Durante la messa a porte chiuse che ha aperto la terza giornata degli Stati generali del Sud a Reggio Calabria, don Nuccio Cannizzaro avrebbe pronunciato parole durissime contro la cultura della legalità, la magistratura e il principio della separazione dei poteri.
Secondo i presenti, il sacerdote avrebbe sostenuto che «la politica deve prevalere sugli altri poteri», chiedendo anche il ripristino dell’immunità parlamentare e affermando che il potere scelto con il voto dagli italiani dovrebbe avere la supremazia.
Le frasi pronunciate durante la messa
Le dichiarazioni del prete avrebbero gelato i presenti: c’era anche il ministro degli Esteri, nonché leader di partito, Antonio Tajani. I vertici del partito azzurro si trovavano riuniti per la messa di apertura della terza giornata di lavori.
Secondo i presenti, don Nuccio Cannizzaro avrebbe pronunciato un vero e proprio attacco alla magistratura. Frasi del tipo: "La politica deve prevalere sugli altri poteri", hanno gelato i presenti.
"Basta con la cultura della legalità che tanti danni ha fatto". Parole durissime quelle che don Nuccio Cannizzaro avrebbe pronunciato nella sua omelia durante la messa a porte chiuse che ha aperto la terza giornata degli Stati generali del Sud a Reggio Calabria.
"Gesù è stato il primo ad andare contro la rigida legge ebraica, bisogna ripristinare l’immunità parlamentare, il potere scelto con il voto dagli italiani deve avere la supremazia, solo così si può far volare in alto il Paese", avrebbe dichiarato don Cannizzaro.
Un’interpretazione evangelica che probabilmente non troverete nelle omelie di Papa Leone. E persino un parallelo tra Gesù e chi infrange le regole: «Gesù - ha spiegato - è stato il primo ad andare contro la rigida legge ebraica».
La messa degli Stati generali del Sud
Una kermesse voluta da Forza Italia arrivata alla sua ultima tappa. A Reggio Calabria, davanti a una platea di big di Forza Italia, il sacerdote ha trasformato l’omelia della messa di apertura degli Stati generali del Sud del partito in una sorta di manifesto politico.
Un manifesto che, più che odore di incenso, lasciava nell’aria quello della polvere di tribunale. Un’affermazione che, in qualunque altra diocesi italiana, avrebbe fatto sobbalzare persino i santi delle navate.
In Calabria, terra di ’ndrangheta, ha fatto sudare freddo le prime file della kermesse: lì, a pochi passi dall’altare, c’erano Antonio Tajani e lo stato maggiore forzista, improvvisamente ammutoliti sulle loro poltroncine.
Alla kermesse di Forza Italia, la funzione era stata organizzata come un momento intimo, senza telecamere. Una scelta che, col senno di poi, qualcuno in sala avrà vissuto come una grazia.
Perché se quelle parole fossero uscite in diretta tv, l’effetto boomerang sarebbe stato devastante. La Chiesa calabrese, per ora, tace.
Il significato politico delle dichiarazioni
Don Nuccio, secondo quanto riporta Repubblica, non si è fermato lì: «Bisogna ripristinare l’immunità parlamentare, il potere scelto con il voto dagli italiani deve avere la supremazia, solo così si può far volare in alto il Paese”.
Se il Vangelo invitava a rendere a Cesare quel che è di Cesare, don Nuccio Cannizzaro sembra avere capito solo una cosa: che la politica, specie quella amica, va difesa anche a costo di calpestare il principio di legalità.
«Basta con la cultura della legalità che tanti danni ha fatto», ha tuonato in sintesi dal pulpito, secondo il racconto dei presenti. Ascoltare oggi don Nuccio scagliarsi contro la legalità nella terra in cui i boss prosperano sulle zone grigie della politica ha oggi il sapore dell’ennesima provocazione.
Perché trasformare l’altare in un pulpito politico, in Calabria, è molto più di un azzardo retorico: è un messaggio pericoloso, che scivola dritto nelle orecchie di chi la legalità non l’ha mai sopportata.
Chi è don Nuccio Cannizzaro
Don Nuccio Cannizzaro non è di certo una figura sconosciuta se è stato chiamato a officiare la funzione nel programma forzista. Ed è ampiamente noto tra le cronache giudiziarie.
Il prete era stato indagato, e poi assolto in appello, per una falsa testimonianza a favore di un presunto boss locale. L’inchiesta si concluse con un’assoluzione, ma le intercettazioni depositate agli atti tracciavano un ritratto del tutto particolare.
Per chi conosce la storia del parroco, però, la sorpresa è relativa. Don Nuccio, anni fa, è stato indagato per una falsa testimonianza a favore di un presunto boss locale (anche lui assolto nel processo).
Quell’inchiesta lunga e tormentata - è giusto sottolinearlo - si è chiusa con un’assoluzione. Ma la memoria dei fedeli non ha i tempi della prescrizione.
Le intercettazioni e le vicende giudiziarie
Negli anni Duemila, la sua voce finì in più di una registrazione imbarazzante. Almeno secondo gli inquirenti chiedeva favori all’assessore comunale di turno, si lamentava di una casa di un’anziana troppo vicina alla chiesa - voleva liberarsene per avere il piazzale tutto per sé - e pontificava in macchina frasi degne di un film grottesco.
Un sacerdote che spiegava ai carabinieri, senza sapere di essere ascoltato, che «con un mafioso bisogna avere un linguaggio mafioso». E che ai preti «non si può imporre uno stile pastorale-poliziesco».
La sua Mercedes, piena di cimici, diventava un confessionale rovesciato, dove le parole non salivano al cielo ma finivano nei faldoni della Procura.
Negli anni Duemila, la sua voce finì in più di una registrazione imbarazzante. L’inchiesta si concluse con un’assoluzione, ma le intercettazioni depositate agli atti continuarono a essere richiamate nel dibattito sulla figura del sacerdote.
Il precedente dell’omelia sui vaccini anti-Covid
Un altro caso di omelia shock aveva coinvolto don Paolo Pasolini, parroco presso la parrocchia di San Rocco a Cesena, dopo la diffusione sui social di un video con alcune sue affermazioni dall’altare.
Ci sarebbero donne che sarebbero state assoldate appositamente per farle abortire e avere così feti vivi su cui testare i vaccini anti covid, è quanto ha sostenuto nella sua omelia domenicale don Paolo Pasolini, parroco presso la parrocchia di San Rocco a Cesena, ora finito al centro di una bufera mediatica dopo che il video delle sue affermazioni dall’altare sono state pubblicate su facebook e rilanciate.
Il Prete infatti ha rilanciato una nota fake news già più volte smentita a tutti i livelli non solo prendendola per buona ma cercando di convincere fedeli e parrocchiani che assistevano alla messa domenicale.
“Come voi sapete gli ingredienti non solo del vaccino anti-Covid ma anche di altri vaccini sono tirati fuori da parti organiche di feti vivi abortiti, ci sono “Aziende statali o private che farebbero ingravidare donne per farle abortire al quarto-quinto mese al fine di asportare loro il feto vivo e usarne gli organi per la sperimentazione dei vaccini anti-Covid” ha dichiarato infatti il parroco nell’omelia tra lo sconcerto degli stessi fedeli e tra chi poi ha visto il video rilanciato sui social.
Le smentite e la posizione della diocesi
Un racconto che nelle intenzioni del parroco aveva lo scopo di denunciare la “cultura della morte” come l’aborto e l’eutanasia. Racconto però completante falso e fuorviante tanto da richieste l’intervento del vescovo della diocesi di Cesena Douglas Regattieri.
Il vescovo ha commentato il fatto citando una nota della Congregazione per la dottrina della fede secondo la quale “è moralmente accettabile utilizzare vaccini anti Covid-19 che hanno usato linee cellulari provenienti da feti abortiti nel loro processo di ricerca e produzione”.
Sono affermazioni "prive di qualsiasi fondamento scientifico e pericolose. Spero che queste falsità palesi non abbiano effetto su chi le ha ascoltate", ha commentato invece il sindaco di Cesena, Enzo Lattuca.
Nemmeno questo però è servito a fare tornare sui suoi passi il parroco che insiste: “Queste tesi le appoggiano i medici e gli esperti. C’è scritto ovunque, basta leggere”.
Il ruolo delle omelie nel dibattito pubblico
Le omelie possono affrontare questioni sociali, morali e civili, ma le dichiarazioni attribuite ai sacerdoti nei due episodi hanno suscitato reazioni perché presentavano come certe affermazioni contestate o prive di fondamento e trasformavano il momento liturgico in uno spazio di forte contrapposizione politica.
Nel caso di Reggio Calabria, il punto centrale della polemica riguarda il rapporto tra politica, magistratura e legalità. Nel caso di Cesena, invece, la contestazione ha riguardato la diffusione di informazioni false sui vaccini e sull’utilizzo di linee cellulari provenienti da feti abortiti.
In entrambi i casi, le parole pronunciate durante la celebrazione hanno superato i confini della riflessione religiosa e hanno prodotto un’ampia eco pubblica.
