Nel Vangelo di Giovanni 13,31-35 Gesù consegna ai discepoli il comandamento nuovo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». L’amore reciproco, vissuto secondo la misura dell’amore di Cristo, è il segno distintivo della comunità cristiana.
Papa Francesco ha spiegato che pregare per le persone con le quali siamo arrabbiati è un passo concreto nella legge dell’amore: «Signore io sono arrabbiato con questo o con questa; io ti prego per lui e per lei». L’amore cristiano non si limita alla simpatia, non dipende dalla reciprocità e non esclude chi ha offeso o ferito.
Il testo evangelico di Giovanni 13,31-35
Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Il contesto: l’ultima cena e l’uscita di Giuda
Gesù parla nel cenacolo con i suoi discepoli durante l’ultima cena. Giuda Iscariota è appena andato via. Il Maestro annuncia che da quel momento ha inizio la sua vittoria e, nello stesso tempo, la glorificazione del Padre: “Ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato con lui”.
Non dice che sarà glorificato dopo la passione, per mezzo della risurrezione, ma afferma che la sua glorificazione è cominciata proprio con la passione. Gloria e croce sono inseparabili.
Quando Giuda è uscito dopo la cena fatta insieme, in Gesù si è manifestata la gloria di Dio. Giuda sembra uscire dalla stanza per obbedire a Gesù, per fare ciò che Gesù gli chiede: “Quello che vuoi fare, fallo presto” (13,27).
In realtà Giuda esce perché era già lontano da Gesù, perché aveva lasciato che il suo cuore si distanziasse da Gesù e dagli altri discepoli, ha dato spazio alla non fede in Gesù e l’ha coltivata. Giuda non ha creduto all’amore.
E l’unica maniera per rendere impotente Gesù è non fare spazio al suo amore, non far fiducia al suo amore. Giuda si è lasciato attrarre dal fascino della non fede, della tenebra: “Era notte” (13,30), annota Giovanni.
È come se all’insaputa di tutti si svolgesse, nella comunità di Gesù, una storia segreta, una storia tra Gesù e Giuda, una storia che Gesù conosce, ma che resta nascosta agli altri discepoli. Gesù non svergogna il traditore, non lo smaschera, non lo ferma nemmeno, anzi lascia che conduca a termine il tradimento, e quasi lo sollecita ad andare in fretta fino in fondo.
Il grido di vittoria nasce lì. Esprime il fatto che il male non ha soffocato l’amore, che il dolore e la delusione per il tradimento dell’amico non hanno impedito l’amore.
L’amore vince il male; l’amore vince la morte di cui Giuda si fa portatore e ministro; Gesù gioisce perché la cattiveria e l’insipienza altrui non lo hanno contagiato, ma egli resta nell’amore.
Uscito Giuda, ormai gli eventi incalzeranno, ma Gesù non ne sarà sorpreso. Egli obbedirà agli eventi che si succederanno e che come valanga precipiteranno, prodotti dalla banalità del male, da volontà incapaci di volere, da parole incapaci di dire, da corpi incapaci di amare, da gesti incapaci di contenere la propria violenza, da una verità da tutti tradita con la contraffazione e la menzogna.
Ecco la gloria, custodirsi puro nell’impurità dilagante. Continuare ad amare, anche l’amico fattosi nemico, il discepolo divenuto traditore.
Ecco la gloria di Dio, il manifestarsi di Dio, il suo farsi presente nella carne e nella storia umana. Che così spesso è storia di disumanità.
La gloria di Dio si manifesta nell’amore
In Gesù si è manifestata la gloria di Dio e per il IV vangelo la gloria di Dio è l’amore. Il grido di vittoria esprime che il male non ha soffocato l’amore.
Questa vittoria dell’amore sul male è anticipazione, agli occhi di Gesù, della vittoria della resurrezione che di lì a poco attraverserà la sua vita e vivificherà la sua morte.
La pericope liturgica inizia con un grido di vittoria, un inno di giubilo. Gesù dice: “Il Figlio dell’uomo è stato glorificato” (Gv 13,31).
La gloria di Gesù non è separata dalla passione, ma si manifesta proprio nell’ora in cui egli accetta di donarsi. L’amore che non si lascia vincere dal tradimento rivela il volto di Dio nella storia.
«Figlioli»: la tenerezza di Gesù verso i discepoli
Poi si rivolge a loro in modo inconsueto: “Figlioli, ancora per poco sono con voi”. È l’unica volta nel vangelo in cui li chiama “figli”, trattandoli come un padre fa con i suoi piccoli.
Può chiamarli così secondo verità, perché, come proprio Gesù aveva detto, “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30) e “il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10, 38).
San Bonaventura spiega teologicamente questa realtà dicendo che “tra le Persone divine regna una somma e perfetta “circumincessio” in quanto “uno è nell’altro e viceversa”, cosa che in senso proprio e perfetto succede solamente in Dio, poiché soltanto fra le tre persone della Santissima Trinità “avviene la più profonda unità con distinzione, in modo che è possibile fare questa distinzione senza mescolanza e questa unità senza separazione”.
Nello stesso tempo sta insegnando loro che, in modo analogo a quel che succede in Lui, anche tra loro dev’esserci una misteriosa partecipazione in questa circumincessio delle Persone divine, in virtù della quale devono avere sentimenti di paternità verso i loro fratelli.
Se Cristo, che è “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29) li chiama “figli”, anche loro devono avere nei riguardi dei loro fratelli un cuore di padre.
Il significato del comandamento nuovo
In questo momento di particolare intimità Gesù aggiunge: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri”. Già nell’Antico Testamento era stato formulato il precetto di amare; ma ora si aggiunge una cosa nuova: Gesù si presenta come modello e fonte di questo amore.
Il suo è un amore senza limiti, universale, capace di trasformare anche il dolore e le circostanze negative in occasioni di amare. Amare è così il segno distintivo dei suoi discepoli.
Nella legge era scritto di amare il prossimo come se stessi; quindi a prima vista può sembrare che quello che dice Gesù non è nulla di nuovo. Ma considerando il valore della legge e la sua applicazione, scopriamo che nessuno era riuscito a soddisfare tale richiesta e Gesù venne proprio per adempierla.
Il «nuovo» era perché Gesù stava amando i discepoli anche se tra poco questi l’avrebbero lasciato solo nella preghiera, nelle mani del Sinedrio e nell’agonia del Calvario.
Proprio in questo, dirà l’apostolo Paolo «Iddio mostra la grandezza del suo amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Questo è vero amore disinteressato.
Gesù poteva disporre di tutti gli eserciti celesti, di ogni autorità «in cielo e in terra» ma preferì la via dell’amore e della umiliazione, per conquistare gli uomini e così vincere la potenza del male.
Il valore decisivo del «come»
Puó sembrare strano, ma la parola che piú mi affascina di questo bellissimo brano di Giovanni è il “come”. Gesú, nella notte dell’ultima cena, dopo lo strappo definitivo con Giuda, consegna ai suoi discepoli il comandamento nuovo: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
È soprattutto quel “come” che ci dà la misura della grandezza - e della follia! - di questo comandamento. Il “come” ci dice che Gesú è il modello e la fonte dell’amore.
È il modello perché è a Lui che devo guardare costantemente se voglio capire cosa vuol dire amare per davvero. Il discepolo non puó accontentarsi con un amore tiepido o giustificarsi dietro qualche scusa.
Gesú ci inchioda: l’amore, quello vero, non ammette sconti stagionali. Ma, allo stesso tempo, Gesú è la fonte dell’amore. Lui mi ha amato per primo, mi ha raggiunto, mi ha rialzato, mi ha accompagnato.
Ognuno di noi ha un’esperienza unica del suo amore, nelle pieghe piú secrete della nostra esistenza conserviamo gelosamente il ricordo del suo passaggio, facciamo costantemente l’esperienza della sua presenza.
È stato Lui ad accendere in noi il desiderio dell’amore, di un amore puro e appassionato come il suo. Il Vangelo di oggi ci riporta all’essenza dell’esperienza cristiana: amare come Lui ci ha amati.
Un amore che supera la reciprocità
Gesù disse altrove: «Se amate solo quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno i Pubblicani lo stesso? Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano».
Questo è il «NUOVO» che i discepoli dovevano praticare. Quello che la legge dichiarava giusto verso i nemici, i discepoli dovevano superarlo e vincerlo con l’amore.
L’odio non doveva più esistere per i discepoli, ogni forma di violenza doveva cessare, perché in tutto dovevano somigliare al Maestro (v. 34) ed essere «figliuoli del Padre . che è nei cieli», perché bisogna essere «perfetti come è perfetto il Padre . celeste».
Di fronte all’amore ci troviamo tutti carenti e impreparati… fragili! È Gesù stesso a dirci che è facile amare chi ci ama e ci gratifica; è invece arduo voler bene a chi ci è ostile e, non solo, a chi ci ha offeso o procurato sofferenza.
Eppure Dio fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti, buoni e sui cattivi e ci ha amati tutti fino a donare suo Figlio per noi, proponendoci la misura alta dell’amore: l’amore senza misura, senza rendicontazione di meriti o demeriti dei destinatari.
L’agape e l’ordine dell’amore
Amore è la parola più inflazionata dei tempi moderni. E' sulla bocca di tutti. Tutti inneggiano all'amore, paradossalmente anche chi arriva al punto di uccidere la propria donna.
No, per cogliere la novità dell'amore che Gesù comanda occorre fare ordine nell'amore. Sant'Agostino parlava di ordo amoris e concludeva che la carità che chiede Cristo è un amore ordinato.
L'ordine non è tanto sul chi amare, ma sul come amare. Anzi, paradossalmente è proprio l'amore verso chi ti è vicino che è più da ordinare.
Amare un figlio che parrebbe la cosa più naturale del mondo, anche questa va ordinata: un ordinamento che evita gli eccessi, che mantiene il difficile equilibrio tra il custodire e il liberare, tra il proteggere e il far crescere, un ordine che deve fare i conti con le ansie e le paure; perché un figlio porta sempre con sè una gioia e una croce.
O pensate all'amore passionale. Qui ordinare l'amore va fatto dentro una ricorrente tempesta emozionale, mettendo in fila i valori morali, tenendo a freno passioni e gelosie, custodendo il rispetto per ciascuno.
Insomma amare non è per nulla facile. L’amore cristiano non è un impulso passeggero né una semplice emozione: è una scelta concreta, responsabile e orientata al bene dell’altro.
Agape: amare perché Dio ama
Platone non conosceva ancora l'amore di Gesù, ribatte Martin Luther King. Quello era Eros, un affetto, uno slancio di passione, questo è Agape l'amore di Dio operante nel cuore umano.
A questo livello, noi amiamo gli uomini non perché ci piacciono, né perché le loro maniere ci attraggono, e nemmeno perché essi possiedono una specie di scintilla divina; noi amiamo ogni uomo perché Dio lo ama.
A questo livello, noi amiamo colui che commette un atto malvagio, sebbene odiamo l'atto che egli compie. Ora possiamo comprendere che cosa intendeva Gesù quando diceva: "Amate i vostri nemici".
Dovremmo essere felici che egli non abbia detto: "Provate affetto per i vostri nemici": è quasi impossibile provare simpatia per certa gente. Come ci potrebbe piacere una persona che minaccia i nostri figli e lancia bombe sulla nostra casa? Questo è impossibile.
No. Quando Gesù ci comanda di amare i nostri nemici, egli non parla di eros; parla di agape, buona volontà comprensiva, costruttiva e redentiva verso tutti gli uomini.
Solo seguendo questa via e rispondendo con questo tipo di amore noi possiamo essere figli del Padre nostro che è nei cieli".
Il comandamento come servizio
Alla base dell’unico comandamento della comunità messianica non esiste una dottrina, ma un gesto d’amore che si fa servizio. Se la dottrina divide, l’amore è quello che unisce.
Sottolinea quindi il Signore: «Da questo», cioè da un amore che si fa servizio e non si scoraggia di fronte alle risposte negative, «tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
L’unico segno distintivo della comunità cristiana è un amore che diventa visibile attraverso il servizio e attraverso la proposta; è l’offerta dell’amore anche a chi non lo merita.
Gesù non parla di abiti, distintivi, insegne; l’unica caratteristica che deve contraddistinguere la comunità è un amore simile al suo.
Questa virtù così importante rimane la prerogativa che deve distinguere i discepoli di Gesù (v. 35) in questo mondo pieno di odio e di violenza.
L’amore come identità della comunità cristiana
Gesù lascia loro il comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri” (13,34). Solo così essi (e noi con loro) potranno essere là dove è anche il loro Signore.
Solo così il Signore risusciterà in mezzo a loro. Scrive Gerolamo: “Se questo fosse anche l’unico comando del Signore, basterebbe”.
È il comando che egli dona prima di morire, prima di intraprendere il viaggio finale. Cosa vuole Gesù che resti di lui? L’amore dei discepoli.
Vuole che restino dei discepoli capaci di amarsi, dunque di assumere l’ascesi, il rigore, la disciplina e anche la follia e l’eccesso dell’amore.
Dove disciplina e rigore, così come follia ed eccesso, rinviano a quel: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Trovate in me, nella mia vita, il fondamento e la misura dell’amore da assumere nelle vostre vite.
In verità ciò che Gesù lascia è la sua vita e il suo esempio, la sua pratica di umanità che ci insegna a vivere insegnandoci ad amare. Sì, Cristo risuscita nell’amore che i discepoli vivono nella storia.
La preghiera indicata da Papa Francesco
“Noi dobbiamo chiedere al Signore - ricorda Papa Francesco - che ci faccia capire bene questa legge dell'amore. Quanto è bello amarci gli uni con gli altri come fratelli veri. Quanto è bello!
Facciamo una cosa oggi. Forse tutti abbiamo simpatie e non simpatie; forse tanti di noi sono un po' arrabbiati con qualcuno; allora diciamo al Signore: Signore io sono arrabbiato con questo o con questa; io ti prego per lui e per lei.
Pregare per coloro con i quali siamo arrabbiati è un bel passo in questa legge dell'amore. Lo facciamo? Facciamolo oggi!”
Questa preghiera rende concreto il comandamento di Gesù: non chiede di negare la ferita o di fingere un’affezione spontanea, ma apre uno spazio interiore alla benevolenza, alla guarigione e al desiderio del bene.
La comunità cristiana come luogo di amore visibile
La pericope liturgica del vangelo della V domenica dell’annata C del tempo di Pasqua (Gv 13,31-35) presenta l’eredità, il dono e il compito che Gesù lascia ai suoi discepoli: l’amore, l’agape.
“Amatevi come io vi ho amati”. Espresso in forma di comando, questo amore ha forma pasquale, cioè chiede un’uscita da sé da parte del discepolo per accogliere in sé la forma di Cristo, e “forma e figura di Cristo in noi è l’amore” (Cirillo di Alessandria).
Vivere l’amore come Gesù l’ha vissuto significa partecipare alle energie del Risorto, passare dalla morte alla vita, significa confessare nelle relazioni quotidiane la fede pasquale.
Le comunità cristiane possono diventare luoghi al cui centro vi sono valori relazionali controcorrente rispetto alla mondanità: il servizio, il perdono, la cura dei più deboli e poveri, l’accoglienza, l’inclusione, la condivisione, la solidarietà.
E il testo evangelico odierno, con il comando di Gesù sull’amore reciproco, sull’amare come lui ha amato, non ci fornisce forse l’indicazione basilare di ciò che deve caratterizzare quella comunità cristiana?
L’amore e la speranza pasquale
La prima lettura (At 14,21-27) dice che frutto della resurrezione è anche l’attività apostolica intensa svolta da Paolo e Barnaba: predicazioni, viaggi, servizi alle comunità dei fratelli, organizzazione della vita delle comunità stesse, e continui pericoli assunti come momenti integranti della vicenda di fede.
Infatti, “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22). L’amore cristiano non elimina automaticamente le difficoltà, ma consente di attraversarle mantenendo la direzione del Regno.
La prospettiva pasquale è presente anche nella visione dell’Apocalisse (la seconda lettura: Ap 21,1-5) che mostra il compimento escatologico e universale dell’alleanza: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suoi popoli”.
Il compimento della Pasqua è la fine di lutto, affanno, lamento, peccato e morte. La pagina di Apocalisse presenta la visione (“Vidi un cielo nuovo e una terra nuova”: Ap 21,1) del rinnovamento escatologico del mondo e della Gerusalemme nuova che scende dal cielo.
Questa Gerusalemme celeste diviene la tenda in cui Dio abita con gli uomini, con l’umanità intera, con tutti i popoli. La formula di alleanza che nel Primo Testamento proclamava la reciproca appartenenza tra Dio e Israele, suo popolo, ora viene estesa all’intera umanità, a tutti i popoli: “essi saranno suoi popoli” (Ap 21,3).
Il plurale sembra indicare che ogni popolo è nella pienezza di comunione con Dio custodendo la propria peculiarità e specificità. Questo mondo radicalmente rinnovato vede la sparizione di tutto ciò che nella storia aveva afflitto e devastato l’esistenza degli umani: “non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21,4).
E Dio viene rappresentato come il consolatore che asciuga le lacrime da ogni volto. Anche le lacrime finiranno, anche il pianto scomparirà.
Dalla promessa alla vita quotidiana
Come noi sperimentiamo la fine dei nostri pianti, così la rivelazione biblica profetizza la fine del pianto. La nostra personale storia e la storia dell’umanità intera sono spesso storie scritte dalle lacrime, da pianti sommessi o angosciati, irrefrenabili o contenuti, pianti di disperazione e di sconforto.
Sono pianti che sono una pressante richiesta a Dio perché consoli, faccia giustizia, risani le ferite, mostri il suo volto, instauri per sempre e per tutti il suo regno di pace e giustizia.
Le lacrime versate davanti a Dio sono preghiera che invoca: “Venga il tuo Regno!”. E invocando la venuta del Regno, invocano anche la propria stessa fine.
Il messaggio dell’Apocalisse suona per noi come un’utopia: dove mai nella storia vediamo la comunione dei popoli? Quando mai una storia, sia essa personale o collettiva, non è solcata da pianto e dolore?
Eppure, proprio perché la potente e tenera immagine del Dio che terge le lacrime che solcano il viso degli umani dolenti non può che nascere dalla concreta esperienza di chi tale opera di consolazione l’ha vissuta e compiuta, l’utopia in realtà ha conosciuto anticipazioni storiche, realizzazioni certo parziali, ma avvenute nel tempo e nello spazio, e che hanno toccato corpi e volti precisi.
Dunque l’utopia ha conosciuto una geografia e una cronologia, dunque una storia. Ciò che l’Apocalisse ci mostra è la realizzazione piena, per sempre e per tutti, del sogno di Dio e dell’uomo.
Questa speranza continua a ispirare forme di comunione e solidarietà tra le genti, di fraternità e sororità universali: spazi di condivisione e convivialità, partecipazione e solidarietà, di scambio delle storie e delle narrazioni, che danno senso all’oggi e aprono al futuro.
Le eutopie sono luoghi di salvezza dell’umano, dove la singola persona umana è considerata nella sua piena dignità per il suo semplice “essere umano”, prima assolutamente di qualsiasi specificazione o attributo.
Conoscersi, ascoltarsi e camminare verso il bene
«Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che, dopo un incontro, ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni.
Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante è che portino verso il Bene.
È l’amore per gli altri, l’ amore per il prossimo, come il nostro Signore l’ha predicato, il lievito che serve al bene comune».
Un amore che diventa riconoscibile
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. L’amore reciproco non è un elemento secondario della vita cristiana, ma la sua forma pubblicamente riconoscibile.
Il discepolo non viene identificato anzitutto da abiti, distintivi, insegne o dichiarazioni, ma da un amore simile a quello di Cristo. Questo amore diventa visibile quando si traduce in servizio, perdono, ascolto, accoglienza, inclusione e preghiera.
Il commento di Sant’Agostino a questo brano del Vangelo di Giovanni precisa con chiarezza: «Per questo ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo».
«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri». Nel “come” di Gesù sono contenuti il modello, la sorgente, la misura e la missione dei suoi discepoli.
