Novena del Piave: storia e informazioni sulla Leggenda del Piave

La “Leggenda del Piave”, conosciuta anche come “Canzone del Piave” o “Il Piave mormorava”, è una delle più celebri canzoni patriottiche italiane. Fu scritta da Giovanni Ermete Gaeta, noto con lo pseudonimo di E. A. Mario, durante la Prima guerra mondiale, nel giugno del 1918, quando l’esercito italiano aveva già fermato l’offensiva austro-tedesca dopo la disfatta di Caporetto.

Il brano racconta, attraverso quattro strofe, l’ingresso dell’Italia nella guerra del 1915, la ritirata seguita alla battaglia di Caporetto, la resistenza sul fronte del Piave durante la battaglia del Solstizio e la vittoria finale di Vittorio Veneto. Tra il 1946 e il 1948 fu anche inno provvisorio dello Stato italiano, prima di essere sostituito da “Il canto degli italiani” di Goffredo Mameli.

Perché si parla di “Novena del Piave”

L’espressione “Novena del Piave” viene talvolta usata per indicare il ciclo di eventi, celebrazioni e rievocazioni legati alla storia del fiume Piave e alla canzone che ne ha trasformato la memoria in un simbolo nazionale. Il riferimento storico centrale è la difesa della linea Monte Grappa-Piave dopo Caporetto e la vittoria italiana nella battaglia del Solstizio del giugno 1918.

La Canzone del Piave è una delle più importanti nella storia della musica italiana.

Fiume Piave e linea del fronte

Il Piave nella Prima guerra mondiale

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava in guerra: era l’occasione per completare il processo di unità nazionale e liberare il Trentino e la Venezia Giulia dal dominio austriaco. Il nostro esercito, nel marciare coraggioso e silenzioso verso la frontiera con l’Austria, passò sul fiume Piave, che espresse poeticamente la sua gioia con il tripudio delle onde.

Il 24 ottobre del 1917, il nemico ruppe il fronte orientale italiano a Caporetto; tutte le nostre forze ebbero l’ordine di arretrare onde evitare l’accerchiamento. Le perdite furono pesanti e ad esse si accompagnarono le polemiche.

Si dovettero richiamare le riserve e arruolare i giovani di 18 anni, classe 1899, che per il valore ed il coraggio dimostrato meritarono l’appellativo di “classe di ferro”. Il Piave divenne il simbolo della Patria che fu difesa con rinnovata determinazione sotto la guida del Gen. Armando Diaz.

Sulla nuova frontiera Monte Grappa-Piave si decidevano le sorti della guerra.

Caporetto e la nuova linea difensiva

Il nemico, che aveva sfondato il fronte italiano sull’Isonzo appunto il 24 ottobre, aveva attaccato la nuova linea difensiva imperniata sul monte Grappa e il fiume Piave tra l’11 e il 12 novembre 1917, quasi esattamente un secolo fa. Inutilmente.

La prima battaglia difensiva che fermò l’avanzata austro-tedesca dopo Caporetto era stata già combattuta e vinta quando E. A. Mario compose la canzone nel giugno del 1918.

La seconda strofa narra le vicende della sconfitta di Caporetto avvenuta il 24 ottobre del 1917. In questa occasione l’esercito italiano venne accerchiato dal nemico e subì pesanti perdite.

Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.

Il testo rappresenta la ritirata, lo sgomento e l’esodo provocati dalla rottura del fronte. La canzone collega quindi la tragedia di Caporetto alla successiva trasformazione del Piave in una linea di difesa e di resistenza.

La battaglia del Solstizio

Ci riproveranno poi nel giugno dell’anno successivo, nella cosiddetta battaglia del Solstizio. Ma di nuovo senza successo.

Nel giugno 1918 l’Austria provò a sferrare il colpo definitivo: l’offensiva iniziò il 15 giugno, ma l’esercito italiano riuscì a fermarla e il 22 giugno la “battaglia del Solstizio” era terminata con la vittoria italiana.

La poderosa offensiva scatenata dagli austriaci nel giugno 1918 cozzò contro l’eroica resistenza degli italiani; le divisioni nemiche dovettero “ripassare in disordine il Piave, sconfitte e incalzate dalle nostre valorose truppe” come si espresse nel bollettino di guerra il Gen. Diaz.

La battaglia del Piave è stata una delle più gloriose della storia d’Italia: costò all’Austria 150.000 uomini e fu l’inizio della sconfitta.

Gli austriaci e gli alleati tedeschi videro “cadere come foglie morte” nelle acque del Piave le loro speranze di vittoria, come scrisse il comandante tedesco Ludendorff dopo la guerra.

La vittoria di Vittorio Veneto

Il 24 ottobre 1918, proprio nel giorno anniversario della sconfitta di Caporetto, l’esercito italiano lanciò una massiccia e generale offensiva che portò alla vittoria dell’Italia, chiamata di Vittorio Veneto, dal luogo dove avvenne per prima lo sfondamento delle linee nemiche.

L’avanzata italiana fu travolgente; dopo aver catturato centinaia di migliaia di prigionieri, il 3 novembre le truppe italiane entrarono in Trento e Trieste. Lo stesso giorno l’Austria si arrese e firmò l’armistizio, che sanciva la cessazione della guerra per il 4 novembre.

La quarta strofa descrive proprio questa conclusione del conflitto, con l’avanzata italiana fino a Trieste e Trento e la fine degli imperi oppressori.

Solo allora si placarono le acque del Piave, quando furono sconfitti gli imperi oppressori e la Pace trovò gli italiani liberi sul patrio suolo, dalle Alpi al mare.

Quando fu composta la Canzone del Piave

Fu in quei giorni che vide la luce La leggenda del Piave, detta anche Canzone del Piave oppure Il Piave mormorava, dalle prime tre parole della strofa iniziale.

La Leggenda del Piave fu composta nel giugno del 1918, durante la battaglia del Solstizio. In quei giorni Gaeta era al lavoro in un ufficio postale, e gli vennero “dal cuore”, come raccontò lui stesso, tre strofe che scrisse di getto sui moduli di servizio interno.

Il testo venne pubblicato solo alla conclusione della guerra.

Il 9 novembre 1918, cinque giorni dopo la fine della guerra, Gaeta aggiunse la quarta e ultima strofa: «Indietreggiò il nemico sino a Trieste, sino a Trento / e la vittoria sciolse le ali al vento».

Il testo e la struttura della canzone

Il brano è composto da quattro strofe che terminano tutte con la parola straniero. Ognuna di queste è caratterizzata da un argomento specifico.

  • la marcia dei soldati verso il fronte;
  • la ritirata di Caporetto;
  • la difesa del fronte sulle sponde del Piave;
  • l’attacco finale e la vittoria.

Il testo della canzone, che ebbe un successo immediato grazie all’interpretazione di Enrico Demma, nome d’arte di Raffaele Gattordo, cantante e amico dell’autore, era in realtà una specie di «bignamino» in musica della guerra italiana.

La prima strofa era dedicata al «maggio radioso» del 1915, l’entrata nel conflitto; la seconda e la terza raccontano lo sfondamento di Caporetto e l’avanzata austro-tedesca, in cui il fiume si gonfia per contribuire a respingere il nemico; la quarta descriveva la vittoria del novembre 1918, con la conquista di Trento e Trieste, ultimi obiettivi risorgimentali.

Prima strofa: l’ingresso in guerra

La prima strofa narra l’ingresso in guerra nel tentativo di portare a termine il processo di unificazione nazionale. L’obbiettivo era infatti quello di liberare il Trentino e il Friuli Venezia Giulia dal dominio austriaco.

L’esercito marcia verso il fiume Piave nella notte tra il 23 e il 24 maggio del 1915.

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
Dei primi fanti il ventiquattro maggio:
l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera.

Muti passaron quella notte i fanti;
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar de l’onde:
era un passaggio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò: “NON PASSA LO STRANIERO”.

Seconda strofa: Caporetto e la ritirata

La seconda e la terza strofa raccontano lo sfondamento di Caporetto e l’avanzata austro-tedesca, in cui il fiume si gonfia per contribuire a respingere il nemico.

La seconda strofa invece narra le vicende della sconfitta di Caporetto avvenuta il 24 ottobre del 1917. In questa occasione l’esercito italiano venne accerchiato dal nemico e subì pesanti perdite.

Ma in una notte triste si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù,
lasciare il tetto, per l’onta consumata a Caporetto!

Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo in quell’affanno nero.

Il Piave mormorò: “RITORNA LO STRANIERO”.

Terza strofa: la difesa del Piave

La terza strofa parla della resistenza italiana del giugno 1918 nei confronti dell’offensiva degli austriaci. Questi furono costretti alla ritirata insieme ai loro alleati tedeschi.

In precedenza le forze militari dell’Italia avevano perso la battaglia di Caporetto. Durante l’attacco l’esercito austriaco venne respinto e a causa della piena del fiume venne costretto alla resa.

E ritornò il nemico, per l’orgoglio e per la fame
Volea sfogar tutte le sue brame.
Vedeva il piano aprico di lassù:
voleva ancora Sfamarsi e tripudiare come allor…

“NO” disse il Piave, “NO” dissero i fanti,
“mai più il nemico faccia un passo avanti”

Si vide il Piave rigonfiar le sponde!
E come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
Il Piave comandò: “INDIETRO VA’ STRANIERO!”

La terza armata dell’esercito italiano occupò il 4 luglio del 1918 l’intera zona del Piave.

Quarta strofa: la vittoria

L’ultima strofa infine si riferisce allo sfondamento delle linee nemiche da parte delle forze militari italiane il 24 ottobre del 1918. Questa consentì la vittoria all’Italia.

E indietreggiò il nemico fino a Trieste,
fino a Trento
E la Vittoria sciolse le ali al vento.

Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro e Battisti.

Infranse alfin l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore.

Sicure l’Alpi… libere le sponde
E tacque il Piave: si placaron le onde.

Sul patrio suol, vinti i torvi imperi,
la pace non trovò NE’ OPPRESSI, NE’ STRANIERI.

Il significato storico e patriottico

Il significato principale del testo è quello di esortare i soldati a difendere la propria patria. Veniva cantata dai soldati in trincea durante la battaglia.

Commemora in modo particolare l’entrata in guerra dell’Italia tra il 23 e il 24 maggio del 1915. La canzone narra una storia di difesa della patria per portare a termine l’unità d’Italia.

Il Piave viene rappresentato come un personaggio capace di parlare, ascoltare, resistere e guidare simbolicamente i soldati. Il fiume accompagna dapprima l’avanzata dei fanti, poi assiste alla fuga e al dolore dei profughi, quindi partecipa alla difesa contro l’offensiva nemica.

Durante l’attacco il fiume era in piena e rese non poco improbo il compito dei pontieri avversari.

La canzone trasformò così un luogo geografico in un simbolo della Patria difesa con rinnovata determinazione. Il Piave divenne il punto di passaggio tra la crisi di Caporetto e la vittoria finale.

La versione originale e la modifica del 1929

A proposito della seconda strofa, il testo originale suonava così:

Ma in una notte trista
si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.
Ah, quanta gente ha vista venir giù,
lasciare il tetto
per l’onta consumata a Caporetto…

Nel primo dopoguerra, però, le parole tradimento e onta, troppo riecheggianti il proclama originale del generalissimo Luigi Cadorna, che aveva appunto accusato i soldati di vigliaccheria e tradimento, non piacevano alle gerarchie militari e politiche, diventate fasciste dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Nel 1929 la strofa venne quindi modificata così:

Ma in una notte trista
si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi quanta gente ha vista venir giù,
lasciare il tetto
poiché il nemico irruppe a Caporetto!

Allora si riteneva che il successo austriaco fosse stato dovuto al tradimento di un reparto italiano; nel dopoguerra si scoprì che quel reparto, in effetti, aveva resistito ma era stato distrutto, e la parola “tradimento” venne sostituita da “fosco evento”.

Lo raccontò lo stesso autore, dice sempre Settimelli, nella propria rivista Strenna Azzurra, in cui si dava conto delle modifiche dopo “l’accertamento dei fatti storici” e della risposta soddisfatta del ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca che così scrisse al musicista: le modifiche apportate «rispondono pienamente allo scopo e la ringrazio. Dò disposizione affinché vengano introdotte nel testo».

E. A. Mario: chi era l’autore

La Canzone del Piave è stata scritta da Ermete Giovanni Gaeta paroliere e compositore napoletano vissuto dal 5 maggio 1884 al 24 giugno 1961.

Giovanni Ermete Gaeta, noto come E. A. Mario, nacque a Napoli nel maggio del 1884, figlio di un barbiere, e dovette cominciare presto a lavorare nella bottega del padre per contribuire al sostentamento della famiglia.

Nel frattempo da autodidatta imparava a suonare il mandolino e si faceva affascinare dalle poesie di Salvatore Di Giacomo, che considerò sempre maestro di ispirazione.

Gaeta nacque a Napoli nel 1884, sin da giovane era appassionato di musica e di poesia e studiò i rudimenti della teoria musicale da autodidatta, cominciando a suonare il mandolino.

Viene considerato come uno dei massimi esponenti della canzone napoletana e della canzone italiana del periodo che va dal primo dopo guerra agli anni ’50. Viene ricordato sia per la sua grande produzione che per la sua arte poetica.

Ritratto di E. A. Mario

La carriera giornalistica e musicale

Nel 1902 comincia a collaborare al giornale Il Lavoro di Genova, aiutato dal caporedattore Alessandro Sacheri.

Nel 1902 vinse un concorso per impiegato postelegrafico e cominciò a lavorare a Bergamo, in Lombardia.

Nel 1904, non ancora ventenne, vince un concorso alle Regie Poste e viene trasferito a Bergamo, dove conosce una giornalista di origine polacca, Maria Clinazovitz, che si firmava con lo pseudonimo di Mario Clarvy e dirigeva la rivista Il Ventesimo, alla quale Gaeta comincia a collaborare.

Negli anni scrisse anche poesie, articoli e saggi critici, firmandosi con lo pseudonimo che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: E. A. Mario.

Secondo il dizionario bibliografico Treccani, da questa girandola di incontri e collaborazioni sarebbe nata la decisione di adottare il nome d’arte di E. A. Mario. E come Ermete, il suo secondo nome; A come Alessandro, il suo capo redattore di Genova; Mario come lo pseudonimo di Clinazovitz.

L’origine dello pseudonimo

Questa notizia sull’origine dello pseudonimo contrasta però con quella, molto più affascinante, che vorrebbe il nome Mario adottato in memoria di Alberto e Jesse White Mario, coppia di eroi risorgimentali, irriducibili mazziniani e repubblicani.

Quando nel 1921 la Leggenda venne eseguita in occasione della tumulazione, al Vittoriano di Roma, della salma del milite ignoto, Vittorio Emanuele III ricevette Gaeta al Quirinale e gli conferì le insegne di Commendatore della Corona d’Italia.

In quella occasione il re chiese al musicista il significato dello pseudonimo. E sarebbe stato lo stesso Gaeta a spiegarne l’origine con la sua fede repubblicana.

Al che il sovrano ebbe a commentare: «Vi sono parecchi repubblicani che, come lei, hanno reso grandi servigi alla monarchia».

Gaeta nella posta militare

Nel 1903 Gaeta ottenne il trasferimento a Napoli e nel 1915, all’inizio della guerra, ottenne di prestare servizio nella posta militare, incaricato di trasportare la corrispondenza per il fronte.

Quando scoppia la Prima guerra mondiale Gaeta, già autore dei testi di numerose canzoni di successo, chiede all’amministrazione postale di partecipare allo sforzo bellico come membro delle Unità ambulanti postali, che portavano le lettere in prima linea: fu in quel contesto che fu scritta La Leggenda del Piave.

Tanta dedizione, era stato esonerato dal servizio al fronte, ma volle farlo ugualmente, non gli evitò però, nel 1921, il licenziamento dalle Regie Poste in quanto la sua attività di musicista venne considerata incompatibile con l’ufficio.

Nel novembre 1917, dopo lo sfondamento austriaco a Caporetto, la linea del fronte si era attestata sul fiume Piave.

Il successo immediato

Il suo successo fu immediato anche grazie all’interpretazione di Enrico Demma.

Raffaele Gattordo, napoletano nato nel 1890, era un cantante amico di Gaeta: si esibiva con il nome d’arte di Enrico Demma e mentre si trovava al fronte in un reparto di bersaglieri cominciò subito a cantare “La leggenda del Piave” del suo amico.

I versi patriottici e ricercati, la soddisfazione per la grande battaglia vinta, la musica orecchiabile a tono di marcia fecero sì che in brevissimo tempo la canzone divenisse molto popolare fra le truppe.

Il comandante supremo dell’esercito, il generale Armando Diaz, mandò a Mario un telegramma di congratulazioni: «La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale».

Dopo la guerra, la “Leggenda del Piave” rimase popolarissima e venne eseguita il 4 novembre 1921 all’inaugurazione del monumento al milite ignoto, al Vittoriano di Roma.

La Leggenda del Piave come inno nazionale provvisorio

Dopo l’armistizio seguito alla Seconda Guerra Mondiale divenne per un periodo l’inno nazionale italiano.

Nonostante il successo durato decine di anni, l’autore, Giovanni Ermete Gaeta, non ci guadagnò quasi nulla, perché la SIAE non gli riconosceva i diritti d’autore del “Piave”, considerando il testo come “inno nazionale”, anche se non ebbe mai ufficialmente questa qualifica, e quindi proprietà statale.

La Leggenda del Piave divenne inno provvisorio dello Stato italiano nel suo periodo costituente, dal 1946 al 1948.

Il 12 ottobre del 1946 venne poi sostituita con l’inno attuale: Il canto degli italiani di Mameli.

Chissà se Umberto Bossi lo sapeva quando nel 2008 propose che La Leggenda del Piave sostituisse Fratelli d’Italia come inno nazionale.

La questione dei diritti d’autore

In realtà l’ultima affermazione del ministro era una balla: i diritti d’autore della Leggenda del Piave non furono mai ceduti allo Stato perché non furono riconosciuti all’autore.

La canzone, ha raccontato Bruna Catalano Gaeta, figlia di Ermete e autrice del libro E. A. Mario, Leggenda e Storia, non fu mai iscritta nel bollettino della Siae, la Società degli autori, in quanto inno nazionale.

Ma per essere inno nazionale, la canzone avrebbe dovuto essere “acquistata” dallo Stato a fronte del pagamento di un vitalizio, cosa che del pari non avvenne mai.

Così, nonostante la Leggenda sia stata eseguita milioni di volte e sia diventata inno provvisorio dello Stato italiano nel suo periodo costituente, Gaeta non percepì mai una lira.

Ci fu un lungo contenzioso legale con la Siae, che alla fine fu vinto dal musicista. Ma nel frattempo c’erano state la Seconda guerra mondiale e la svalutazione monetaria, così il vitalizio si ridusse a ben poca cosa.

La vita dopo la guerra

Tornato a Napoli nel 1922, continuò a comporre canzoni di successo, in tutta la vita ne pubblicò oltre 2.000, ma sempre senza ottenerne grandi benefici economici, tanto che nel 1933 chiese e ottenne di essere reintegrato alle Poste con la qualifica di avventizio.

La sua produzione comprendeva anche Cara Mammà, Ammore ‘e femmena, Canzone Napulitana, Io, ‘na chitarra e ’a luna, le due ultime anche musicate da lui stesso, oltre a Vipera, Balocchi e Profumi, Santa Lucia luntana e Tammuriata Nera del 1944.

Dopo la Seconda Guerra mondiale cedette parte della sua produzione all’editore milanese Nationalmusic.

Morì a Napoli il 24 giugno del 1961.

Il manoscritto originale

Le quattro strofe della canzone vennero scritte sui moduli di servizio che venivano allora utilizzati dagli amministratori delle poste.

Sono oggi conservati a Roma presso il Museo storico della comunicazione.

Questo è proprietà del Ministero dello sviluppo economico e conserva al suo interno documenti e oggetti della storia italiana.

Tra questi è sicuramente da ricordare la scatola di sigari utilizzata da Guglielmo Marconi per realizzare il primo detector magnetico della storia nel 1902.

Manoscritto originale della Leggenda del Piave

Cronologia essenziale

DataEvento
23-24 maggio 1915L’Italia entra nella Prima guerra mondiale e i primi fanti attraversano il Piave diretti verso la frontiera.
24 ottobre 1917Il fronte italiano viene sfondato a Caporetto e l’esercito arretra verso la nuova linea difensiva.
11-12 novembre 1917Le forze austro-tedesche attaccano la linea imperniata sul monte Grappa e sul fiume Piave, senza riuscire a superarla.
15-22 giugno 1918Si svolge la battaglia del Solstizio, conclusa con la vittoria italiana.
Giugno 1918E. A. Mario compone le prime strofe della Leggenda del Piave.
4 luglio 1918La terza armata italiana occupa l’intera zona del Piave.
9 novembre 1918Gaeta aggiunge la quarta e ultima strofa.
24 ottobre-3 novembre 1918L’offensiva italiana conduce alla vittoria di Vittorio Veneto e all’ingresso delle truppe italiane a Trento e Trieste.
4 novembre 1921La canzone viene eseguita all’inaugurazione del monumento al Milite Ignoto al Vittoriano di Roma.
1946-1948La Leggenda del Piave è inno provvisorio dello Stato italiano.
12 ottobre 1946Viene sostituita da Il canto degli italiani di Mameli.

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