Omelie e commenti sul miracolo di Pentecoste oggi

La Pentecoste celebra il dono dello Spirito Santo, che trasforma una comunità impaurita e raccolta nel cenacolo in una Chiesa aperta al mondo, capace di annunciare il Vangelo a ogni popolo e in ogni lingua. Lo Spirito non abbandona i discepoli dopo l’Ascensione, ma rende presente il Risorto, rinnova la fede, apre le porte chiuse e dona il coraggio della missione.

Il miracolo delle lingue manifesta che l’unità cristiana non nasce dall’imposizione, dalla uniformità o dalla ricerca del potere, ma dall’amore, dalla riconciliazione, dalla comunione e dal servizio. La Pentecoste continua oggi ogni volta che persone diverse riescono a comprendersi, perdonarsi, camminare insieme e testimoniare con la vita la carità di Cristo.

La Pentecoste: il dono dello Spirito Santo

La festa di Pentecoste è importantissima per noi cristiani! La domenica è sempre festa, ma ce ne sono alcune che la liturgia chiama "solenni" perché sono come dei pilastri su cui si fondano tutte le verità della nostra fede. La solennità di oggi si chiama Pentecoste perché viene celebrata 50 giorni dopo la Pasqua.

È come se questi 50 giorni fossero un unico grande giorno: quello della Resurrezione di Gesù. Con la festa che abbiamo celebrato domenica scorsa, l'Ascensione, Gesù torna al Padre, sale definitivamente al cielo ma non ci lascia soli, non ci lascia orfani! Il Figlio di Dio ci promette un dono, un dono grande, forte, potente: il dono dello Spirito Santo.

La liturgia ci invita a salire nella “stanza al piano superiore” (cf. At 1,13) ove il giorno di Pentecoste i discepoli ricevono il dono dello Spirito (cf. At 2,1-13). La Madre di Gesù è in mezzo a loro e il suo cuore custodisce e anima la preghiera di tutti: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

Tra il “già” dell’inizio del Regno di Dio e il “non ancora” del compimento promesso e atteso, lo Spirito santo rinnova incessantemente, nella Chiesa, i prodigi operati agli inizi della predicazione del Vangelo. Celebriamo oggi la Pentecoste, una festa che ci riporta ad un momento decisivo della vita della Chiesa.

Il beato cardinale A.I. Schuster in una sua classica opera lo descriveva con queste parole: «la Chiesa, che fino ad oggi vagiva come in culla tra le ristrette mura del cenacolo, conseguita ormai la sua integrale perfezione, tutta radiante di santità e di verità, fa la prima apparizione al mondo…» (Liber Sacramentorum, IV, Marietti, Torino-Roma 1930, pp. 152-153).

Discepoli nel cenacolo durante Pentecoste

«Non vi lascerò orfani»: la presenza di Gesù nel tempo della Chiesa

“Non vi lascerò orfani … verrò da voi” (Gv 14,18). Lo aveva detto più volte nei discorsi di “addio” nel Cenacolo. Ora se n’è andato davvero. Gli apostoli, che già prima non avevano ben compreso la portata delle sue parole, fanno fatica ad accettare il distacco dal Signore.

Rientrati nella stanza al piano superiore bisognerà decidere se vivere di nostalgia o di memoria. Ma come nei momenti più decisivi della vita del suo Figlio, anche nei momenti difficili dei credenti c’è la presenza della Madre: “Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: […] erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù” (cfr At 1,13-14).

La nube aveva sottratto Gesù ai loro occhi; Maria li aiuta a non farselo strappare dal cuore. Nella stanza al piano superiore Maria ancora una volta “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2-19): interpreta l’accaduto di Gesù asceso alla destra del Padre, e aiuta gli apostoli a comprendere l’evento della separazione.

Già la finale del vangelo di Luca lo prometteva: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Nei discorsi del quarto vangelo il Maestro parla della sua partenza e del suo ritorno, facendolo coincidere con l’avvenimento pasquale.

La portata di questa venuta pasquale di Gesù inaugura una nuova condizione di comunicazione con i credenti. Non è riservata alla cerchia dei testimoni della prima generazione, ma sarà una possibilità aperta a chiunque ama Gesù.

Il “ritorno” pasquale di Gesù tra i suoi è offerto ad ogni credente di ogni generazione: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). L’evento pasquale aprile per tutti la possibilità di accedere all’amore del Padre.

Papa Francesco ripete spesso che oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre. E nella storia dell’umanità questo si ripete: quando manca il Padre, manca qualcosa e sempre c’è la voglia di incontrare, di ritrovare il Padre, anche nei miti antichi: pensiamo ai miti di Edipo, di Telemaco e tanti altri che mostrano sempre questa ricerca del Padre che manca (Santa Marta, 18 maggio 2020).

Il distacco di Gesù e la missione dello Spirito

“È bene per voi che io me ne vada …. perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito” (Gv 16,7). Gesù desidera “educare” al distacco da Lui; è una necessità, perché il credente si eserciti a riconoscere i segni della sua continua presenza cosmica.

Tutto questo aiuta i discepoli a crescere nell’esperienza della fede come atto supremo di libertà. Da vero educatore non intende “addomesticare” i discepoli, sovrastare o soggiogare la loro libertà o manipolare la loro responsabilità. Li vuole liberi, non schiavi.

Il distacco dell’Ascensione in realtà risponde al compito educativo di “lasciar andare”. Gesù insegna uno dei processi più decisivi per la crescita delle persone: “lasciar andare” non significa “lasciar correre”, né abbandonare al proprio destino o disinteressarsi del suo bene, ma fare in modo che l’altro cresca grazie alla possibilità di consolidare e perpetuare le convinzioni e le conversioni interiori acquisite con la sequela di Cristo.

Dunque, l’apparente orfananza spalanca il palcoscenico del grande teatro della retta e coerente testimonianza, paradigma della maturità di ogni credente. Il distacco del Risorto dai suoi è una “partenza” che sa di nascondimento, e non di abbandono.

Per sopperire alla “partenza” del Rivelatore, lo Spirito Santo avrà il compito di assicurare la presenza dell’Assente, ovunque e sempre. Il Paraclito assicurerà questa presenza divina del Risorto, facendo memoria delle parole di Gesù e interpretando sempre di nuovo il suo messaggio.

Lo Spirito è quindi al servizio di Gesù, non aggiunge nulla di nuovo ma è la memoria creativa della fede, della carità e della speranza. Senza lo Spirito Santo ognuna di queste virtù soprannaturali resta muta, inesprimibile, depotenziata.

Lo Spirito come acqua viva, fuoco e consolazione

Giovanni ci conduce a Gerusalemme, durante la festa delle Capanne (cf. Gv 7,37-39), una delle più solenni del calendario ebraico, in cui il popolo d’Israele fa memoria del cammino nel deserto e ringrazia Dio per il dono dell’acqua e del raccolto. “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa”, Gesù prende la parola e, ritto in mezzo alla folla, grida: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7,37).

“Nuova specie di acqua che vive e zampilla” è il dono dello Spirito, che placa la sete d’infinito di ogni uomo, senza estinguerla, visitando le menti, riempiendo i cuori, penetrando nelle profondità dell’anima.

  • Lo Spirito, “acqua viva, fuoco, amore”, “fiamma ardente nel cuore”, “invade nell’intimo il cuore dei suoi fedeli” e lo riempie senza occuparlo.
  • Lo Spirito, “luce d’eterna sapienza”, “luce beatissima”, apre alla ragione la “porta della fede”, aiutandola a trasformare “l’inquietudine in profezia”.
  • Lo Spirito, “ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo”, “dolce consolatore”, “col balsamo del suo amore” è riposo nella fatica e riparo dalle insidie del male.
  • Lo Spirito, “datore dei doni”, “attesta che siamo figli di Dio” (Rm 8,16), “non materia casualmente assemblata - osserva Leone XIV - di un cosmo muto”.

Lo Spirito santo, “fonte inesauribile di grazia”, secondo San Basilio, “si concede in rapporto all’intensità della fede”; Sant’Ilario osserva che “ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo”. Lo Spirito ci è dato per quanto Gli è consentito dal “canale” della nostra libertà, del quale non osa rompere gli argini, semmai li irrobustisce.

Di questo ha fatto esperienza la Vergine Maria; chi più e meglio di lei ha conosciuto quanto afferma dello Spirito San Cirillo di Gerusalemme: “Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo”.

Fratelli e sorelle carissimi, nella pienezza della gioia pasquale la Liturgia delle ore richiama la testimonianza resa da Gesù ai Dodici: “Lo Spirito mi darà gloria: prenderà le mie parole e le dirà alla Chiesa” (cf. Gv 15,26-27). Tendiamo a Lui l’orecchio, anzi, “gli occhi del cuore” (cf. Ef 1,18): il dono dello Spirito diffonda sulle nostre labbra la voce della concordia che è impossibile modulare senza la preghiera e amplificare senza il dialogo fraterno.

Dal cenacolo alla Chiesa aperta

Il racconto del dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste si apre con i discepoli raccolti in quella «casa» tradizionalmente identificata come il cenacolo in cui avevano celebrato la Pasqua con Gesù, e in cui egli aveva promesso loro il suo Spirito consolatore. Il cenacolo farà così da sfondo ai momenti decisivi in cui la Chiesa nascente prende coscienza di sé e muove i suoi primi passi.

Tuttavia, subito dopo la morte di Gesù il cenacolo più che luogo dell’attesa del compiersi delle promesse sembra ridursi per i discepoli a una sorta di rifugio, un riparo dal mondo in cui chiudersi dentro «per timore dei Giudei» (Gv 20,19), come nota il vangelo di Giovanni. La comunità dei discepoli di Gesù sembrerebbe destinata, in questo modo, a ridursi a una delle piccole sette di Israele: chiusa in sé stessa, chiusa al mondo, piena di paure e destinata a conservare un mero ricordo del perduto maestro.

Tuttavia, come abbiamo potuto contemplare lungo tutto l’itinerario del tempo pasquale, fin da subito ogni tentazione di chiusura viene vinta, permettendo alla comunità dei discepoli, e così alla Chiesa, di riconoscere la reale ampiezza e portata della propria missione. Il cenacolo dalle porte sbarrate in cui gli apostoli si sono chiusi per timore non impedisce, infatti, al Signore risorto di manifestarsi loro: «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “pace a voi!”» (Gv 20,21).

La vita del Risorto si manifesta così, innanzitutto, come una vita che non può essere trattenuta, più tenace della morte, essa si rivela più forte di ogni chiusura e paura: per quanto si possa essere fragili o peccatori, per quante porte si possa chiudere e per quanta paura si possa avere, niente può revocare l’iniziativa che Dio ha preso nei confronti dell’uomo sua creatura.

Lo abbiamo visto nell’Ascensione. Veramente cielo e terra si sono legati nel Signore Gesù in modo del tutto nuovo e permanente: l’umanità nostra - patita e vissuta da Gesù fin sulla croce - è portata dal Risorto nel cuore stesso del mistero di Dio.

Comprendiamo così che è Dio a non conoscere chiusure, Egli per primo è uscito da sé stesso, nel Figlio si è aperto al mondo per attrarci nell’orbita della sua stessa vita divina. Come rivela lo stesso Gesù ai suoi, nel Vangelo appena proclamato: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

È proprio di questo prender dimora di Dio in noi che oggi rendiamo grazie in questa festa di Pentecoste. Lo Spirito Santo, come abbiamo sentito, riempiendo «tutta la casa dove si trovavano» tocca personalmente «ciascuno di loro» i quali ora spalancano le porte del cenacolo al mondo, a tutti i popoli a «ogni nazione che è sotto il cielo».

Proprio così, nell’immagine del cenacolo che da luogo chiuso, di difesa, si apre al mondo e a tutti gli uomini, possiamo scorgere una più profonda trasformazione, è l’esistenza dei discepoli a non essere più la stessa: Dio si è “legato” realmente alle loro vite, è attraverso la povertà delle loro persone che la vita del Risorto - lo «spirito di Cristo» come lo chiama san Paolo - realmente si fa largo nel mondo.

Pentecoste - maestrasonia.it

Il miracolo delle lingue: da Babele alla comunione

Il mistero della Pentecoste è riassunto dai testi odierni della Scrittura con tocchi straordinariamente ricchi e stimolanti. Il racconto degli Atti, la pagina di Paolo e il vangelo di Giovanni parlano del progetto divino sull’umanità e della vocazione della chiesa, modello e testimone di ciò che il mondo è chiamato ad essere.

Qual è dunque questo progetto? Come viene modellata la comunità dei credenti per rendere testimonianza del progetto di Dio sull’umanità intera? Tra i tanti aspetti che si potrebbero cogliere nei tre brani biblici odierni, soprattutto tre sembrano emergere.

Pentecoste come alternativa a Babele

Ciò che viene raccontato negli Atti degli Apostoli porta a leggere la Pentecoste come l’alternativa radicale alla vicenda di Babele. Nel testo della Genesi, al capitolo undicesimo, si racconta che l’uomo intraprende il progetto titanico di costruire la storia prescindendo da Dio, o meglio sfidandolo.

L’«avere una sola lingua e le stesse parole», va letto in chiave simbolica: è l’immagine di un progetto “imperialistico” destinato a creare l’unità del genere umano a partire dal potere. Non a torto alcuni racconti rabbinici hanno visto nella costruzione della torre di Babele una volontà di potenza che sfida Dio e sfrutta l’essere umano.

La torre, dice uno di questi racconti, aveva sette gradinate a oriente e sette ad occidente. Da una parte gli uomini salivano per portare i mattoni e dall’altra scendevano per andarli a caricare. Ora, se durante il faticoso andirivieni un uomo cadeva e moriva nessuno lo piangeva, ma se un mattone si rompeva, lamenti e grida si alzavano da terra: «Quanto costerà? Come si farà?».

Il Signore vide che gli uomini si preoccupavano più dei mattoni che dei loro fratelli e allora scese, li maledisse, e li disperse sulla faccia della terra. Sono riconoscibili qui tanti progetti antichi e contemporanei, che distruggono e asservisco.

Il risultato di un tale manifesto insolente e borioso è il fallimento totale: non l’unità, ma la confusione dei linguaggi e la dispersione; non l’armonia dei popoli e delle lingue, ma la frantumazione e l’odio.

A questo quadro concepito dalla hybris umana si contrappone quello di Dio, manifestato dal popolo che nasce grazie allo Spirito. In questo popolo trovano posto uomini e donne di ogni nazione e lingua, che non rispondono al progetto mitomane del potente di turno, ma vivono di libertà e gratuità, responsabilità e grazia.

Le lingue riconciliate nello Spirito

Durante la proclamazione della Parola di Dio abbiamo ascoltato che agli Apostoli «apparvero lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,3-4).

Il racconto continua descrivendo lo stupore della gente che, pure giunta da provenienze diverse, comprese quelle parole e si domandò: «Come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?» (v. 8).

La prima ci giunge dalle spiegazioni, pressoché unanimi, che i Padri della Chiesa hanno dato riguardo a questa comprensione di lingue diverse. Li ben sintetizza san Beda, un monaco benedettino del VII secolo, il quale scrive che quanto accadde a Gerusalemme è il capovolgimento di quanto era avvenuto a Babele: qui ci fu la confusione delle lingue degli uomini, a Gerusalemme, invece, l’opera dello Spirito Santo le riconciliò per l’edificazione della Chiesa, cui il Signore ha affidato la missione di annunciare il Vangelo a tutti i popoli (cf. Hexaemeron III: PL 9, 126).

Da parte sua, nella tradizione greca san Gregorio di Nazianzo paragonerà l’opera dello Spirito Santo a quella di un maestro di coro che riunisce le voci più diverse in un unico canto di lode (cf. Oratio 41, 15 (In Pentecosten): PG 36, 449).

Quella dello Spirito è, dunque, opera di riconciliazione nel cuore degli uomini; un’opera che vuole risanare quel che l’orgoglio umano e le ambizioni provocano nell’animo umano.

Non mi azzardo a parlare di cose di cui non sono competente, ma proprio a proposito dell’immagine della «torre di babele» ho letto da qualche parte che un’ambizione di oggi è proprio quella di «giocare a fare Dio» (playing God): ad esempio attraverso forme di abuso di potere, ma pure con forme di manipolazione genetica e anche applicazioni improprie delle intelligenze artificiali.

Se è davvero così, allora abbiamo bisogno proprio di questo dono spirituale, che ci riporta nel bene comune della realtà.

Il fuoco dello Spirito non distrugge

C’è, però, un’altra annotazione, che raccolgo questa volta da un’Omelia di Benedetto XVI nella festa di Pentecoste. Egli faceva riferimento al fatto che le lingue attraverso cui si manifesta lo Spirito Santo sono come fuoco, dando compimento alla parola di Gesù che aveva detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra …» (Lc 12,49).

È un fuoco che vuole rinnovare la faccia della terra, ricorda, ma avverte: «Com’è diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe! Com’è diverso rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni epoca, che lasciano dietro di sé terra bruciata.

Il fuoco di Dio, al contrario, è una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore» (Omelia del 23 maggio 2023).

Come sono veri ancora oggi questi ammonimenti e queste parole. Lo Spirito è come il vento, è come il fuoco e non ci sono barriere che impediscono la sua presenza!

La Pentecoste come missione della Chiesa

La presenza dello Spirito Santo inaugura la missione della Chiesa, perché ravviva la testimonianza della fede “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8). L’evento dello Spirito inaugura il tempo della Chiesa come “sacramento” della presenza del Risorto.

Per questo, la condizione più congeniale al nostro essere Chiesa è quella esodale: una comunità di credenti e testimoni capace di “uscire” da sé stessa, dall’autoreferenzialità.

Secondo Lumen Fidei 46 la persona autoreferenziale è quella che, chiusa in sé stessa, fatica ad entrare in dialogo con Dio e a lasciarsi abbracciare dalla sua misericordia giungendo così al desiderio di portare agli altri la misericordia che ha ricevuto.

L’autoreferenzialità colloca i classici difetti dell’egoismo e del narcisismo in una dinamica relazionale, cioè nelle difficoltà ad essere aperti al dialogo con Dio e con gli altri.

La Chiesa guardando a Gesù Cristo deve tornare a essere capace di quella postura relazionale, aperta, dinamica, affettiva, generativa. Cosa chiede il Signore alla nostra Chiesa particolare dopo aver vissuto il tempo di grazia della Visita pastorale?

Animati dal soffio della Pentecoste siamo chiamati a diventare una Chiesa più decisamente esodale e più consapevolmente sinodale. Nella reciprocità delle due dimensioni, scopriamo che ciascuna è condizione dell’altra.

Solo con un respiro e un passo sinodale possiamo coinvolgerci in una testimonianza missionaria di esodalità, capace di irradiarsi per giungere alle periferie del mondo. La Pentecoste celebra il soffio dello Spirito per la missione e per la comunione.

Esodalità e sinodalità: uscire e camminare insieme

Innanzitutto la esodalità (missione). La prospettiva esodale conduce la Chiesa in uscita a diventare sinodale perché più solidale con il mondo.

La sfida di questa sinodalità non è rinchiusa all’interno delle nostre strategie e stratagemmi pastorali, ma si configura come simpatia per il mondo, i suoi problemi, le sue sofferenze, le sue speranze.

Durante la Visita pastorale abbiamo ripetutamente accolto la presenza del Buon Pastore nell’atto di bussare alla porta in entrata. Ma Papa Francesco ci ricorda anche che “Gesù sta alla porta e bussa” non solo come chi sta fuori e bussa per entrare, ma anche come chi è chiuso dentro e bussa per uscire.

Dio piace stare in mezzo alla gente e non l’aria asfittica dei luoghi sacri, dei recinti chiusi. Ogni cammino veramente esodale è cambiamento; la strada ci cambia, ci trasfigura perché ci purifica, ci rinnova perché richiede energie nuove per affrontare le fatiche, le sfide, le novità, gli imprevisti.

La sinodalità (comunione) rivela il volto di una Chiesa amica dell’uomo, perché vi cammina accanto e ne sa ascoltare la voce. Una Chiesa ardente, coraggiosa, povera, in cammino, che si sa popolo e vicina al popolo, che guarda con simpatia ogni uomo, soprattutto chi è scartato.

Mai come in questo momento è necessario coltivare la fratellanza e l’ospitalità, una vera rete sinodale con il mondo. La sinodalità esprime il soffio dello Spirito sulla Chiesa che sa abbracciare la vita del mondo per farsi compagna di strada da vera madre e maestra in umanità.

La varietà dei doni e l’unità del corpo

La lettera di Paolo ai cristiani di Corinto presenta un modello della nuova umanità: una comunità dove convivono funzioni, carismi e servizi diversi, nell’unità del medesimo Spirito.

Anche il discorso paolino, tuttavia, parte da una situazione di lacerazione comunitaria dovuta alla competizione e alla ricerca ossessiva di doni straordinari. A Corinto, infatti, si era creata un’emulazione perversa, grazie alla quale era di moda competere per ricercare i carismi più sensazionali e appariscenti, come ad esempio la glossolalia.

Il fatto provocava non pochi problemi ai rapporti vicendevoli, sia per il disprezzo di chi ne era sprovvisto, sia per il fraintendimento dell’opera dello Spirito, basata più sulla spettacolarità dei doni che sulla semplicità della fede.

L’intervento di Paolo insiste su due aspetti fondamentali. Anzitutto, egli afferma che cercare lo Spirito di Dio nel sensazionale dimostra un’incomprensione profonda della fede, perché un semplice atto di fede è già opera dello Spirito.

Inoltre - ed è il secondo aspetto - la competizione tra credenti, alla ricerca dei carismi più appariscenti, nuoce alla comunione e a ciò che è basilare: vale a dire l’amore, senza il quale, i carismi sono carcasse vuote.

Lo Spirito crea unità e non concorrenza, rispetto della diversità e non disprezzo, ricerca di ciò che è fondamentale e non di ciò che appare.

La Pentecoste giovannea: il soffio che apre le porte

Il terzo aspetto di una comunione nello Spirito è messo in rilievo nella cosiddetta “Pentecoste giovannea”, raccontata dal testo evangelico. Il narratore sottolinea (due volte in pochi versetti!) che la Pentecoste avviene quando «le porte erano chiuse».

La paura di aggressioni porta i discepoli di Cristo a mettersi al sicuro, rintanandosi in un luogo chiuso. Con l’arrivo di Gesù tutto cambia, grazie al soffio dello Spirito alitato su di loro.

Il verbo utilizzato da Giovanni per presentare il soffio di vita ricorre spesso nella traduzione greca dell’AT (la LXX) per designare il soffio vitale di Dio: l’atto con cui egli dona la vita al creato e all’uomo.

La missione dei discepoli, in Giovanni come negli Atti, inizia da questo intervento vivificante dello Spirito capace di aprire porte chiuse, di sconfiggere paure inveterate e creare cammini nuovi alla parola evangelica, strade inimmaginabili alla mente dell’uomo.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il perdono come segno dello Spirito

La nostra vita è avvolta dallo Spirito Santo. Lo riceviamo il giorno del Battesimo e della Cresima, ma questo dono divino è continuamente presente nella vita della Chiesa, abita l’Universo e offre a tutti il suo sostegno.

Come si fa a sapere se abbiamo accolto il dono dello Spirito? Se siamo capaci di compiere gli stessi gesti di Gesù che fece del bene a tutti.

Oggi, inoltre, il vangelo ci dà una chiara indicazione a proposito: "A chi perdonerete sarà perdonato". Il segno chiaro è la capacità di perdono.

Lo Spirito è l’amore di Dio che abita in noi. Questo amore, se accolto, è come un piccolo seme piantato nella terra: fa nascere amore. E il perdono è il frutto di questo amore.

"Se voi perdonerete, sarà perdonato". Il perdono nasce dal basso, poi riceve la conferma, il sigillo da parte di Dio.

Pensate che cosa importante! Un cuore che sa perdonare gode di quella pace che Gesù, attraverso lo Spirito Santo, offre a tutti noi: pace che non è solo assenza di guerra, ma è tutto il bene, è la vita, è la verità, è la giustizia, è la bontà, è la fratellanza, è la speranza, è la felicità, è eternità.

La famiglia e le aggregazioni laicali

L’esodalità e la sinodalità della nostra Chiesa può ricevere una spinta decisiva soprattutto dalla famiglia e dalle aggregazioni ecclesiali, entrambi luoghi educativi di comunione e soggetti di missione.

Entrambi sono espressioni laicali e non clericali della vita cristiana. Della famiglia ne stiamo parlando da tempo, sperando di passare più concretamente anche a scelte pastorali decisive a favore della “Chiesa domestica” da evangelizzare, perché divenga essa stessa soggetto di evangelizzazione.

Resta da riflettere sulla natura e sulla missione evangelizzatrice delle aggregazioni laicali, concrete mediazioni che permettono l’accesso al mistero della Chiesa. Vale anche per ciascuna di esse la vigilanza riguardo al vizio dell’autoreferenzialità.

Le aggregazioni laicali, ciascuna con il proprio carisma, deve esprimere la forza evangelizzatrice con la quale lo Spirito santo spinge le porte “antipanico” del nostro essere Chiesa, sbracciate finalmente sul mondo.

Sant’Antonio di Padova e la ripetizione del miracolo delle lingue

Fratelli e sorelle carissimi, oggi sono qui per celebrare con voi la Santa Messa in un tempo che ci prepara pure alla festa di sant’Antonio di Padova e se ho fatto riferimento al miracolo delle lingue di fuoco l’ho fatto volutamente proprio pensando a lui.

Gli antichi agiografi, lo sapete, lo esaltavano a motivo della sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura e della sua efficace eloquenza nella predicazione; per la sua voce chiara e dolcissima, poi, percepibile e compresa da tutti Antonio era ritenuto come la «tromba di Dio»;

A motivo, infine, del ritrovamento, dopo la morte, della sua lingua incorrotta, si diceva che «era stata zampogna dal suono soave e strumento della voce potente dello Spirito Santo» (cf. Legenda Benignitas, nn. 890; 894; 928: in M.T. Dolso (a cura di), «Fonti Agiografiche dell’Ordine Francescano», Efra, Milano 2014, pp. 338; 340; 354).

A questo aggiungo un particolare, che ci permette di meglio collocare la persona e il carisma del nostro santo nel contesto pentecostale. Ve lo leggo come è scritto: «Mentre l’uomo di Dio si trovava una volta presso la Curia romana per certe questioni dell’Ordine, una grande folla di lingue diverse, maschi e femmine, si trovò ad affluire colà per lucrare le indulgenze del tempo di Pasqua.

Avendo predicato con grande solennità per ordine del sommo pontefice a tali pellegrini, ecco che la grazia dello Spirito Santo, come era successo ai santi apostoli nel giorno della Pentecoste, lo esaltò a tal punto e a tal punto riempì e dotò la sua facondia che ognuno riuscì a sentire con precisione e a capire chiaramente la lingua in cui era nato ed era stato educato, come molti di loro in seguito asserirono con certezza» (Legenda Benignitas cit. n. 903, p. 343).

L’episodio appena riferito è da collocarsi nella Pasqua del 1228: Antonio predicò alla presenza di papa Gregorio IX, che in quell’occasione lo indicò come «arca del Testamento e scrigno delle Sacre Scritture».

Un’altra tradizione, però, vuole che quanto accadde quella volta si sia ripetuto altre volte perché «faticando “come un buon soldato di Cristo” (2Tim 2,3) Antonio visitò innumerevoli provincie e, parlando la lingua del posto in modo straordinario, si presentava in modo così comprensibile agli stranieri che il suo discorso era capito da tutti, come se egli parlasse contemporaneamente molti tipi di lingue» (Leggenda Raimondina, cap. 9 in o.c. n. 993,p. 383).

Cos’era che permetteva tutto questo? Com’era possibile questa ripetizione del miracolo delle lingue di Pentecoste? Possiamo fare diverse ipotesi, ma io preferisco rispondere con una frase che troviamo nel magistero del Concilio Vaticano II, dove leggiamo che quanto avvenne a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste fu la manifestazione della «Chiesa della Nuova Alleanza, che in tutte le lingue si esprime e tutte le lingue nell’amore intende e abbraccia, vincendo così la dispersione babelica» (Ad gentes, n. 4).

Ecco che cosa riunifica ciò che è disperso; ecco ciò che fa comprendere ciò che sarebbe impossibile da capire; ecco ciò che supera la lontananza e raccoglie: è l’amore.

Chi vedeva e ascoltava Antonio capiva che egli era sostenuto dall’amore, dalla carità. È l’amore che permette di superare le distanze.

Lo diceva già la sapienza antica: omnia vincit amor (Virgilio, Ecloga X, 69). Come non saperlo noi cristiani? Non cantiamo, forse, che «l’amore di Cristo ci ha riuniti per diventare una sola cosa, congregavit non in unum Christi amor»?

Quando parlano le opere

Ma c’è pure un’altra cosa che sant’Antonio raccomandava dopo avere spiegato il miracolo pentecostale delle lingue. Diceva che «le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi.

Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere» (Sermone nella Domenica di Pentecoste (1): ed. Messaggero, Padova 2005, pp. 376-377).

La Pentecoste non si limita dunque a suscitare parole straordinarie, ma rende visibile una fede incarnata nella vita. L’umiltà, la povertà, la pazienza, l’obbedienza, il perdono e la carità diventano linguaggi comprensibili a ogni persona.

Raccogliamo, allora, pure questo suo incoraggiamento alla coerenza della vita e invochiamolo con le parole di un antico inno, che ci giunge da un manoscritto polacco del XVI-XVI secolo.

Esso, che comincia familiarmente: «O Antoni, o Antoni …» e si conclude invocandone l’aiuto nel cammino di santità. «O carissimo sant’Antonio, aiutaci a scalare le vette della santa montagna sicché i tuoi devoti si rallegrino con tutti i santi dell’amore di Dio … Da virtutis culmen apprehendere; qui attollunt te devoti cum justis jucundentur» (Analecta Innica M. Ae., IX, Leipzig 1890, pp. 106-107: Inno 135).

La Pentecoste nella vita quotidiana

Gli apostoli, che in questo tempo abbiamo visto nascosti e sentito paurosi, rivestiti del dono dello Spirito, escono per le strade e per le piazze di Gerusalemme e annunciano a tutti che Gesù, l'uomo crocefisso sul Golgota, è vivo, è risorto, è Dio!

Il dono dello Spirito sostiene i discepoli di Gesù e li rende forti nella loro missione che è quella di raccontare a tutti che Dio ci ama e che ci dona il suo amore per mezzo di suo figlio Gesù.

Genti di nazioni e lingue diverse erano presenti quel giorno a Gerusalemme e tutti riuscivano a capire l'annuncio dell'amore di Dio che Pietro faceva. Perché l'amore è il linguaggio universale.

Sarà capitato anche a voi di incontrare qualche ragazzo di nazionalità diversa che parla altre lingue e, con stupore, avrete visto che non è poi così difficile comunicare uno con l'altro. Dopo qualche primo tentativo, avrete trovato il modo di capirvi perché se si cerca l'amicizia, il bene, la verità, questi elementi suppliscono la mancanza di una lingua comune.

Colui che riceve il dono dello Spirito, infatti, non può più semplicemente vivere “chiuso”, per sé stesso, egli appartiene ora all’amore stesso di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (Rm 5,5), sperimentando così quel decisivo decentramento che apre alla realtà, al mondo, all’uomo nei suoi bisogni e ferite.

La Chiesa sempre nuovamente rinasce in coloro e da coloro che accogliendo la vita risorta di Cristo sperimentano nel cammino delle loro vite questa fondamentale apertura che vince ogni estraneità e distanza fra gli uomini, che porta a farsi incontro a tutto e a tutti con «gli stessi sentimenti di Cristo» (Fil 2,5).

La Chiesa come tempio vivo dello Spirito

È questo Dio che «primerea», come ci ha ricordato tante volte Papa Francesco, che sempre nuovamente ci plasma come Chiesa, per essere segno visibile per tutti di questa fondamentale “apertura di Dio” che tutto abbraccia di noi, perdonando il male e piegandosi sulle nostre ferite e drammi, fino a poter realmente riconoscere il volto tenero di Dio, fino a sentirlo realmente «Abbà! Padre».

Volgiamo infine lo sguardo a questa nostra grande cattedrale in cui siamo riuniti, stupefacente nella sua imponenza rispetto all’umile cenacolo in cui erano radunati i discepoli e, tuttavia, più grande di questo prodigio architettonico, più commovente della nostra grande cupola, è il fatto che realmente Dio ci fa dono della sua vita, dello Spirito di Cristo.

Come ci ricorda San Paolo siamo noi il tempio che Dio ha scelto di abitare, noi siamo «tempio di Dio» perché «lo Spirito di Dio abita in noi» (cf. 1 Cor 2,16; Rm 8, 9).

Fratelli e sorelle, è attraverso di noi, attraverso le nostre vite talvolta ammaccate o ferite che la tenerezza di Dio vuole farsi conoscere da tutti gli uomini, non cediamo alla tentazione della chiusura al mondo o alle paure, non lasciamoci scoraggiare dalle nostre fragilità.

Realmente «Cristo è in voi», perché attraverso di voi come templi vivi e operosi la sua carità e tenerezza raggiunga ogni uomo e donna, affinché il suo Spirito si posi su ciascuno, trasformi le nostre relazioni, riempia le case dove viviamo, i luoghi dove lavoriamo e fatichiamo.

Perchè là dove gli uomini vivono nel bisogno e nell’indigenza, là dove l’ingiustizia sembrerebbe avere la meglio, possiamo essere Chiesa viva e operosa, trasparenza dell’amore di Dio, che ha aperto il suo grembo di misericordia al mondo: a tutti gli uomini e donne, di ogni tempo e luogo.

Invocazione allo Spirito Santo

Invochiamolo per noi e per il mondo intero con una preghiera davvero bella:

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto.

O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa.

Lava ciò che è sporco, bagna ciò che è àrido, sana ciò che sànguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è storto.

Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.

Il frutto della Pasqua sia la pienezza della gioia e della fiducia in Gesù risorto che ci apre alla potenza rinnovatrice dello Spirito Santo.

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