israele.

Simeone, sul finire della propria vita, desidera essere rassicurato. È stato devoto “giusto e pio” lo definisce Luca… porta nel cuore il desiderio di veder compiersi la propria preghiera e fare esperienza di quel Messia a lungo invocato e atteso.

Non è rassegnato: è vigile. Lo Spirito Santo è su di lui e gli ha promesso che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Pensiamo a un genitore che spera nel ritorno di un figlio che ha sbagliato strada, o a chi affronta una malattia senza smettere di credere in un’alba nuova: questa è la fede rocciosa di Simeone.

Hypapante significa proprio questo: l’attesa che finalmente abbraccia la Speranza.

Il Nunc dimittis: vedere la salvezza e andare in pace

Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

Ed è molto delicata ed efficace la scena di lui che prende in braccio il bambino, benedice e ringrazia Dio e i genitori propendendo in quella bellissima preghiera: ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola… quasi un sospiro di sollievo.

Ha davanti solo un bambino fragile, eppure riconosce l’Eterno.

Molti di noi sanno che questa sua frase viene usata ogni giorno nella preghiera liturgica della sera, detta compieta.

Ogni sera siamo chiamati a fare nostri i sentimenti di fede e abbandono di Simeone nell’affidare la nostra giornata che sta concludendosi al Signore: ringraziarlo di quello che abbiamo vissuto e della sua presenza al nostro fianco.

Queste parole ci ricordano che durante la nostra giornata il Signore rivolge degli appuntamenti anche a noi, muovendoci col dono dello Spirito Santo per riconoscerlo al nostro fianco.

La nostra vita di cristiani ha come primo riferimento la salvezza che Cristo è venuto a portare nel mondo e che si rende a noi disponibile come fosse una luce.

Ma ci ricorda pure che siamo cristiani nella misura in cui desideriamo e attendiamo fare esperienza di Gesù.

La luce di Cristo e il simbolo della candela

Ed è proprio questa luce che celebriamo oggi. Gesù è «luce per rivelarti alle genti».

Ecco perché benediciamo le candele e chiamiamo questa festa Candelora. Le fiammelle che portiamo in processione sono il segno di Cristo che attraversa le nostre tenebre.

Pensate a quando in casa salta la corrente durante un temporale: basta una piccola candela per rassicurarci e farci vedere dove mettere i piedi.

Così è la fede: non illumina tutto il futuro in un colpo solo, ma dà la luce necessaria per il prossimo passo.

La luce che ricevo dal Signore è come quella di Mosè che riceve la Luce dal Roveto Ardente.

La nostra fede ha bisogno anche di segni concreti per essere coltivata. Penso a quella candela benedetta che molti di noi si porteranno a casa.

È un gesto tanto semplice quanto significativo. Parrebbe quasi ridicolo in un contesto come il nostro razionale, scettico, disincantato eppure anche molto scaramantico, credulone e bisognoso di riti e pratiche diversi.

La tradizione vuole che questa candela si accenda nei momenti di temporale o pericolo. Mi piace molto come gesto.

Il suo senso è tutto nelle parole della benedizione: “benedici questi ceri e ascolta le preghiere del tuo popolo, che viene incontro a te con questi segni luminosi guidalo sulla via del bene, perché giunga alla luce che non ha fine.”

La candela nella casa e nelle difficoltà familiari

Ognuno di noi, portando a casa tale candela, non avrà tra le mani solo un pezzo di cera ma si sentirà accompagnato dalla luce di Cristo, che faremo entrare nelle nostre case, esponendola da qualche parte.

Pensate però a quanto possa esser ricco di significato tale gesto. La possibilità, in un momento di temporale, di accenderla: cioè di ricordare la nostra fede nel Signore accendendo quasi la sua presenza in casa.

Pensate alla possibilità di usare più spesso queste candele: quando si alza la burrasca tra marito e moglie, tra genitori e figli… o se delle nuvole nere stanno avvolgendo la vita della famiglia… ecco quella candela, come fosse un faro che segnala qualcosa a cui stare attenti, una luce da chiedere per affrontare un problema, un segnale di aiuto da lanciare.

Accendo il desiderio che questa luce ci sostenga nella difficoltà sopraggiunta, ci illumini a soluzioni di pace, ci guidi nei passi da compiere. Non ci faccia sentire soli e al buio.

Ecco semplici applicazioni a cui riferire questo gesto. Abbiamo bisogno che la nostra vita concreta, in famiglia e non solo, si faccia preghiera di umile affidamento e richiesta.

La candela da accendere come un monito a tutta la famiglia che c’è bisogno di Lui… che stiamo sperando e confidando nel suo aiuto, che da soli ci si sta incartando.

Ecco una famiglia cristiana.

La consegna dei doni al Signore

Come attualizzare questo pensiero. Andiamo in fondo alla Chiesa e accendiamo la nostra candelina al cero Pasquale, che rappresenta la luce che ricevo dal Signore, come Mosè che riceve la Luce dal Roveto Ardente.

Con questa Luce, nella quale metto tutti i doni che ho ricevuto, cammino verso l’Altare del Signore custodendola preziosamente, e lì, riconsegno al Signore i suoi doni, soffiando sulla fiammella.

Portiamo poi questa candelina a casa affinché ci ricordi che è bene rifare questa preghiera di consegna al Signore ogni mattina.

Allora come il vecchio Simeone anche ciascuno di noi potrà vivere la propria compieta, la preghiera di affidamento e ringraziamento al Signore per il dono di sé come luce che accompagna le nostre esistenze.

La spada nell’anima e la verità della luce

Il Vangelo è onesto. Simeone dice a Maria: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima».

La luce svela la verità, e a volte la verità fa male. Amare significa esporsi al dolore. Non c’è dono di sé senza ferita.

Maria e Giuseppe ricevono il dono del Figlio, ma la presentazione al tempio mostra fin dall’inizio che quel dono non può essere posseduto come una proprietà privata.

La luce di Cristo non elimina automaticamente la sofferenza, ma la attraversa e la illumina. Essa permette di riconoscere ciò che accade, di affidarlo a Dio e di continuare il cammino.

Anna, profetessa e testimone della speranza

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni.

Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Il secondo incontro è con Anna: Luca ricorda che era una profetessa cioè avesse il dono di cogliere i segni della presenza di Dio nella storia e nella vita quotidiana per orientare ad essa le persone.

Infatti, parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Sa riconoscere quindi nelle persone i loro bisogni più profondi, il disorientamento o le strade sbagliate in cui uno è andato a cacciarsi.

E offrire loro la luce del Signore, come àncora di salvezza.

In un angolo c’è poi Anna, profetessa «molto avanzata in età», che «non si allontanava mai dal tempio». È l’icona di tanti nostri anziani: presenze silenziose che tengono in piedi le comunità con la preghiera.

Anna, sopraggiunta in quella stessa ora, si mette a lodare Dio. Ci insegna che anche quando le forze mancano, si può ancora generare speranza.

Ogni battezzato chiamato a portare la luce

Ciascuno di noi, nel battesimo, è stato consacrato re, sacerdote e profeta… ha ricevuto cioè questa capacità.

È racchiusa in quel dono di fede accolto e racchiuso nella candela che durante il battesimo stesso viene accesa.

Ciascuno di noi è chiamato con la propria vita illuminata da Cristo ad illuminare anche gli altri, a farsi testimone, come Anna per le persone accanto a sé, come quella lampada che Gesù ci raccomanda di non lasciare sotto il moggio ma di esporre perché sia visibile.

Diventeremo così anche noi delle candele: solo consumandoci potremo illuminare.

Così serviremo a qualcosa. Come Cristo stesso si è consumato nella croce e nell’Eucarestia che stiamo celebrando.

La Candelora come incontro e servizio

In occasione della Candelora, “è il Signore che ci viene incontro con tenerezza, che riaccende la luce dentro di noi e ridona speranza.

Davanti a lui nessuno di noi è perfetto, senza peccato. Lasciamoci incontrare dal suo sguardo, dalla sua misericordia”.

La gioia di Simeone nel vedere Gesù è la gioia nel vedere la vita che non muore, che viene offerta per sempre.

Dio visita il suo popolo nella vita concreta, nell’autenticità di persone che, nella loro ricerca, lo riconoscono Signore della loro vita, lo accolgono e lo annunciano servendo i fratelli, incontrandolo negli occhi dei più deboli, di coloro che si sentono esclusi.

Queste persone sono le pietre vive del tempio: le fa vive il loro desiderio.

Il vero culto sta nel portare Cristo nella propria casa.

Sia questo oggi il desiderio con cui ci affidiamo a Lui, come candele preziose, disponibili tra le sue mani, per poter anche noi, alla fine delle nostre giornate e delle nostre vite, dire con Simeone e Anna, che la luce del Signore ci ha davvero cambiato la vita.

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