L’11 febbraio 2013 papa Benedetto XVI annunciò davanti ai cardinali di non avere più le forze sufficienti per continuare a esercitare il ministero petrino e dichiarò di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro. La rinuncia divenne effettiva il 28 febbraio 2013 alle ore 20, quando la sede di Roma e la sede di San Pietro risultarono vacanti e fu convocato il conclave per l’elezione del nuovo pontefice.
La ragione indicata pubblicamente fu il progressivo indebolimento fisico e psicologico dovuto all’età avanzata, aggravato dalla complessità dei problemi della Chiesa universale. Gli scandali finanziari, il caso Vatileaks, gli abusi sessuali commessi dal clero e le divisioni nella Curia romana contribuirono a rendere più difficile il governo della Chiesa, ma non esistono elementi sufficienti per sostituire alla spiegazione fornita da Benedetto XVI l’ipotesi di una rinuncia imposta o di una fuga dalle responsabilità.
L’annuncio dell’11 febbraio 2013
La mattina dell’11 febbraio 2013 Benedetto XVI stava parlando al Concistoro, una riunione ufficiale di cardinali. Ci si aspettava che avrebbe annunciato tre canonizzazioni, tra cui quella con cui vennero fatti santi i martiri di Otranto.
Ma Benedetto esordì dicendo che non avrebbe parlato solo di quello: «Vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa», disse Benedetto XVI in latino. Dopodiché parlò del fatto che le sue forze, «per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».
L’annuncio è arrivato in latino questa mattina, nel corso del Concistoro (l’assemblea solenne dei cardinali) per la canonizzazione dei martiri di Otranto. La notizia delle dimissioni papali ha subito fatto il giro del mondo.
Giovanna Chirri, giornalista dell’agenzia Ansa, era nella sala stampa vaticana e capì immediatamente il significato delle parole del papa perché sapeva il latino. Tuttavia la notizia le parve talmente sorprendente ed epocale che cercò un’ulteriore conferma da padre Federico Lombardi, all’epoca direttore della sala stampa.
Lombardi confermò e Chirri comunicò all’agenzia la notizia. Il lancio fu mandato alle 11:46, prima di tutti gli altri. La decisione di Benedetto XVI causò prevedibilmente un enorme clamore mediatico in tutto il mondo, e in seguito fu oggetto di dibattiti, commenti, analisi, ipotesi e interpretazioni più o meno fantasiose, persino di complotti.

Il testo della rinuncia
«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino», aveva spiegato.
«Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
«Ben consapevole della gravità di questo mio atto», aggiunse, «con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di San Pietro, a me affidato per mano dei cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».
«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono giunto alla certezza che, a causa della mia età avanzata, non ho più le forze per esercitare adeguatamente il ministero petrino».
«Nel mondo di oggi, soggetto a rapide trasformazioni e scosso da questioni di grande importanza per la vita di fede, per guidare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche avere vigore sia nel corpo che nello spirito, un vigore che, negli ultimi mesi, è diminuito in me a tal punto da dover ammettere la mia incapacità di esercitare bene il ministero affidatomi».
E così, ha comunicato la sua decisione di annunciare «in piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, che mi è stato affidato tramite i Cardinali il 19 aprile 2005, cosicché, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20, la Sede di Roma, la Sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato dall’autorità competente un conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».
Vi ringrazio di cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete sostenuto con me il peso del mio ministero e vi chiedo perdono per tutte le mie mancanze.
Le cause della rinuncia: salute, età e responsabilità
Benedetto ha spiegato di essere «ben consapevole che questo ministero, per la sua natura spirituale, deve essere svolto non solo con opere e parole, ma anche e in misura non minore con la sofferenza e la preghiera».
Tuttavia, ha spiegato che «nel mondo di oggi, soggetto a rapide trasformazioni e scosso da questioni di grande importanza per la vita di fede, per guidare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche avere vigore sia nel corpo che nello spirito, un vigore che, negli ultimi mesi, è diminuito in me a tal punto da dover ammettere la mia incapacità di esercitare bene il ministero affidatomi».
Storiche le immagini che ritraggono il pontefice, all’epoca 86enne, mentre annunciava la sua scelta di dimettersi a causa di problemi di salute. Era l’aprile del 2005 quando veniva eletto pontefice dal Conclave, per poi dimettersi 8 anni dopo, nel 2013, per via delle sue condizioni di salute.
Nell’ultima parte del suo pontificato, Ratzinger era già debilitato. Non riusciva a stare in piedi per molto tempo, aveva difficoltà a percorrere tutta la lunghezza della Basilica di San Pietro a piedi.
In un lungo articolo pubblicato sulla Civiltà Cattolica dopo la morte del papa emerito, padre Lombardi ha scritto delle sue dimissioni riducendole, alla fine, proprio a questa debolezza psicofisica, al di là delle oggettive difficoltà del pontificato.
Ha scritto Lombardi: Anche se su questa rinuncia e sulle sue motivazioni sono stati scritti fiumi d’inchiostro, in fondo l’atto è semplice, e le ragioni addotte da Benedetto XVI sono evidenti e del tutto plausibili: un grande atto di responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa.
Un atto di umiltà di fronte alle altissime esigenze del servizio di Pietro e di coraggio nell’aprire una via che già era prevista dal diritto della Chiesa, ma da secoli nessuno aveva ancora percorso.
L’elezione del Papa è ad vitam, ma non è detto che il pontificato debba necessariamente concludersi con la morte del Papa.
L’esperienza di Giovanni Paolo II e la decisione di Ratzinger
Papa Benedetto XVI nacque come Joseph Ratzinger il 16 aprile 1927, in Germania, nella piccola cittadina bavarese di Marktl. Entrò in seminario quando era poco più che un bambino, nel 1939, diventando sacerdote nel 1951.
Da allora intraprese una lunga e brillante carriera ecclesiastica, che lo portò a farsi una buona fama di teologo. Nel 1981 diventò il prefetto responsabile del dicastero per la dottrina della fede, il più antico e tra i più importanti della Curia romana (l’apparato amministrativo della Chiesa).
Ratzinger mantenne questo ruolo importante per moltissimi anni, praticamente fino a quando diventò papa. Da prefetto per la dottrina della fede, quindi, accompagnò il suo predecessore Giovanni Paolo II, Karol Wojtyła.
Tra le altre cose Ratzinger fu testimone da vicino del decadimento fisico di papa Wojtyła, dalla fine degli anni Novanta fino alla morte nel 2005. Come ha raccontato il podcast La rinuncia, curato da Carlo Marroni, vaticanista del Sole 24 Ore, l’esperienza di Giovanni Paolo II potrebbe aver contribuito alla volontà di Ratzinger di non prolungare troppo a lungo il suo pontificato.
Nel podcast lo storico Alberto Melloni racconta un aneddoto, mai confermato, secondo cui all’epifania del 2005 Giovanni Paolo II avrebbe indicato come successore ideale proprio Ratzinger. Lui accettò, ma a patto che l’elezione avvenisse in tempi rapidi e con un consenso ampio.
Andò in effetti così, ma secondo l’autore del podcast, Marroni, questa condizione può essere interpretata come un sintomo della ritrosia di Ratzinger ad assumere l’incarico già allora.
D’altra parte qualunque successore avrebbe avuto il compito di reggere il confronto con Wojtyła, un papa longevo e popolarissimo. Ratzinger affrontò la situazione a modo suo, cioè evitando di scendere a compromessi e rifiutando di abbandonare le sue posizioni conservatrici.
L’elezione di Benedetto XVI nel 2005
Nell’aprile 2005 un rapido conclave, durato due giorni, portava all’elezione al governo della Chiesa universale di Joseph Ratzinger, dal 1981 uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Poalo II.
In quell’anno Wojtyla lo aveva infatti sollevato dalla guida della diocesi di Monaco, che reggeva dal 1977 dopo una lunga carriera trascorsa nelle università tedesche come professore di teologia prima a Tubinga poi a Ratisbona, ponendolo alla direzione della Congregazione per la dottrina della fede.
Nonostante l’età ormai avanzata (era nato nel 1927), la scelta del conclave appariva abbastanza prevedibile. Il cardinale aveva svolto negli ultimi tempi all’interno della curia romana ruoli cruciali: decano del sacro collegio dal 2002, nel marzo 2005 aveva guidato la via Crucis in sostituzione dell’ammalato pontefice.
Aveva poi presieduto la messa per le sue esequie ed aveva infine presieduto le celebrazioni liturgiche pro eligendo romano pontefice.
Lo fece capire già prima del Conclave, nell’omelia del 18 aprile 2005 officiata da lui a San Pietro, in cui disse: «Avere una fede chiara viene spesso etichettato come fondamentalismo, mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni».
Un’omelia di questo genere fu interpretata come un messaggio chiaro ai cardinali, un modo per dire loro che se lo avessero votato il suo programma, il suo manifesto, sarebbe stato quello.
L’eredità di Giovanni Paolo II e la linea di governo
In queste occasioni - ed in altri interventi di quei giorni, come una celebre conferenza tenuta a Subiaco sull’Europa nella crisi delle culture - i suoi discorsi presentavano una tesi di fondo: alla drammatica crisi ecclesiale in atto si poteva far fronte con un irrigidimento delle misure promosse dal predecessore di cui sarebbe stato strumento un potenziamento del ministero papale.
Si può dunque pensare che i cardinali elettori abbiano ritenuto di dover conferire il governo della Chiesa universale ad una personalità che, trovandosi da più di due decenni al centro degli affari ecclesiastici, aveva formulato una diagnosi e proposto una terapia per affrontare la difficile eredità lasciata da Giovanni Paolo II.
Non c’è dubbio che le misure promosse dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede negli anni precedenti avevano sollevato nella comunità ecclesiale diverse perplessità e critiche.
Basta pensare alle censure nei confronti della teologia della liberazione, al confinamento della funzione ecclesiologica delle conferenze episcopali al piano pratico-pastorale, alla proclamazione della definitività delle proposizioni espresse dal magistero in materia di fede e di costumi, al trasferimento di competenze sui casi di pedofilia del clero dalla Congregazione del clero all’ex-Sant’Ufficio, una misura che finiva per aumentare la segretezza attorno a vicende su cui era esplosa la richiesta di trasparenza.
Ma è anche vero che Ratzinger godeva di un certo prestigio in ambienti progressisti: era stato uno dei periti più in vista del Concilio Vaticano II, dove aveva collaborato con l’arcivescovo di Colonia, Josef Frings, un autorevole esponente della corrente innovatrice.
Aveva in particolare sostenuto con puntuali argomentazioni teologiche l’approvazione della costituzione sulla Chiesa Lumen gentium. Nonostante il successivo scontro con Hans Küng, non aveva mai abbandonato il richiamo all’assise ecumenica, anche se aveva sottolineato che solo al magistero spettava la corretta interpretazione delle sue deliberazioni.
Poteva insomma apparire una scelta richiesta dalle complesse condizioni del momento affidare al cardinal Ratzinger l’attuazione di una linea capace di mantenere la fondamentale istanza conciliare - che, in termini generali, si può identificare in un rinnovamento della Chiesa allo scopo di restituirle efficacia apostolica nel mondo contemporaneo -, adeguandola poi nelle sue concrete applicazioni alla difficile situazione ecclesiale su cui egli stesso aveva richiamato l’attenzione.
Tradizione, Concilio Vaticano II e liturgia
Il nuovo pontefice - che assunse il nome di Benedetto XVI non solo in omaggio al messaggio di pace che Della Chiesa aveva lanciato nel mondo dilaniato dalla Grande guerra, ma anche, e assai significativamente, in ricordo di san Benedetto da Norcia che si era prodigato nell’evangelizzazione del mondo pagano - avrebbe ben presto ribadito l’ancoraggio delle sue posizioni al Vaticano II.
Ma avrebbe anche chiarito che nell’interpretarlo il magistero doveva filtrare l’esigenza di adeguamento della Chiesa ai tempi moderni alla luce di un principio supremo: la continuità della tradizione.
Naturalmente il principio, di per sé, costituiva un’asse portante della dottrina cattolica; ma, per quanto riguardava il rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, il papa faceva rientrare nella tradizione anche assai recenti concezioni teologiche, in particolare la rielaborazione dell’eredità controriformistica compiuta dall’intransigentismo cattolico otto-novecentesco.
Ratzinger non si curò di smussare il contrasto tra lui e Giovanni Paolo II, non tanto a livello di dottrina quanto a livello di immagine: misure come il ripristino della messa in latino, l’utilizzo di paramenti sfarzosi e di usanze antiche, furono accolte negativamente da una parte della comunità di fedeli e dai commentatori in generale, che comunque non furono entusiasti dell’elezione di Ratzinger neanche all’inizio.
Questo atteggiamento è emerso sul piano esteriore con la decisione di rimettere in auge abiti (il saturno, il camauro), paramenti liturgici (il pallio, le mitrie e i piviali tradizionali), oggetti (la ferula e il tronetto di Pio IX) da tempo abbandonati nelle apparizioni pubbliche dei pontefici del post-concilio.
Ma ha trovato la sua più eclatante espressione con il motu proprio Summorum pontificum che nel luglio 2007 reintroduceva la liturgia pre-conciliare, proclamando la singolare tesi che nella Chiesa cattolica di rito latino convivevano una modalità ordinaria della preghiera (quella introdotta dalla riforma liturgica di Paolo VI) e una modalità straordinaria (quella sancita nel 1570 dal cosiddetto messale di san Pio V).
Al di là di precipitose correzioni - come la nuova preghiera per gli ebrei inserita nella cerimonia del Venerdì santo del rito straordinario per evitarne l’incongruenza con i documenti conciliari, senza toccare le altre parti della liturgia che pure li contraddicevano - il provvedimento aveva ragione nel progetto di riassorbire lo scisma del tradizionalismo anti-conciliare.
Nel gennaio 2009 infatti la Congregazione dei vescovi emanava un decreto che revocava la scomunica inflitta da Giovanni Paolo II. I successivi incontri tra le due parti registrarono indubbie convergenze.
Ma si arenarono su una questione: le garanzie canoniche chieste dai tradizionalisti, allo scopo di poter mettere in discussione le interpretazioni delle deliberazioni del Vaticano II date dal magistero.
Benedetto XVI non riteneva insomma di poter spingere la volontà di reintrodurre la comunità anti-conciliare nella comunione ecclesiale fino al punto di consentirle di mettere in questione la suprema autorità del papato.
Il rapporto con la modernità
Occorre a questo proposito ritornare alla questione centrale con cui, a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa si è dovuta misurare: come trasmettere il messaggio evangelico ad un uomo moderno che sempre più si allontana dalla Chiesa?
La linea pastorale a lungo praticata - proporre una società cristianamente ordinata come via per risolvere i problemi che la modernità poneva e non scioglieva - non appariva più in grado di recuperare i “lontani”. Occorreva un aggiornamento.
A questo proposito l’assise ecumenica ha fornito una risposta che, molto sommariamente, possiamo ritenere abbia oscillato tra due poli.
Da un lato ha prospettato una linea di apertura al mondo moderno caratterizzata dal criterio di una rilettura del Vangelo alla luce dei segni dei tempi. Secondo quest’ottica la Chiesa restituisce efficacia alla sua azione pastorale nella misura in cui impara dalla storia quali sono gli elementi del messaggio evangelico capaci di intercettare le istanze del presente e i bisogni profondi dell’uomo di oggi.
Dall’altro lato ha presentato una prospettiva di aggiornamento della dottrina cattolica basata sull’inquadramento al suo interno di alcuni principi e valori della modernità.
In particolare ai fedeli si assegna il compito di costruire un retto ordine della vita collettiva basato sulla conformazione del consorzio civile ad una legge naturale valida per tutti, sempre e dovunque - di cui la Chiesa è l’unica autentica interprete e depositaria - all’interno della quale vengono ora fatti rientrare valori moderni come i diritti umani, la democrazia, la libertà religiosa.
I papi del post-concilio, non senza articolazioni e differenziazioni, hanno scelto questa seconda via. La cultura cattolica preconciliare riteneva di poter rispondere all’allontanamento dell’uomo moderno dalla Chiesa con il progetto di ritorno ad un regime di cristianità, che avrebbe assicurato una convivenza sociale prospera e felice in contrapposizione alle inadeguate proposte (liberali o comuniste) che gli uomini avevano elaborato nel loro cammino storico.
Senza tradire il Vaticano II - ma optando per una linea tra gli orientamenti presenti nei suoi documenti - i pontefici che hanno cercato di tradurre le deliberazioni dell’assemblea ecumenica in una concreta linea di governo hanno ritenuto di proporre ai contemporanei un’ammodernata neo-cristianità che faceva perno sull’universale legge naturale garantita dalla Chiesa.
Benedetto XVI ne è stato l’interprete più conseguente. Ne era probabilmente all’origine una visione culturale introiettata nel corso di un percorso formativo avvenuto prima della svolta giovannea e conciliare.
Il confronto con la storia e con l’Europa
In effetti, in armonia con le tendenze di quell’epoca, il sapere trasmesso nelle istituzioni educative della Chiesa evitava ogni serio confronto con la storia, ed in particolare con la storia del cristianesimo, nel timore di cadere nell’eresia modernista.
Il pensiero teologico di Ratzinger, per quanto raffinato, era del tutto alieno dal confronto con l’effettivo divenire dell’uomo e della Chiesa nel tempo.
Comunque sia, il papa rispondeva alla crisi determinata dall’allontanamento dei contemporanei dal cattolicesimo con una linea che riprendeva l’ammodernamento dottrinale: la restituzione alla Chiesa del compito di fissare, nei pubblici ordinamenti, quei fondamentali diritti che, basati sull’universale legge naturale, salvaguardavano le fondamenta stesse della civiltà umana, le avrebbe assicurato un’efficace presenza apostolica nella società contemporanea.
In particolare l’Europa, riconoscendo formalmente le radici cristiane del suo progetto politico-sociale, sarebbe uscita dalla sua decadenza, ritornando a svolgere un rilevante ruolo storico e politico nel rapporto con altre civiltà e religioni, in particolare quella islamica, che avanzavano, talora anche aggressivamente, sulla scena di un pianeta globalizzato.
Per quanto l’incidente sia stato ricucito sul piano diplomatico, l’attribuzione all’islam di una strutturale tendenza alla violenza bellica nel discorso tenuto dal pontefice nel settembre 2006 a Ratisbona rientra in questo quadro.
I suoi tre grandi discorsi politici sul contributo della religione al dibattito pubblico sono un altro aspetto della sua eredità. In particolare, sono i discorsi che ha tenuto in l’Accademia di Francia (College des Bernardins)in il Parlamento inglese (Westminster Hall) e in il Parlamento tedesco (Bundestag).
È chiaro che nelle questioni fondamentali del diritto, dove è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio di maggioranza non è sufficiente.
Gli scandali e le difficoltà del pontificato
La decisione di Benedetto XVI causò prevedibilmente un enorme clamore mediatico in tutto il mondo, e in seguito fu oggetto di dibattiti, commenti, analisi, ipotesi e interpretazioni più o meno fantasiose, persino di complotti.
Tra i fattori che ebbero un ruolo nella scelta di papa Benedetto XVI ci furono senza dubbio i molti scandali emersi durante il suo papato, gestiti non sempre in maniera ottimale dalla Santa Sede. Queste oggettive difficoltà appesantirono la situazione psicologica e fisica del papa, già precaria e affaticata dall’età.
Al di là dei complotti, l’interpretazione più fondata - data anche da padre Lombardi - è che il papa si sia dimesso soprattutto per le ragioni che spiegò il diretto interessato quell’11 febbraio di dieci anni fa.
Il discorso di Ratisbona
Il primo fu nel 2006, quando Ratzinger tenne una famigerata lezione all’Università di Ratisbona, in Germania, in cui citava un testo medievale in relazione al tema “Religione e violenza”.
Il soggetto del discorso era Manuele II Paleologo, imperatore bizantino, che dialogava con un persiano. Ma la frase su Maometto, decontestualizzata, causò un putiferio nei paesi islamici.
Dopo poco Benedetto XVI si scusò pubblicamente, dicendo che il testo medievale citato non corrispondeva al suo pensiero ma non riuscendo a far rientrare del tutto il caso.
Dopo la crisi di Ratisbona, moltiplicò i suoi gesti per respingere l’idea di uno scontro di civiltà tra cristiani e musulmani.
La revoca della scomunica ai vescovi tradizionalisti
Un altro incidente diplomatico ci fu nel 2009, forse l’anno peggiore del pontificato, quando Ratzinger revocò la scomunica di quattro vescovi ultraconservatori che rifiutavano le riforme del Concilio Vaticano II, ordinati senza autorizzazione da monsignor Marcel Lefebvre nel 1988.
Secondo il diritto canonico ordinare un vescovo illegittimamente provoca uno scisma, punito automaticamente con la scomunica. Intenzionato a mantenere unita la Chiesa, Ratzinger la revocò nel 2009.
Ma proprio in quei giorni venne reso noto che uno di loro in passato aveva di fatto negato la Shoah, sostenendo che le camere a gas in cui furono uccisi milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale non fossero mai esistite.
Ratzinger naturalmente venne molto criticato da più parti. Persino la cancelliera tedesca, Angela Merkel, chiese chiarimenti.
La Santa Sede fece sapere che il papa non conosceva le posizioni antisemite del vescovo, e che comunque i quattro non avrebbero assunto alcuna funzione pubblica all’interno della Chiesa.
Gli abusi sessuali commessi dal clero
Gli scandali più grossi furono però altri: quello sugli abusi sui minori e il cosiddetto “Vatileaks”, provocato dalla diffusione di documenti riservati del Vaticano.
Il primo scandalo aveva origini lontane. Fin dai primi anni Duemila negli Stati Uniti alcune indagini avevano fatto emergere sistematici abusi da parte di sacerdoti cattolici, che invece di essere sanzionati ed espulsi dal loro ordine venivano semplicemente spostati da una parrocchia all’altra, senza subire altre conseguenze.
Dal 2009 in poi si scoprì che questi insabbiamenti da parte della Chiesa avvenivano di continuo anche in altre parti del mondo, tra cui molti paesi europei.
I casi raggiunsero una dimensione che non poteva essere ignorata, e Ratzinger se ne assunse la responsabilità, come aveva fatto con la lezione di Ratisbona.
Al contrario di quanto fatto dal suo predecessore, riconobbe pubblicamente e apertamente il problema della pedofilia, e fu il primo papa a incontrarsi con alcune vittime e con i loro familiari durante i viaggi apostolici.
Il caso Vatileaks
Per quanto riguarda lo scandalo “Vatileaks”, fu provocato dal maggiordomo di Ratzinger, Paolo Gabriele, soprannominato dai giornali “il corvo”.
Nel 2012 Gabriele venne arrestato dalla gendarmeria vaticana per aver trafugato vari documenti riservati, il cui contenuto era finito in libri e ricostruzioni giornalistiche.
Erano documenti che fecero un certo scalpore, perché riguardavano la gestione delle finanze vaticane e le divisioni politiche all’interno della Curia.
Negli anni, in molti hanno associato lo scandalo “Vatileaks” alle dimissioni di Ratzinger. Tuttavia in un’intervista con Peter Seewald, autore della biografia del papa emerito Una vita, è Ratzinger stesso a sostenere il contrario: «Una volta ho detto che uno non si può dimettere quando le cose non sono a posto, ma può farlo solo quando tutto è tranquillo. Io ho potuto dimettermi proprio perché riguardo a quella vicenda era tornata la serenità. Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte».
Il ruolo del diritto canonico
La possibilità di abdicazione sono contemplate nel Codice di Diritto Canonico, a patto che quella del Pontefice sia una libera scelta e che le dimissioni non siano imposte dall’esterno.
Ratzinger è quindi stato il primo Pontefice a esercitare la rinuncia in obbedienza al diritto canonico, che ha codificato questa possibilità solo nel 1983.
Nel XII secolo i giuristi si posero il problema dell’ammissibilità della rinuncia al papato, cercando di distinguere le eventuali cause legittime da quelle inammissibili e ponendosi altresì il problema dell’inesistenza di un superiore gerarchico nelle cui mani il papa in carica potesse rassegnare le dimissioni.
Il giurista Baziano sostiene che la rinuncia è ammissibile solo in due casi: nel desiderio di dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa e nel caso di impedimenti fisici dovuti a malattia e a vecchiaia.
A sua volta il canonista Uguccione da Pisa confermava le osservazioni di Baziano precisando che la rinuncia non doveva comunque danneggiare la Chiesa e doveva essere pronunciata di fronte ai cardinali o a un concilio di vescovi.
Le decretali di Gregorio IX, pubblicate nel Liber Extra del 1234 inoltre, precisavano altre cause di rinuncia: oltre alla debilitazione fisica, veniva rintracciata l’inadeguatezza del papa per defectus scientiae, nell’aver commesso delitti, nell’aver dato scandalo (quem mala plebs odit, dans scandala cedere possit ) e nell’irregolarità della sua elezione, ma si escludeva quale legittimo motivo di rinuncia il desiderio di condurre una vita religiosa, il cosiddetto zelum melioris vitae, già ritenuto ammissibile dai canonisti.
I precedenti storici
In passato, c’erano già stati casi analoghi, di dimissioni di pontefici: otto, non tutti documentati con certezza. L’ultimo risaliva però a 600 anni prima.
Nessun papa dal 1406 aveva mai fatto ricorso alla possibilità di lasciare il proprio incarico, e comunque i precedenti erano pochissimi.
Ma quella di Celestino V non fu la prima delle rinunce al papato, siano esse storicamente accertate o meno. Già per figure di papi che sfumano nella leggenda come Clemente I, Ciriaco e Marcellino si parlò di rinuncia; seguono poi i casi di Ponziano, Cornelio e Liberio.
Ancora si parlò di dimissioni o di deposizione per Martino I, Benedetto V e Giovanni XVIII, fino ad arrivare alle rinunce di Benedetto IX, Gregorio VI, Pasquale II e Celestino III.
Celestino V
Il più famoso è quello di Celestino V, che abdicò nel 1294, a soli 5 mesi dalla sua elezione, per lo più a causa delle ingerenze politiche di Carlo d’Angiò.
Per la sua decisione fu collocato da Dante nell’Inferno tra gli Ignavi, e passò alla storia come «colui che per viltade fece il gran rifiuto».
La storiografia moderna ha però rivalutato la sua figura e si parla della sua scelta come esempio di umiltà e ragionevolezza.
Ma nel 1342 Francesco Petrarca, nel De vita solitaria scrisse con ammirazione sulla scelta di Celestino V, compiuta in coerenza con la sua vita di eremita che rifuggiva dalla corruzione del mondo e della Chiesa.
E secondo alcune analisi basate sulla storia “segreta”, le dimissioni di Celestino V sarebbe da mettere in relazione ad un presunto rapporto con l’Ordine dei Cavalieri templari, risalente ad un incontro precedente alla sua ascesa al soglio di Pietro con il Gran Maestro del Tempio Guillaime de Beaujeu, durante il Concilio di Lione, che vide coinvolte le massime figure della cristianità dell’epoca.
In quell’occasione, sempre che l’incontro sia davvero avvenuto, i Templari avrebbero fornito a Pietro Angelerio da Morrone (il nome di Celestino V prima dell’elezione a papa) i finanziamenti per costruire la Basilica di Collemaggio a L’Aquila.
Per alcuni rientra in una decisione maturata fin dai primi anni del pontificato: lo mostrerebbe la deposizione del pallio sulla tomba di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, durante la visita alla basilica di Collemaggio a L’Aquila compiuta da Ratzinger nell’aprile 2009.
La creazione della figura del Papa emerito
Una rivoluzione tale da aver portato alla creazione di una nuova carica, quella di “Pontefice emerito”.
Era inedita anche la situazione che si generò in seguito all’elezione dell’attuale papa Francesco, cioè la convivenza di due papi, di cui uno emerito e l’altro in carica.
La scelta e la carica di “Pontefice emerito” divennero quindi elementi centrali della nuova situazione istituzionale e simbolica della Chiesa cattolica.
Il sopravvivere a lungo alla scelta epocale di Benedetto XVI ha alimentato il mistero delle vere ragioni della sua uscita di scena; e la leggenda dei «due Papi» ha poi acceso le rivalità tra fronti cattolici.
La vita dopo la rinuncia
Le discussioni si sono rianimate ancora dopo la morte del papa emerito, avvenuta la mattina del 31 dicembre scorso, dopo dieci anni di vita ritirata nel monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano.
La sua vita da «Papa emerito» è durata più a lungo del pontificato: quasi dieci anni contro otto.
Il «Papa emerito», altro termine scelto da Ratzinger e controverso quanto la sua personalità, ha cercato di spiegarlo per duecento pagine nella monumentale biografia scritta dal tedesco Peter Seewald.
Ma in realtà non ha dato una risposta esaustiva. Il fatto che nel 2024 nessuno abbia ancora saputo o voluto regolare le «dimissioni» di un Papa conferma quanto la rinuncia sia diventata, da decisione quasi sacrilega per i tradizionalisti, una scelta ammissibile: ma non codificabile.
Il convento Mater Ecclesiae dove si è rinchiuso con quattro «Memores», donne laiche consacrate, e con il vescovo Gaenswein: protetto dai gendarmi vaticani e sempre più risucchiato in una dimensione di preghiera.
Benedetto ha rifiutato con forza l’idea di un suo «papato parallelo»: non voleva farsi usare. Difficile dire se ci sia riuscito fino in fondo.
La sua presenza ha accompagnato il successore come un supporto benigno, che a tratti è parso quasi proteggere Francesco dalle critiche degli avversari.
Negli ultimi anni, tuttavia, la leggenda dei «due Papi» è diventata lo strumento di chi ha voluto trasformare la loro coabitazione in una strisciante competizione tra fronti vaticani e cattolici contrapposti.
Da allora fino al 31 dicembre del 2022, quando Benedetto XVI è scomparso, si è inspessito un alone di ambiguità e di polemiche velenose che sia Bergoglio, sia Joseph Ratzinger hanno subìto e non alimentato; ma del quale entrambi hanno finito per essere vittime.
Le conseguenze sulla Chiesa cattolica
L’atto, che non ha precedenti nella storia della Chiesa dell’età moderna e contemporanea, è stato variamente spiegato.
Le dimissioni di Benedetto XVI, oltre ad alimentare il dibattito sui precedenti storici e sui profili giuridici, hanno stimolato il richiamo ad elementi millenaristici.
Ma a parte i riferimenti storici e i richiami millenaristici, al netto delle tesi “complottiste” alla Dan Brown, quali potranno essere le conseguenze sulla linea della Chiesa cattolica, dopo le dimissioni di Benedetto XVI?
Si può ipotizzare un diverso dialogo con le altre confessioni cristiane ed una maggiore capacità di comprendere i temi della modernità e della stessa visione laica del divenire, in questa vicenda infatti, trovano conferma le ragioni di Blaise Pascal: «Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. (Pensieri, 72)».
Da un lato, la rinuncia ha dimostrato che l’elezione a vita non impedisce al pontefice di riconoscere la propria incapacità di governare adeguatamente la Chiesa. Dall’altro, la lunga sopravvivenza del Papa emerito ha reso evidente l’assenza di regole dettagliate sulla posizione, sul titolo e sul ruolo di un pontefice che lascia l’incarico.
Quel giorno di febbraio del 2013 si è chiusa una fase e se n’è aperta un’altra nella quale il cattolicesimo è ancora immerso.
E Benedetto, il Papa dell’ortodossia dottrinale, il teologo bavarese raffinato e, secondo i detrattori, fin troppo arcigno, ha compiuto l’atto più «eversivo» della storia plurisecolare della Chiesa.
La rinuncia rimane uno spartiacque col quale il mondo cattolico continua a fare i conti ogni giorno, con malcelato imbarazzo.

Edizione delle ore 07.30 del 21/09/2026
Le eredità teologiche e pastorali
Oltre a questa decisione, da cui tutti possiamo imparare, egli ci ha lasciato anche altre grandi lezioni nel corso dei suoi quasi otto anni di pontificato.
Un’eredità teologica
Da un lato, la sua opera teologica. In particolare, il suo capolavoro “Gesù di Nazareth”, in cui dimostra che il Gesù che appare nei Vangeli è lo stesso Gesù che è esistito.
Si compone di tre volumi, in cui commenta la vita di Cristo. Infatti, l’ha scritta durante il suo poco tempo libero.
Benedetto XVI è un grande teologo. A causa di questa preoccupazione ha organizzato un sinodo per i cattolici, per far loro apprezzare meglio la Bibbia; ha spiegato che il Concilio Vaticano II non può essere letto come una rottura con il passato, ma come una continuità; e ha insegnato ad apprezzare il significato liturgico delle cerimonie.
Il dialogo con le altre confessioni
Infine, Benedetto ha mostrato una particolare disponibilità al dialogo. Il Papa emerito si è rivolto alla Fraternità San Pio X, il gruppo tradizionalista fondato da Marcel Lefebvre.
D’altra parte, ha anche promosso le relazioni della Chiesa cattolica con la comunità ebraica, viaggiando in Terra Santa e incontrando le organizzazioni rabbiniche.
Dopo la crisi di Ratisbona, moltiplicò i suoi gesti per respingere l’idea di uno scontro di civiltà tra cristiani e musulmani.
tags: #ansa #benedetto #xvi #dimissioni