La Natività di Gesù nell’arte barocca è rappresentata come un evento insieme umile e grandioso: il Bambino nasce in un ambiente povero, ma la luce che lo circonda rivela la sua natura divina. Il Seicento porta una nuova visione della Natività, grazie al Barocco.
Artisti come Caravaggio si concentrano sull’uso drammatico della luce e delle ombre, creando scene di grande intensità emotiva. La luce diventa il simbolo del divino, mentre l’ambiente circostante appare immerso in una realtà terrena che rende il momento ancor più miracoloso.
Le origini della Natività nell’arte cristiana
La Natività di Gesù è stata uno dei temi principali dell’arte cristiana, a partire dal IV secolo. Il momento della nascita del Messia ebbe sempre una grande importanza ed un elevato valore simbolico per la comunità Cristiana, rappresentava la venuta del Salvatore e la possibilità di redenzione per l’intera umanità.
Le prime rappresentazioni pittoriche della Natività di Gesù provengono dai sarcofagi di Roma e della Gallia meridionale, intorno al IV secolo. Appaiono già nelle catacombe di Roma, dove i primi cristiani seppellivano i loro morti, decorando spesso le pareti dei passaggi sotterranei e delle volte con dipinti a tema religioso.
Già nelle Catacombe di epoca romana, quando i primi Cristiani erano costretti a professare la loro fede religiosa in clandestinità a causa delle persecuzioni, è possibile ritrovare esempi raffigurativi della Natività, semplici immagini di Maria che tiene in grembo il Bambin Gesù. Successivamente, con la libertà di professare liberamente la fede Cristiana, grazie all’Editto di Galerio che nel 311 d.C. poneva fine alle persecuzioni e soprattutto all’Editto di Costantino che due anni dopo sanciva nuovamente la libertà di culto anche per i cristiani, le chiese furono presto decorate con scene della Natività di Cristo.

Le prime rappresentazioni della Natività sono molto semplici, con Gesù avvolto in panni felpati, di solito un pezzo quadrato di stoffa perfettamente avvolto con bende. Durante i primi secoli, infatti, il tema era trattato in modo simbolico, come testimoniano i mosaici e gli affreschi delle basiliche romane, dove il Bambino Gesù veniva rappresentato come un piccolo uomo adulto, simbolo di divinità.
La Natività fu inoltre soggetto per molti artisti del Quattrocento italiano, che inserirono nelle loro rappresentazioni elementi di novità donando nuove prospettive nella lettura di questo tema caro a tutto la cristianità. Nel Rinascimento, con la riscoperta dell’uomo e delle sue emozioni, la Natività assume una nuova vita, diventando una delle scene più ricche di dettagli e significato emotivo.
La grotta, la stalla e la mangiatoia
Tradizionalmente, siamo portati a immaginare che Gesù sia nato in una stalla. In realtà, il Nuovo Testamento non menziona mai questo luogo: Luca (2:7-9) racconta semplicemente che Maria lo pose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella locanda.
Il resoconto biblico più dettagliato della nascita di Gesù si trova nel Vangelo di Luca (2:7-9), in cui si riporta che Maria “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.“
I primi cristiani rappresentarono infatti la mangiatoia in una grotta. La Chiesa della Natività, che risale al IV secolo, fu costruita su una grotta di Betlemme, dove si credeva appunto che avesse avuto luogo la nascita.
Anche il Vangelo apocrifo dell’infanzia di Giacomo (capitolo 18) colloca la Natività in una grotta, mentre il Vangelo di Pseudo-Matteo combina i due luoghi, spiegando che il terzo giorno dopo la nascita “Maria uscì dalla grotta e, entrando in una stalla, mise il bambino nella mangiatoia“(capitolo 14).
La mangiatoia è un trogolo per nutrire gli animali, essenzialmente vasche, scolpite nella pietra o costruite in muratura. Tuttavia, i presepi moderni esibiscono un’ampia varietà di stili di mangiatoia, a seconda delle abitudini regionali o della preferenza dell’artista.
Il bue e l’asino: presenza e significato simbolico
Di solito è di legno, riempita di fieno e posta a terra. Con le teste chinate sulla mangiatoia, il bue e l’asino sono quasi sempre presenti nelle scene della Natività, anche quando Maria o qualsiasi altro essere umano non lo è, sebbene non siano mai menzionati nel Nuovo Testamento.
Questi animali sono citati invece nel Vangelo apocrifo di Pseudo-Matteo (14:1), che li interpreta come il compimento di una profezia dell’Antico Testamento. Secondo Pseudo-Matteo, dopo essere entrata nella stalla, Maria mise il bambino in una mangiatoia e “un bue e un asino lo adorarono“.
Allora si adempì ciò che fu detto dal profeta Isaia: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non discerne” (Isaia 1:3).
I primi teologi cristiani trovarono quindi un significato allegorico della presenza del bue e dell’asino nella Natività. Infatti, essi furono considerati da Agostino, Ambrogio e altri patriarchi come rappresentanti del popolo ebraico (il bue), oppressi dalla Legge, e dei popoli pagani (l’asino), che portano il peccato dell’idolatria.
Cristo sarebbe quindi giunto a liberare entrambi dai loro fardelli. I personaggi all’interno del Presepe assumono significati particolari oltre alla loro stessa figura.
- Il bue a l’asino rappresentano rispettivamente gli Ebrei ed i Pagani, coloro cioè che non colsero la venuta del Messia e perciò lo condannarono a morte.
- I pastori, sempre presenti nel presepe, sono simbolo dell’umanità, che sarà salvata dall’estremo sacrificio di Cristo sulla croce.
- L’adorazione di Maria e Giuseppe nei confronti del Bambino ne sottolinea la sua natura divina e di essere speciale.
- I Magi sono poi simbolo delle tre età dell’uomo: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia, o secondo altre interpretazioni rappresentano le tre razze in cui si divide l’umanità, descritte nel racconto biblico: semiti, camiti e giapetici.
- I doni che invece portano in regalo avrebbero il ruolo di indicare la complessa natura di Gesù: la mirra a rappresentarne l’aspetto umano, l’incenso la divinità e l’oro la sua figura di Messia.
Dalla tradizione bizantina alla pittura occidentale
Nell’arte paleocristiana, la grotta era ancora l’ambientazione preferita per le scene della Natività, e continua ad essere così presso la Chiesa cristiana orientale. L’iconografia orientale colloca il Bambino appena nato all’imboccatura di una profonda grotta, a simboleggiare la sua discesa nella profondità della condizione umana.
L’iconografia dell’episodio evangelico, formulata probabilmente nella Palestina del VI secolo, impostò le forme essenziali delle rappresentazioni ortodosse orientali fino ai giorni nostri. L’ambiente è una grotta - o meglio, la specifica Grotta della Natività a Betlemme.
Al di sopra di essa, si innalza una montagna. Maria è rappresentata a riposo, su un grande cuscino imbottito o divano (“kline” in greco) accanto al bambino, posto su una struttura rialzata, mentre Giuseppe appoggia la testa su una mano.
Egli è spesso parte di una scena separata in primo piano, dove Gesù viene lavato dalle ostetriche. Gesù è quindi mostrato due volte, un espediente dell’arte arcaica molto utilizzato, condensare in una sola rappresentazione più episodi di una storia, ripetendo così gli stessi personaggi più volte.
Nonostante le condizioni non ideali in cui si trovano, Maria sta rispettando il periodo di riposo forzato prescritto dopo il parto. L’ostetrica o le ostetriche presenti nelle rappresentazioni di questo tipo provengono da fonti apocrife.
La Natività e il parallelismo con la Passione
L’iconografia ortodossa della Natività utilizza un certo immaginario parallelo a quello dell’epitaphios, un’icona, spesso un grande panno, ricamato e ornato, utilizzato durante la Liturgia del Venerdì Santo e Sabato Santo nelle Chiese orientali ortodosse e nelle Chiese orientali cattoliche che seguono il rito bizantino.
Esiste anche in forma dipinta o mosaico, su parete o pannello, e ritrae una scena tratta dal Vangelo di Giovanni (19:38-42): Cristo dopo che è stato levato dalla croce, supino, mentre si sta preparando il suo corpo per la sepoltura.
Questo parallelismo è intenzionale, a sottolineare il concetto teologico secondo cui lo scopo della nascita, e quindi dell’Incarnazione di Cristo, è di rendere possibile la crocifissione e la risurrezione.
Il Bambino è quindi avvolto in fasce che ricordano il sudario, ed è spesso sdraiato su una pietra, raffigurante la Tomba, piuttosto che nella mangiatoia. La Grotta della Natività è anche un richiamo alla grotta in cui fu sepolto.

Maria, Giuseppe e la trasformazione della scena
Inizialmente, Maria non era sempre presente nella rappresentazione della natività, ma era per lo più fissa nella raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. Dalla fine del V secolo però (dopo il Concilio di Efeso), la Vergine diventa una figura stabile della scena.
I racconti biblici di Matteo e Luca chiariscono che Gesù nacque miracolosamente da una vergine, e “la vergine si chiamava Maria” (Luca 1:27). Luca riporta che Maria era presente con il bambino durante la visita dei pastori (2:16), e Matteo dice che quando arrivarono i Magi “videro il bambino con Maria sua madre” (2 :11).
La Bibbia fornisce pochissime informazioni sul passato di Maria, mentre la Vergine figura massicciamente negli Apocrifi del Nuovo Testamento. Per i primi mille anni di arte cristiana venne di solito raffigurata sdraiata, secondo gli stilemi iconografici orientali, in una posa molto naturale per una donna che ha appena partorito.
Ciò inizia a cambiare nell’arte occidentale nel corso del XIV secolo, e dalla fine del XV Maria viene normalmente rappresentata in ginocchio, con le mani giunte, mentre prega rivolta al suo Bambino. Giuseppe e i pastori spesso si inginocchiano con lei.
La posa inginocchiata di Maria, con le mani giunte in preghiera, riflette l’influenza di certi scritti francescani e anche le già citate visioni mistiche di Santa Brigida. Nello specifico, l’iconografia della natività in Europa settentrionale nel tardo Medioevo fu profondamente influenzata dalla visione di Santa Brigida.
La visione di Santa Brigida e il Bambino luminoso
Molti dettagli, come la singola candela “attaccata al muro” e la presenza di Dio Padre al di sopra della scena, provengono proprio dalla visione di Brigida: … la vergine si inginocchiò con grande venerazione in atteggiamento di preghiera, con la schiena girata verso la mangiatoia …
E mentre lei stava così in preghiera, vidi il bambino nel suo grembo muoversi e improvvisamente in un momento diede alla luce suo figlio, dal quale irradiava una luce e uno splendore così ineffabili, che il sole non era paragonabile ad esso, né la candela che san Giuseppe aveva messo lì, dava alcuna luce, la luce divina annientava completamente la luce materiale della candela …
Vidi il bambino glorioso steso a terra nudo e splendente. Il suo corpo era puro da ogni tipo di terreno e impurità. Poi ho sentito anche il canto degli angeli, che era di miracolosa dolcezza e di grande bellezza…
Questa visione contribuì a diffondere la raffigurazione del Bambino nudo, luminoso e deposto a terra, mentre Maria e Giuseppe lo adorano. Dopo ciò, la Vergine si inginocchia per pregare il suo Bambino, con San Giuseppe, e questa scena, nota come “Adorazione di Cristo” o “del Bambino”, diventa una delle raffigurazioni più comuni nel XV secolo in Occidente, sostituendo in gran parte la Vergine distesa.
Le versioni di questa descrizione si trovano già nel 1300, molto prima della visione di Brigida, e hanno un’origine francescana. Nei presepi ormai predomina quasi totalmente la posa inginocchiata di Maria, con le mani giunte in preghiera o incrociate sul petto.
Giotto e la nuova umanità della Natività
È con l’arte medievale che la scena della Natività comincia a prendere una forma più umana e intima. Un punto di svolta fondamentale nell’arte della Natività si ha con Giotto di Bondone, che nei suoi affreschi ha portato una sensibile umanizzazione della scena sacra.
Giotto rompe con lo stile bizantino precedente, dando vita a figure più realistiche, capaci di esprimere emozioni vere e proprie. Le sue rappresentazioni sono popolari ed estremamente affettuose, un cambiamento importante che segnerà l’evoluzione del tema nel Rinascimento.
Le ostetriche permangono dove l’influenza bizantina è forte, specialmente in Italia, come in Giotto. Altrove, abbandonarono gradualmente le rappresentazioni occidentali, poiché i teologi latini disapprovavano le leggende ad esse connesse.
Il Rinascimento: simbolismo, movimento e profondità
A rompere con rigidi schematismi e raffigurazioni geometriche del primo Quattrocento fu certamente Sandro Botticelli che inserì nella sua Natività Mistica, datata 1501 e conservata oggi alla National Gallery di Londra, forti innovazioni stilistiche e rappresentative.
Il dipinto rappresenta l’adorazione di Maria, Giuseppe, pastori e Magi del Bambino Gesù, posto al centro della scena su un telo bianco. Il Bambinello è posto all’interno di una grotta con alla sua sinistra la Vergine adorante e alla destra un Giuseppe pensieroso.
La grotta presenta un’apertura sul fondo così da far intravedere lo sfondo naturale in lontananza. Non mancano l’asinello e il bue simboli di Ebrei e Pagani.
Tutt’intorno alla Sacra Famiglia si avvicendano diverse figure, con un andamento ritmico incalzante che ricorda quasi quello di un balletto. Due angeli ai lati portano rami d’ulivo, simbolo di pace, mostrando a Magi e pastori l’evento miracoloso della nascita di Gesù.
In basso Angeli e uomini si ritrovano abbracciati a rimando della venuta del Giudizio finale, quando l’umanità si ritroverà in comunione con Dio, conquistata grazie al sentimento di fratellanza e alla preghiera.
Curiosa è la presenza di alcuni diavoletti che fuggono infilzandosi con i loro forconi, simbolo della prossima liberazione dell’umanità dal male grazie al sacrificio di Cristo.
Sopra la tettoia che ripara la grotta sono posizionati tre angeli vestiti rispettivamente di bianco, rosso e verde a ricordare le tre virtù teologali ossia Fede, Carità e Speranza.
Al di sopra della scena madre è dipinto un carosello di dodici angeli disposti a semicerchio dando particolare ritmo e movimento alla composizione. Sul fondo è possibile intravedere alberi disposti a semicerchio e un barlume dorato che dovrebbe richiamare al Paradiso.
Molto significativo è che in questo dipinto è rappresentata sì la nascita di Cristo, ma tramite elementi premonitori anche al suo futuro sacrificio sulla Croce e alla venuta conseguente del Giudizio Universale alla fine dei Tempi.
La novità sta soprattutto nel dinamismo che la libera posizione delle figure dona alla raffigurazione, i movimenti dei personaggi e la loro disposizione su più piani forniscono vivacità alla scena.
I colori sono poi brillanti, pieni, attirano l’attenzione dello spettatore. Importante è poi la prospettiva dell’intero dipinto: grazie all’apertura sul fondo della grotta lo spazio si dilata, la posizione su piani diversi delle figure permette a Botticelli di rendere la profondità della scena donando tridimensionalità alla rappresentazione.
La luce nella Natività barocca
Molte raffigurazioni riducevano infatti altre fonti di luce nella scena per enfatizzare questo effetto, e la Natività rimase molto comunemente trattata con il chiaroscuro fino al periodo barocco.
La luce è vita. Delle nostre vite, così spesso oscurate da miserie e paure. Luce che illumina le menti ottenebrate, spente, buie.
Luce che squarcia le tenebre del peccato, che attraversa le nebbie stagnanti del quotidiano. Luce che salva: «Io sono la luce del mondo», dice il Signore.
Luce che sorge a Betlemme, aurora di un nuovo giorno per tutto il mondo. Nella pittura barocca, questa luce diventa spesso il principale strumento per organizzare la composizione e orientare la lettura spirituale della scena.
Nella tradizione cristiana, la luce è simbolo di verità, redenzione e presenza divina. La luce diventa il simbolo del divino, mentre l’ambiente circostante appare immerso in una realtà terrena che rende il momento ancor più miracoloso.
Carlo Maratta e la meditazione della luce
Tra le opere che meglio incarnano il mistero e la dolcezza della nascita di Cristo c’è senza ombra di dubbio La Notte Santa di Carlo Maratta, una delle più raffinate rappresentazioni della Natività barocca. Questo dipinto, carico di luce simbolica e armonia classica, è un autentico inno pittorico al Natale.
Carlo Maratta nato nel 1625, è stato uno dei maggiori protagonisti del Barocco romano tardo, noto per aver saputo fondere l’intensità emotiva barocca con l’equilibrio formale del Rinascimento.
Profondamente influenzato da Raffaello, Maratta sviluppò uno stile misurato, luminoso e altamente devozionale, ideale per i temi sacri. La Notte Santa, realizzata intorno alla metà del Seicento, rappresenta uno dei vertici della sua produzione religiosa e una delle immagini natalizie più amate della pittura europea.
Il dipinto raffigura la Vergine Maria che contempla il Bambino Gesù, disteso e avvolto da una luce soprannaturale. Intorno a loro, angeli adoranti partecipano silenziosamente al miracolo della nascita divina.
L’ambientazione è notturna, ma non oscura: è una notte illuminata dalla presenza di Cristo, vera luce del mondo. L’effetto più suggestivo dell’opera è proprio il chiaroscuro.
Osservate con attenzione lo sfondo avvolto da ombre morbide e quei volti e quei corpi che riescono a emergere grazie alla luce calda e diffusa. Il Bambino è il fulcro luminoso e simbolico della composizione.
Tale scelta rafforza il messaggio teologico del Natale: dalla notte nasce la salvezza. In La Notte Santa, Carlo Maratta utilizza la luce non solo come strumento pittorico, ma come linguaggio spirituale.
Il riferimento iconografico è chiaro: la celebre Notte di Correggio, in cui il Bambino Gesù illumina l’intera scena. Maratta riprende questa idea e la rielabora con una compostezza più classica, rendendo la scena intima, silenziosa, quasi meditativa.
L’opera è particolarmente evocativa nel periodo natalizio perché trasmette tenerezza e raccoglimento, invitando alla contemplazione, non all’effimero stupore teatrale. Unisce bellezza artistica e spiritualità riflettendo un clima di pace, attesa e speranza tipici del Natale.
L’opera è conservata presso la Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, uno dei musei più importanti d’Europa per la pittura antica. Ancora oggi è oggetto di studio e ammirazione per la sua delicatezza compositiva e il suo profondo valore simbolico.

Caravaggio: realismo e dramma
Uno fra tutti Caravaggio che nel 1600 dipinse la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi. Quest’opera rispecchia totalmente lo stile del Merisi, il realismo della scena è palpabile, la rappresentazione del vero accentuata dall’utilizzo come modelli di persone del volgo, gente comune, emarginati e poveri, colti in atteggiamenti spontanei e realistici.
I giochi di luci ed ombre, caratteristici dei quadri di Caravaggio, donano un senso di drammaticità all’evento, una forte carica espressiva coinvolge lo spettatore nel momento narrato.
L’opera conosciuta con il nome di Natività di Palermo richiama, in parte, lo schema iconografico dei primi secoli dell’era cristiana con Maria non ancora in adorazione ma con la postura di tutte le madri dopo il parto e il Bambino nudo come tutti i bambini appena nati.
Caravaggio torna così a sottolineare la vera umanità di Gesù che nasce da una donna resa stanca dalle fatiche del viaggio e della maternità.
Il volto di Maria è al centro della scena e guarda il figlio appena nato e deposto nudo su un lenzuolo steso a terra quasi una prefigurazione della sua morte. Rimangono presenti il bue e l’asino a rappresentare il popolo ebraico e i popoli gentili.
Il richiamo allo schema iconografico antico non vanifica lo schema successivo che vede la presenza di altri attori sulla scena, oltre a San Giuseppe sono presenti San Lorenzo, con abiti liturgici, e San Francesco d’Assisi che sembrano meditare su quella maternità che cambierà le sorti del mondo.
Un angelo discende sulla stalla e che indica con la mano il cielo per significarne l’unione tra esso e il Bambino appena nato. San Giuseppe si presenta a noi molto più giovane rispetto alla consueta sua rappresentazione, raffigurato di spalle, vestito di un verde manto.
La Vergine Maria appare come una donna del popolo, dai tratti comuni, non c’è divinizzazione della sua figura, ma anzi il suo sguardo malinconico ci restituisce una madre preoccupata e triste per il futuro già preannunciato del figlio.
A sinistra possiamo ritrovare San Lorenzo, mentre a destra è collocato S. Francesco d’Assisi probabilmente in onore dei Francescani che gestivano l’Oratorio di San Lorenzo a Palermo a cui era destinata l’opera.
Il Bue e l’asinello sono posto in secondo piano, l’asino è quasi difficile da scorgere, si compenetra con lo sfondo in ombra. Al di sopra del Bambinello, poggiato su un cumulo di paglia, vi è un angelo a simboleggiare la gloria divina.
La Natività di Palermo e la sua dispersione
Tra il 1600 e il 1609 Michelangelo Merisi, detto Caravaggio (1571-1610), ricevette l’incarico dai frati Capuccini di Palermo di realizzare un dipinto destinato all’Oratorio di San Lorenzo e raffigurante la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi.
Il dipinto è considerata dagli storici dell’arte una delle più grandi opere realizzate dal maestro lombardo. Il capolavoro venne rubato tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 dalla chiesa di San Lorenzo e mai più ritrovato.
Esso è una delle dieci opere d’arte più ricercate dalle polizie di tutto il mondo. Oggi sull’altare è posta una copia perfettamente identica a quella realizzata dall’artista ma non è l’originale.

La Natività di Messina
A Messina c’è un’altra opera di Caravaggio che narra la nascita di Gesù ed è conosciuta come la Natività di Messina. Fu il Senato di Messina a commissionare a Caravaggio la Natività destinata all’altare maggiore della chiesa di Santa Maria della Concezione retta dai frati cappuccini.
La scena si svolge all’interno di una povera stalla di legno, Maria, esausta, stringe a sé il bambino addormentato dedita a riscaldarlo e a proteggerlo ma, nello stesso tempo, a mostrarlo ai pastori che intendono adorarlo.
San Giuseppe e tre pastori guardano la madre ed il figlio adoranti e in preghiera, silenziosi e discreti, per non voler turbare il sonno del piccolo e il riposo attento della madre.
Sul fondo, a sinistra del quadro, raccolti in un cesto, il pane e gli strumenti di lavoro del falegname a voler indicare l’umiltà di quella famiglia.
La Natività di Federico Barocci
Federico Barocci (Urbino 1530 - 1612), uno dei più importanti pittori manieristi del XVI secolo, applica alla sua arte uno straordinario uso del colore caratterizzato da calde sfumature.
La maggior parte delle opere del Barocci hanno un soggetto religioso che risponde alla sua profonda fede. Per il pittore di Urbino l’arte aveva la straordinaria funzione di rappresentare la trascendente presenza del Dio invisibile dinanzi all’occhio dell’osservatore.
La Natività (1590 circa, Museo del Prado, Madrid) ne presenta un chiaro esempio. L’incanto e la poesia del dipinto prendono vita dalla luce che illumina tutta la stalla e richiama alla memoria il passo del Vangelo: “Venne al mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9).
La luce è quel bambino, la cui testina è adagiata su un bianco guanciale che riflette lo splendore negli occhi dei due animali. Il manto blu di Maria avvolge il Bambino: è l’umiltà di Dio che si lascia vestire dell’umanità!
La luce diagonale che investe tuto il quadro, colpisce Maria che delicatamente contempla il Suo piccolino. Contempla il Mistero dell’incarnazione: Dio che si fa uomo, Dio che si fa bambino.
Maria è con le braccia aperte, simbolo dell’accoglienza, e in questo gesto della Madonna, stagliato in primo piano, viene rinchiusa tutta la tenerezza che passa tra lo sguardo di Maria e quello del piccolo Gesù.
Giuseppe invece, che emerge dalla penombra, testimonia e annuncia ai pastori la nascita di Gesù. In lui, che si agita in secondo piano vediamo tutta la tensione dell’annuncio.
Quella carica missionaria che da subito spinge Giuseppe ad annunciare la nascita del Signore. I pastori accorsi, stanno sulla soglia, simbolo di una scelta interiore perché non è facile riconoscere in quel bambino il Salvatore del mondo.
Come i pastori di allora, anche noi in questo Natale 2018, ci troviamo sulla soglia della stalla di Betlemme. Entrare significa riconoscere e adorare quel bambino che è venuto a portare la salvezza all’uomo.
In quella piccola creatura, che ha scelto di essere stretta tra le braccia di Maria e di crescere alla scuola di Giuseppe, è conservato tutto il Mistero della salvezza dell’uomo.

Il Barocco romano e l’Adorazione dei pastori
L’arte barocca, frutto del Concilio di Trento dominò la scena artistica fino alla fine del secolo XVIII. Nel Barocco la Natività diventa una scena capace di coinvolgere emotivamente l’osservatore attraverso gesti, sguardi, contrasti luminosi e composizioni dinamiche.
La luce risplende, nelle sale del nuovo, intrigante museo della chiesa di San Fedele a Milano. Dove in questi giorni d’Avvento sono esposti tre deliziosi dipinti che hanno per tema la nascita di Gesù, provenienti da collezioni private e inediti per il pubblico ambrosiano.
Una piccola ma significativa esposizione che ha il suo fulcro nella bellissima tela di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio (o Baciccia), protagonista del barocco romano del secondo Seicento, tanto da essere definito il “Bernini pittore”.
E per l’artista genovese, infatti, giunto nella Città eterna appena diciottenne (orfano di entrambi i genitori), Gian Lorenzo Bernini fu effettivamente modello e mentore, padre e guida, introducendolo negli ambienti della corte pontificia e favorendogli importanti commissioni, come quella per la volta, magnifica, della chiesa del Gesù.
Il Baciccio e il coinvolgimento dello spettatore
L’Adorazione dei pastori del Baciccio presentata al San Fedele appare come una rielaborazione in scala ridotta - misura infatti circa 50 centimetri per lato - della grande pala che Gaulli realizzò per la chiesa di Santa Maria del Carmine a Fermo, nel 1687.
Un dipinto che potrebbe essere dunque di poco posteriore a quella data, sempre che, invece, esso non sia una sorta di “modelletto” dello stesso capolavoro marchigiano, ovvero la prima versione scaturita di getto dalla mano e dal genio del pittore, da sottoporre all’approvazione dei committenti.
Come diversi altri artisti dell’epoca, del resto, se il Baciccio si dimostra aulico e teatrale nelle sue grandiose scenografie, è proprio nelle composizioni di piccolo formato che egli rivela tutta la sua qualità di affabulatore, dove il colore si fa emozione e le figure si animano di vita vera, protagoniste delle loro storie e non semplici “attori” di vicende stancamente recitate…
Una Madonna dal volto di porcellana offre agli sguardi stupiti e grati dei presenti - i pastori, certo, ma anche una giovane donna con la sua bambina - il divino infante, che con il visino paffuto e un po’ imbronciato si volge verso noi spettatori, che ci sentiamo così immediatamente e naturalmente coinvolti nell’atmosfera serena e commovente della notte santa.
Pure Giuseppe, e non è per nulla scontato nell’iconografia di questo soggetto, chiama e invita all’adorazione del Dio che si è fatto uomo per amore, tenera creatura indifesa dalla pelle rosea e profumata verso cui anche il bue protende curioso il suo muso.
Esultano gli angeli, cantano i cherubini, mentre un globo di luce avvolge la mangiatoia, come un piccolo sole: «Sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace», come profetò Zaccaria.
Altri pittori barocchi e la varietà della luce
Una luce che promana anche dalle altre due opere in mostra al Museo San Fedele, entrambe Natività: quella, dolce e delicata, di Pietro Della Vecchia, pittore veneziano che conobbe la rivoluzione del Caravaggio grazie al suo giovanile soggiorno romano e per tramite dell’amico e concittadino Carlo Saraceni; e quella, impetuosa e sfolgorante del napoletano Paolo De Matteis, allievo di Luca Giordano e fortemente ispirato dalla lezione del Maratta.
Luce che avvolge e che irrompe. E che non è soltanto il bagliore di una vita che nasce, lo splendore del Verbo incarnato, ma già diventa anche annuncio di vita eterna, alba di risurrezione.
Tra le opere barocche dedicate alla Natività e all’Adorazione dei pastori si ricordano anche Gerard van Honthorst, Adorazione del Bambino, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze; Pedro de Orrente, Adorazione dei pastori, 1623-1625, Museo del Prado, Madrid; Georges de La Tour, Adorazione dei pastori, 1645, Museo del Louvre, Parigi; Matthias Stom, Adorazione dei pastori, 1650, Palazzo Madama, Torino; Jacob Jordaens, Natività, 1653, Bristol Museum and Art Gallery; Bartolomé Esteban Murillo, Natività, 1665-1670, The Museum of Fine Arts, Houston; e Charles Le Brun, Adorazione dei pastori, 1689, Museo del Louvre, Parigi.
| Artista | Opera | Data | Conservazione |
|---|---|---|---|
| Caravaggio | Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi | 1600 | Attualmente disperso |
| Gerard van Honthorst | Adorazione del Bambino | 1620 | Galleria degli Uffizi, Firenze |
| Georges de La Tour | Adorazione dei pastori | 1645 | Museo del Louvre, Parigi |
| Carlo Maratti | Notte santa (Natività) | 1650 | Gemäldegalerie, Dresda |
| Paolo De Matteis | Adorazione dei pastori | 1712 | Olio su tela |
| Giovanni Battista Pittoni il Giovane | Presepio (Natività) | 1715-1720 | Sidney Sussex College, University of Cambridge |
| Giovanni Battista Tiepolo | Natività | 1732 | Basilica di San Marco, Venezia |
Giovanni Battista Pittoni: tra Barocco e Rococò veneziano
Giovanni Battista Pittoni (1690-1770) è stato un pittore veneziano di spicco, noto per le sue scene religiose e mitologiche teatrali. Fondò l’Accademia di Belle Arti a Venezia, contribuendo in modo significativo al patrimonio artistico della città.
Nello splendore vibrante e acquatico della Venezia del XVIII secolo, pochi artisti hanno saputo catturare l’essenza teatrale dei periodi tardo-barocco e rococò con la stessa fluidità di Giovanni Battista Pittoni.
Nato il 6 giugno 1687, Pittoni emerse da una città che era essa stessa un palcoscenico di grandi spettacolazioni, portando sulla tela un senso di movimento e luminosità che avrebbe definito un’intera epoca.
Sebbene la sua giovinezza fosse radicata nelle tradizioni della sua Venezia natale, la sua anima artistica fu plasmata da un profondo legame con i maestri che lo avevano preceduto.
Formatosi sotto la guida dello zio Francesco Pittoni, ereditò una comprensione fondamentale della scuola veneziana, possedendo tuttavia una visione unica che gli permise di trascendere la semplice imitazione.
La Natività con Dio Padre e lo Spirito Santo
La "Natività con Dio Padre e lo Spirito Santo" di Pittoni esemplifica l’eleganza e l’estetica raffinata dell’arte veneziana rococò. Questo stile è caratterizzato dai suoi colori tenui, figure idealizzate e un senso di leggerezza e grazia.
Questa affascinante opera di Giovanni Battista Pittoni raffigura un momento profondo all’interno della storia della Natività - la nascita di Gesù Cristo.
La scena si concentra su Maria che culla teneramente il bambino Gesù, seduto in una semplice mangiatoia. Alla sua sinistra siede Giuseppe, il cui sguardo è pieno di riverenza mentre osserva il divino figlio.
Sopra questo gruppo centrale, Dio Padre appare circondato da un corteo celeste di angeli, mentre lo Spirito Santo è rappresentato da una serena colomba.
La composizione è attentamente strutturata attorno a una forma piramidale, attirando l’occhio dello spettatore verso la presenza divina sopra, simboleggiando benedizione e grazia.
Tecnica, colore e atmosfera
Pittoni impiega magistralmente tecniche pittoriche a olio, in particolare la velatura, per ottenere sottili gradazioni cromatiche ed effetti luminosi.
Le linee sono deliberatamente ammorbidite e sfumate piuttosto che nettamente definite, contribuendo all’atmosfera complessiva di tranquillità e serenità.
L’abilità dell’artista è evidente nel rendering delle texture dei tessuti - l’abito blu scuro di Maria e gli abiti più chiari di Giuseppe - attraverso sfumature e variazioni tonali.
La tavolozza dei colori smorzata - dominata da blu, crema e marroni tenui - esalta ulteriormente l’atmosfera serena del dipinto, trasmettendo sentimenti di pace, riverenza e grazia spirituale.
Invita alla contemplazione e alla riflessione sulla significatività di questo sacro momento. L’uso di una tavolozza più fredda da parte di Tiepolo per creare un convincente effetto di luce diurna è evidente qui, dimostrando il coinvolgimento di Pittoni con le tendenze contemporanee e la sua interpretazione unica dell’estetica barocca.
Simbolismo della composizione
Al di là della sua rappresentazione di un evento religioso fondamentale, questo dipinto è ricco di significato simbolico. La presenza di Dio Padre sopra sottolinea la sua benedizione divina sulla nascita di Gesù.
Lo sguardo gentile di Maria verso il suo bambino evoca profondo amore materno e protezione. La colomba che rappresenta lo Spirito Santo simboleggia pace e guida divina.
L’opera presenta somiglianze stilistiche con artisti come Giovanni Battista Tiepolo, un’altra figura importante nell’arte veneziana rococò. La tavolozza dei colori smorzata - dominata da blu, crema e marroni tenui - esalta ulteriormente l’atmosfera serena del dipinto, trasmettendo sentimenti di pace, riverenza e grazia spirituale.
La teatralità barocca di Pittoni
Lo sviluppo dello stile di Pittoni fu un’esquisita evoluzione di luce ed emozione. Trasse profonda ispirazione dal drammatico chiaroscuro di Caravaggio e dalla profondità materica di Rembrandt, filtrando tuttavia queste pesanti influenze attraverso una lente distintamente veneziana.
Con il progredendo della sua carriera, la sua opera iniziò a riflettere le sensibilità più leggere e ariose del Rococò, caratterizzate da una tavolozza scintillante e da una grazia elegante, quasi priva di peso.
La sua pennellata divenne sempre più fluida, capace di trasmettere sia la maestà divina di un’apparizione religiosa che la delicata intimità di un incontro mitologico.
Questa capacità di muoversi tra il profondo e il giocoso lo rese una figura centrale nella transizione dal dramma intenso del Barocco alla raffinata eleganza del Rococò.
L’opera di Pittoni è una collezione mozzafiato di narrazioni religiose e mitologiche, ognuna progettata per affascinare lo spettatore attraverso composizioni dinamiche e figure espressive.
I suoi dipinti sembrano spesso momenti congelati da una grande opera lirica, dove ogni gesto è intriso di significato e ogni ombra racconta una storia.
Egli possedeva un talento straordinario nell’utilizzare la luce non solo come strumento di visibilità, ma come vero protagonista spirituale, immergendo i suoi soggetti in un bagliore etereo che suggerisce la presenza del divino.
Il ruolo storico di Pittoni
Al di là dei confini delle singole tele, l’influenza di Pittoni si estese all’architettura stessa del prestigio veneziano. La sua maestria nelle composizioni su grande scala gli valse prestigiose commissioni per soffitti e pareti di grandi palazzi e chiese in tutta Italia.
Il suo lavoro a Palazzo Labia e in varie residenze milanesi dimostrò la sua capacità di trasformare spazi strutturali in mondi mitologici immersivi.
Questo periodo di creazione prolificante consolidò la sua reputazione di pittore leader della sua generazione, capace di decorare le più significative istituzioni civili e religiose con una raffinatezza senza pari.
L’importanza storica di Giovanni Battista Pittoni va ben oltre la bellezza estetica dei suoi dipinti; egli fu un pilastro della comunità artistica veneziana.
Il suo impegno per la formalizzazione dell’educazione artistica lo portò a diventare uno dei membri fondatori dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
La sua leadership all’interno di questa istituzione - arrivando a ricoprire la carica di secondo presidente dopo il leggendario Tiepolo - dimostra l’immenso rispetto che godeva tra i suoi pari e il perdurante impatto che ebbe sulla formazione delle future generazioni di artisti italiani.
Sebbene fosse noto per aver ricevuto importanti commissioni dall’estero, in particolare dalla Germania, Pittoni rimase profondamente legato al paesaggio veneziano.
Oggi, le sue opere fungono da finestre vitali sul XVIII secolo, incarnando la transizione dell’arte europea dall’intensa emotività del Barocco allo splendore luminoso e decorativo del Rococò.
Il presepe e la diffusione della scena natalizia
Intorno al XII secolo fu poi la volta delle prime rappresentazioni scultoree e nel 1223 San Francesco diede vita al primo Presepe vivente della Storia.
Il Santo si era recato nel 1220 in pellegrinaggio in Palestina per visitare i luoghi sacri inerenti alla vita di Gesù, era rimasto particolarmente colpito da Betlemme e tornato in patria iniziò a pensare ad una rappresentazione della nascita di Gesù.
Spinto da questo desiderio chiese a Papa Onorio III il permesso di poter dar vita a tale rappresentazione, il Pontefice acconsentì alla richiesta di Francesco con la sola obiezione di non portare in scena la Natività in chiesa, poiché la regola di quel tempo non lo permettevano.
San Francesco riprodusse allora la sua idea all’aperto, a Greccio, un paesino vicino a Rieti. Fu approntata una mangiatoia con della paglia in una grotta mentre alcuni frati si occupavano di illuminare la scena con alcune torce.
Curioso è il fatto che sebbene questo sia considerato il primo Presepe vivente, in questa rappresentazione non vi erano né la Vergine Maria né San Giuseppe.
Nel 1283 fu Arnolfo di Cambio a scolpire le prime statuette per creare il presepe come noi oggi lo conosciamo. Erano otto statuette di legno che rappresentavano la Natività insieme alle figure dei Magi.
Questo presepio è ancora oggi visibile, conservato presso la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In seguito alla realizzazione della Natività voluta da San Francesco la tradizione di approntare il presepe in vista del Natale si diffuse in tutta la penisola italiana.
Questa sacra rappresentazione, sottoforma soprattutto di statuette, arrivò anche nelle case della Nobiltà, il suo uso spinto anche dalle parole benevole pronunciate da Papa Paolo III durante il Concilio di Trento (1545-1563).

La Natività tra Barocco e Rococò
La pittura barocca porta nella scena della Natività un’intensità nuova, fondata sulla partecipazione emotiva dello spettatore. Il Bambino è spesso il centro di una rete di gesti, sguardi e diagonali luminose che coinvolge Maria, Giuseppe, gli angeli, i pastori e gli animali.
Il Barocco non elimina la tradizione iconografica precedente, ma la rielabora attraverso il realismo, il chiaroscuro, l’azione teatrale e la capacità di trasformare un ambiente quotidiano in uno spazio di rivelazione.
Nel passaggio verso il Rococò veneziano, il dramma si alleggerisce e la luce si fa più morbida, le figure diventano più aggraziate e le composizioni acquistano una maggiore fluidità.
La "Natività con Dio Padre e lo Spirito Santo" di Pittoni mostra proprio questo passaggio: l’evento conserva la forza teologica del Barocco, ma viene presentato attraverso una tavolozza tenue, linee ammorbidite e un’atmosfera di grazia spirituale.
La trasformazione del tema dopo il Settecento
A partire dalla seconda metà del XVIII secolo l’arte religiosa registra un graduale ma costante declino, il tema religioso diventa marginale nel panorama artistico dell’Occidente.
Gradualmente svaniscono gli schemi iconografici che hanno contribuito a proporre modelli orientativi ai quali si ispiravano gli artisti per raccontare le Sacre Scritture e per diffondere il messaggio cristiano.
Con l’avvento dell’arte moderna, la Natività viene trattata in maniera più astratta e concettuale. Artisti come Marc Chagall, sebbene lontani dalla rappresentazione realistica, hanno saputo infondere nella scena della Natività una dimensione emotiva profonda, senza però rinunciare alla sua spiritualità.
Le sue tele, ricche di colori vivaci, raccontano la Natività come un evento universale e intimo, capace di unire culture e religioni. Oggi, la Natività continua a essere un soggetto molto apprezzato, ma gli artisti contemporanei la reinterpretano in chiave moderna, integrando simbolismi, esperienze personali e risvolti sociali, rendendola una riflessione sempre attuale.
La Natività, come tema artistico, non ha mai smesso di ispirare. Ogni artista, nel corso dei secoli, ha saputo reinterpretarla alla luce delle proprie convinzioni, tecniche e stili.
Dall’umanizzazione di Giotto alla drammaticità di Caravaggio, fino alla freschezza emotiva di Chagall, questa scena continua a essere un simbolo di speranza, amore e rinnovamento, che attraversa il tempo senza mai perdere la sua forza evocativa.