La notte di Natale e la chiamata alla santità

La notte di Natale celebra la nascita di Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo, e invita ogni persona ad aprire il cuore alla luce, alla pace e alla santità. Il Natale è una festa universale caratterizzata da celebrazioni spirituali e culturali, al centro delle quali i santi giocano un ruolo fondamentale.

Il mistero del Natale è un evento di “illuminazione”. Si svela, si pone in piena luce chi è Dio e chi è l’uomo. Il Verbo si è fatto uno della nostra umanità e noi siamo diventati figli di Dio.

Il Natale come manifestazione della santità

Il tempo di Avvento e di Natale è un’occasione per meditare sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo». La santità non è una cosa diversa rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni, è una “chiamata personale a vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza”.

La sorgente della santità e la meta verso cui ogni fedele cammina è Gesù Cristo e, quanti sono configurati a lui e vivono della sua grazia sono “santi”, perché mostrano ciò che Dio sa operare in loro. Papa Francesco vuole mettere in evidenza la perenne attualità della santità cristiana, proposta dalla Scrittura, perché possa diventare meta desiderabile da tutti nel cammino della vita.

La santità appartiene alla gente comune; è la santità di coloro che vivono accanto a noi, quelli “della porta accanto” che hanno una quotidiana vita ordinaria fatta di cose semplici. La santità non è possibile da soli.

L’individualismo e la pretesa di autosufficienza non portano alla vera vita. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno che la nostra vita sia inserita in un popolo che è quello di Dio, in cui lo Spirito Santo agisce. Pertanto, nel cammino di santità, occorre lasciarsi aiutare dai “fratelli di viaggio”.

La notte santa e il mistero dell’Incarnazione

La Chiesa celebra con la solennità del Natale la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini. L’Incarnazione di Cristo segna la partecipazione diretta degli uomini alla vita divina.

Il Natale di Gesù è un segno di amore per tutta l’umanità, è la rivelazione della bontà di Dio per noi: per amore Dio si è fatto bambino, per amore ha assunto la nostra carne, è diventato parte della storia umana. L’incarnazione di Dio è l’inizio di una nuova creazione: per voi è nato il Salvatore, ad ogni essere umano è offerta la possibilità di una vera liberazione da schiavitù e violenza.

Il Natale, circondato da tante tradizioni e devozioni, chiede di essere recuperato nella sua essenzialità di Mistero della Incarnazione. Il Salvatore offre e dona una vita nuova, non una vita qualsiasi, ma la stessa vita di Dio, che ora può circolare nell’esistenza dell’uomo.

Non una vita limitata al corso, in parte breve, del tragitto umano, ma una vita che sfocia nell’eternità per diventare pienezza in Dio; non una vita amorfa, insulsa, condannata alle sue angustie, ma dilatata dall’amore, dal perdono, dalla benevolenza di Dio Padre.

Presepe nella notte di Natale

La luce di Cristo nelle tenebre

Il Natale si celebra nel cuore dell’inverno, quando la notte e il buio richiamano il bisogno di una luce capace di rinnovare l’esistenza. Figura-simbolo di Milano, il suo santo vescovo Ambrogio, dottore della Chiesa, in una predica scriveva: «Cristo è il nostro nuovo Sole!».

Con il cristianesimo, allora, ecco comparire il nuovo Sole, l’unico e grande, il Signore Gesù. Non a torto il popolo chiama questo santo giorno della nascita del Signore “il nuovo sole”, affermando così che anche ebrei e pagani si ritrovano in tale espressione.

Ben volentieri manteniamo questa espressione, perché col sorgere del Salvatore si rinnova non solo la salvezza dell’umanità, ma anche la luminosità del sole. Poiché se durante la Passione di Cristo il sole si oscura, così esso deve splendere più luminoso che mai alla sua nascita.

Il mondo, che ha cominciato ad esistere col fiat lux (sia la luce) della Genesi, è come rifatto da questa seconda nascita della luce. Il cosmo intero, e non solo l’umanità, è toccato dal mistero dell’incarnazione.

La redenzione non riguarda soltanto una parte dell’uomo, l’anima, ma tutto l’uomo e tutti gli uomini. La manifestazione di Dio nella realtà umana ha uno scopo ben preciso: riportare l’uomo e attraverso di lui tutto il creato al Padre.

La notte di Natale nella liturgia

Dopo l’annuale celebrazione del Mistero pasquale, la Chiesa non ha nulla di più sacro del Natale del Signore e delle sue prime manifestazioni. Questa celebrazione è preparata dal tempo di Avvento, il quale ha la doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda e definitiva venuta del Cristo alla fine dei tempi.

Il tempo natalizio, infatti, ha inizio con i primi vespri del 24 dicembre, e termina con la domenica del Battesimo di Gesù, dopo un periodo di preparazione con le quattro domeniche di Avvento.

Per comprendere meglio il mistero cristiano del Natale, sarebbe opportuno considerare almeno le quattro celebrazioni - quella della vigilia, della notte, dell’aurora e del giorno - come un’unica azione liturgica, in analogia, mutatis mutandis, alla celebrazione del triduo pasquale.

La Chiesa, come madre e maestra, per aiutare i fedeli ad entrare meglio in questo mistero propone, nella solennità del Natale, ben 4 formulari per la Celebrazione Eucaristica.

CelebrazioneSignificato
Messa della vigiliaPreparazione alla solennità del Natale
Messa della notteLa nascita di Cristo, sole che illumina la notte
Messa dell’auroraLa luce che illumina ogni uomo e lo stupore davanti al Bambino
Messa del giornoLa luce di Cristo, Verbo fatto carne, che brilla sull’universo intero

Nel secondo si celebra la nascita di Cristo, sole che illumina la notte; il Verbo, generato dal Padre da tutta l’eternità, nasce nel tempo da Maria; il canto degli angeli, che unisce terra e cielo, fa risuonare la parola della pace.

All’aurora, il Cristo si eleva sul mondo: egli è luce che illumina ogni uomo; assieme ai pastori, senza indugio, ci incamminiamo verso la grotta per vedere il Bambino; la nota dominante è quella dello stupore, del silenzio adorante e della gioia.

Nella Messa del giorno, la luce di Cristo, Verbo fatto carne, brilla sull’universo intero; il prologo giovanneo ci stabilisce interiormente là dove il Verbo è stato generato, nel seno del Padre, ci dispone poi a percorrere il suo medesimo cammino, per giungere, in fine, con tutta la creazione, a quella luce che non conosce tramonto; alla fede, uniamo così la speranza e l’amore.

La semplicità necessaria nella notte santa

In questa Liturgia notturna del Natale, una cosa ci è soprattutto necessaria: una grande semplicità. Solo chi ha o sa darsi occhi di bambino è capace di stupirsi sempre di nuovo di ciò che ascolta questa notte.

Lo stupore è la porta per entrare nell’adorazione e nella gioia del Natale. Chi vuole fare il grande, l’adulto, il calcolatore, anche davanti al suo Dio che si fa bambino, non capirà nulla.

«Mentre il silenzio fasciava la terra e la notte era a metà del suo corso, tu sei disceso, o Verbo di Dio, in solitudine e più alto silenzio». Le parole di questo inno sono un invito alla contemplazione, un forte richiamo al silenzio, realtà fondamentali perché si comprenda ciò che d’immenso sta succedendo.

Il silenzio primo è quello della creazione, è il silenzio della notte, del nascondimento, del segreto. Inizia la contemplazione davanti all’evento-mistero.

L’uomo frenetico e indaffarato di oggi è ancora capace di fermarsi e contemplare? Guardare, gustare e lasciare emergere i sentimenti che nascono da ciò che di bello vi è attorno? Il gusto e la ricchezza della contemplazione faticano a entrare nella cultura occidentale!

La notte di Natale e il cammino di santità

Il cammino verso la santità implica il “combattimento” e richiede l’atteggiamento costante della “vigilanza”. Il combattimento è contro tutte le forme di “mondanità” e contro le “fragilità e inclinazioni disordinate”, frutto del Maligno.

Una battaglia costante per la quale il Signore ci ha equipaggiato con la sua Parola, con il suo Corpo e il suo Sangue - l’Eucaristia celebrata e adorata - con la preghiera e la protezione della Vergine Maria, con la Riconciliazione sacramentale, con l’intercessione dei Santi e con le opere di carità spirituali e materiali.

Come fare a sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo oppure viene dal Maligno? È il discernimento”, dono che va chiesto insistentemente allo Spirito Santo.

Il discernimento è il modo con cui i discepoli di Gesù e la comunità sono chiamati ad interpretare le cose della vita, a decidere scegliendo la volontà di Dio, a realizzare nel mondo il suo regno.

Le Beatitudini e la via della santità

Per questo il Signore ha messo davanti a noi un binario su cui camminare: la via delle Beatitudini e la grande regola di comportamento che ci propone l’evangelista Matteo nel capitolo 25 del suo Vangelo.

Nelle Beatitudini troviamo tracciata la carta d’identità del cristiano perché il volto del Maestro, contemplato e vissuto dal discepolo, possa essere riflesso nella quotidianità. E la parola ‘felice’ o ‘beato’ diventa sinonimo di ‘santo’ perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine.

Le Beatitudini delineano il volto del Signore Gesù e non possono essere vissute se non conservando un’intensa unione con lui. Ognuna di queste formule comprende tre elementi strutturanti: la proclamazione della felicità, l’indicazione di una situazione umana in cui irrompe la felicità, la causa che dà origine alla felicità.

La santità è quindi essere poveri nel cuore, saper piangere con gli altri, reagire con umile mitezza, cercare la giustizia con fame e sete, guardare e agire con misericordia, mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, seminare pace intorno a noi, accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi.

La «Regola di comportamento” contenuta nel vangelo di Matteo è quella in base alla quale saremo giudicati. Chi non vive l’amore per i poveri, per gli ultimi, chi non ha compassione per i sofferenti, per coloro che sono “scarto dell’umanità” - carne di Cristo e primo sacramento di Gesù - questi non è santo né mostra desiderio di incamminarsi nella via della santità.

E la carità, come ogni buon seme, ha bisogno di crescere: la Parola di Dio e la vita sacramentale sono il nutrimento e la forza per la sequela di Gesù e per il cammino di santità.

I nemici della santità

Lo gnosticismo

Lo “gnosticismo” è un movimento filosofico e religioso, nato in ambiente greco-romano, che si proponeva come obiettivo di “rendere comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo”.

L’insegnamento di Gesù non può essere ridotto solo a una logica fredda che cerca di dominare tutto. Occorre quindi essere consapevoli della limitatezza della propria conoscenza e, nello stesso tempo, della comprensione ed espressione della dottrina, la quale “non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi”.

Il pelagianesimo

Altra eresia è il “pelagianesimo”, dottrina cristiana che prende il nome da Pelagio, monaco del V secolo, che attribuiva il peccato originale esclusivamente ai soli progenitori, senza che venisse macchiata la natura umana dei loro discendenti.

La volontà dell’essere umano, da sola, affermano i pelagiani, è in grado di scegliere ed attuare il bene, senza necessità della grazia divina. Generato dallo gnosticismo, il neo-pelagianesimo pone al centro dell’adorazione la “volontà senza umiltà”, la quale si sente superiore agli altri perché osserva “determinate norme” o è fedele “a un certo stile clericale”.

Le caratteristiche della santità nel mondo contemporaneo

Papa Francesco espone cinque caratteristiche della santità nel mondo contemporaneo che nella lettera sono riproposte e illustrate: sopportazione, pazienza, mitezza; gioia e senso dell’umorismo; audacia e fervore; il cammino comunitario; la preghiera costante.

  • Sopportazione, pazienza e mitezza: la santità si manifesta nel modo con cui si affrontano le prove e si vivono le relazioni.
  • Gioia e senso dell’umorismo: la vita cristiana non è chiusa nella tristezza, ma nasce dalla fiducia in Dio.
  • Audacia e fervore: la fede è chiamata a diventare testimonianza viva e coraggiosa.
  • Cammino comunitario: nessuno percorre da solo la strada della santità.
  • Preghiera costante: l’unione con Dio sostiene ogni scelta e ogni opera.

I santi che hanno contemplato il Natale

Da san Francesco d’Assisi a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, da sant’Ambrogio a sant’Agostino, da san Pio da Pietrelcina a santa Teresa Benedetta della Croce. Una carrellata di santi che hanno celebrato con gesti e scritti la nascita di Gesù.

Queste figure religiose, venerate per la loro pietà e devozione, hanno influenzato le pratiche e le usanze natalizie in varie parti del mondo. Attraverso le loro storie, i loro miracoli e le tradizioni a loro associate, i santi incarnano i valori fondamentali del Natale: generosità, amore e luce divina.

San Francesco d’Assisi e il presepe di Greccio

Quando si pensa al rapporto dei santi con il Natale, il primo nome che viene in mente è quello di san Francesco d’Assisi. Il suo volto suscita nel fedele sentimenti profondi.

Lui, il santo della città umbra, che ebbe l’idea di “riproporre” a Greccio, attraverso una rappresentazione sacra, la santa notte della nascita di Gesù. Nel 1223, San Francesco ricreò il presepe in una grotta a Greccio, in Italia, con attori e animali vivi.

Il suo scopo era quello di rendere il mistero del Natale accessibile e tangibile per i fedeli. Questa tradizione si diffuse in tutta Europa, dando origine ai presepi scolpiti e in miniatura che si trovano oggi nelle case e nelle chiese.

Ma non c’è soltanto il presepe del 1223. C’è molto altro nella spiritualità di Francesco d’Assisi, il santo che «aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno».

E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Altro nome che non può mancare è quello di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, l’avvocato santo, autore della famosa Quanno nascette ninno a Betlemme, ossia del Tu scendi dalle stelle che tutti conosciamo.

Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante per farti amar da me nascesti Infante. Amor t’ha vinto: amor t’ha qui ristretto prigion tra queste fasce, o mio Signore.

Parole composte da sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel 1734 e rivolte A Gesù bambino nel presepe. In un’altra occasione scrive: «Nel presepio tutto dà pena: tutto dà pena alla vista, perché non si vede che pietre rozze e oscure; tutto dà pena all’udito, perché altro non si sente, che voci d’animali quadrupedi; tutto dà pena all’odorato, per la puzza che vi è di letame; e tutto dà pena al tatto, perché la culla non è altro che una piccola mangiatoia, ed il letto non è composto che di sola paglia».

In questo panorama così umano, e in un certo modo anche così derelitto, si colloca la nascita del Salvatore. Le pietre rozze e oscure sono illuminate dalla bellezza del mistero della nascita del Bambino Gesù.

Sant’Ambrogio e il nuovo Sole

Figura-simbolo di Milano, il suo santo vescovo Ambrogio, dottore della Chiesa, in una predica scriveva: «Cristo è il nostro nuovo Sole!».

Il riferimento al paganesimo è assai palese: durante l’impero romano, il culto del sole poteva cadere tra il solstizio d’inverno e il 25 dicembre.

Ben volentieri manteniamo questa espressione, perché col sorgere del Salvatore si rinnova non solo la salvezza dell’umanità, ma anche la luminosità del sole.

Sant’Agostino e la povertà del Bambino

Quando si nomina sant’Ambrogio diviene quasi naturale ricordare un altro santo, suo discepolo, sant’Agostino d’Ippona. Le pagine sul mistero dell’Incarnazione riempiono l’immensa opera di Agostino, che ad esempio scriveva: «Voi siete il prezzo dell’Incarnazione del Signore».

Gesù Bambino «volle farsi pargolo, volle farsi bimbo» affinché ogni uomo «possa divenire uomo perfetto»: «avvolto in pochi panni», così lo definisce. Pochi panni per essere noi sciolti «dai lacci di morte», precisa Agostino.

Una nascita, quella di Gesù, segnata dalla povertà, che per ogni fedele è «ricchezza» in quanto «la debolezza del Signore» è la nostra forza.

San Pio da Pietrelcina

Anche il secolo scorso, il Novecento, annovera non pochi santi devotissimi del Natale. Difficile non far menzione di san Pio da Pietrelcina.

Ad una sua figlia spirituale, Raffaelina Cerase, scriveva: «Al cominciare della sacra novena in onore del santo Bambino Gesù, il mio spirito si è sentito come rinascere a novella vita: il cuore si sente come abbastanza piccino per contenere i beni celesti; l’anima si sente tutta disfarsi alla presenza di questo nostro Dio per noi fatto carne. Come fare a resistere a non amarlo sempre con novello ardore?».

E ancora, al suo direttore spirituale, padre Agostino da San Marco in Lamis, diceva: «Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che fece sentire a me nella beata notte allorché venne deposto nella povera capannuccia!».

Oh Dio, padre mio, non saprei esprimervi tutto quello che sentii nel cuore in quella felicissima notte. Mi sentivo il cuore traboccante di un santo amore verso il nostro Dio umanato.

Santa Teresa Benedetta della Croce

La lista di santi sarebbe molto lunga. Per brevità, scegliamo solo un altro nome: quello di una donna, santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein.

Una santa che è conosciuta soprattutto per il suo rapporto con la Pasqua, con la Croce. Ma, anche lei, ci ha lasciato pagine memorabili sulla nascita del Salvatore.

Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati”.

Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Signore della vita e della morte, pronuncia il suo “Seguimi!”, e chi non è per lui è contro di lui.

Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere tra la luce e le tenebre.

I santi nelle tradizioni natalizie

I santi incarnano i valori e le virtù cristiane, offrendo modelli di fede, carità e luce ai credenti. Attraverso le loro storie e i loro miracoli, ci ricordano che il Natale è molto più di una festa culturale: è una celebrazione spirituale incentrata sull’amore divino e sulla riconciliazione.

Le tradizioni associate ai santi servono anche a trasmettere la fede e a rafforzare i legami comunitari. Sotto forma di processioni, canti o presepi viventi, queste pratiche arricchiscono le celebrazioni natalizie ancorando i valori cristiani nella vita quotidiana.

San Nicola

San Nicola, vescovo di Myre nel IV secolo, è una delle figure più iconiche associate al Natale. Conosciuto per la sua generosità e i suoi numerosi miracoli, divenne il patrono dei bambini e dei marinai.

In Europa, San Nicola viene celebrato il 6 dicembre, giorno della sua festa. Questa celebrazione, caratterizzata da processioni, messe e doni ai bambini ben educati, è particolarmente popolare nei Paesi di lingua tedesca, nei Paesi Bassi, in Belgio e in alcune regioni della Francia come l’Alsazia e la Lorena.

La leggenda di San Nicola ha attraversato secoli e culture, ispirando la moderna figura di Babbo Natale. Negli Stati Uniti, i coloni olandesi introdussero Sinterklaas, che divenne Babbo Natale, una figura associata alla distribuzione di doni alla vigilia di Natale.

Santa Lucia

Santa Lucia, martire cristiana del IV secolo, è particolarmente venerata in Scandinavia, dove incarna la luce nelle lunghe notti invernali.

Il 13 dicembre, giorno della sua festa, viene celebrata con processioni e canti. Una bambina, vestita di bianco e con una corona di candele in testa, rappresenta Santa Lucia.

Il nome Lucia, derivato dal latino lux (luce), sottolinea il suo ruolo spirituale. Ricorda la vittoria della luce sulle tenebre, tema centrale delle celebrazioni natalizie, che commemorano la venuta di Gesù, la “Luce del Mondo”.

I Magi

Anche se non sono tecnicamente dei santi, i Magi o Re Magi occupano un posto importante nelle tradizioni natalizie, rappresentando le nazioni pagane che vengono ad adorare Cristo.

Nel Vangelo di Matteo, i Magi offrono a Gesù tre doni: l’oro, per la sua regalità, l’incenso, per la sua divinità, e la mirra, che prefigura la sua morte.

Il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, è dedicato ai Magi in molti Paesi. In Spagna, questo giorno è segnato da parate chiamate Cabalgatas de los Reyes, in cui i Magi distribuiscono doni ai bambini.

Santa Elisabetta d’Ungheria

Santa Elisabetta d’Ungheria, principessa del XIII secolo nota per la sua generosità verso i poveri, è una figura associata allo spirito natalizio in alcune culture cristiane.

Santa Elisabetta incarna i valori della condivisione e della compassione, che sono al centro delle celebrazioni natalizie. Il suo esempio ispira molte iniziative di beneficenza organizzate durante il periodo dell’Avvento, quando i fedeli sono incoraggiati ad aiutare i più bisognosi.

La preghiera della Notte Santa

È una preghiera scritta dal card. Carlo Maria Martini, il cuore dell’omelia della messa della notte per il Natale 2017 celebrata in cattedrale dal vescovo Franco Giulio Brambilla. Si intitola “Nella Notte Santa”.

O Gesù, che ti sei fatto bambino per venire a cercare e chiamare per nome ciascuno di noi, tu che vieni ogni giorno e che vieni a noi in questa notte, donaci di aprire il nostro cuore.

Noi vogliamo consegnarti la nostra vita, il racconto della nostra storia personale, perché tu lo illumini perché tu ci scopra il senso ultimo di ogni sofferenza, dolore, pianto, oscurità.

Fa che la luce della tua notte illumini e riscaldi i nostri cuori, donaci di contemplarti con Maria e Giuseppe, dona pace alle nostre case, alle nostre famiglie, alla nostra società.

Fa’ che essa ti accolga e gioisca di te e del tuo amore.

Il presepe come scuola di santità

Il presepe non può mancare. Semplicità e buon gusto, devozione e non devozionalismo sono i criteri che, se seguiti, renderanno il segno popolare bello e significativo.

I presepi, ispirati da San Francesco, evidenziano l’umiltà e l’amore divino incarnati nella nascita di Gesù. Sono un promemoria visivo e spirituale del messaggio natalizio.

In Maria abbiamo potuto percepire un simbolo dell’anima umana pronta a lasciarsi fecondare dalla bontà, bellezza e verità. In Giuseppe, chiamato il padre adottivo, il protettore, potremmo vedere un simbolo del nostro corpo fisico che accoglie e fonda la vita sulla terra.

I pastori che ascoltano la parola dell’angelo e vengono ad adorare il bambino e ad offrirgli i loro doni potrebbero simboleggiare quel risveglio interiore verso il nuovo che deve nascere in noi, nell’umanità, nel mondo e che dobbiamo riconoscere, rispettare e aiutare a vivere con la massima umiltà possibile.

L’asino e il bue potrebbero essere il simbolo di quelle forze profonde, inconsce, che incoraggiano in ognuno di noi e che per prime riconoscono il compito che ognuno di noi deve intraprendere.

E il bambino sarà la forza o la presenza dello spirito che deve rinascere in noi senza sosta affinché la vita abbia un senso.

La carità come espressione della santità natalizia

Il Natale è una festa universale caratterizzata da celebrazioni spirituali e culturali, al centro delle quali i santi giocano un ruolo fondamentale. Attraverso le loro storie, le loro azioni e le usanze a loro associate, arricchiscono le celebrazioni natalizie e ci ricordano l’essenza stessa di questa festa: amore, luce e generosità.

Chi non vive l’amore per i poveri, per gli ultimi, chi non ha compassione per i sofferenti, per coloro che sono “scarto dell’umanità” - carne di Cristo e primo sacramento di Gesù - questi non è santo né mostra desiderio di incamminarsi nella via della santità.

Solo l’amore, che è il dono gratuito e totale di sé, può creare un mondo totalmente nuovo e dare inizio al regno di Dio: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace.

Il Natale, allora, diventa un invito concreto a riconoscere Cristo nei poveri, nei sofferenti e nelle persone che attendono accoglienza. La santità si traduce nella condivisione, nella compassione e nella disponibilità a donare sé stessi.

La notte di Natale come scelta di vita

In fondo, celebrare il Natale vuol dire decidersi per una scelta fondamentale, irrevocabile, che ha poi ripercussione su tutte le altre scelte: quella della realizzazione dell’umanità, di ogni uomo.

Il Natale ci racconta il mistero di Dio che si veste di umanità, facendosi l’ultimo di tutti gli uomini, il più povero, il più emarginato, il più indifeso.

Gesù si presenta con le braccia allargate nella mangiatoia di Betlemme e sul Golgota in croce: è un abbraccio d’amore che rinnova il nostro cuore e può cambiare tutta l’umanità.

L’uomo ha bisogno di andare con umiltà a Betlemme per ritrovare sé stesso, perché mai come ora è messa in discussione la verità circa la persona umana. Gesù è la luce che rivela il senso del rapporto con Dio, con gli altri, con sé stessi e con il creato.

L’essenziale non è cosa ci ha portato qui stanotte, ma cosa siamo disposti a recepire da questo Natale. Dio diventa persona umana perché noi, finalmente, impariamo a riconoscere la nostra origine e la nostra mèta.

Deve essere splendida la vita e grande la nostra dignità, se Dio assume la fragilità della nostra condizione umana! Ecco perché è festa per tutti, oggi, anche per chi frequenta la Chiesa solo in questa occasione.

Nei pensieri per la crisi economica, nel conformismo delle spese, nella gioia del ritrovarci con i nostri cari, sapremo “aprire le porte” al Signore che viene?

Veglia e Santa Messa della notte di Natale: 24 dicembre

La poesia della notte santa

Tra le poesie di Gozzano, ricordiamo La notte Santa, scritta nel 1914 e destinata ai bambini. Il componimento è una rievocazione della notte della nascita di Cristo.

«Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei».

«Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio? Un po’ di posto per me e per Giuseppe?»

«Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe».

«Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto!»

«Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto».

«O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove!»

«S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove».

«Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci!»

«Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci».

«Oste di Cesarea. Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell’alta e bassa gente».

«La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due? - Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta! Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue».

Maria già trascolora, divinamente affranta. Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

È nato! Alleluja! Alleluja! È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d’un astro divino.

Orsù, cornamuse, più gaje suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill’anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto.

Per quattro mill’anni s’attese quest’ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese!

Risplende d’un astro divino la notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino. È nato! Alleluja! Alleluja!

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