La morte di Mosè nella Bibbia: il monte Nebo, la Terra Promessa e l’eredità del profeta

La morte di Mosè è narrata nel capitolo 34 del Deuteronomio: dopo essere salito sul monte Nebo, di fronte a Gerico, egli vede tutta la Terra Promessa, ma Dio gli annuncia che non vi entrerà. Mosè muore nella terra di Moab all’età di centoventi anni, con gli occhi ancora vigili e il vigore intatto; Dio lo seppellisce in un luogo sconosciuto.

Il racconto non presenta la morte di Mosè come una sconfitta priva di significato, ma come il compimento della sua missione e il passaggio della guida d’Israele a Giosuè. La sua vita termina sulla soglia della promessa, mentre la sua eredità continua nel popolo, nella Legge e nella memoria del profeta che il Signore conosceva “faccia a faccia”.

Il racconto biblico della morte di Mosè

Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutta la terra: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, la terra di Èfraim e di Manasse, tutta la terra di Giuda fino al mare occidentale e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar.

Il Signore gli disse: «Questa è la terra per la quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io la darò alla tua discendenza. Te l'ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore.

Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno.

Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni; dopo, furono compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè. Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui; gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.

Dove e come morì Mosè

Mosè muore sul monte Nebo, nella terra di Moab, davanti alla Terra Promessa. Il monte dell’incontro è proprio questo, un confine, una soglia. Mosè arriva su questa soglia e deve fermarsi.

Mosè sale su quel monte, dove sempre ha incontrato Dio. Monti differenti per un medesimo incontro: Horeb/Sinai e Nebo. E “YHWH gli mostrò tutta la terra”.

La morte di Mosè è narrata con notevole riserbo e riverenza in Deuteronomio 34. Non c'è dramma, nessuna malattia prolungata, nessun incidente tragico, né l'intervento della mano del nemico.

Invece, le Scritture presentano la morte di Mosè come un atto di volontà divina eseguito sotto supervisione divina. Mosè muore alla presenza del Signore.

La frase significa letteralmente “alla bocca del Signore”, sottolineando che la sua morte non avvenne né prematuramente né per causa umana, ma nel momento preciso che Dio aveva stabilito.

Elemento del raccontoDato biblico
Luogo della morteLa terra di Moab, sul monte Nebo
Età di MosèCentoventi anni
Condizione fisicaGli occhi non si erano spenti e il vigore non era venuto meno
Durata del luttoTrenta giorni
SuccessoreGiosuè, figlio di Nun
Luogo della tombaSconosciuto, nella valle di fronte a Bet-Peor

La Terra Promessa vista da lontano

Il Signore mostra a Mosè tutta la terra: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, la regione meridionale, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar.

Questa è la terra riguardo alla quale Dio aveva fatto un giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: «Io lo darò ai tuoi discendenti». Mosè può contemplarla con i propri occhi, ma non può entrarvi.

La sua morte avviene prima che si compia la promessa, fuori della terra di Dio. Ma nel caso di Mosè questa sua morte sul monte Nebo, prima del passaggio del Giordano, realizza una precisa disposizione divina: egli può guardare la terra promessa soltanto da lontano, ma non può entrarvi.

Dopo tanto vagare l’evento che ci attende sul limitare della Terra promessa è una morte. Ed è la morte del condottiero, del servo di Dio, del profeta.

Perché Mosè non entra nella Terra Promessa?

Dio aveva detto a Mosè che non avrebbe potuto condurre i figli d’Israele nella Terra Promessa a causa della sua precedente disobbedienza. La tradizione sacerdotale elaborata nel tempo dell’esilio a Babilonia spiega questo fatto dicendo che anche Mosè deve scontare il suo peccato davanti a Dio, come Aronne e ogni altro uomo.

Secondo questa interpretazione, la sua morte dimostra che lo stesso Mosè è stato soltanto un servo “inutile”, che può anche essere sostituito da un altro, perché il compimento dell’opera affidatagli non dipende da lui, ma da un Altro più grande di lui che manifesta così la sua santità rispetto a qualsiasi uomo.

La tradizione deuteronomistica offre però una spiegazione diversa, e complementare rispetto alla precedente, dell’ordine divino riguardante la sua morte. Qui infatti è a causa del popolo che Mosè non può entrare nella terra promessa: egli paga così il prezzo del peccato di tutto Israele.

Molti hanno provato a ricostruire questo motivo nascosto, ma senza esiti certi e definitivi. Le parole di Dio sono durissime, e per giunta non viene rivelata la motivazione dell’ingiunzione di cui il profeta è oggetto.

Mosè arriva fino ad un certo punto e poi si deve fermare. Qualcun altro continuerà il cammino che, a sua volta, dovrà ad un certo momento fermarsi, Giosuè e chi verrà dopo di lui.

Mosè, l’uomo della soglia

Mosè è fin dalla sua nascita uomo della soglia. Appena nato sfugge alla morte dentro una cesta bitumata, definita nella Scrittura con lo stesso nome dell’arca, tevah, che significa anche cesta; diviene, poi, uomo di corte del Faraone pur rimanendo ebreo.

Questo ebraismo lo spinge fino all’omicidio. Deve fuggire in Madian, Nord dell’Arabia, si costruisce una famiglia e una vita, ma viene richiamato indietro da Dio.

Da qui un nuovo ruolo, il deserto, e ora la Terra da lontano. Sempre in bilico, sempre precario, sempre in movimento, sempre sul confine di una vita o di una terra.

Mosè si presenta come un modello di santo imperfetto e tormentato, non è solo il grande uomo politico che ha liberato il suo popolo, o il grande legislatore che detta agli ebrei e all’umanità un codice fondamentale di comportamento.

È anche l’uomo che nella storia riesce a stabilire un contatto con l’esperienza divina superiore a quello di qualsiasi altro essere umano, che lo ha preceduto e seguito.

La morte di Mosè non è causata dalla debolezza

La Scrittura va oltre per rimuovere ogni nozione che Mosè sia morto perché il suo corpo lo ha abbandonato. Ci viene detto esplicitamente che “il suo occhio non era offuscato, né la sua forza diminuita”.

Mosè non muore perché è debole; muore perché il suo lavoro è compiuto. L'esclusione di Mosè dalla Terra di Canaan fu giudiziaria, ma la sua morte non è presentata come tragica o diminuita.

Dio non permette al Legislatore di appassire. Invece, Mosè viene raccolto mentre è ancora integro, rafforzando l'idea che la morte, anche sotto il Vecchio Patto, può essere un atto di dignità quando avviene in sottomissione al proposito di Dio.

Mosè muore a centoventi anni, tanti ma molti meno rispetto agli antichi patriarchi pre-diluviani, ancora nel pieno delle sue facoltà fisiche, “Gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno”.

La sepoltura di Mosè e la tomba sconosciuta

Fu sepolto nella valle, nella terra di Moab, di fronte a Bet-Peor. Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba.

Forse l'elemento più sorprendente della morte di Mosè è la sua sepoltura. Mosè non è sepolto dalla famiglia, dai sacerdoti o da una nazione riconoscente. È sepolto da Dio.

Ciò impedisce la creazione di un santuario che avrebbe potuto trasformare Mosè in un oggetto di venerazione e sottolinea lo status unico di Mosè come servo di Dio.

Come Dio chiamò Mosè, lo sostenne e parlò con lui faccia a faccia, così Dio si prende personalmente cura del suo riposo finale.

La tomba “scomparsa” richiama alla mente altre “sparizioni”, in apparenza più eclatanti, come quelle di Enoch ed Elia. Mosè sembra essere stato soggetto ad una morte comune e ad una sepoltura come tutti, ma il luogo della sua tomba è sconosciuto, e la sensazione circa gli eventi è che la sua sia una scomparsa.

Il lutto d’Israele e la successione di Giosuè

Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni. Dopo il periodo consueto del lutto, gli succede Giosuè, figlio di Nun.

Giosuè era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui. Gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.

Mosè è l’uomo, è il capo, è l’educatore che sa generare una continuità; non è il capo che dice “dopo di me il diluvio, dopo di me arrangiatevi”, ma è il capo, l’educatore, il responsabile che si preoccupa di che cosa succederà dopo che lui avrà lasciato.

Imparare a fare il passaggio delle consegne, imparare a coltivare il carattere docile di chi fa venire la voglia ad altri di continuare sul solco tracciato, imparare a desiderare che, quando noi non avremo più quel ruolo, qualcuno lo possa portare avanti, qualcuno possa continuare a tracciare quel sentiero, a scavare quel solco.

Il significato della morte di Mosè

Apparentemente è il racconto di una fine, ma già nelle ultime righe del capitolo 34 di Deuteronomio, scopriamo che la storia continua: la Torah non ha una conclusione, il suo finale è aperto verso il futuro.

La Legge, incarnata in Mosè, conduce il popolo al confine, ma non lo fa passare oltre. Mosè muore fuori dalla terra promessa. Non attraversa il Giordano. Il suo corpo rimane nella tomba.

La visione della terra da lontano è la garanzia che la promessa di Dio comunque si compirà, anche senza di lui, e questo gli basta.

Il cammino è completo nella sua interezza, noi ne attraversiamo solo un pezzo. È un concetto fondamentale, perché la completezza, il compimento di tutto e di tutti è in Dio, e Dio stesso ingiunge di fermarsi.

Nessuno può ritenersi così tanto importante da pensarsi indispensabile, neanche ci si può considerare i “migliori”. La lezione di Mosè è proprio questa: nessuno raggiunge la pienezza, nessuno percorre tutta la strada.

Mosè come servo del Signore e profeta

Il capitolo, il Deuteronomio, e la Torah, terminano con un ritratto eloquente di Mosè, che ne definisce la sua identità più profonda: “Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia”.

Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia, per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nella terra d’Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutta la sua terra, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele.

Mosè, già definito in precedenza ‘ebed, servo di YHWH, quindi, con una relazione particolare con Dio implicante un’elezione, assume adesso connotati quasi assoluti.

Egli è nabi, profeta, colui che rappresenta la conclusione del cammino di Israele lungo il deserto, che nel precedente articolo abbiamo già visto essere, appunto, via verso la profezia.

Ed è il vertice della carica profetica, tanto che dopo di lui non ci fu più nessuno alla stessa altezza: grande riconoscimento vista la grandezza della profezia in Israele lungo la sua storia antica.

In quanto servo e profeta, poi, agisce mandato da Dio con “segni e prodigi”, “mano potente e terrore grande”, tutti termini riferiti quasi sempre a Dio stesso.

È in sostanza Dio che agisce attraverso di lui. Il “servo inviato” compie azioni che solo Dio è in grado di compiere.

L’intimità con Dio

Non è sorto in Israele più un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia. E questo vuol dire che Mosè aveva una intimità profonda, una frequentazione costante con questo Dio perché l’iniziativa, perché la missione non era una missione di Mosè ma la missione di Dio data a Mosè.

Primo segreto allora è l’intimità con Jahvè, è la contemplazione come sorgente della missione, è l’essere discepoli prima di essere inviati.

La più alta forma di grandezza è aprirci a Dio in modo tale che le Sue benedizioni fluiscano attraverso di noi al mondo.

Il traguardo più alto a cui possiamo aspirare è aprirci agli altri e a Dio nell’amore in modo tale che qualcosa di più grande di noi scorra attraverso di noi.

Mosè e la propria imperfezione

Solo Dio è perfetto. Questo è ciò che Mosè voleva che la gente non dimenticasse mai. Persino il più grande essere umano non è perfetto.

Anche Mosè peccò. Non sappiamo ancora quale fu il suo peccato, ci sono molte opinioni, ma è per questo che Dio gli disse che non sarebbe entrato nella Terra Promessa.

Nessun essere umano è infallibile. La perfezione appartiene solo a Dio. Solo quando onoriamo questa differenza essenziale tra cielo e terra Dio può essere Dio e gli esseri umani, esseri umani.

La Torah non nasconde il peccato di Mosè. “Perché non mi hai santificato…”. La Torah non nasconde il peccato di nessuno.

È coraggiosamente onesta anche nei confronti del più grande dei grandi. La Torah non nasconde i peccati delle persone. Nemmeno noi possiamo farlo.

La difesa del popolo

Mosè difese il popolo. Gli piacevano? Li ammirava? Era amato da loro? La Torah non ci lascia dubbi sulle risposte a queste domande.

Eppure li difese con tutta la passione e il potere a sua disposizione. Anche quando avevano peccato. Anche quando erano ingrati verso Dio. Anche quando costruirono il vitello d’oro.

Rischiò la vita per farlo. Disse a Dio: «Perdona il loro peccato, altrimenti cancellami dal libro che hai scritto».

Il popolo, i suoi fratelli, però non lo compresero e ancor meno lo amarono, e anzi cercarono di impedire che si realizzasse il progetto di salvezza che Dio aveva affidato a Mosè perché lo portasse a termine.

E così, colui che era stato il protagonista della liberazione del suo popolo, dandosi senza riserve in questa missione, non avendo mai accettato compromessi non poteva essere amato da tutto il popolo.

Le persone che sono grandi sono quelle che aiutano gli altri a diventare grandi. Mosè insegnò al popolo ebraico come diventare grandi.

La morte di Mosè nella prospettiva della tradizione rabbinica

Un bellissimo midrash rabbinico al capitolo 34 del Deuteronomio, che racconta la morte di Mosè “amico di Dio”, mostra quanto Mosè amasse la vita e la paura che la morte incuteva anche a lui.

Mostra anche la “comprensione” di Dio per la paura dell’uomo davanti al grande passo, e il “dolore” di Dio per la morte, sino a piangere.

Si udì una voce dal cielo che disse a Mosè: “Mosè, è la fine, il tempo della tua morte è venuto”. Mosè disse a Dio: “Ti supplico, non mi abbandonare nelle mani dell’angelo della morte”.

Ma Dio scese dall’alto dei cieli per prendere l’anima di Mosè e gli disse: “Mosè, chiudi gli occhi” e Mosè li chiuse; poi disse: “Posa le mani sul petto” e Mosè così fece; poi disse: “Adesso accosta i piedi” e Mosè li accostò.

Allora Dio chiamò l’anima di Mosè dicendole: “Figlia mia, ho fissato un tempo di 120 anni durante il quale tu abitassi nel corpo di Mosè. Ora è giunta la tua fine; parti, non tardare”.

E l’anima: “Re del mondo, io amo il corpo puro e santo di Mosè e non voglio lasciarlo”. Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca, poi Dio pianse per la morte di Mosè.

I maestri ebrei ci dicono che ci sono due tipi di morte: una così dura come strappare una corda a tre capi; l’altra così dolce come togliere un capello dal latte.

A Mosè è toccata la morte del bacio. Per questa sua straordinaria intimità “faccia a faccia” con Dio, che non viene meno neanche di fronte alla morte, l’elogio finale del Deuteronomio definisce Mosè come il più grande dei profeti.

Chi ha scritto il racconto della morte di Mosè?

La maggior parte del libro del Deuteronomio è costituita dai “discorsi di addio” che Mosè rivolse ai figli d’Israele prima che entrassero nella Terra Promessa.

Prima della sua morte, Mosè trascrisse la raccolta dei suoi discorsi e “la consegnò ai sacerdoti leviti, che portavano l’arca dell’alleanza del Signore, e a tutti gli anziani d’Israele”.

Nel libro del Deuteronomio, Mosè è indicato come l’autore, e Gesù citò spesso il Deuteronomio, confermando così la paternità mosaica.

Tuttavia, l’ultimo capitolo del Deuteronomio solleva la questione in esame: chi ha scritto Deuteronomio 34, dal momento che si tratta del racconto della morte di Mosè?

Non c’è alcun dubbio che Mosè abbia scritto il Deuteronomio verso la fine della sua vita. È probabile che Giosuè, in qualità di successore di Mosè alla guida di Israele, abbia redatto il racconto della morte di Mosè.

Altre teorie indicano Esdra come autore di Deuteronomio 34 oppure i settanta anziani che prestarono servizio sotto Mosè.

Mosè nella lettura cristiana

In tal senso, per il Nuovo Testamento, Mosè è prefigurazione del Cristo. Tutta la letteratura neotestamentaria lo ha considerato prefigurativo di Cristo, che viene visto come il nuovo Mosè e che ne porterà a compimento la rivelazione.

Quando il Nuovo Testamento parla della morte di un santo, lo fa in categorie non disponibili a Mosè. Il credente in Cristo muore in possesso dello Spirito.

La morte non termina semplicemente il servizio terreno; inizia una trasformazione. A differenza di Mosè, il cui corpo fu conservato con dignità ma lasciato nella terra, al cristiano è promessa la risurrezione.

Lo stesso Spirito che dimora nel credente un giorno darà vita al corpo mortale. Il cristiano attende la risurrezione in un corpo incorruttibile, trasformato e adatto alla vita eterna.

La morte di Mosè ci mostra il miglior finale possibile sotto il Vecchio Patto: pace con Dio, vita compiuta e onore preservato.

Eppure anche il più grande servitore della Legge muore ancora fuori dalla promessa e attende. La speranza cristiana non sminuisce Mosè, ma completa ciò che Mosè poteva solo prefigurare.

Ciò che Mosè ha sperimentato in parte-la presenza di Dio, il tempo di Dio, la cura di Dio-il credente lo sperimenterà in pienezza.

La morte di Mosè come passaggio di eredità

Mosè continua a vivere qui sulla Terra nella sua eredità spirituale e materiale, e nella Terra del cielo, perché, ce lo dice Gesù stesso, il nostro Dio “non è il Dio dei morti, ma dei vivi”.

La sua eredità continua in Giosuè, figlio di Nun, sul quale “Mosè aveva imposto le mani”. Mosè ha quindi un successore, già eletto, a cui Israele obbedisce in quanto indicato da Dio stesso tramite l’antico condottiero.

La Torah non ha una conclusione, il suo finale è aperto verso il futuro. La morte di Mosè non chiude la storia d’Israele, ma prepara il passaggio alla generazione che entrerà nella terra.

Il più grande tributo che la Torah rende a Mosè è chiamarlo eved Hashem, il servo di Dio. Ecco perché possiamo tutti essere grandi come Mosè.

Perché tutti possiamo servire. Siamo grandi quanto le cause che serviamo, e quando serviamo con vera umiltà, una Forza più grande di noi scorre attraverso di noi, portando la Presenza Divina nel mondo.

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