Gli inferi nel Catechismo della Chiesa Cattolica

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, l’espressione «Gesù discese agli inferi» significa anzitutto che Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e ha raggiunto con la sua anima la dimora dei morti. Egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri.

Gli inferi non sono l’inferno della dannazione, cioè la condizione definitiva di chi rifiuta Dio, ma il soggiorno dei morti, indicato nella Scrittura anche con i termini ebraico Sheol e greco ᾍδης. Cristo non è disceso per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che lo avevano preceduto.

Il significato dell’articolo del Simbolo degli Apostoli

Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita: «Cristo, tuo Figlio, che, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen».

Con l’espressione «Gesù discese agli inferi» il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo «che della morte ha il potere».

Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto.

Gli inferi come dimora dei morti

Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù «è risuscitato dai morti» presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti.

È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri.

La Scrittura chiama inferi, Shéol o ᾍδην, il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio.

Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel «seno di Abramo».

EspressioneSignificato
InferiIl soggiorno dei morti, privati della visione di Dio
SheolIl termine ebraico usato per indicare la dimora dei morti
HadesIl termine greco corrispondente alla dimora dei morti
InfernoLa condizione definitiva di separazione da Dio

La discesa di Cristo come reale esperienza della morte

Il corpo umano di Gesù è accolto nella morte. Cristo è passato attraverso un’autentica esperienza della morte e la deposizione nel sepolcro ne è la conferma: la sua fu una reale uscita dalla vita.

Nella morte l’anima di Cristo, separata dal corpo, era già glorificata in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro, nello stato di cadavere. Nel tempo tra la sua morte e la sua risurrezione Gesù sperimentò lo «stato di morte», cioè la separazione dell’anima dal corpo, così come lo sperimentano tutti gli uomini.

Il Catechismo dice che prima di tutto la discesa agli inferi significa che «Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini». Dio allora è veramente fino alla fine solidale con l’uomo.

Gesù non soltanto sperimenta la sofferenza del morire, ma anche va tra i morti, privati della visione di Dio.

Gesù deposto nel sepolcro

La discesa agli inferi e la kenosi di Cristo

Alcuni teologi contemporanei vogliono vedere nella discesa di Cristo agli inferi il culmine della kenosi, cioè dell’abbassamento del Figlio di Dio.

Sulla Croce Gesù soffre, ma è sempre attivo, mentre nell’abbassarsi agli inferi Egli sperimenterebbe una radicale passività della sofferenza e della morte.

In quel modo si renderebbe più vicino al peccatore, per «disturbarlo» e strapparlo dall’infernale solitudine.

Il silenzio di Cristo nella morte, vissuta come vittima dell’ingiustizia e del peccato, esprime tutta la profondità dell’abisso in cui Cristo ha voluto scendere e in questo si fa compagno di viaggio anche dell’uomo d’oggi, che sperimenta il silenzio di Dio nei suoi confronti.

Cristo scende agli inferi come Salvatore vittorioso

Il Catechismo segue però l’insegnamento tradizionale della Chiesa e parla di Gesù che scende agli inferi come del vittorioso Salvatore che proclama la Buona Novella ai morti.

«La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti». La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza.

È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione.

Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i «morti» udissero «la voce del Figlio di Dio» e, ascoltandola, vivessero.

Gesù, «l’Autore della vita», ha ridotto «all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».

Ormai Cristo risuscitato ha «potere sopra la morte e sopra gli inferi» e «nel nome di Gesù ogni ginocchio» si piega «nei cieli, sulla terra e sotto terra».

Chi viene liberato da Cristo

«Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno».

Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto.

Nella tradizione patristica Cristo discende agli inferi per liberare i giusti che attendevano il Salvatore.

La Chiesa legge nella predicazione apostolica una rappresentazione dell’estensione della presenza del Cristo crocifisso anche a coloro che erano morti prima di lui.

La discesa agli inferi è quindi compimento dell’opera della salvezza. L’opera redentrice raggiunge tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, anche coloro che nella «pienezza dei tempi» giacevano già nel «regno dei morti».

L’Apostolo Pietro ricorda che da Cristo verranno giudicati «i vivi e i morti». Infatti, è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subito, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito.

La parola del Vangelo e la forza della croce di Gesù raggiungono tutti, anche quelli appartenenti alle generazioni passate più lontane.

La vittoria sulla morte e sul diavolo

L’Apocalisse testimonia che Cristo, scendendo nel mistero della morte, è diventato Signore anche della morte: «Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi».

La morte di Cristo non è quindi una sconfitta definitiva, ma il passaggio attraverso il quale la vita viene fatta scaturire dall’abisso della morte.

Gesù ha ridotto all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo.

La discesa agli inferi manifesta così la signoria universale di Cristo: ormai il Risorto ha potere sopra la morte e sopra gli inferi.

La distinzione tra gli inferi e l’inferno

Gli inferi non sono l’Inferno, che è la condizione definitiva del peccatore, segnata dalla sofferenza, ma indicano quello che l’Antico Testamento palesa come il soggiorno dei morti, in ebraico Sheol, in greco Hades.

La sorte dei morti non è identica per tutti, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel «seno di Abramo».

Gli inferi designano dunque la dimora dei morti prima della piena manifestazione della redenzione, mentre l’inferno indica lo stato definitivo di chi muore separato da Dio per una libera scelta.

La distinzione è essenziale: Cristo scende agli inferi per raggiungere i morti e liberare i giusti, ma non scende per annullare la condizione definitiva della dannazione.

L’inferno secondo il Catechismo

Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: «Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna».

Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli.

Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta.

Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno».

La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, «il fuoco eterno».

La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

L’inferno come libera auto-esclusione

Dio infatti opera per salvare tutti gli uomini, ma non può costringere l’uomo ad accettare la sua misericordia.

La Chiesa insegna che la persona, cioè ogni libera creatura può dire «no» a Dio, consapevolmente e nel modo definitivo.

La dannazione è quindi in realtà un’auto-condanna.

Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio, un peccato mortale, in cui si persiste sino alla fine.

Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole «che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi».

Paradossalmente anche l’inferno sarebbe il segno dell’amore di Dio. Di quell’amore umile che non annienta il peccatore accanito nella sua malvagità, ma gli permette di vivere secondo le proprie scelte.

La prospettiva di Papa Francesco

Riferendosi all’inferno, Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta del 25 novembre 2016, ha spiegato che «non è una sala di tortura».

L’inferno consiste nell’essere lontani per sempre dal «Dio che dà la felicità», dal «Dio che ci vuole tanto bene».

Papa Francesco ha detto inoltre: «All’inferno non ti mandano, ci vai tu, perché scegli di essere lì. L’inferno è volersi allontanare da Dio perché non voglio l’amore di Dio».

«Il diavolo è all’inferno perché lui l’ha voluto» ed «è l’unico che noi siamo sicuri che sia all’inferno».

La Chiesa, nel suo insegnamento, afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità, ma presenta la dannazione come il risultato di una libera e definitiva separazione da Dio.

La lettura teologica dell’inferno

L’inferno non è né uno spazio né un luogo: l’inferno è lo stato dell’anima che si trova lontano da Dio, in odio e in contrasto con Dio.

È lo stato dell’anima in cui si va a trovare rifiutando Dio.

I forconi, le fiamme dell’inferno, sono roba da ridere di fronte alla disperazione dell’anima che è senza di Dio e sa che non lo vedrà mai più.

Quindi questo stato di disperazione è senza misericordia, senza possibilità di perdono.

All’inferno ci vanno solo quelli che rifiutano la salvezza, come il demonio. Il demonio è colui che si è posto in contrasto con Dio.

Vive l’inferno, cioè tutta la lontananza da Dio. Così coloro che commettono peccato contro lo Spirito Santo, cioè che rifiutano la salvezza da parte di Dio, rifiutano la misericordia, si trovano lontani.

È lo stato dell’anima, o di un essere o di uno spirito come può essere il demonio, che odia Dio. Questo è l’inferno.

La libertà dell’uomo e la possibilità della salvezza

Accettando la salvezza operata da Cristo, chi accetta questa salvezza entra nella possibilità di comunicare e di tornare in comunione con Dio e per questo evita l’inferno.

Alcuni teologi dicono che dopo la morte l’anima ha un’ultima possibilità di confrontarsi con Dio; e lì c’è la scelta: sì o no.

Se è sì, in qualche modo si entra nella salvezza. Se è no, uno si allontana da Dio, dalla sua comunione.

Ed entra in uno stato di disperazione, cioè vive in uno stato di inferno.

L’inferno è dentro il cuore dell’uomo, dentro l’anima, nella sua mente. Non è da qualche parte.

Il peccatore assoluto è colui che rifiuta la salvezza di Dio. Noi siamo esseri liberi, abbiamo la possibilità dell’autodeterminazione: se decidiamo di stare con Dio, si entra nella comunione e nella salvezza.

Se decidiamo di odiarlo, di allontanarci, siamo nell’inferno.

L’inferno è la scelta che ciascuno compie. Nessuno condanna all’inferno. È una scelta personale.

Noi abbiamo la possibilità sempre di riconfrontarci con Dio. Rifiutarlo significa andare all’inferno.

La discesa agli inferi nella Sacra Scrittura

Nei Vangeli Gesù si era riferito alla sua discesa nella morte quando, riferendosi al profeta Giona, aveva detto: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra».

Nella crocifissione Gesù lancia il grido «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», che fa percepire l’abisso di solitudine e di sofferenza, interiore, psicologica, oltre che fisica, che Gesù ha voluto vivere nella sua passione.

Il Salmo 21 è la frase iniziale di una preghiera d’Israele, nella quale si riassumono in maniera toccante l’afflizione e la speranza di questo Popolo, eletto da Dio e ora apparentemente da lui abbandonato nel modo più desolante.

Tale preghiera, sgorgante dalla più profonda afflizione della tenebra in cui Dio s’è avvolto, termina però con un inno alla grandezza di Dio.

La predicazione apostolica

Del fatto fisico della morte e sepoltura di Gesù viene data dalla Chiesa apostolica la lettura teologica che ne precisa il senso per la salvezza dell’umanità.

Anzitutto Cristo ha voluto condividere l’esperienza degli inferi propria di tutta l’umanità.

Per Paolo Cristo con la sua morte è sceso nell’abisso, da cui è risalito nella risurrezione.

Si riferisce alla stessa discesa anche in un altro passo, dove afferma che Cristo era «disceso nelle parti inferiori della terra».

Nel discorso di Pentecoste, Pietro parla della risurrezione di Cristo citando i Salmi: afferma così che Davide, profeticamente ispirato, «previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione».

Il linguaggio duale di carne-spirito viene usato nella Prima lettera di Pietro per riferirsi al mistero della morte-risurrezione di Cristo: «Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito».

La carne parla di una condizione di fragilità e di impotenza che Gesù ha voluto assumere e vivere.

E subito aggiunge: «In spirito Cristo andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione».

L’Apostolo Pietro ricorda che da Cristo verranno giudicati «i vivi e i morti».

La discesa agli inferi nella tradizione della Chiesa

La discesa di Gesù agli inferi rappresenta uno degli articoli di fede del Simbolo Apostolico.

Ritroviamo poi l’affermazione della discesa agli inferi in una professione di fede del IV secolo, il cosiddetto Simbolo di Aquileia, ed è espressa nuovamente dal Concilio Lateranense IV e dal secondo Concilio di Lione, nonché dalla professione di fede di Michele Paleologo del 1274.

Secondo il Vangelo apocrifo di Nicodemo Gesù infrange le porte sbarrate degli inferi per liberare i Patriarchi, i profeti e gli altri personaggi dell’Antico Testamento, come Adamo, suo figlio Set, Mosè, Davide, Isaia.

In questo e altri scritti simili molti altri personaggi dei Vangeli sono oggetto della liberazione operata da Cristo nella sua discesa agli inferi.

Sono ricordati dagli scritti anche l’anziano sacerdote Simeone, il buon ladrone, chiamato Disma, e lo stesso Giovanni Battista.

La Leggenda Aurea redatta dal domenicano Jacopo da Varagine alla fine del XIII secolo è il testo di riferimento per la fortuna di questa immagine.

La discesa agli inferi nella tradizione orientale

La tradizione Orientale rappresenta la Pasqua di risurrezione soprattutto attraverso il tema della discesa di Cristo agli inferi.

È il cuore del messaggio pasquale in molte liturgie, come testimoniato da tutta una serie di testi e ripreso dagli elementi delle icone.

«Cristo discese agli inferi per estrarre vittorioso l’uomo decaduto per l’antica colpa e fatto schiavo del regno del peccato e per spezzare con mano potente le serrature delle porte e aprire a quanti l’avrebbero seguito la gloria della risurrezione».

«Colui che disse ad Adamo “Dove sei?” si è volontariamente rivestito di un corpo di carne; è salito sulla croce perché l’ha voluto, per cercare colui che era perduto; è sceso agli inferi dietro a lui e l’ha trovato.

L’ha chiamato e gli ha detto: “Vieni dunque, o mia immagine e mia somiglianza. Ecco io sono sceso dietro a te per ricondurti alla tua eredità”».

«Sei disceso sulla terra per salvare Adamo e, non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi».

«Oggi il sole di giustizia si è manifestato non dal cielo, ma dagli inferi. Infatti un qualcosa di inatteso è accaduto: gli inferi sono diventati immagine dell’oriente e il sole di giustizia si è levato di là.

Egli, infatti, discese a illuminare quelli che erano in basso, per mezzo della sua morte; e salì a illuminare quelli che erano in alto, per mezzo della sua risurrezione».

72 - MISTICA CITTÀ DI DIO - Discesa di Cristo agli inferi (MARIA D'AGREDA) AUDIOLIBRO PODCAST

L’icona dell’Anastasis

Nelle icone dell’Anastasis Gesù irrompe circondato dalla luce e schiaccia con i piedi le porte degli inferi divelte.

Sotto di esse sono raffigurate chiavi e chiavistelli, a indicare la sconfitta delle tenebre operata da Cristo con la sua risurrezione.

Secondo la tradizione iconografica già fissata a Bisanzio, gli inferi nelle icone sono rappresentati con una simbolica spaccatura nella terra, dietro di cui si aprono misteriosi e invisibili abissi.

È dato poco risalto allo spazio degli inferi. Esso, per così dire, non merita più attenzione, è già stato calpestato e distrutto, viene dunque rappresentato con negligenza.

La figura di Cristo è impetuosa e dinamica, simboleggia la distruttiva catastrofe che è piombata negli inferi.

Questi sono raffigurati come un abisso che si trova nelle fondamenta della terra, le cui porte sono chiuse fortemente e non permettono a nessuno di uscire di là.

La figura di Cristo è racchiusa in una mandorla circolare.

Questa, che inizialmente simbolizza soltanto la «gloria», lo splendore della «grazia che porta la luce», ha cominciato a significare con il tempo uno spazio specifico, quello «non di questo mondo», riempito di «invisibili» angeli senza corpo.

Molto convenzionalmente, ma con inaspettata credibilità, questi invisibili angeli vengono con il tempo rappresentati sulle icone.

Così, gli artisti raffigurano contemporaneamente tre spazi: quello «non di questo mondo», lo spazio degli inferi e un altro spazio, in cui si trovano i giusti, portati via da Cristo.

Sulle icone provenienti dalle scuole di Mosca e di Novgorod, Cristo risorto porta una tunica azzurra e un manto blu.

La discesa agli inferi ha un significato anche morale: la sconfitta del male e il trionfo del bene.

Per questo le forze celesti, che riempiono la gloria, la mandorla, che attornia Cristo, spesso hanno anche un nome: «Vita», «Gioia», «Ragione», «Sapienza», «Verità», «Amore», «Umiltà», «Felicità», «Purezza».

A loro si oppongono le forze del male, personificate dai demoni: «Morte», «Odio», «Irragionevolezza», «Inimicizia».

I demoni sono trafitti da fulmini, emanati dal Signore, mentre il padrone e principe di queste forze, satana, viene legato dagli angeli.

Icona bizantina dell’Anastasis

Il Sabato Santo e la memoria liturgica

La Chiesa fa memoria liturgica della discesa di Gesù agli inferi il Sabato Santo, giorno in cui ricorda il riposo di Gesù nella tomba e attende nella preghiera e nel digiuno la sua Risurrezione.

Il Sabato Santo è giorno aliturgico: in esso la Chiesa non effettua alcuna celebrazione liturgica, per associarsi al riposo e al silenzio del suo Signore sceso nell’abisso della morte.

«Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano.

Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione.

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio.

Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti».

La prospettiva esistenziale della discesa agli inferi

Ratzinger fa una lettura esistenziale della discesa di Cristo agli inferi, collegandola alla presa in giro del profeta Elia ai profeti di Baal: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà».

L’allora teologo fa notare come della presa in giro di Elia verso i falsi profeti sono vittima oggi i credenti, nessun grido dei quali sembra capace di risvegliare Dio.

Oggi «il razionalista pare autorizzato a dirci: pregate più forte, che forse allora il vostro Dio si sveglierà».

L’espressione «Discese agli inferi» sembra proprio designare la situazione odierna, lo sprofondamento di Dio nel mutismo, nel cupo silenzio dell’assente.

Solo allorché l’abbiamo sperimentato come solenne Silenzio, possiamo sperare di percepire anche la sua Parola, che sgorga avvolta nel tacito mistero.

La morte, il giudizio e la vita eterna

Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna.

La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo.

Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede.

La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell’anima che può essere diversa per le une e per le altre.

Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.

«Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore».

Il cielo e la comunione con Cristo

Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo.

Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è», «a faccia a faccia».

Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata «il cielo».

Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

Vivere in cielo è «essere con Cristo».

Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha «aperto» il cielo.

Il purgatorio e la purificazione finale

Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati.

Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio.

Il giudizio finale

La risurrezione di tutti i morti, «dei giusti e degli ingiusti», precederà il giudizio finale.

Sarà «l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce, del Figlio dell’uomo, e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

Allora Cristo «verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli». E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri.

Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio.

Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena.

Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte.

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