Nicola Monterisi, arcivescovo di Salerno

Nicola Monterisi fu arcivescovo primate di Salerno dal 5 ottobre 1929 al 30 marzo 1944, giorno della sua morte. Durante il suo episcopato si distinse per l’impegno pastorale, l’attenzione alle esigenze sociali, la difesa dell’autonomia della Chiesa e la presenza accanto alla popolazione durante i bombardamenti e le drammatiche vicende della Seconda guerra mondiale.

Nato a Barletta il 21 maggio 1867, Monterisi fu sacerdote, docente di teologia, vescovo di Monopoli e arcivescovo di Chieti prima di assumere la guida dell’arcidiocesi salernitana. A Salerno promosse l’organizzazione della diocesi, la formazione del clero, la nascita di nuove parrocchie e istituti religiosi, opponendosi al fascismo, alle leggi razziali e alla requisizione del Seminario regionale.

Ritratto di Nicola Monterisi arcivescovo

Origini familiari e formazione

Nicola Monterisi nacque a Barletta il 21 maggio 1867 da Angelo e da Maria Decorato. Crebbe all’interno di una famiglia molto religiosa di cui ben quattro dei figli pronunciarono i voti. Il fratello Ignazio (1860-1913), nominato arcivescovo di Marsico-Muro Lucano-Potenza, amico e corrispondente di don Giuseppe De Luca, si distinse nella sua diocesi per l’impegno contro le permanenze nel mondo rurale, afflitto da diffusa miseria e analfabetismo, di superstizioni e sincretismi magici.

Maturata in famiglia la vocazione al sacerdozio, nel 1881 Monterisi iniziò il percorso di studio nel seminario interdiocesano di Bisceglie, diretto dal rettore don Donato Dell’Olio. Frequentò il Ginnasio presso il Seminario Interdiocesano di Bisceglie dal 1881 al 1886 e il liceo presso il Seminario Vaticano dal 1886 al 1889.

Dal 1886 al 1889 proseguì gli studi liceali al seminario vaticano a Roma dove, fino al 1893, fu anche alunno dell’Almo collegio Capranica, insieme con Romolo Murri, con cui strinse rapporti di amicizia. Negli anni 1889-1893 fu alunno dell’Almo collegio Capranica e studiò Filosofia e Teologia presso l’Università Gregoriana.

Frequentò poi il corso di filosofia e teologia presso l’Università Gregoriana, laureandosi in teologia dommatica nel 1895, e quello di diritto canonico presso il Collegio Apollinare, conseguendo la laurea nel 1897, anno in cui si laureò anche in lettere presso la Regia Università di Roma con una tesi dal titolo Leggenda e realtà intorno a s. Ruggero, vescovo di Canne e patrono di Barletta, primo studio critico sul santo, pubblicata a Barletta nel 1905.

Il sacerdozio e l’attività nella diocesi di Barletta

Il 15 agosto 1893 fu ordinato sacerdote a Trani da mons. Domenico Marinangeli e celebrò la sua prima messa nella chiesa di S. Giovanni di Dio a Barletta. Fu ordinato sacerdote il 15 agosto 1893.

Rientrato nella diocesi di Barletta insegnò Teologia nei seminari di Bari, Trani e Bisceglie fino al 1908. Nel 1897 ritornò nella sua diocesi di Barletta, insegnando teologia dommatica nel seminario di Bari dal 1898 al 1899 e in quello di Trani.

Fu attento alle esigenze sociali dell’epoca, facendosi promotore per l’impegno del laicato nella Chiesa e nel mondo. Durante il soggiorno romano aveva maturato la consapevolezza dell’importanza della stampa, quale strumento di formazione-informazione e creazione di una nuova identità cattolica, non più nostalgica e recriminatoria.

Fu tra i fondatori del Circolo Leone XIII, che riuniva i giovani cattolici in contrapposizione ai gruppi politici anticlericali del territorio. Alla nascita del circolo, nel 1900, contribuì personalmente.

Nel 1902 fondò il periodico cittadino Il Buon Senso. In quest’ottica si colloca la fondazione, nel 1902, del periodico Il Buon Senso, quindicinale d’ispirazione democratico-cristiana, che diresse fino al 1913.

Oltre alla designazione a teologo della Cattedrale metropolitana, divenne parroco della basilica del S. Sepolcro. Negli anni in cui fu parroco a Barletta, dal 1908 al 1913, si distinse non solo per il ministero sacerdotale, ma anche per l’impegno civile.

La sua attività in tale veste fu connotata dalla grande cura verso la predicazione, la formazione catechistica, la promozione delle vocazioni religiose e l’impegno sociale. Nel 1910, mentre nella città infieriva il colera, si offrì come cappellano del Lazzaretto, restando in quel luogo per un lungo lasso di tempo nonostante il rischio di essere contagiato, dando esempio di attenzione sociale.

Vescovo di Monopoli e arcivescovo di Chieti

Papa San Pio X, con bolla del 22 agosto 1913, lo nominò vescovo di Monopoli. Il 22 agosto 1913 fu nominato vescovo di Monopoli da Pio X.

Fu consacrato il 7 settembre 1913 dal cardinale Antonio Vico. La consacrazione avvenne a Roma, l’8 settembre, nella chiesa di S. Maria in Vallicella, da parte del cardinale Antonio Vico.

«Fidente nella parola di Gesù Cristo, mi presento a voi come Egli stesso desidera, senza borsa, né sacca, né calzari (Luca, X, 4). Mi presento senza altre credenziali che quelle che Egli stesso mi ha dato per mezzo di Pietro, vivente oggi nella sua Chiesa».

In questo incipit della Prima lettera pastorale al clero e al popolo della sua diocesi viene riassunta la peculiare spiritualità di Monterisi. Per quanto concerne la sua attività pastorale, in una delle sue prime lettere alla diocesi di Monopoli rifletteva criticamente sulla religiosità meridionale fatta di «fiumane di popolo alle nostre processioni», di «numerose confraternite» e di «semicredulità variopinta».

Forte fu poi l’impegno nella diffusione dell’Azione cattolica come anche degli istituti religiosi e nella formazione del clero, con un’attenta cura per l’insegnamento impartito nei seminari.

Durante la prima guerra mondiale non condivise il diffuso atteggiamento patriottico dell’episcopato meridionale. Nella lettera pastorale della quaresima del 1917, Nella guerra attuale benediciamo il Signore, presentava la guerra come un «immane flagello», che disvela negli anni la fragilità del mondo cattolico del Mezzogiorno e che vede, oltre alla «strage di milioni di uomini», anche una «strage di anime».

La sua famosa lettera pastorale del 1917, Nella guerra attuale benediciamo il Signore, fu apprezzata da Papa Benedetto XV ed ebbe addirittura 10 edizioni in Italia, 2 in Francia e una negli Stati Uniti.

Il 15 dicembre 1919 fu promosso arcivescovo di Chieti. A seguito del concistoro del 15 dicembre 1919, Monterisi fu promosso alla sede metropolitana di Chieti e contemporaneamente assunse l’incarico di amministratore della diocesi di Vasto.

Il rapporto con il fascismo

Passato dalle giovanili simpatie per l’intransigentismo cattolico a posizioni vicine al partito di Luigi Sturzo, manifestò una chiara presa di distanza nei confronti del fascismo, proibendo nel 1921 con una lettera pastorale la benedizione dei gagliardetti.

Anche quando i rapporti della Chiesa divennero accomodanti e amichevoli nei confronti del regime mantenne un atteggiamento di rigoroso afascismo. La linea praticata con grande coerenza da Monterisi si fondava su una netta distinzione tra l’attività religiosa e pastorale e quella politica e non comportò nessun cedimento nei confronti dell’ideologia fascista.

Molti suoi atti coraggiosi sono stati riferiti dagli storici: il rifiuto alla benedizione dei gagliardetti e delle sedi del partito fascista, il divieto di unire feste religiose e divertimenti organizzati dai civili, la resistenza alla cessione del Seminario al Governo Badoglio.

La nomina ad arcivescovo di Salerno

Il 5 ottobre 1929 fu traslato nella sede primaziale di Salerno. Il 5 ottobre 1929 divenne arcivescovo primate di Salerno, ruolo che coprì fino alla morte.

Oggi dedichiamo la rubrica Fu Salerno all’arcivescovo Nicola Monterisi (Barletta 1867-Salerno 1944), simbolo di coraggio e di libertà di pensiero, che guidò la diocesi di Salerno dal 5 ottobre 1929 al 30 marzo 1944, giorno della sua morte.

Nel trentennio del suo episcopato si mostrò uomo di grandi vedute e capacità organizzative, contribuendo ad un’opera capillare di moralizzazione e di evangelizzazione. Col suo impegno colmò in campo formativo le lacune di una popolazione proveniente da un passato difficile.

Si adoperò per far sorgere nuove parrocchie, case religiose maschili e femminili. Durante l’episcopato di Monterisi, nella diocesi furono istituite ben 25 nuove case religiose femminili, 8 maschili, 11 nuove parrocchie e 3 vicarie curate perpetue.

Nel 1932, nell’ambito della riorganizzazione dei seminari già avviata da Pio X e che papa Ratti riprese e rilanciò, fu fondato a Salerno il Pontificio seminario regionale salernitano-lucano intitolato a Pio XI.

La visione pastorale e il ruolo dei laici

Nella lettera inviata all’Arcidiocesi di Salerno dopo la sua nomina, Mons. Monterisi dà profondità al suo pensiero: “Il successo benefico della mia missione a Salerno - scrive - dipende in gran parte da voi; vorrei dire in massima parte, anzi forse tutto da voi”.

Perché “la Chiesa gerarchica e visibile, a capo della quale c’è il Romano Pontefice - mentre a capo delle singole diocesi c’è il Vescovo -, è solo l’organizzazione esterna e sensibile di quell’altra realtà interiore e ben più profonda, che appartiene al Corpo Mistico.

Il Corpo Mistico è principalmente la misteriosa estensione di Gesù negli uomini, … (Essa forma) di Gesù e dei suoi credenti realmente un essere solo. La quale unità … è l’effetto sostanziale dell’Eucarestia.

Il successo della Gerarchia esterna della Chiesa dipende dalla vitalità intrinseca del Corpo Mistico. Se in diocesi ci sono santi, molti santi, grandi santi, il successo è assicurato; altrimenti, qualunque sia l’opera o l’intelligenza o la prudenza o l’esperienza umana del Vescovo, egli forse lavora invano”.

Anche la lettera inviata all’arcidiocesi dopo la nomina dà conto in maniera esemplare della sua spiritualità: «Il successo benefico della mia missione a Salerno dipende in gran parte da voi; vorrei dire in massima parte, anzi forse tutto da voi […].

La Chiesa gerarchica e visibile, a capo della quale c’è il Romano Pontefice, mentre a capo delle singole diocesi c’è il Vescovo, è solo l’organizzazione esterna e sensibile di quell’altra realtà interiore e ben più profonda, che appartiene al Corpo Mistico.

Il Corpo Mistico è principalmente la misteriosa estensione di Gesù negli uomini, […] (Essa forma) di Gesù e dei suoi credenti realmente un essere solo. La quale unità […] è l’effetto sostanziale dell’Eucarestia.

Il successo della Gerarchia esterna della Chiesa dipende dalla vitalità intrinseca del Corpo Mistico. Se in diocesi ci sono santi, molti santi, grandi santi, il successo è assicurato; altrimenti, qualunque sia l’opera o l’intelligenza o la prudenza o l’esperienza umana del Vescovo, egli forse lavora invano».

Di fatto, in tutti i suoi atti ed i suoi scritti Mons. Monterisi si manifesta autenticamente come Vescovo in tale visione di fede. Un Vescovo ha il dovere di usare, quando necessario, “il modo difficile di essere banditore delle dottrine di Cristo”.

Nel governo della diocesi si contraddistinse per un costante, intenso, rapporto collaborativo con i parroci, per valorizzare la dimensione sinodale ed esaltare il ruolo della parrocchia come «centro irradiatore di pensiero cristiano ed animatore di vita soprannaturale sia individuale che collettiva» e non «soltanto di centro burocratico».

Uno strumento importante di comunicazione fu il periodico diocesano con la rubrica Notificazioni al clero ed al popolo. Significativi di questo suo metodo di governo e del suo stile personale furono due articoli, che crearono scalpore, pubblicati nel 1933: Si è fatto sempre così! e Monsignore non vuole, così vuole Monsignore.

Attraverso questi articoli clero e fedeli della diocesi venivano sollecitati a non rimanere ancorati alla tradizione o acquiescenti nei confronti dell’autorità gerarchica.

L’opposizione alle leggi razziali

Vorrei ricordare l’episodio della sua opposizione alle leggi razziali; sulla base di un documento della Santa Sede, aveva pubblicato un’energica condanna di tali leggi, tanto da provocare un intervento del Ministero degli Interni, con minacce di sequestro ed altro.

Il Prefetto, preoccupato delle conseguenze, gli aveva raccomandato prudenza: Mons. Monterisi non esitò a rispondergli che egli trattava questi argomenti non da politico ma da Vescovo, “nel modo difficile di essere banditore delle dottrine di Cristo”.

Queste sue parole sono rivelatrici: un Vescovo ha il dovere di usare, quando necessario, “il modo difficile di essere banditore delle dottrine di Cristo”.

La meraviglia dei suoi scritti sta per l’appunto in questo, che Mons. Monterisi da un capo all’altro vi parla dentro come un Vescovo. Egli mira all’essenziale, colpisce in pieno e fa centro: per lui l’essenziale, il pieno ed il centro è il Cristo.

Quel che lo tocca, lo fa trasalire non è l’intelligenza della storia, della teologia, del diritto, ma la conoscenza di Dio attraverso suo Figlio, è la vita di Dio nelle anime attraverso suo Figlio. I suoi interventi ebbero eco in Italia e all’estero.

La guerra e la permanenza a Salerno

Durante la Seconda guerra mondiale Salerno diventò un epicentro dello scontro bellico nel Mezzogiorno e fu sottoposta a pesanti bombardamenti, situazione resa ancor più drammatica dalla sospensione delle attività produttive, dalla difficoltà degli approvvigionamenti alimentari e dall’interruzione dei trasporti.

Tra giugno e settembre 1943 la città di Salerno fu colpita da numerosi bombardamenti, che portarono in città morte e distruzione. La violenza degli ordigni e i combattimenti che seguirono al 9 settembre 1943, quando la Quinta Armata sbarcò sulla costa salernitana nell’operazione denominata “Avalanche” o “Valanga”, provocarono in città circa quattrocento morti e centinaia di feriti.

I danni materiali furono enormi: quindici mila vani distrutti, oltre cento ponti distrutti, un quinto dei fabbricati industriali in macerie. Mancava tutto: cibo, alloggi, mezzi di trasporto.

Le autorità civili, compresi il sindaco e il prefetto, abbandonarono la città, trasferendo gli uffici a Cava dei Tirreni. Le autorità pubbliche fuggirono, ma non l’arcivescovo, che rimase l’unico punto di riferimento per la popolazione.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale non volle abbandonare mai la città di Salerno, neanche sotto i bombardamenti, e costrinse il suo clero diocesano a fare altrettanto. Non solo Monterisi non scappò altrove, ma chiese ai suoi sacerdoti di fare altrettanto.

Salerno bombardata durante la Seconda guerra mondiale

Monterisi, nonostante l’età e le cagionevoli condizioni di salute, rimase al suo posto, venendo percepito come il defensor civitatis, impegnato con la Chiesa della diocesi a svolgere un ruolo di supplenza civile, di fronte all’assenza o latitanza delle pubbliche autorità.

Durante le tragica estate del 1943, quando le incursioni aeree degli alleati seminano morte e distruzione, Monterisi è l’unico a non abbandonare la città, ordinando ai parroci di fare altrettanto.

Nella notte del 16 settembre 1943, durante un bombardamento, sarà colpita e distrutta la canonica di Santa Margherita e San Nicola del Pumpulo, nella zona orientale. Il giovane parroco, don Felice Ventura, perse la vita e, con lui, due giovani collaboratori: Matteo Rufolo e Michele Greco.

Il sacerdote aveva 34 anni, Matteo 15, Michele 29. Il tempio fu distrutto, ma la Chiesa salernitana non era arretrata di un passo, rimanendo accanto alla popolazione martoriata dal conflitto.

Il confronto con gli Alleati e Pietro Badoglio

Il 9 settembre 1943, gli Alleati della 5a armata realizzarono il cosiddetto sbarco di Salerno e il colonnello americano Thomas Aloysius Lane, nominato governatore della città, si recò a rendere omaggio al vescovo, riconosciuto con questo gesto come la sola autorità cittadina con la quale interloquire e collaborare.

Monterisi si oppose alle truppe del Comando Alleato che volevano requisire il Seminario Regionale. Si oppose alla requisizione del seminario regionale ed entra in collisione con il maresciallo Badoglio.

L’11 febbraio 1944, il governo Badoglio trasferì la sua sede nella Salerno liberata. Per questo motivo il capo del Governo Italiano, Pietro Badoglio, mise in dubbio l’amor patrio di mons. Monterisi.

L’arcivescovo non esitò a rispondergli: «Non permetto che si metta in discussione la mia italianità; mi sento e sono più italiano del maresciallo Badoglio. Quando il popolo è rimasto solo e stremato dalle sofferenze della guerra io, vecchio di 76 anni, col mio clero sono rimasto al mio posto a conforto e sollievo della popolazione, mentre il maresciallo Badoglio è scappato a Pescara!»

Povertà, assistenza e morte

Visse poveramente a favore della sua popolazione, disponendo che quanto vi era nel palazzo episcopale fosse a favore della mensa arcivescovile. A Salerno fu conosciuto come un pastore vicino ai poveri e alla popolazione provata dalla guerra.

Il 19 marzo 1944 decise di entrare nella Casa S. Giuseppe, ricovero degli anziani di Salerno, con le parole: “per un Vescovo è grande onore morire in mezzo ai poveri!”.

Il 19 marzo era entrato nella Casa San Giuseppe, struttura d’accoglienza per gli anziani della città. Spiegò: “Per un Vescovo è grande onore morire in mezzo ai poveri!”.

Morì il 30 marzo 1944, alle ore 22.40. Monterisi morì il 30 marzo 1944 nell’ospizio Casa S. Giuseppe, dove si era ritirato come dimostrazione della sua radicale scelta evangelica della povertà.

Della sua dipartita scrisse questo resoconto il suo Segretario, Mons. Antonio Balducci: “La morte non lo sorprese. Tutta la sua vita era stata una lenta e serena preparazione all’eternità.

Si era già spogliato di tutto, anche delle sue croci preziose e dei suoi anelli da Vescovo; aveva disposto di quanto vi era nel palazzo episcopale a favore della mensa arcivescovile, aveva destinato anche il suo patrimonio familiare … alla parrocchia in cui era stato battezzato.”

La tomba nella cattedrale di Salerno

Riposa nella cattedrale di Salerno; dopo dieci anni dalla morte viene inaugurato il monumento funebre sul luogo dove è stato sepolto. Prima di morire detta le parole da scrivere sulla tomba.

Sulla tomba volle vi fosse scritto: “Non mi giovarono in morte tre mitrie e due pallii, ma la divina speranza che avendo il mio Salvatore preso sopra di sé i miei peccati, mi risusciterà seco nell’ultimo giorno”.

La frase esprime la centralità della speranza cristiana nella spiritualità di Monterisi: non i titoli, le insegne episcopali o il prestigio ecclesiastico, ma la fiducia nella salvezza e nella risurrezione costituiscono il significato ultimo della sua vita.

Il ricordo nella città di Salerno

A Salerno gli è stata dedicata la scuola media “N. Monterisi” in memoria del suo costante operato per la città. La scuola deve il suo nome al Consiglio Comunale di Salerno, presieduto dal Sindaco Alfonso Menna, che il 23 marzo 1964 deliberò ad unanimità la proposta d’intitolazione della Scuola Media Statale di Pastena “al venerato nome del defunto Arcivescovo Primate S.E. Mons. Nicola Monterisi, arcivescovo di Salerno negli anni della seconda guerra mondiale”.

Il nome di Monterisi è quindi legato alla memoria civile, educativa e religiosa di Salerno. La sua figura viene ricordata come simbolo di coraggio e di libertà di pensiero, ma anche come esempio di attenzione alla formazione, all’assistenza ai poveri e alla responsabilità sociale della Chiesa.

Papa Giovanni Paolo II, nella sua visita pastorale a Salerno del 26 maggio 1985, così ebbe a dire nel suo discorso ai sacerdoti: “Esprimo un riconoscente pensiero per tutta l’opera, la laboriosità e il governo dei grandi e illustri vescovi che si sono succeduti su questa cattedra episcopale.

In particolare, per i tempi a noi più vicini, come non ricordare a comune gaudio ed edificazione il nome di Monsignor Nicola Monterisi, che si prodigò per elevare il tono della vita del popolo e fu pioniere della ancora aperta e complessa questione meridionale?

Egli incise in modo determinante nella tensione pastorale dei sacerdoti, infondendo nei loro cuori un vero zelo per la catechesi, l’amministrazione dei sacramenti, l’apostolato dei laici e per l’assistenza ai poveri”.

Le celebrazioni della memoria

Nella ricorrenza del 70° anniversario della morte di Mons. Nicola Monterisi, il 30 marzo 2014, la Delegazione regionale della Campania dei Cavalieri di Malta ad honorem, unitamente all’Arcidiocesi di Salerno, ricordò la figura dell’arcivescovo pugliese con una serie di eventi dal 28 marzo al 30 marzo 2014.

Tutti gli eventi furono organizzati unitamente alla curia Arcivescovile di Salerno e videro la presenza di Sua Eminenza il Cardinal Francesco Monterisi, Arciprete Emerito di San Paolo fuori le mura e nipote dell’Arcivescovo Nicola Monterisi.

In occasione dell’80° anniversario dalla morte dell’arcivescovo Nicola Monterisi si tenne un convegno dal titolo “Mons. Nicola Monterisi e Salerno, impegno pastorale ed umano di un vescovo meridionale”.

Presso il Duomo di Salerno si tenne la Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E.R. Card. Francesco Monterisi, Arciprete em. di San Paolo fuori le mura, Decano Univ. “Montemurro-D’Ippolito”, nipote dell’arcivescovo Nicola Monterisi.

Le opere principali

Monterisi lasciò numerosi scritti pastorali, teologici e storici, maturati durante il suo ministero nelle diocesi di Monopoli, Chieti-Vasto e Salerno.

  • Fratelli e figliuoli carissimi, Monopoli 1915.
  • Lettera pastorale al clero e al popolo della sua diocesi per la quaresima del 1915, Barletta 1915.
  • Intorno alla predicazione: lettera pastorale di mons. N. M. vescovo di Monopoli al venerabile clero della sua diocesi, Barletta 1915.
  • Nella guerra attuale benediciamo il Signore: lettera pastorale di mons. N. M. vescovo di Monopoli al clero e al popolo della sua diocesi per la Quaresima del 1917, Napoli 1917.
  • Lettera pastorale di mons. N. M. vescovo di Monopoli al clero e al popolo della sua diocesi per la Quaresima del 1918, Barletta 1918.
  • Il divino programma di pace: lettera pastorale di mons. N. M., vescovo di Monopoli, al clero e al popolo della sua diocesi per la Quaresima del 1919, Barletta 1919.
  • Sinodo diocesano teatino: primo dopo la pubblicazione del codice, Casalbordino 1926.
  • Per l’ingresso nelle due diocesi, Barletta 1929.
  • Le origini della dignità primaziale dell’Arcivescovo di Salerno, Napoli 1934.
  • Dell’epoca in cui vissero i santi Ruggiero e Riccardo, Barletta 1938.
  • S. Ruggiero vescovo di Canne e patrono di Barletta: studi e documenti intorno all’epoca in cui visse e intorno al suo culto, con S. Santerano, Barletta 1939.
  • Sosteniamo il nostro popolo, Salerno 1941.
  • Sinodo diocesano salernitano: primo dopo la pubblicazione del codice, Salerno 1941.
  • Pensieri e appunti. Magia e popolo nelle esperienze di un vescovo meridionale, a cura di G. De Rosa, 1970.

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