Dopo tre giorni nel Vangelo: significato biblico e teologico della risurrezione di Gesù

L’espressione «il terzo giorno» indica nel Vangelo il momento della risurrezione di Gesù Cristo e compare negli annunci della sua passione, morte e risurrezione, oltre che nelle prime formulazioni del kerigma cristiano. Paolo afferma che Cristo «è risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture» (1Cor 15,4), mentre Gesù stesso dichiara che sarebbe stato ucciso e sarebbe risorto il terzo giorno.

Il riferimento non deve essere inteso soltanto come una precisazione cronologica: nella prospettiva biblica, il «terzo giorno» è soprattutto il tempo dell’intervento salvifico di Dio. L’Antico Testamento non offre un unico versetto che descriva in modo esplicito e completo la risurrezione di Gesù al terzo giorno; presenta però numerosi episodi e testi che, considerati singolarmente o nel loro insieme, ne costituiscono il substrato profetico e tipologico.

Le espressioni «il terzo giorno» e «dopo tre giorni»

Questa espressione è presente quasi esclusivamente nei Vangeli, principalmente per bocca di Gesù. Lui stesso disse che si sarebbe trovato «nel cuore della terra tre giorni e tre notti» (Matteo 12:40); che sarebbe morto e «risuscitato il terzo giorno» (Matteo 16:21; 17:23; Luca 9:22); «il terzo giorno risusciterà» (Matteo 20:19; Luca 18:33; 24:7).

I capi religiosi ebrei conoscevano la predizione di Gesù, secondo la quale «dopo tre giorni» sarebbe risorto (Matteo 27:63). Quando Gesù disse «così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno» (Luca 24:46), dichiarava che la sua risurrezione il terzo giorno sarebbe stato l’adempimento di una profezia.

Nel Nuovo Testamento l’espressione compare negli annunci della passione così come sono riportati in Matteo e in Luca. Marco riporta invece l’espressione «dopo tre giorni». Lo stesso Cristo risorto usa poi l’espressione, sempre in riferimento alla sua risurrezione (Lc 24,46). È riportata poi da San Paolo quando ripresenta al cap. della Prima lettera ai Corinzi il kerigma (1Cor 15,4). Appare poi anche in una proclamazione del kerigma da parte di Pietro (At 10,40).

FormulaPrincipali riferimentiSignificato
«Il terzo giorno»Mt 16,21; 17,23; 20,19; Mc 10,34; Lc 9,22; 18,33; 24,7; 24,46; At 10,40Il giorno nel quale Dio manifesta la salvezza e Gesù risorge
«Dopo tre giorni»Mt 26,61; 27,40; 27,63; Mc 8,31; 14,58; 15,29; Gv 2,19Una formulazione equivalente secondo il modo biblico e giudaico di contare il tempo
«Tre giorni e tre notti»Mt 12,40; Giona 2,1Un’espressione idiomatica collegata al segno di Giona

Sembra che le due espressioni nel titolo e nei passi precedenti si contraddicano. In realtà, non lo fanno. Le persone che parlano più lingue spesso si trovano di fronte alla sfida di non riuscire a tradurre letteralmente una frase o spiegarne il significato in una lingua straniera.

Nei miei anni di studio del greco biblico, ho osservato l’influenza forte della mente e delle lingue semitiche ebraiche, che hanno dimostrato che il greco da solo non può trasmettere adeguatamente il significato di alcune frasi o espressioni presenti nel Nuovo Testamento. Poiché Gesù è effettivamente risorto il terzo giorno, «il terzo giorno» è da intendere in senso letterale, mentre «tre giorni e tre notti» deve essere un’espressione idiomatica.

Come veniva calcolato il tempo nella cultura ebraica

Bisogna riconoscere alcuni modi di dire dei Giudei per capire bene «tre giorni e tre notti». Prima di tutto, quando i Giudei contavano, il numero uno era assegnato al presente. Così «fra due giorni» sarebbe stato «domani».

Secondo, «giorno e notte» non si riferisce ad un intero periodo di 24 ore, ma di qualsiasi parte di un giorno. Per esempio, in Est 4:16 dovevano digiunare «per tre giorni, notte e giorno», e poi «il terzo giorno» Ester si presentò al re (Est 5:1), cioè meno di 72 ore dopo.

Vedi anche Gen 42:17-18; 1Sam 30:12-13. Similmente, Gesù dichiarò che sarebbe stato risorto «il terzo giorno» (Mt 16:21; 17:23; 20:19; 1Cor 15:4), cioè durante il terzo giorno (ossia due giorni dopo il giorno di inizio), non dopo tre giorni di 24 ore.

Terzo, il giorno per i Giudei iniziava al tramonto. Quindi, Gesù morì il pomeriggio di venerdì, il primo giorno. Fu nella tomba dal tramonto di venerdì fino al tramonto di sabato, il secondo giorno. Ed anche dal tramonto di sabato fino alla mattina di domenica, il terzo giorno, anche se furono passate solo circa 36 ore.

Un altro dettaglio degno di nota è che per noi occidentali oggi, un giorno inizia alle 00:00 e termina alle 23:59, come evidenziato dai nostri orologi, orologi da polso costosi e telefoni cellulari perfettamente sincronizzati. Tuttavia, due millenni fa in Israele non era così. Dobbiamo rispettare le differenze che esistevano.

Questa situazione diversa implicava un approccio alternativo per misurare il tempo e una risposta linguistica differente ad essa. Nel Talmud di Gerusalemme, il rabbino Eleazar ben Azariah dichiarò: «Un giorno e una notte fanno un ‘onah’, e una parte di un ‘onah’ è come il tutto.»

Quindi, secondo la prospettiva ebraica, la parte rimanente del venerdì, il sabato e una frazione della domenica possono essere considerate come tre «onah». La frase «giorno e notte» presso gli ebrei si usava per designare il giorno civile di 24 ore sia che fosse completo o incompleto.

Gesù Cristo essendo stato sepolto la sera di venerdì e non essendo risuscitato che la domenica mattina, rimase quindi secondo il modo di contare degli ebrei tre giorni e tre notti. La Bibbia di Gerusalemme dice: «Questa espressione stereotipa si applica solo in maniera approssimativa all’intervallo tra la morte e la risurrezione di Cristo».

MomentoGiorno secondo il computo ebraico
Il pomeriggio della morte di GesùVenerdì, primo giorno
Dal tramonto di venerdì al tramonto di sabatoSecondo giorno
Dal tramonto di sabato alla mattina di domenicaTerzo giorno

Un’alternativa, che è creduta da alcuni, è che Gesù morì mercoledì sera e non venerdì. Così rimase nella tomba per 72 ore, risuscitò sabato sera ma fu trovato vivo per la prima volta domenica mattina.

È necessario interpretare i brani dei racconti dell’ultima settimana di Gesù in un certo modo per arrivare alla morta di Gesù già di mercoledì. Questa interpretazione è possibile, ma secondo me improbabile.

Il terzo giorno in 2 Cronache ed Ester

Forse possiamo trovare la chiave per comprendere le suddette espressioni in 2 Cronache 10:5. Egli disse loro: «Tornate da me tra tre giorni». E il popolo se ne andò. Alcuni versetti dopo, 2 Cronache 10:12 recita: «Vennero dunque a Roboamo, il terzo giorno, come il re aveva ordinato, dicendo: “Tornate da me il terzo giorno”.»

Non ci sono contraddizioni nel libro delle Cronache, né nei Vangeli. Esiste invece un diverso modo di calcolare il tempo rispetto ai nostri standard contemporanei. Un altro esempio si trova nel libro di Ester (4:16) se confrontato con (5:1).

La regina Ester prega e digiuna, e il terzo giorno si presenta rivestita di abiti splendenti al re Assuero per chiedere la grazia della salvezza per il suo popolo condannato allo sterminio dal perfido Aman (Est 4-5). Il testo mostra che «tre giorni e tre notti» non obbliga a pensare a tre periodi completi di ventiquattro ore.

Il substrato veterotestamentario

L’espressione «il terzo giorno» è un riferimento solo apparentemente temporale, e più propriamente teologico: il significato si basa sull’esperienza che dopo tre giorni, o al terzo giorno, il giusto o Israele è salvato.

Il substrato veterotestamentario dell’espressione è principalmente in Osea: «Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza».

L’esegesi spiega che in questo passo non si parla di morte e risurrezione, ma di malattia e guarigione. Annuncia tuttavia un intervento di salvezza di JHWH per il terzo giorno.

La ricerca di brani ha portato altri commentatori a identificare Osea 6:2 come una previsione della risurrezione il terzo giorno. Il testo dice: «In due giorni ci ridarà la vita; il terzo giorno ci rimetterà in piedi, e noi vivremo alla sua presenza».

Anche questa è una possibilità, sebbene il passo non sia esplicitamente associato alla risurrezione di Gesù nel Nuovo Testamento. L’esegesi spiega che in questo passo non si parla di morte e risurrezione, ma di malattia e guarigione; il testo conserva tuttavia un’immagine di restaurazione e di salvezza al terzo giorno.

Genesi 22: il terzo giorno e la liberazione di Isacco

Un altro passo significativo si trova in Genesi: Abramo in cammino verso il Moria per sacrificare Isacco giunge in vista della sua destinazione «il terzo giorno»: tale giorno sarà il giorno della liberazione di Abramo dal peso dell’obbedienza che gli è stata chiesta.

Numerosi brani dell’Antico Testamento citano eventi salvifici significativi che avvengono il terzo giorno, per esempio, Genesi 22:4 (la liberazione dalla morte). L’episodio di Abramo e Isacco presenta un figlio condotto verso la morte e restituito alla vita in virtù dell’intervento di Dio.

Il racconto non descrive la risurrezione di Gesù in modo diretto, ma può essere letto come una figura della liberazione dalla morte e dell’obbedienza nella quale si compie la salvezza.

Giuseppe e la salvezza dei fratelli

Nella storia di Giuseppe si dice che «al terzo giorno» Giuseppe propone la salvezza ai suoi fratelli. Il terzo giorno diventa così il momento nel quale una situazione di pericolo e di giudizio lascia spazio a una possibilità di vita.

Questo episodio appartiene alla serie di racconti veterotestamentari nei quali il terzo giorno segna una svolta: la prova non è l’ultima parola, perché Dio apre una via di liberazione.

Il Sinai: la rivelazione al terzo giorno

La rivelazione del Sinai avviene al terzo giorno (Es 19,16). Il testo associa il terzo giorno a una manifestazione decisiva della presenza divina davanti al popolo.

In questo caso non si tratta di una liberazione dalla morte, ma di una teofania. L’evento mostra tuttavia che il terzo giorno può indicare il tempo stabilito per un intervento straordinario di Dio, nel quale la sua presenza diventa evidente.

Ezechia: guarigione e ritorno al Tempio

Il profeta Isaia viene mandato ad annunziare al re Ezechia che sarebbe guarito, e che il terzo giorno sarebbe salito al Tempio (2Re 20,5-6). Il terzo giorno è qui associato alla guarigione del re e alla ripresa della sua vita pubblica e cultuale.

Altri studiosi ancora hanno osservato che numerosi brani dell’Antico Testamento citano eventi salvifici significativi che avvengono il terzo giorno, per esempio, Genesi 22:4 (la liberazione dalla morte); Esodo 19:16 (una teofania); 2 Re 20:5, 6 (il re come tipo di Cristo); Osea 6:2.

Ester: digiuno, pericolo e salvezza del popolo

La regina Ester prega e digiuna, e il terzo giorno si presenta rivestita di abiti splendenti al re Assuero per chiedere la grazia della salvezza per il suo popolo condannato allo sterminio dal perfido Aman (Est 4,16; 5,1).

La scena ripropone lo schema di una minaccia mortale seguita, al terzo giorno, da un intervento che conduce alla salvezza. Il valore teologico dell’espressione non dipende quindi soltanto dalla durata, ma dalla trasformazione della situazione.

Giona e il segno della risurrezione

Un altro versetto menzionato è stato anche Giona 2:1, in particolare perché Gesù stesso lo cita in relazione all’indicazione «il terzo giorno» (Matteo 12:40). Matteo parla di «tre giorni e tre notti», citando Giona. È l’unico a menzionarlo; Luca non lo include.

Lui stesso disse che si sarebbe trovato «nel cuore della terra tre giorni e tre notti» (Matteo 12:40). Secondo Gesù, l’esperienza di tre giorni vissuta da Giona nel regno della morte era un segno che rappresentava, in modo tipologico, la sua risurrezione il terzo giorno (Matteo 12:40).

Perché Luca non menziona questo dettaglio? Potrebbe essere che l’espressione fosse troppo semitica per i suoi lettori greci, che avrebbero potuto interpretarla letteralmente e percepire una contraddizione con quanto egli dice in seguito: «Ma il terzo giorno risorgerà» (Luca 18:31-33).

La storia di Giona, rimasto nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti (2,1), confermava l’interpretazione del detto enigmatico di Os 6,2. L’esperienza di Giona costituisce quindi una figura narrativa particolarmente adatta a esprimere il passaggio dalla morte alla salvezza.

Le primizie e il sacrificio pasquale

Infine, è stata proposta l’idea che l’offerta delle primizie, il terzo giorno dopo il sacrificio dell’agnello pasquale (Levitico 23:11), simboleggi in termini tipologici la risurrezione di Cristo il terzo giorno.

Purtroppo, in questo testo il «terzo giorno» non è menzionato esplicitamente, sebbene sia chiaramente sottinteso. A questo punto abbino la tipologia dell’offerta delle primizie tre giorni dopo il sacrificio pasquale, che raffigura la risurrezione di Cristo dopo il suo sacrificio sulla croce nel giorno di Pasqua.

L’offerta delle primizie collega la Pasqua alla vita nuova. Il sacrificio dell’agnello pasquale e la presentazione delle primizie possono quindi essere considerati, in termini tipologici, come due momenti che anticipano il sacrificio di Cristo e la sua risurrezione.

Il fatto che Gesù sia stato crocifisso il venerdì, il 15 di Nisan, e sia risorto la domenica, il 17 di Nisan, si allinea perfettamente con l’interpretazione profetica dell’Esodo 12 e con il significato autentico delle espressioni bibliche che descrivono la durata della morte di Gesù e il giorno della sua risurrezione.

È possibile individuare una sola profezia?

Alcuni studiosi hanno suggerito che in 1 Corinzi 15:4, la frase «secondo le Scritture» si applichi soltanto alla risurrezione, e non al «terzo giorno». È possibile, ma non spiega Luca 24:46.

Altri studiosi hanno identificato Osea 6:2 come una previsione della risurrezione il terzo giorno. Altri ancora hanno osservato che numerosi brani dell’Antico Testamento citano eventi salvifici significativi che avvengono il terzo giorno.

Hanno quindi concluso che questi testi, presi collettivamente, contengono una profezia che prefigura la risurrezione di Gesù quale evento salvifico supremo di Dio nel terzo giorno. Anche questa è una buona possibilità.

Questa disamina mostra un aspetto: non possiamo essere dogmatici nel selezionare un brano specifico per indicare la predizione precisa della risurrezione di Cristo il terzo giorno.

La prima è in Giona 2:1. Perché? Secondo Gesù, l’esperienza di tre giorni vissuta da Giona nel regno della morte era un segno che rappresentava, in modo tipologico, la sua risurrezione il terzo giorno (Matteo 12:40).

A questo punto abbino la tipologia dell’offerta delle primizie tre giorni dopo il sacrificio pasquale, che raffigura la risurrezione di Cristo dopo il suo sacrificio sulla croce nel giorno di Pasqua. Entrambe le opzioni costituiscono due solide anticipazioni della risurrezione di Gesù il terzo giorno.

Il tempio distrutto e risorto in tre giorni

Nel Vangelo di Giovanni Gesù dichiara: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19). I suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Ma egli parlava del tempio del suo corpo. La frase di Gesù non si riferisce quindi soltanto all’edificio di Gerusalemme, ma al suo corpo destinato alla morte e alla risurrezione.

«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere»: questa frase di Gesù è forse quella riportata in più punti nei Vangeli. Qui, in Giovanni, è messa sulla sua bocca in occasione della sua prima salita a Gerusalemme, nei giorni di Pasqua.

Nei sinottici, nella notte del giovedì santo, durante il processo presso i capi religiosi, è utilizzata quale capo d’accusa (Mt 26,61; Mc 14,58); e poi ancora, ai piedi della croce, come dileggio da parte dei passanti (Mt 27,40; Mc 15,29).

In effetti, in questa frase è contenuto niente meno che il passaggio dall’antica alla nuova ed eterna alleanza. Il gesto e l’affermazione di Gesù nel tempio, come spesso avviene nel Vangelo di Giovanni, si presta a diversi livelli di interpretazione.

Il tempio di Gerusalemme e il corpo di Cristo

Ad un primo livello, Gesù denuncia la perversione compiutasi in Israele: il tempio non è più la casa del Padre, ma un mercato il cui dio è il denaro; al posto di Dio, si adora e si serve mammona, la ricchezza.

La frusta di cordicelle allora è profezia della prossima e definitiva distruzione del tempio stesso: disabitato da Dio, sarebbe stato raso al suolo dai Romani nell’anno 70. Ad un secondo livello, però, più profondo, come nota l’evangelista stesso, Gesù sta parlando di un altro tempio: di lui stesso, della sua carne.

La frusta di cordicelle allora è anticipazione della sua messa a morte in croce: lì il vero tempio sarebbe stato distrutto. Questa volta tuttavia la distruzione sarebbe stata occasione di una nuova costruzione: il corpo crocifisso sarebbe diventato pane per tutti.

Ecco che non vi sarà più un solo tempio, a Gerusalemme (Gv 4,21-24), ma ovunque sarà consacrata l’Eucarestia, là vi sarà una casa del Signore. Ancora di più, chiunque mangerà quel pane, diventerà tempio santo: Gesù è la prima pietra, angolare; su di essa sarà costruito il nuovo tempio, con pietre vive (1 Pt 2,4-8).

Le tavole di pietra saranno sostituite dal cuore di carne (Ger 31,33; Ez 36,26): Dio abbandona il tempio e si fa carne, affinché ogni carne d’uomo possa diventare suo tempio, dimora di Dio (1 Cor 6,19), una cosa sola con lui (Gv 17,21).

La nuova dimora di Dio

L’episodio inaugura una novità nella storia di Israele: non è più il tempio di Gerusalemme il centro liturgico, politico e sociale del popolo; esso viene relativizzato nel suo valore sacrale e sostituito dalla persona di Gesù Cristo, il Messia inviato dal Padre, l’unico Mediatore tra Dio e l’uomo.

L’incontro con Dio non è più caratterizzato da sacrifici di animali né da meriti o profitti da parte dell’uomo, ma trova il suo fondamento in Gesù Cristo, la pietra angolare attorno a cui si stringono le pietre viventi dei credenti, il popolo della nuova alleanza.

Il discepolo non deve limitarsi al solo culto esteriore, ma impara l’adorazione del Padre in spirito e verità (Gv 4,23), ovvero animato dall’azione dello Spirito Santo e mediante la rivelazione di Cristo. Alla pratica dei sacrifici subentra un culto che informa la vita.

La risposta di Gesù esige un’intelligenza spirituale: il tempio nuovo non è più l’edificio fatto di pietre, ma il suo corpo, il vero tempio di Dio. La Pasqua sarà il momento in cui si inaugura il nuovo culto dell’amore, che trionfa sulla morte e sul peccato, e che fa del Risorto la dimora stabile di Dio tra i suoi.

Nella Chiesa, corpo di Cristo, noi riconosciamo il vero edificio spirituale, nel quale rendere culto a Dio. L’apostolo Paolo amplierà la comprensione della presenza visibile e operante di Dio in mezzo al suo popolo, affermando l’inabitazione di Dio e dello Spirito di Dio nella comunità dei credenti e nel singolo discepolo.

Il triduo pasquale

I «tre giorni santi», detti anche il triduo pasquale, sono dunque quelli compresi tra la morte e la risurrezione di Gesù: il venerdì, sabato e domenica. Il giovedì santo non appartiene propriamente al triduo, ma in qualche modo lo anticipa, così come la Cena di Gesù con i suoi discepoli anticipa la Passione.

L’eucaristia in Coena Domini diviene così il segno, e il grande sacramento dei giorni Agape: quelli del suo amore per noi. Per i cristiani, il Triduo pasquale è il centro e il cuore dell’anno liturgico.

Qui si raccoglie e si testimonia tutta la vita di Gesù nel gesto supremo della dedizione di sé al Padre e a noi. I tre giorni santi sono i suoi giorni, quelli dell’Uios agapetos, del Figlio amato, il diletto, primogenito del Padre tra molti fratelli e sorelle.

Agape è l’amore che implica scelta, predilezione, una preservante volontà di amore. Un amore - come ci ricorda Paolo − generativo di speranza: «La speranza poi non delude, perché l’amore/agape di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

I giorni dell’agapetos: il Figlio prediletto

Uios agapetos è l’attestazione pronunciata da Dio, sia in occasione del battesimo di Gesù all’inizio della sua missione, sia al momento della trasfigurazione sul monte Tabor prima della sua passione, quando Gesù si incammina verso Gerusalemme (Mc 1,11; 9,7).

Nessuno può attribuirsi l’onore di stare davanti agli uomini in nome di Dio e davanti a Dio in favore degli uomini. Tanto che nemmeno il Figlio amato si arrogò questo onore, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei (5,5-9): «gliela conferì colui che gli disse: “Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato”.»

«Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».

‘Pieno abbandono’ traduce il greco eulebeia, che significa ‘prendere bene tutte le cose’. È la piena umanità, quella che ha pietà di tutti e tutte le cose, che ascolta nel profondo (ob-audio) e si abbandona all’altro con smisurata dedizione in suo favore in un perdersi che diverrà un ritrovarsi: proprio per questo fu a sua volta ascoltato/esaudito.

La discesa agli inferi e la profondità della morte

«Al centro dei tre giorni sta quel punto delicatissimo − scrive Giuseppe Ruggieri − dell’esperienza della morte di Cristo, non solo come morire (venerdì santo), ma come morte effettiva, stato di solidarietà con i morti dello sheol, dell’Ade e cioè come ‘discesa agli inferi’. Cristo fu solidale con i morti e sperimentò la ‘morte seconda’, quindi tutta la profondità e l’abisso di quella condizione nella quale viene a trovarsi, dopo la fine della propria esistenza, l’uomo».

Il senso della discesa agli inferi, di cui abbiamo un potentissima immagine nel Crocifisso del Carracci a Santa Francesca romana, è simbolo reale del compiersi della estrema obbedienza di Gesù, del pieno abbandono del Figlio di Dio, che si specchia nel Servo sofferente descritto nei carmi di Isaia.

La sua missione è quella di «dover cercare Dio dove non è, anzi dove non può essere, nell’essenza stessa del peccato del mondo». Così nella ‘figura sfigurata’ del Cristo si ha accesso all’Agape del Padre, nel Figlio si dà il superamento della violenza.

La morte reale e la risurrezione reale

Quei tre giorni interi vogliono alludere anche ad un’altra cosa: per gli ebrei una persona era certamente morta dopo il terzo giorno. Ed è per questo che il Signore risuscitò Lazzaro al quarto giorno dopo la morte, perché nessuno dicesse che non era realmente morto.

Così parlando di tre giorni di tre notti, il Signore predice che la sua morte sarà certa e non solo apparente. Così anche la risurrezione sarà reale e non apparente.

Il terzo giorno non attenua dunque la realtà della morte di Gesù, ma la presuppone. La risurrezione non è il semplice ritorno a una vita precedente: è l’azione salvifica di Dio che segue alla morte effettiva del Figlio e inaugura una condizione nuova.

Il terzo giorno come schema della salvezza

Numerosi episodi dell’Antico Testamento mostrano una struttura ricorrente: una persona o un popolo attraversa una condizione di pericolo, sofferenza, morte simbolica o giudizio, e al terzo giorno riceve liberazione, guarigione, rivelazione o nuova vita.

  • In Genesi 22:4, Abramo vede da lontano il luogo del sacrificio e la liberazione dalla morte si prepara al terzo giorno.
  • Nella storia di Giuseppe, al terzo giorno viene proposta la salvezza ai suoi fratelli.
  • In Esodo 19:16, al terzo giorno si manifesta la teofania del Sinai.
  • In 2 Re 20:5-6, Ezechia riceve l’annuncio della guarigione e del ritorno al Tempio al terzo giorno.
  • In Ester 4:16 e 5:1, dopo il digiuno, la regina si presenta al re al terzo giorno per ottenere la salvezza del popolo.
  • In Osea 6:2, il terzo giorno è associato al rialzarsi e al vivere alla presenza di Dio.
  • In Giona 2:1, la permanenza nel ventre del pesce diventa il segno interpretato da Gesù in rapporto alla sua morte e risurrezione.

Hanno quindi concluso che questi testi, presi collettivamente, contengono una profezia che prefigura la risurrezione di Gesù quale evento salvifico supremo di Dio nel terzo giorno.

Questa lettura non richiede di trasformare ogni singolo episodio in una profezia diretta e completa della risurrezione. I testi acquistano il loro pieno significato quando vengono considerati come una trama biblica nella quale il terzo giorno è il tempo della salvezza operata da Dio.

Il terzo giorno nella fede pasquale

Seguiamo Agostino che nella lettera a Gennaro scrive: «Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione…»

«Queste realtà spirituali vengono celebrate durante la ricorrenza anniversaria della Pasqua in base all’autorità delle Sacre Scritture e per consenso della Chiesa universale sparsa per tutto il mondo.»

Il giovedì santo anticipa la Passione, il venerdì celebra la morte, il sabato custodisce il silenzio della sepoltura e la domenica proclama la risurrezione. Il triduo presenta così un unico mistero articolato in tre momenti inseparabili.

Il corpo fu tre giorni nella terra, ma egli non è più là, anche se risorto al compiersi dei tre giorni. La sepoltura non è la conclusione della storia, perché il terzo giorno manifesta il passaggio dalla morte alla vita.

Agape diventa pure il nome della giustizia di Dio, che amandoci genera una vita nuova per il tramite di Cristo: una porta che ci fa passare dalla morte alla vita.

Agape, il lievito della storia

«Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,31-33).

«Cristo è il lievito di una storia totalmente altra rispetto a quella che si limita alla cronologia. Dall’Annunciazione al mattino di Pasqua lui l’ha vissuta tutta e compiuta in sé. La vita di ogni uomo ne è un frammento dall’origine fino alla Pasqua eterna.»

Il lievito lotta sia per non essere reso vano sia per sollevare allo spirito la materia. Nel segreto di noi stessi una sola scelta ci rimane: o resistergli o abbandonarsi al lievito.

Gesù consegna se stesso e non i suoi discepoli. Nello stesso tempo, toglie spazio ad una alternativa ugualmente drammatica e apparentemente insuperabile.

Gesù si scioglie dal ricatto di questa alternativa, scegliendo di consegnare nelle mani di Dio il destino della sua rivelazione e confermando la sua irrevocabile fedeltà al vangelo della giustizia di Dio: il quale «non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ez 18,23; 33,11).

Gesù disinnesca radicalmente il conflitto violento che egli stesso potrebbe incoraggiare, in difesa dell’autentica rivelazione di Dio. In tal modo egli conferma, una volta per tutte e per sempre, il senso autentico della sua testimonianza a riguardo della giustizia dell’amore di Dio.

Questa giustizia non si compie mediante la legittimazione della violenza omicida in nome di Dio, bensì mediante l’amore crocifisso del Figlio in favore dell’uomo (cfr. Rom 8,31-34).

Nel gesto della consegna di sé al supremo sacrificio, che risparmia il sangue dei discepoli e degli oppositori, risplende la potenza radicale dell’amore di Dio. «Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo morire in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15,39).

Il Risorto e le pietre vive

La Cattedrale di Roma, ritenuta la madre di tutte le chiese di Roma e del mondo, è un segno che rimanda alla comunità dei credenti e a ciascun discepolo, i quali, uniti a Cristo, diventano «luogo santo» in cui Dio si manifesta e si fa conoscere.

La Chiesa terrena è anche un rimando alla pace della Chiesa celeste. Il fondamento è Cristo Risorto, che si trova nei cieli; verso di Lui non solo dobbiamo muoverci, ma affrettarci e correre per entrare nella comunione con Dio.

«Che significa: Voi siete insieme costruiti come pietre viventi?», si chiede ancora il vescovo di Ippona. «Per vivere, ti è necessario credere; credendo diventi tempio di Dio, nel senso inteso dall’apostolo Paolo quando dice: Santo è il tempio di Dio, e questo siete voi».

I fratelli, radunati nella Chiesa una ed unita, e ciascuno per la sua parte, costituiscono la casa di Dio. L’edificio per ergersi ha bisogno non solo di pietre materiali, ma di «pietre vive», come le definisce l’apostolo Pietro (cfr. 1Pt 2,5).

Schema biblico del terzo giorno

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