Commento alle letture della quarta domenica di Quaresima: dalla cecità alla luce della fede

La IV Domenica di Quaresima, chiamata Laetare, ci fa intravedere, come un raggio di luce, la gioia della Pasqua. La liturgia della Parola propone un cammino chiaro e coerente che porta dal buio alla luce, dalla cecità alla capacità di vedere, dalla confusione alla fede.

Al centro si colloca il racconto della guarigione del cieco nato, tratto dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41), uno dei testi più densi dal punto di vista cristologico e antropologico. Il brano rivela che Gesù è la luce del mondo e che la vera cecità non consiste soltanto nel non vedere con gli occhi, ma nel rifiutarsi di riconoscere l’opera di Dio.

La Domenica Laetare e la gioia della Pasqua

A metà del cammino quaresimale la liturgia compie un gesto sorprendente: interrompe per un momento il tono austero della penitenza e invita alla gioia. È la domenica Laetare, dal primo invito della liturgia: «Rallegrati, Gerusalemme».

Oggi, entrando in chiesa, vediamo che il colore delle vesti del sacerdote non è più viola, ma rosa. Il rosa è il colore dell’alba, quando il cielo comincia a illuminarsi e ci annuncia che il sole sta per sorgere. Anche la Chiesa oggi ci dice che dobbiamo rallegrarci perché la tristezza sta per finire e la gioia della Pasqua si avvicina.

La gioia della domenica Laetare nasce dunque da una certezza profonda: Dio continua a operare anche nelle nostre fragilità. Come il cieco di Siloe, siamo inviati a lavarci gli occhi e a tornare vedenti, per confessare con la vita che Cristo è la vera luce che illumina ogni uomo.

Paramenti rosa della Domenica Laetare

Le letture della quarta domenica di Quaresima

LetturaTema principale
1Sam 16,1.4.6-7.10-13Dio guarda il cuore e sceglie Davide
Sal 22Il Signore è il pastore che guida e protegge
Ef 5,8-14Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore
Gv 9,1-41Gesù guarisce il cieco nato e conduce alla fede

Prima lettura: Dio guarda il cuore

Dal primo libro di Samuele (1Sam 16,1.4.6-7.10-13)

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.

Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».

Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge».

Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

La logica di Dio supera le apparenze

Il racconto narra la elezione e la consacrazione di Davide quale re d’Israele. Samuele è inviato da Dio da Iesse, un uomo che abitava a Betlemme. Il Signore rivela al suo profeta che ha scelto tra i figli di Iesse il re, senza indicare quale fosse.

Il Signore legge il cuore. Samuele in un primo momento passa in rassegna tutti i giovani ma nessuno di essi è il prescelto, nonostante la loro prestanza fisica e le doti per guidare il popolo.

Samuele non riesce a riconoscere subito colui che Dio ha scelto perché egli guarda l’apparenza, mentre Dio vede il cuore. Ciò che per l’uomo è da escludere perché insignificante, per Dio, invece, è prezioso.

Infatti, la scelta cade sull’ultimo e il più piccolo dei figli, Davide, pastore del gregge di famiglia. Dio stupisce sempre con le sue scelte perché ha un occhio di predilezione per i più piccoli e umili.

Infatti, essi non possono fare affidamento sulle proprie forze ma solamente sull’aiuto che viene da Dio. Con loro e in loro il Signore fa grandi cose.

Dio sa guardare lontano consapevole del fatto che quanto più una persona rimane umile tanto più è fedele e la sua opera duratura. Dio, che ama il suo popolo e si prende cura di esso, provvede al re che sia secondo il suo cuore, il quale, consapevole della sua insufficienza, si lascia guidare nelle sue scelte dalla parola del Signore e conforma la sua vita alla volontà del vero e unico sovrano.

La prima lettura rafforza questa dinamica contrapponendo lo sguardo umano a quello divino: “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7).

La scelta di Davide manifesta una logica che attraversa tutta la storia della salvezza: Dio elegge ciò che è piccolo e nascosto per confondere le false sicurezze.

Il vecchio Samuele, però, nonostante la sua esperienza, deve ancora imparare che «Dio non guarda ciò che guarda l’uomo, perché l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore».

Samuele, come profeta, avrebbe dovuto conoscere i criteri di Dio, perché anche nel passato JHWH aveva scelto il secondogenito Giacobbe e non il primogenito Esaù; aveva scelto Sara e Rebecca, donne sterili, e non donne ricche di prole e di successo.

Con loro Dio aveva costruito la storia della salvezza. Ma Samuele dimentica di leggere la realtà con gli occhi di Dio e preferisce affidarsi ai suoi giudizi, fondati sull’umana ragionevolezza.

Nella costruzione del racconto gioca un grande ruolo il verbo vedere ed è proprio sulla vista che il lettore è chiamato a concentrarsi. Il profeta Samuele guarda con gli occhi e non con la sapienza del cuore; per questo gli sfugge il pensiero di Dio sugli uomini e sugli eventi, la sua suprema libertà di fronte ai giochi di prestigio umani, la sua insondabile gratuità.

«I miei pensieri non sono i vostri pensieri» (Is 55,8-9) ripeterà Dio per mezzo del profeta Isaia. Il re scelto da JHWH è il piccolo Davide, il pastorello, che non è stato nemmeno preso in considerazione dalla logica umana, tant’è vero che si trova nei campi.

Samuele non lo vede, non tanto perché Davide è fuori casa, ma perché il punto di vista del profeta è ottenebrato dall’apparenza e dalla reputazione: da ciò che conta per l’uomo.

Dio, invece, ha scelto colui che siede, dimenticato, all’ultimo posto, e non il primogenito, la piccolezza e non l’imponenza, la responsabilità del pastore e non la forza del guerriero.

Ha scelto «ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-28).

Salmo responsoriale: il Signore è il mio pastore

Salmo 22

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

La provvidenza del Dio pastore

Il Salmo 22 (23) canta la bontà di Dio che come un saggio pastore che guida, custodisce e nutre il suo popolo. La metafora nasce dall’esperienza del mondo pastorale fatto di greggi, sentieri, deserti e pascoli.

In questo contesto il pastore è colui da cui dipende la vita stessa del gregge. Senza il pastore, la pecora si perde. Davide, l’ultimo dei figli di Iesse, è proprio uno di essi.

Quando Samuele arriva a Betlemme, egli è nei campi a custodire le pecore. Eppure, Dio lo sceglie. La Scrittura crea così una continuità simbolica: il pastore del gregge diventerà il pastore del popolo.

Il Salmo può essere letto allora come la confessione di fede del re secondo il cuore di Dio. Davide, che conosce dall’interno il mestiere del pastore, riconosce che prima ancora di essere guida del popolo egli stesso è pecora guidata dal Signore.

Per questo proclama: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla». Il salmo descrive tre grandi azioni del pastore divino.

  • La guida nella vita: «Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». Il pastore sa trovare l’acqua nel deserto e il nutrimento nei luoghi aridi.
  • La protezione nella prova: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male». Non è l’assenza del pericolo che rassicura il credente, ma la presenza di Dio: «tu sei con me».
  • L’ospitalità della comunione: Dio è anche ospite che prepara una mensa. L’olio sul capo e il calice traboccante sono segni di abbondanza, dignità e festa.

L’immagine suggerisce la provvidenza di Dio che sostiene l’esistenza umana e la orienta verso il bene. Il termine ebraico indica letteralmente la “valle dell’ombra di morte”.

Il bastone e il vincastro, strumenti del pastore, diventano simbolo della cura divina che difende e corregge. L’uomo è introdotto nella gioia della casa del Signore.

Dio sceglie Davide perché è un uomo che sa di essere guidato. Il vero re secondo il cuore di Dio non è chi domina, ma chi si lascia condurre dal Pastore.

La regalità biblica nasce dall’umiltà. Dio sceglie un pastore per guidare il suo popolo, ma alla fine sarà Dio stesso a diventare il Pastore definitivo.

I profeti lo annunceranno e il Vangelo lo compirà quando Gesù dirà: «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11). Il salmo è la confessione di un popolo che sa di non camminare da solo.

Nel deserto della storia, tra pascoli e valli oscure, la presenza del Pastore rende possibile il cammino e apre la promessa della dimora eterna nella casa del Signore.

Seconda lettura: vivere come figli della luce

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (Ef 5,8-14)

Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.

Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente.

Di quanto viene fatto in segreto da coloro che disobbediscono a Dio è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce.

Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

La luce ricevuta diventa una vocazione

La luce della Pasqua segna l’inizio di una nuova creazione. Col battesimo Cristo, crocifisso e risorto, sveglia l’uomo dal sonno del peccato, che porta alla morte, per illuminarlo affinché sia nel mondo un segno luminoso che aiuti a distinguere il male dal bene.

Il cristiano illumina le coscienze dei propri fratelli non con le parole ma con le opere di bontà, giustizia e verità. La luce non è solo un dono ricevuto, ma una vocazione da vivere.

La sua diventa una testimonianza che da una parte smaschera le macchinazioni del maligno e ne limita il potere, e dall’altra indica l’itinerario di fede, inaugurato da Gesù, le cui orme vanno seguite per conseguire definitivamente la vita eterna.

Come ricorda il Concilio Vaticano II, “Cristo è la luce delle genti” (Lumen gentium, 1), e la Chiesa esiste per riflettere questa luce nel mondo.

In continuità con questa prospettiva, Papa Francesco sottolinea che “la fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma una lampada che guida i nostri passi nella notte” (Lumen fidei, 57).

Il Vangelo: Gesù guarisce il cieco nato

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire.

Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato".

Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».

Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: "Va' a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista».

Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro.

Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?».

I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé».

Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore».

Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?».

Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te».

Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».

Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?».

Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane».

Il significato del segno

Il racconto del cieco nato è uno dei più affascinanti del vangelo di Giovanni, non solo per una trama narrativa avvincente e ben strutturata, ma soprattutto perché in esso le categorie del pensare alla maniera umana vengono ribaltate, le ipocrisie svelate, i luoghi comuni messi in discussione.

Il centro d’interesse del racconto non è il miracolo in sé, ma la persona di Gesù, la sua identità, la sua provenienza. In una parola, non è tanto la straordinaria guarigione che interessa l’evangelista - che infatti è sbrigata con poche battute iniziali - ma il suo significato per l’essere umano che cerca Dio.

Il racconto è strutturato in tre parti. Nella prima l’evangelista narra il segno, nella seconda è descritto il processo che ne consegue, e l’ultima presenta l’incontro di Gesù col cieco guarito.

La prima e l’ultima scena del racconto si richiamano perché, accostati l’una all’altra, formano una figura retorica chiamata chiasmo. Infatti, sia il primo pannello narrativo che il terzo sono divisi in tre parti: due dialoghi e una parola di rivelazione.

«Io sono la luce del mondo»

Nei vv. 1-7 i discepoli di Gesù chiedono di chi sia stato il peccato che ha causato la cecità dell’uomo. Gesù replica che la condizione di cecità non è causata dal peccato ma il cieco è colui nel quale Dio manifesta le sue opere.

Dove gli uomini vedono l’uomo colpevole, Gesù vede l’uomo sofferente. La domanda dei discepoli nasce dalla convinzione che la malattia sia conseguenza di una colpa.

Gesù si definisce «luce del mondo». E inizia a illuminarci su una questione angosciante: malattie e sventure sono una punizione di Dio per i nostri peccati?

La sua risposta è no! La condizione umana è all’origine dei malanni di ogni genere di cui l’umanità fa esperienza.

Dio si adopera instancabilmente per salvarci non dai malanni, qualche volta lo fa e sa lui perché, ma nei malanni, questo lo fa sempre perché ci ama.

Nelle nostre difficoltà normalmente il Signore ci mette vicino dei fratelli che possano prendersi cura di noi, così qualunque situazione, per chi la vive, diventa occasione di crescita nell’amore ricevuto e donato.

Nel caso del cieco nato, Dio ha mandato Gesù perché quest’uomo guarito diventi l’annuncio della nuova creazione che il Signore sta realizzando per tutta l’umanità.

Gesù non analizza il problema del male e della sofferenza, ma lo tocca sanando la persona malata e sofferente.

Nel progetto di Dio c’è un tempo in cui bisogna agire e uno nel quale non si può agire. Si agisce durante il giorno nel quale c’è la luce e non si può agire quando non c’è ed è notte.

Gesù rivela anche che lui è la luce che Dio ha inviato nel mondo. Il cieco, come il mondo, è immerso nel buio, incapace di distinguere il giorno dalla notte.

La domanda dei discepoli è indice del fatto che essi pretendono di vedere la luce della verità nel buio della loro ignoranza; domandano aiuto alla luce che però non fa luce sulla colpa ma è la luce della misericordia che guarisce dalla cecità.

Gesù, luce del mondo, non è venuto a svelare il peccato dell’uomo per giudicarlo e condannarlo, ma a rivelare attraverso i segni l’operare di Dio.

Il fango e la nuova creazione

Il gesto simbolico del fango sugli occhi richiama la creazione dell’uomo dalla terra (Gen 2,7) e suggerisce un atto di nuova creazione. La guarigione non è solo fisica: è un processo di rinascita che coinvolge l’intera persona.

Fango e saliva richiamano l’atto creatore di Dio, raccontato nella Genesi. L’ex-cieco che torna dalla piscina di Siloe, che significa «inviato», è l’uomo che ha ricevuto in dono la capacità di «vedere» la verità, anche se deve ancora fare un percorso faticoso e doloroso per giungere alla fede.

Gesù prende l’iniziativa, il cieco obbedisce e acquista la vista. Anche con noi il Signore prende iniziative, attraverso persone o avvenimenti, per la nostra guarigione dalle malattie dello spirito e ci ordina di vivere il vangelo.

Ma quante volte, per pigrizia o presunzione, abbiamo preferito restare ciechi! Quando invece obbediamo, sperimentiamo sempre la luce e spesso la guarigione.

La piscina di Sìloe significa «Inviato»: il cieco ha davvero incontrato l’inviato del Padre. Il gesto di Gesù non si limita a restituire una facoltà fisica, ma manifesta la missione del Figlio e apre un cammino di riconoscimento.

Il cammino del cieco: dalla guarigione alla fede

Il cieco guarito intraprende un autentico cammino di fede, progressivo e spesso doloroso. Dapprima riconosce Gesù come “un uomo” (Gv 9,11), poi come “profeta” (Gv 9,17), fino alla professione finale: “Credo, Signore!” (Gv 9,38).

Il suo cammino è lineare: ha fatto l’esperienza di vedere per la prima volta grazie all’uomo chiamato Gesù, anche se di lui non sa nulla, poi, rifiutando di considerarlo peccatore, lo riconosce come profeta e si considera suo discepolo.

Diventa testimone della verità, affrontando la persecuzione e la scomunica, infine arriva alla fede vera, riconoscendo in Gesù il Figlio di Dio e inginocchiandosi davanti a lui.

Questa crescita interiore avviene attraverso il conflitto con i farisei, i quali, convinti di vedere, si rivelano incapaci di riconoscere l’opera di Dio.

Il cammino di fede di questo accattone è di una strabiliante potenza: un modello per tutti. Non a caso, nelle prime comunità cristiane, il racconto veniva letto ai catecumeni che si preparavano al battesimo.

Il suo cammino di fede parte dalla totale cecità per arrivare al riconoscimento di Gesù-Signore: «Io credo, Signore» è l’ultima parola del racconto e «si prostrò adorandolo».

È la sapienza degli analfabeti e dei piccoli, che mette in scacco la presunzione dei potenti. Questi hanno il sapere, ma non l’amore; il cieco ha la sapienza che gli viene dall’amore.

Quella del cieco è la sapienza di chi ha il senso della fragilità e accetta di mettere in discussione sé stesso e le sue certezze, per aprirsi al cammino di Dio.

La forza della testimonianza

Mentre è costretto a raccontare più volte la sua straordinaria esperienza, egli si scontra con la curiosità perplessa della gente, con i sillogismi teologici dei farisei, con la paura dei suoi genitori di essere «scomunicati», con l’opposizione farisaica che perde la bussola tra il rispetto del sabato e il dono della vista.

La sua testimonianza si concentra su un fatto semplice e incontestabile: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

Questa parola non è una dimostrazione teorica, ma la narrazione di un’esperienza. Il cieco non possiede ancora una conoscenza completa dell’identità di Gesù, ma riconosce ciò che è accaduto nella sua vita.

Il coraggio della sua testimonianza cresce mentre aumenta l’opposizione. Prima dice: «L’uomo che si chiama Gesù»; poi afferma: «È un profeta!»; infine professa: «Credo, Signore!».

La fede non nasce dalla pretesa di possedere già tutte le risposte, ma dalla disponibilità a riconoscere la luce ricevuta e a lasciarsi condurre verso una conoscenza più piena.

I quattro atteggiamenti davanti all’opera di Dio

Nella narrazione si possono riconoscere quattro gruppi emblematici, rappresentanti di altrettanti atteggiamenti umani davanti al mistero di Dio che si manifesta nel Signore Gesù.

I vicini: domandano, ma non si interrogano

Il primo è rappresentato da coloro che il testo presenta come i vicini del cieco e quanti lo avevano conosciuto prima, quando era mendicante, i quali fanno domande ma non si interrogano.

Essi rappresentano coloro che, davanti al mistero di Dio e alle sue manifestazioni, non si lasciano interpellare profondamente, attratti come sono dalle curiosità di superficie: cosa è successo, come è accaduto?

Sono i rappresentanti del “bla-bla”, perché non si pongono mai domande serie, non vanno mai alla radice dei problemi, ma rimangono in superficie: guardano senza vedere, sentono senza ascoltare, parlano senza sapere.

I farisei: si interrogano, ma non credono

Il secondo gruppo è costituito dai farisei, che si interrogano, ma non credono. I farisei rappresentano i sapienti, che giudicano e disprezzano gli altri, perché pensano di possedere la verità e di non avere nulla da imparare da un mendicante: «tu vuoi insegnare a noi?».

Sono i veri ciechi e i veri sordi, perché - a differenza di un povero analfabeta, cieco dalla nascita - non vogliono vedere le novità che sgorgano in una vita e non sanno leggere gli eventi.

Hanno l’abitudine di interrogare gli altri, ma non sé stessi. Hanno la sicurezza dei presuntuosi, che pensano di saper discernere e interpretare la legge di Dio, senza rendersi conto che proprio la parola di Dio li contesta, svelandone l’ipocrisia.

I farisei si rifiutano di prendere atto di un’opera di Dio e tormentano il cieco guarito, i suoi genitori e tutti coloro che li contraddicono.

La loro cecità non è mancanza di informazioni, ma rifiuto della verità. Vedono il segno, ascoltano la testimonianza, interrogano il guarito, ma non accettano che l’evento metta in discussione le loro certezze.

I genitori: credono, ma non testimoniano

Il terzo gruppo è costituito dai genitori del cieco, che credono, ma non testimoniano. Il racconto dice che non si esposero «per paura dei giudei, perché questi avevano decretato che, se uno riconosceva Gesù come Messia, fosse cacciato dalla sinagoga».

Sono i rappresentanti dei cripto-cristiani, irretiti dalla paura. Persone anche sensibili e di buoni sentimenti, ma senza coraggio.

Esse danno più importanza agli uomini che a Dio, ingabbiate come sono dal timore di ciò che gli altri potrebbero dire o fare, e dalla sudditanza nei confronti di uomini e istituzioni.

Mancano fondamentalmente della libertà dei figli di Dio: non hanno compreso fino in fondo che il Regno è libertà, vita, testimonianza.

Il cieco guarito: si interroga, crede e testimonia

Il quarto gruppo è rappresentato dall’uomo cieco dalla nascita, che si interroga, crede e testimonia.

Il cieco ha la sapienza che gli viene dall’amore, ragione ultima per cui pubblicani e prostitute entreranno nel Regno dei cieli a differenza dei presuntuosi, che pensano di avere in mano le chiavi del Regno dei cieli.

Il suo cammino mostra che la fede comprende ascolto, obbedienza, discernimento, testimonianza e adorazione. Il guarito non si limita a ricevere un beneficio: diventa una persona nuova, capace di stare davanti alla verità anche quando questa gli procura opposizione.

La cecità spirituale dei farisei

In stridente contrasto è il percorso di chiusura dei Giudei che, sicuri di vederci bene, chiudono gli occhi del cuore e della mente di fronte all’opera di Dio.

Credendo essi di essere fedeli a Mosè, in realtà lo rinnegano, perché egli aveva riconosciuto la presenza di Dio che liberava il suo popolo dal Faraone, loro invece non riconoscono in Gesù l’inviato del Padre per illuminare l’umanità nella vera conoscenza di Dio e per liberarla dalla schiavitù del peccato.

Il racconto evangelico di Giovanni ci ricorda che l’unico faro che dissolve le nostre cecità e tenebre non può essere che il Cristo.

La cecità spirituale può assumere forme sottili: l’abitudine al sacro, il formalismo, la paura di lasciarsi interrogare dalla Parola.

La Quaresima è tempo favorevole per riconoscere tali zone d’ombra e permettere a Cristo di plasmarci nuovamente. Solo chi accetta di essere guarito può diventare autentico testimone della luce.

Il verbo krinō ha comunemente il significato di “giudicare, discernere”, ma anche quello di “emettere una sentenza”: se questa è negativa, il senso diventa “condannare”. Qui, per la contrapposizione con il verbo sōzō, sembra prevalere l’accezione di condanna.

Il termine krisis significa “giudizio, discernimento, separazione”, ma anche “condanna”. Il giudizio di cui parla Gesù non è anzitutto un atto arbitrario di condanna, ma la rivelazione della posizione che ciascuno assume davanti alla luce.

Chi non vede e accoglie la luce viene condotto alla vita; chi pretende di vedere e rifiuta la luce rimane chiuso nella propria cecità.

Gesù mette l’uomo al centro

Tutta la liturgia della Parola di questa quarta domenica di Quaresima sottolinea l’importanza di vedere e di non lasciarsi suggestionare dalle apparenze esterne.

La prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele, ci invita a non lasciarci influenzare dalle apparenze nel giudicare il valore delle persone.

Paolo, nel brano tratto dalla lettera agli Efesini, ci ammonisce che vedere attraverso gli occhi della fede in Cristo, significa sintonizzare la vita sulle lunghezze d’onda della bontà, della giustizia e della verità.

Gesù unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l'uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l'invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato.

In quei tempi la cecità non era considerata frutto della malattia, ma del peccato. Essere non vedenti voleva dire esseri impuri, quindi non potevano entrare nel Tempio.

Venivano visti come testimonianza concreta dell’ira di Dio nei confronti di coloro che non osservavano i comandamenti. Erano un ammonimento per chi non rigava dritto.

Il Signore non lo evita come gli imponevano di fare le norme da osservare per non macchiarsi di impurità. Sente su di sé il peso di tanti sguardi inquisitori e curiosi.

Affronta la situazione di petto. Con grande scandalo si relaziona con il cieco nato alla faccia di tutti i pregiudizi e di tutte le proibizioni rituali.

È di sabato. Son ben 1521 le azioni che non si debbono fare in quel giorno. Fra queste curare gli infermi o lavorare la terra, come impastarla con i liquidi.

Lui viola qualsiasi cavillo rituale, pur di soccorrere un povero disgraziato. Gli ridona la vista.

Questo scatena la reazione di coloro che antepongono l’osservanza legale alla carità. Loro si scandalizzano, giudicano il guarito e lo cacciano.

Gesù lo accoglie, si manifesta a lui: “Credi tu nel Figlio dell’uomo?” (Gv 9, 35). La risposta è fulminante: “Credo, Signore” (Gv 9,38).

È la stessa professione di fede che ognuno dovrà fare, nella propria coscienza, il giorno della Resurrezione ormai vicina.

La domanda sulla sofferenza

Gli apostoli sono prigionieri dei pregiudizi umani riguardo all’opera di Dio. Gesù li illumina.

La domanda «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» rivela la tentazione di cercare immediatamente un colpevole davanti alla sofferenza.

Gesù interrompe questa logica. Non attribuisce la cecità a una colpa personale del cieco o dei suoi genitori, ma conduce i discepoli a guardare l’uomo concreto e l’opera di Dio.

Anche noi abbiamo delle domande su di lui, sul suo insegnamento, sul senso degli avvenimenti e dell’intera nostra vita.

Basterebbe avere il coraggio di chiedere e dedicare un po’ di tempo ad ascoltare la risposta di chi ci può aiutare, per vedere bene e riconoscere la verità che ci libera.

Il male non è spiegato, ma attraversato; non è giustificato, ma trasformato in luogo di manifestazione della grazia.

La condizione umana è all’origine dei malanni di ogni genere di cui l’umanità fa esperienza. Dio si adopera instancabilmente per salvarci non dai malanni, ma nei malanni.

Nelle nostre difficoltà normalmente il Signore ci mette vicino dei fratelli che possano prendersi cura di noi, così qualunque situazione, per chi la vive, diventa occasione di crescita nell’amore ricevuto e donato.

La fede come adesione dinamica

La preposizione eis, che di solito segue il verbo “credere”, è una preposizione di moto che sottolinea l’aspetto dinamico di questa adesione: la fede è affidarsi, una scommessa da rinnovare ogni giorno.

Il cieco nato diventa così immagine del credente, chiamato a lasciarsi illuminare progressivamente, senza pretendere di possedere la luce, ma accogliendola come dono.

La luce della fede non elimina automaticamente ogni oscurità, ma permette di camminare nella notte con una direzione e una speranza. Il credente non è colui che pretende di vedere tutto, ma colui che si lascia guidare dalla luce di Cristo.

La fede porta il dolore del mondo e lo sopporta guardandolo in faccia, senza nessun anestetico. Mentre tutto passa, mentre tutto si rintana in se stesso, rimane ferma la fede.

Il cieco nato diventa così immagine del credente, chiamato a lasciarsi illuminare progressivamente, senza pretendere di possedere la luce, ma accogliendola come dono.

Attualizzazione: riconoscere le proprie cecità

Questa domenica rappresenta un forte invito al discernimento. La cecità spirituale può assumere forme sottili: l’abitudine al sacro, il formalismo, la paura di lasciarsi interrogare dalla Parola.

La Quaresima è tempo favorevole per riconoscere tali zone d’ombra e permettere a Cristo di plasmarci nuovamente.

La vista che il Signore ci assicura ci abiliterà ad anteporre, sempre ed in qualsiasi circostanza, la coscienza alla osservanza delle leggi, delle tradizioni e dei pregiudizi?

La situazione di bisogno e di dipendenza dagli altri in tutto ha reso il cieco umile, attento e riconoscente verso chi gli prestava cura e assistenza.

Chi non ha bisogno degli altri, spesso è incapace di rapporti veri con gli altri e con Dio. Verifichiamo se abbiamo valorizzato le situazioni di difficoltà e di sofferenza per crescere nell’umiltà, nell’apertura e nella riconoscenza verso Dio e i fratelli.

Davanti ai problemi della vita possiamo essere come i discepoli pronti a cercare le ragioni profonde che hanno portato il verificarsi di una realtà oppure possiamo essere come i farisei pronti ad arroccarci sulle nostre certezze.

In mezzo al nostro filosofare o al nostro impuntarci su tutto ciò che non ci mette in discussione abbiamo davanti colui che vive, che guarisce e che conduce alla verità.

La domanda decisiva non è soltanto se vediamo con gli occhi, ma se permettiamo a Cristo di illuminare il cuore, le relazioni, le scelte e il modo con cui guardiamo gli altri.

Spunti per la preghiera

Preghiamo perché nella Chiesa non si trovi chi, per difendere il proprio ruolo o potere, dimentichi il vangelo e tratti male coloro che cercano la verità e la misericordia di Dio.

O Dio, Padre della luce, che conosci le profondità dei cuori, apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo: Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro salvatore.

Signore, liberaci dalla presunzione di vedere già tutto e dalla paura di lasciarci correggere dalla tua Parola.

Donaci la disponibilità del cieco nato, che ascolta, obbedisce, testimonia e riconosce progressivamente in Gesù il Figlio dell’uomo.

Fa’ che la luce ricevuta diventi bontà, giustizia e verità, perché la nostra vita possa indicare agli altri il cammino verso di te.

Impegno della settimana

Se abbiamo delle domande importanti sulla fede e sulla vita, cerchiamo una persona «spirituale» a cui chiedere una risposta.

Possiamo anche domandarci: quali apparenze condizionano il mio giudizio sulle persone? Quali sofferenze considero ancora come una colpa? In quali situazioni preferisco difendere le mie certezze invece di riconoscere l’opera di Dio?

La risposta dell’uomo guarito rimane una professione di fede semplice e concreta: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

tags: #commento #alle #letture #della #quarta #domenica