Relitto Nazareth in Liguria: storia, identificazione e informazioni sui naufragi del promontorio di Portofino

Il relitto Nazareth è una nave della prima età moderna individuata a circa 50 metri di profondità al largo di Camogli, davanti a Punta Chiappa, nell’Area Marina Protetta di Portofino. La porzione di scafo visibile è stata rinvenuta durante un’immersione nella zona di Porto Pidocchio e, per posizione, caratteristiche costruttive e conservazione dei resti lignei, potrebbe essere collegata al grande galeone raguseo Santo Spirito e Santa Maria di Loreto, naufragato nel 1579.

L’identificazione non è ancora definitiva: gli studi sono in corso e la Soprintendenza sta sviluppando un ampio progetto di ricerca con partners internazionali, per precisarne datazione e caratteristiche tecnico-costruttive e tentarne, in ultimo, l’identificazione. Il sito è comunque di straordinaria importanza perché nel Mediterraneo sono rarissimi i relitti della prima età moderna che conservano resti strutturali di legno.

Dove si trova il relitto Nazareth

La nuova scoperta è avvenuta durante un’immersione nella zona di Porto Pidocchio, nell’Area Marina Protetta di Portofino (area C), in una zona poco battuta dai subacquei e destinata alla sosta dei diportisti. È stato trovato al largo di Camogli parte dello scafo di un’imbarcazione a 50 metri di profondità, esattamente davanti a Punta Chiappa.

I due subacquei si trovavano nei fondali di una porzione di mare considerata di scarso valore riguardo al turismo subacqueo, ma storicamente significativa per le sue frequentazioni. L’immersione prevedeva di sfruttare i loro veicoli subacquei per coprire un’area relativamente grande, compresa tra i 45 e i 55 metri di profondità.

Il ritrovamento è avvenuto solo a pochi minuti dal termine del tempo di fondo pianificato, quando alcune grandi concrezioni e numerosi attrezzi da pesca incocciati in un fondale apparentemente fangoso hanno attirato l’attenzione degli scopritori. Sotto questi “rifiuti” moderni affiorava una lunga serie ordinata di elementi in legno lavorati, associati ad altrettanti grandi chiodi ancora in posizione, ormai quasi irriconoscibili per via delle concrezioni.

Relitto ligneo sommerso davanti a Punta Chiappa

La scoperta del relitto Camogli 1

Gli autori del sensazionale ritrovamento sono Gabriele Succi ed Edoardo Sbaraini, titolari della ditta di lavori subacquei “Rasta Divers” di Santa Margherita Ligure, che già nel 2018 fecero un’altra importante scoperta sui fondali del promontorio di Portofino.

La loro tempestiva segnalazione alla Soprintendenza, come previsto dalla legge, ha dato il via ad una serie di immersioni, in cui gli stessi scopritori hanno lavorato al fianco degli operatori subacquei della Soprintendenza archeologica della Liguria e dei Carabinieri per le operazioni di ricognizione e i primi rilevamenti del sito, anche in presenza del Nucleo di Genova del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Dopo l’emozione iniziale e realizzato il potenziale interesse archeologico dell’area, i due sommozzatori hanno deciso di sfruttare gli ultimi minuti sul fondo per documentare in video quanto più possibile. Una volta terminata la decompressione sulla verticale e rilevate le coordinate GPS con la strumentazione di bordo, hanno contattato il Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea della Soprintendenza.

Il relitto è stato indicato come Camogli 1. I primi risultati confermano il grande interesse del ritrovamento: la porzione di scafo visibile è riconducibile ad un relitto della prima età moderna, di cui oggi sono noti pochissimi esempi nel Mediterraneo.

Perché il relitto è così importante

Nel Mediterraneo sono rarissimi i relitti della prima età moderna che conservano resti strutturali di legno. Paradossalmente si conoscono meglio le tecniche costruttive delle antiche navi romane rispetto a quelle utilizzate nel Mediterraneo nei secoli di passaggio tra il Medioevo e l’età moderna.

La storia delle grandi marinerie mediterranee, tra cui quella degli stessi genovesi, non ha infatti tramandato i segreti più preziosi, le tecniche di costruzione navale che erano alla base della potenza politica e commerciale. I resti dello scafo individuati e attualmente visibili, una parte estremamente limitata rispetto a quanto rimane sepolto, sono riconducibili a una porzione della fiancata della nave.

Questi elementi consentiranno agli archeologi di studiare in dettaglio l’architettura navale di quell’epoca. Le analisi dovranno precisare la datazione del relitto, la tipologia dell’imbarcazione, le tecniche di costruzione e l’eventuale rapporto con la grande nave ragusea naufragata nel 1579.

ElementoInformazione
Nome di ricercaCamogli 1
Area del ritrovamentoPorto Pidocchio, Area Marina Protetta di Portofino
ProfonditàCirca 50 metri
Intervallo dell’immersione esplorativaTra 45 e 55 metri
Tipo di repertoPorzione di scafo ligneo della prima età moderna
Elementi osservatiLegni lavorati e grandi chiodi ancora in posizione
IdentificazioneAncora in corso

Il possibile collegamento con il Santo Spirito

La posizione e le caratteristiche hanno subito fatto pensare al Santo Spirito, uno dei più grandi galeoni italiani affondato nel 1579 davanti alle scogliere di Portofino. Lo specchio di mare di Punta Chiappa è stato scenario nel 1579 del naufragio della grande nave ragusea Santo Spirito e Santa Maria di Loreto, oggetto a partire dagli inizi degli anni ’70 di ripetuti tentativi di ricerca, mai andati a buon fine.

Nel 1579 lo specchio di mare al largo di Punta Chiappa fu lo scenario del naufragio della grande nave ragusea “Santo Spirito e S. Maria di Loreto”, oggetto a partire dagli inizi degli anni ’70 del secolo scorso di ripetuti tentativi e successivi programmi di ricerca.

Il rinvenimento del relitto Camogli 1 potrebbe quindi porre fine al lungo capitolo legato alla ricerca del famoso relitto raguseo del S. Spirito e Madonna di Loreto. Tuttavia, la relazione tra i due ritrovamenti non è ancora dimostrata: la Soprintendenza dovrà confrontare posizione, cronologia, struttura dello scafo e altre eventuali evidenze archeologiche.

La storia del Santo Spirito nel 1579

Grazie alle informazioni diffuse dal Gran (Groupe de Recherche en Archéologie Navale) sappiamo che nel tardo pomeriggio del 29 ottobre di quell’anno un imponente veliero mercantile, il Santo Spirito, cercò di mettersi al riparo proprio in quella zona da un’intensa mareggiata.

Non ce la fece, e andò a fracassarsi contro la scogliera tra la chiesa di San Nicolò tra Camogli e Punta Chiappa. La nave contava su un equipaggio di circa 130 persone e poteva reggere un carico fino a 1.800 tonnellate, che per l’epoca erano davvero molte.

Le sue dimensioni e la capacità di carico hanno fatto pensare che potesse essere il galeone italiano più grande, forse addirittura il più imponente di tutto il Mediterraneo occidentale. Il suo porto di armamento era Ragusa di Dalmazia, l’odierna Dubrovnik, repubblica marinara del medio Adriatico.

Mappa storica del naufragio Santo Spirito

Il viaggio e i danni precedenti

Non era la prima volta che la nave veniva investita dal maltempo: appena un anno prima di affondare, mentre era diretta dalla Spagna ai porti di Livorno e La Spezia, affrontò un fortunale che le causò gravi danni all’alberatura e allo scafo. Dovette restare ferma per riparazioni per quasi un anno.

Il 28 ottobre del 1579 partì da Genova, con un carico di cannoni, munizioni e chiodi per costruzioni navali, prodotti nelle fonderie genovesi per il vicereame di Napoli, ma con anche tessuti di cotone e lana.

Il 29, purtroppo, la nave stava ancora arrancando faticosamente nelle acque del Tigullio, preda della tempesta. Non essendo l’equipaggio riuscito ad opporsi alla forza del mare e al forte vento, la caracca finì sugli scogli del promontorio di Portofino.

La quarantena e l’epidemia di peste

Nel 1579 la peste era nuovamente in Europa e imperversava in Spagna, cosicché il 28 ottobre alla caracca Santo Spirito, meglio conosciuta come Iveglia dal nome del comandante, fu vietato l’attracco a Genova. Il Magistrato di sanità della città aveva dichiarato la nave infetta.

Rimasta in mare e navigando sottocosta, la nave raggiunse il Promontorio di Portofino e fece naufragio finendo sugli scogli. Si narra che la nave, arrivata dalla Spagna, trasportasse un prezioso carico, fatto di stoffe e gioielli preziosi e armi di straordinaria fattura.

Il carico era costituito da oggetti preziosi: stoffe e armi di alta qualità anche artistica. Dopo pochi giorni vennero inviati dall’ambasciatore spagnolo esperti nuotatori per recuperare il carico, che non riuscirono ad effettuare il lavoro a causa delle avverse condizioni e dell’epidemia di peste.

Il salvataggio dell’equipaggio

Per fortuna, da quel che riportano le fonti storiche, l’equipaggio riuscì a salvarsi grazie all’aiuto degli abitanti di Ruta e di San Rocco, che videro la nave in difficoltà e riuscirono ad aiutare le persone a bordo.

Parte dell’equipaggio fu tratto in salvo dagli abitanti locali. Molto probabilmente anni dopo, visto il basso fondale in cui si era poggiata la nave, parte del carico venne recuperato anche dagli abitanti locali.

Ulteriori preziosi dettagli sulla storia del galeone Santo Spirito possono essere ricostruiti grazie ai documenti conservati a Genova e in numerosi altri archivi italiani ed europei.

Le ricerche archeologiche e la protezione del sito

Gli studi sul relitto sono ancora in corso e, vista l’importanza del sito, la Soprintendenza sta sviluppando un ampio progetto di ricerca con partners internazionali, per precisarne datazione e caratteristiche tecnico-costruttive e tentarne, in ultimo, l’identificazione.

Ogni nuova scoperta archeologica, soprattutto se di importanza internazionale come quella presentata, è fonte di grandi emozioni, entusiasmi, ipotesi e supposizioni. Ma ciò che risulta prioritario è procedere immediatamente alla messa in sicurezza del sito, tramite specifiche ed efficaci disposizioni condivise con l’Autorità Marittima e l’Area Marina Protetta di Portofino.

Le difficoltà non mancheranno, vista la profondità in cui è stato rinvenuto il relitto. Lo staff impegnato nel progetto di ricerca è già al lavoro, anche se non possono essere negate le difficoltà tecniche di lavorare al limite delle possibilità operative della subacquea professionale.

Dovranno essere trovati i finanziamenti e servirà tempo per l’organizzazione e l’esecuzione delle indagini. La collaborazione coi subacquei e coi diving centers è particolarmente preziosa: segnalare una scoperta non è solo un obbligo di legge.

Gli altri relitti del promontorio di Portofino

Il Promontorio di Portofino è stato testimone di numerosi avvenimenti storici. Esistono ben poche informazioni su quanto accaduto in epoche remote, molte di più su naufragi ed avvenimenti di epoche più recenti.

Intorno al promontorio sono stati individuati relitti e residui bellici di presenza certa o presunta e, in qualche caso, già rimossi. I reperti documentano una lunga storia della navigazione, dalla probabile presenza di imbarcazioni greche e romane fino ai naufragi delle guerre mondiali e agli incidenti del secondo dopoguerra.

Relitto o sitoData o periodoInformazioni principali
Caracca Santo Spirito1579Naufragio davanti a Punta Chiappa
Probabile nave da carico romanaII secolo a.C.Possibile affondamento presso Punta Chiappa
Croesus1855Piroscafo britannico affondato davanti a San Fruttuoso
Washington1917Piroscafo britannico da carico silurato al largo di Punta Chiappa
Genova1917Piroscafo italiano da carico colpito da un siluro
Ischia1943Nave italiana da carico colpita da un siluro
Handley Page Halifax1942Bombardiere britannico colpito dalla contraerea
Mohawk Deer1967Nave cisterna canadese affondata vicino a Cala degli Inglesi

I relitti romani e greci

Non ci sono notizie certe della presenza di relitti di epoca romana o addirittura greca vicino al Promontorio di Portofino perché gli scafi in legno con buona probabilità si sono totalmente degradati o nel caso migliore possono essere sepolti sotto il fango.

Molto probabile, se non quasi certo, l’affondamento della nave militare romana presso S. Michele di Pagana, visto il ritrovamento di una grossa ancora e di vasellame utilizzato dai militari romani.

Sull’altra nave oneraria romana, il cui naufragio potrebbe essere avvenuto presso Punta Chiappa, si hanno notizie perché in zona furono recuperate parecchie anfore, mentre altre sono ancora presenti sul fondale. Non si ha la certezza che sia avvenuto un naufragio perché, semplicemente, la nave in condizioni di difficoltà potrebbe essersi disfatta di parte del carico.

È anche vero che in quel caso le anfore sarebbero distribuite irregolarmente sul fondale e non raccolte come sono state spesso osservate. Presso la Punta del Faro sono state individuate a circa 80 metri di profondità anfore romane ma, soprattutto, anfore greche.

Queste ultime lasciano supporre la presenza di qualche relitto. Se la presenza fosse accertata, si potrebbe considerare il porto naturale di Portofino attivo anche in epoche precedenti a quella romana.

Il Croesus

Nel 1855 un incidente fece colare a picco il Croesus. Il piroscafo a vapore e a vela si inabissò proprio davanti a S. Fruttuoso. Buona parte del relitto venne recuperata anni dopo in diversi momenti.

I relitti della prima guerra mondiale

Al largo di Punta Chiappa si trova il relitto del piroscafo Washington, che trasportava dagli Stati Uniti materiale ferroviario e metalli, tra cui acciaio, rame e manganese. Venne silurato nel 1917, durante la prima guerra mondiale, da un sommergibile tedesco o austriaco.

Nello stesso anno venne silurato il Genova, un piroscafo italiano appena varato. Anche in questo caso la nave, che trasportava materiale bellico, fu centrata da un siluro lanciato da un sommergibile tedesco.

Il relitto colpito vicino alla costa pian piano scivolò verso il largo nella sua attuale posizione.

I relitti della seconda guerra mondiale

Gli altri relitti presenti nella zona sono di epoca più recente, riferibile alla seconda guerra mondiale. La nave Ischia fu colpita da un siluro, il mezzo da sbarco tedesco fu probabilmente affondato durante un attacco aereo e il bombardiere britannico fu colpito dalla contraerea.

Mentre vicino a Portofino, alla fine del secondo conflitto mondiale, fu autoaffondato dai tedeschi un sommergibile, in gran parte recuperato, non si sa molto sull’altro sottomarino che si trova sul fondale profondo davanti a Cala dell’Oro.

Lo scopritore del relitto, Francesco Pastorino, perse la vita nel 1998 allo scopo di far luce sul mistero mentre stava scendendo sul relitto con una telecamera. Potrebbe quindi trattarsi anche di un sommergibile delle forze alleate, perché non esistono segnalazioni dell’epoca bellica relative a perdite di sommergibili tedeschi in zona.

Qualche anno fa sono state inoltre individuate, proprio dentro l’Area Marina Protetta di Portofino, tre mine che, sempre durante la seconda guerra mondiale, erano state poste a difesa della costa dagli sbarchi. I tre ordigni sono stati recuperati e fatti brillare al largo.

Sopra Punta Chiappa rimangono oggi numerosi ruderi delle batterie antiaeree poste a difesa della costa. Nonostante la presenza di queste batterie, la costa fu danneggiata gravemente dagli attacchi aerei.

Il Mohawk Deer

Dopo il conflitto mondiale si verificò ancora un incidente. Il Mohawk Deer, trainato da due rimorchiatori dal porto di Genova verso quello di La Spezia, ruppe i cavi di traino a causa di una forte mareggiata e finì contro la costa del Promontorio di Portofino.

Venne tentato un recupero che si rivelò troppo pericoloso. Così, dopo alcune ore, la nave si spezzò in due parti e colò a picco in vicinanza a Cala degli Inglesi, dentro quella che è oggi la zona B dell’Area Marina Protetta di Portofino.

Ciò che ai tempi si poteva pensare un disastro ha oggi dato origine ad uno dei siti subacquei più interessanti dell’area protetta.

Il relitto romano Portofino 3

Nel 2018 i subacquei Rasta Diver individuarono un relitto romano nelle acque di Portofino. Dalla sua scoperta è stata avviata una campagna di scavo nell’ambito del progetto Amphitrite, Archeologia subacquea per tutti nei Parchi marini.

Tra novembre e dicembre 2024 la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo e la Sovrintendenza di Genova sono state impegnate nella direzione di un’operazione di scavo e messa in sicurezza di un relitto romano situato all’interno dell’AMP di Portofino a 55 metri di profondità.

L’esito della campagna ha portato alla datazione e alla definizione della tipologia dell’imbarcazione: una nave da carico, oneraria, probabilmente di medie dimensioni, adibita al trasporto di merci su rotte costiere e di medio raggio nel Mediterraneo occidentale.

I reperti ceramici, in particolare le anfore, hanno permesso di datare il naufragio alla fine del I secolo a.C. o ai primi decenni del I secolo d.C., un periodo di grande fioritura per i commerci marittimi romani.

Il carico di anfore galliche

Ciò che rende questo relitto particolarmente interessante è il suo carico predominante di anfore galliche. A differenza di molti relitti romani in Italia che trasportavano anfore italiche, come le Dressel 1A o 1B per il vino campano, questo relitto testimonia un flusso commerciale inverso o complementare.

Le anfore galliche erano prodotte nelle regioni della Gallia, l’attuale Francia, in particolare nella Gallia Narbonense, e contenevano principalmente vino prodotto in quelle aree.

La presenza di questo carico suggerisce che la nave stesse trasportando vino gallico verso i mercati italiani o verso altri porti del Mediterraneo, indicando una vivace rete di scambi che non si limitava all’esportazione di prodotti italiani, ma prevedeva anche l’importazione di merci dalle province.

Il relitto offre quindi una visione più complessa e articolata dell’economia romana e delle rotte commerciali attive nel Mediterraneo occidentale.

Altri relitti liguri utili al confronto

Al largo delle coste savonesi, di fronte a Varazze, è stata rinvenuta una nave risalente a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. All’interno è stato individuato un vero e proprio tesoro, un centinaio di anfore romane che probabilmente contenevano olio.

La scoperta si deve ai carabinieri del Centro Subacquei di Genova che, con l’aiuto dei tecnici dell’ISPRA, presenti in loco con la nave oceanografica Astrea, sono riusciti ad individuare il relitto.

Da decenni i pescatori segnalavano la presenza di frammenti di anfore nelle reti da pesca, ma per molto tempo non si era riusciti ad individuare l’imbarcazione che le conteneva. Il relitto si trova a circa 100 metri di profondità ed è presumibilmente lungo 20-30 metri.

L’esplorazione ravvicinata dei fondali è stata possibile grazie a Pluto, il ROV del centro subacquei in grado di arrivare sino a 300 metri sotto il livello del mare. Con il suo braccio meccanico è stata riportata alla luce un’anfora, ora sottoposta a procedimento di desalinizzazione, e in perfette condizioni.

Le più moderne tecniche di studio e analisi dei materiali potranno arricchire le conoscenze sulle floride attività commerciali dell’età augustea. Il mar Mediterraneo continua quindi a restituire affascinanti testimonianze delle epoche passate e a fornire informazioni sulle rotte di navigazione e i commerci prediletti dai romani.

Come si conservano i relitti nel mar Ligure

La conservazione di un relitto dipende dai materiali, dalla profondità, dalla dinamica dei sedimenti e dalle condizioni del fondale. Gli scafi in legno con buona probabilità si degradano completamente quando rimangono esposti all’acqua e agli organismi marini, mentre possono conservarsi meglio quando vengono rapidamente coperti dal fango o da altri sedimenti.

Il relitto Nazareth, o Camogli 1, è particolarmente significativo proprio perché presenta elementi lignei ancora riconoscibili, con grandi chiodi rimasti in posizione. La parte visibile dello scafo rappresenta comunque soltanto una porzione limitata rispetto a quanto potrebbe essere ancora sepolto.

I relitti più recenti costruiti in metallo hanno invece prodotto trasformazioni ecologiche nel tempo. Le lamiere in ferro vengono corrose dall’acqua marina e colonizzate da numerose alghe e invertebrati, tra cui spugne, gorgonie e briozoi.

Poco dopo divengono rifugio ottimale di pesci anche piuttosto grossi, costituendo vere e proprie aree di ripopolamento del mare sfruttate spesso dai pescatori dilettanti.

Il relitto KT e la colonizzazione marina

Il “KT” è un caccia antisommergibili modello U-J 2216 affondato nel settembre del 1944. Il relitto giace ad una profondità di 53 metri.

La nave si chiamava originariamente Eros ed era uno splendido yacht appartenente al nobile francese barone Henri de Rotschild. Le prime missioni affidate a questo prestigioso yacht furono per lo più diplomatiche, ma in seguito vennero fatte diverse modifiche al fine di trasformarlo in un U-Jager, cacciatore di sottomarini.

La nave è completamente avvolta da banchi di rosei Anthias, boghe, menole e da grandi saraghi. Lo scafo è poi ricoperto di bellissime incrostazioni che lo rendono simile ad un giardino tropicale.

Perché l’identificazione resta da verificare

Il collegamento tra il relitto Camogli 1 e il Santo Spirito è sostenuto dalla vicinanza geografica al luogo del naufragio del 1579, dalla presenza di resti lignei della prima età moderna e dalla rarità di una struttura navale di questo tipo. La posizione davanti a Punta Chiappa coincide con l’area in cui le fonti collocano la perdita della grande nave ragusea.

Nonostante questi elementi, gli studi devono ancora confermare la datazione e la corrispondenza con il galeone. La sola posizione non è sufficiente per stabilire l’identità di un relitto, soprattutto in un’area che ha restituito testimonianze di navigazione romana, greca, moderna e contemporanea.

La ricerca dovrà quindi integrare rilievi subacquei, analisi dei legni, studio dei chiodi e delle tecniche costruttive, eventuali reperti associati e confronto con i documenti conservati a Genova e in numerosi altri archivi italiani ed europei.

Il nuovo relitto Camogli 1 sarà certamente una miniera di informazioni per la storia della marineria mediterranea e, forse, potrà porre fine al lungo capitolo legato alla ricerca del famoso relitto raguseo del S. Spirito e Madonna di Loreto.

tags: #nazareth #relitto #liguria