Missionari in Kenya: permessi di soggiorno, lavoro e volontariato

Per svolgere in Kenya un’attività missionaria stabile non è sufficiente entrare nel Paese come turista: è necessario disporre del permesso previsto per la natura dell’attività e rispettare le procedure dell’immigrazione keniana. La categoria indicata per le attività religiose o benefiche è la Classe I, mentre una categoria più recente è il permesso “Q”, destinato ai missionari religiosi o laici che lavorano con organizzazioni di carità o solidarietà legate ai loro culti.

Chi intende rimanere in Kenya per più di tre mesi deve inoltre registrarsi e ottenere un Certificato di Cittadinanza Straniera, chiamato anche Carta Straniera, dal Dipartimento dell’Immigrazione. La Carta Straniera funziona in modo simile a un permesso di soggiorno, ma non sostituisce il permesso necessario per lavorare o prestare attività missionaria.

Quale permesso serve a un missionario in Kenya

Il Kenya organizza i suoi permessi di lavoro in diverse classi in base alle attività che un lavoratore internazionale svolgerà nel paese. Le categorie includono:

  • Classe A: per chiunque entri nelle industrie della prospettazione e dell’estrazione mineraria.
  • Classe B: per chi è interessato all’agricoltura o all’allevamento.
  • Classe C: per chiunque appartenga a una professione specifica e la eserciti individualmente o in società in Kenya.
  • Classe D: per le persone a cui è stato offerto un impiego specifico presso un datore di lavoro, il governo keniota, qualsiasi autorità sotto il governo keniota, le Nazioni Unite o un’altra agenzia approvata.
  • Classe F: per chi desidera impegnarsi in attività manifatturiere specifiche.
  • Classe G: per chiunque voglia entrare in un certo mestiere, business, ruolo di consulenza o professione.
  • Classe I: per individui che svolgono attività religiose o benefiche.
  • Classe K: per i residenti ordinari di almeno 35 anni con un reddito annuo di un certo importo proveniente da fonti diverse dal lavoro dipendente.
  • Classe M: per chiunque sia stato rifugiato nel paese.

Per le attività missionarie, religiose e benefiche la Classe I è la categoria specificamente collegata al servizio religioso o caritativo. Nel dicembre 2024 è stata inoltre inserita una nuova categoria di permessi, “Q”, destinata ai missionari religiosi o laici che lavorano con organizzazioni di carità o solidarietà legate ai loro culti.

Per loro il permesso di soggiorno costerà Kes. 20 mila all’anno. Le categorie di permesso di lavoro richieste dai dipendenti possono cambiare senza preavviso, il che modificherà anche i requisiti.

CategoriaAttività indicata
Classe IAttività religiose o benefiche
QMissionari religiosi o laici che lavorano con organizzazioni di carità o solidarietà legate ai loro culti
NLavoratori digitali che risiedono in Kenya mantenendo lavori all’estero
PTOrganizzazioni non governative, organizzazioni intergovernative, missioni diplomatiche e organizzazioni affiliate all’ONU

Permesso di soggiorno e permesso di lavoro

Un missionario deve distinguere tra il titolo che autorizza la permanenza nel Paese e quello che autorizza lo svolgimento di un’attività. Il Kenya Citizenship and Immigration Act rende illegale per qualsiasi lavoratore internazionale entrare o lavorare nel paese senza un permesso di lavoro valido.

Le aziende devono aspettare che la domanda venga approvata, poiché la semplice domanda non dà diritto a qualcuno a lavorare in Kenya. Lo stesso principio è rilevante per chi opera in una missione, in un’organizzazione religiosa o in un progetto caritativo: la presenza fisica nel Paese non equivale automaticamente all’autorizzazione a prestare servizio.

Tieni presente che tutti i permessi di lavoro sono in genere validi per 2 anni con possibilità di rinnovo. I dipendenti possono rinnovare i loro permessi di lavoro un numero illimitato di volte, ma devono farlo almeno 3 mesi prima della scadenza del permesso.

Qualsiasi lavoratore internazionale che intenda rimanere in Kenya per più di 3 mesi deve registrarsi e ottenere un Certificato di Cittadinanza Straniera, Carta Straniera, dal Dipartimento dell’Immigrazione. Tieni presente che un permesso di soggiorno può richiedere 2 a 4 mesi per essere approvato.

Documenti e requisiti principali

I datori di lavoro sono tenuti a richiedere permessi di lavoro per conto dei dipendenti. Nel caso di un missionario, la procedura concreta dipende dall’ente religioso, dalla diocesi, dalla congregazione o dall’organizzazione che sostiene l’attività in Kenya.

Ogni tipo di permesso di lavoro in Kenya ha la propria documentazione specifica, ma tutti richiedono quanto segue:

  • Modulo di domanda compilato e firmato.
  • Lettera di presentazione del datore di lavoro.
  • Copie del passaporto del lavoratore internazionale.
  • Foto a 2 colori, formato passaporto.
  • Pagamento della tassa di domanda.

Per i missionari, la documentazione specifica può dipendere dalla natura dell’incarico e dall’organizzazione di appartenenza. La richiesta dovrebbe quindi descrivere con chiarezza l’attività religiosa, pastorale, educativa, sanitaria o benefica che sarà svolta nel Paese.

Il Kenya pone l’accento sull’assunzione di locali rispetto a cittadini di altri paesi, motivo per cui un comitato decide se approvare o respingere una domanda di permesso di lavoro in base all’impatto che l’occupazione avrà sull’economia del paese.

Esaminano anche quanti posti di lavoro creeranno per i kenioti e verificano i dettagli sul paese di origine del candidato, come l’economia, le statistiche criminali e le minacce alla sicurezza.

I richiedenti per il permesso di lavoro non devono raggiungere uno stipendio minimo, ma ogni candidato deve avere uno studente keniota formato per sostenere il posto.

Procedura della domanda

Il primo passo per ottenere un permesso di lavoro è fare domanda presso il Dipartimento dell’Immigrazione e presentare tutta la documentazione richiesta sopra indicata.

Il dipartimento presenta quindi la domanda a un comitato per l’approvazione, che può durare da 2 a 6 mesi. Una volta presa una decisione, l’azienda richiedente riceverà una notifica di approvazione, rinvio o rifiuto.

Il permesso di lavoro domanda può essere rinviato o respinto se la domanda non soddisfa i criteri stabiliti. Per questo motivo, l’attività missionaria non dovrebbe iniziare prima dell’approvazione del titolo necessario.

Il 29 maggio 2018 fu avviato in Kenya un esercizio di registrazione dei permessi di lavoro detenuti da cittadini stranieri, che sarebbero stati sostituiti da un nuovo e-permit.

Nei 60 giorni compresi tra il 21 maggio e il 21 luglio 2018, ogni cittadino straniero in possesso di permesso di lavoro in Kenya aveva l’obbligo di recarsi agli uffici del Dipartimento per l’Immigrazione per depositare le proprie impronte digitali, foto e firma, e presentare la documentazione giustificativa del permesso di lavoro in suo possesso.

Questo precedente mostra l’importanza delle procedure di registrazione e degli eventuali adeguamenti richiesti dalle autorità keniane. Le modalità operative e le categorie possono essere modificate, quindi i requisiti devono essere verificati prima della partenza e prima di ogni rinnovo.

Le modifiche introdotte per i missionari religiosi e laici

A quasi un anno dalle modifiche di costi e modalità dei permessi di lavoro in Kenya, il governo ha introdotto nuovi cambiamenti ed obblighi, adeguamenti di prezzi e modalità per permessi di lavoro di diverso genere per gli stranieri che decidono di risiedere e prestare diversi servizi in Kenya.

Le modifiche più importanti riguardano l’introduzione del nuovo permesso di lavoro per chi lavora nelle Ong, nelle organizzazioni intergovernative di qualsiasi genere, comprese le missioni diplomatiche e quelle affiliate all’ONU.

Appena le nuove regole saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, sarà effettivo l’obbligo di permesso “PT” che costerà 130 mila scellini all’anno, con una tassa di elaborazione di Kes. 26 mila.

Infine, è stata inserita una nuova categoria di permessi, “Q”, che è destinata ai missionari religiosi o laici che lavorano con organizzazioni di carità o solidarietà legate ai loro culti.

Per loro il permesso di soggiorno costerà Kes. 20 mila all’anno. La categoria Q riguarda quindi una situazione diversa da quella del permesso PT, collegato alle organizzazioni non governative, intergovernative e diplomatiche.

Missionari, volontari e soggiorni brevi

Per periodi lunghi di permanenza in una missione, occorre sia avere una certa qualificazione professionale che tenere conto delle normative che regolano le prestazioni di volontariato nel mondo, senza le quali non è possibile restare in un paese con regolare permesso di soggiorno.

Diverso è andare per un mese, massimo tre, con un permesso turistico. Per un’esperienza più lunga di volontariato noi, come Missionari della Consolata, non siamo attrezzati legalmente, per questo di solito ci affidiamo alle organizzazioni di volontariato già esistenti e operanti con noi.

Abbiamo sì anche la figura degli «aggregati», persone che diventano parte del nostro istituto per un periodo e un servizio precisi.

Queste indicazioni mostrano che il soggiorno breve e quello destinato a un servizio continuativo non devono essere confusi. Un viaggio di conoscenza o un’esperienza temporanea possono seguire regole diverse rispetto alla permanenza di un religioso, di un laico missionario o di un volontario impegnato regolarmente in un progetto.

Viaggio missionario e permesso d’ingresso

Si stanno definendo i dettagli del viaggio missionario in Kenya guidato dal Vescovo Marco e riservato a persone adulte, che si svolgerà dal 15 al 30 luglio 2024.

Il viaggio vuole essere un’esperienza di incontro con alcune realtà missionarie che operano nelle diocesi del Kenya. Sarà necessario avere il passaporto valido; per l’ingresso in Kenya, non sono richieste vaccinazioni particolari.

Questo tipo di viaggio, limitato nel tempo e organizzato come esperienza di incontro, non coincide con una missione stabile né con un’attività lavorativa continuativa. Per una permanenza più lunga o per lo svolgimento concreto di attività religiose, educative, sanitarie o caritative, occorre invece verificare il permesso appropriato.

Attività missionarie a Nairobi

Nella prima parte il viaggio si svolgerà a Nairobi, ospiti della parrocchia di Tassia, parrocchia guidata dai preti fidei donum Torinesi.

Il soggiorno permetterà di incontrare i cristiani di Tassia, condividere momenti di scambio e preghiera con le “piccole comunità cristiane” che costituiscono l’anima della Chiesa in Kenya.

La domenica poi si condividerà con tutta la numerosissima comunità la gioia di celebrare insieme l’Eucarestia.

Oltre a incontrare la comunità di Tassia, nella grande e popolosa periferia della città, si incontreranno alcune altre realtà di presenza missionaria vicine alle persone più povere e fragili.

In programma la visita al centro per bambini malati di AIDS gestito dalle suore del Cottolengo, l’incontro con alcune realtà che operano negli slum della capitale.

Missionari e comunità cristiana a Nairobi

Attività missionarie nel Nord del Kenya

Nella seconda parte il viaggio prevede lo spostamento nel Nord del Kenya, nella diocesi di Maralal. Dalla popolosa periferia della capitale ai villaggi della Savana.

Lì condivideremo del tempo con il vescovo locale Mons Joya e con il vescovo emerito, che molti hanno già avuto modo di conoscere, Mons Pante.

Visite ai villaggi e alle comunità, conoscenza delle opere di una Chiesa in mezzo ai pastori nomadi Samburu, soprattutto il suo impegno per l’evangelizzazione, la promozione umana e la tutela della pace.

Lo spostamento permetterà di incontrare alcune altre interessanti esperienze di Vangelo incarnato. Non mancherà la visita ad un parco naturale.

La presenza missionaria nel Nord del Kenya comprende anche esperienze tra i popoli nomadi e nelle aree remote. Le priorità di oggi sono la prima evangelizzazione fra i nomadi, il ministero urbano, l’animazione missionaria, la promozione vocazionale e i mass media con l’affermata rivista “New People”.

Stile del viaggio e organizzazione pratica

Lo stile del viaggio sarà improntato alla semplicità e alla sobrietà; saremo ospitati nella casa parrocchiale di Tassia e al centro pastorale di Maralal, gli spostamenti saranno per lo più con i mezzi pubblici locali, la cucina sarà spesso in autogestione.

I passi previsti in preparazione al viaggio sono i seguenti: entro gennaio 2024 le persone interessate possono comunicare il proprio interesse o adesione segnalandola all’ufficio missionario o alla segreteria della curia.

Nel mese di gennaio si provvederà a definire i biglietti aerei e l’assicurazione viaggio presso un’agenzia specializzata per questo tipo di viaggi. Da febbraio in poi vi saranno alcuni incontri di preparazione e presentazione del viaggio.

Al momento non si è ancora in grado di stabilire una quota di adesione precisa, anche se si ipotizza una spesa attorno ai 1600-1800 € a persona.

Origini della presenza missionaria in Kenya

Due motivi spinsero i Comboniani negli anni ’70 ad iniziare una nuova presenza nell’Africa orientale.

  1. Un cambiamento in atto nella comprensione della missione.
  2. L’esperienza sconvolgente dell’espulsione in massa dei Comboniani dal Sudan nel 1964.

La politica antecedente al Concilio Vaticano II - quando Propaganda Fide concedeva agli Istituti dei “territori di missione” esclusivi - veniva sostituita con la nuova visione di Chiesa come “comunione di Chiese locali”.

Questo portò gli Ordinari locali a sentirsi liberi di invitare e ottenere personale di vari Istituti missionari a lavorare nelle loro diocesi.

L’esperienza dell’espulsione dal Sudan aveva fatto capire il rischio di concentrare missionari in una singola regione. Anche in Uganda, dove i comboniani erano in gran numero, con la dittatura di Idi Amin Dada i visti cominciavano ad essere negati, i permessi di soggiorno non venivano più concessi e alcuni confratelli erano già stati espulsi.

Il Kenya era appena oltre il confine. Perché non dirigersi lì?

Nel novembre del 1971, il superiore regionale dell’Uganda, P. Mario Marchetti, assieme a P. Raffaele Cefalo, visitò il Kenya, in particolare il Pokot occidentale, per esaminare la possibilità di apertura di nuove missioni in quella zona.

Nel 1972 vi fu una seconda visita: P. Marchetti, con il Superiore Generale P. Agostoni Tarcisio e altri comboniani fecero visita a Mons. Njenga, vescovo di Eldoret.

Fu raggiunto un accordo: i comboniani avrebbero iniziato con una parrocchia a Tartar. Nell’agosto del 1972 P. Francesco Leali raggiunse Tartar e iniziò a lavorare assieme ad un sacerdote diocesano della Tanzania, P. Adeodato Kateme.

In seguito, P. Tarcisio Corbetta fu assegnato a Tartar come superiore e parroco. Durante il consiglio regionale dell’Uganda, tenutosi a Lira nel novembre 1972, fu dichiarata ufficialmente aperta la prima comunità comboniana in Kenya.

AnnoSviluppo della presenza missionaria
1964Le prime quattro suore comboniane si stabiliscono a Karatina
1971Prima visita comboniana al Kenya e al Pokot occidentale
1972Apertura della prima comunità comboniana a Tartar
1973Apertura delle parrocchie di Kacheliba e Kapenguria
1974Il Kenya diventa una provincia autonoma; affidamento della parrocchia di Kariobangi
1982Avvio del Centro Fratelli Comboniani a Gilgil
1989Apertura del New People Media Center

Le prime comunità e la crescita delle missioni

Nel 1973 furono aperte anche le parrocchie di Kacheliba e Kapenguria. Col peggioramento della situazione in Uganda si sentì la necessità di un centro a Nairobi che fungesse da procura e casa di riposo per i missionari in Kenya.

Fu affittata dapprima una casa nella zona Sud B, a dieci minuti dall’aeroporto. P. Andrea Polati, proveniente da Addis Ababa, fu incaricato della nuova casa. Poco dopo P. Gino Milani lo raggiunse.

Il 13 marzo 1973 il primo gruppo di comboniani - originariamente assegnati all’Uganda, ma poi dirottati in Kenya - arrivarono a Nairobi.

Tra gli altri, P. Romeo De Berti, P. Claudio Longhi e P. Santiago Jimenez. Furono mandati subito in Tanzania per un corso di Kiswahili.

Poco dopo fu acquistata una sede provinciale migliore a Ngong Road, ufficialmente inaugurata il 31 ottobre 1973, che funzionava anche come procura interregionale.

A Kariobangi, diocesi di Nairobi, si stava costruendo una casa per sacerdoti in vista della creazione di una parrocchia. Il cardinale Maurice Otunga nel 1974 affidò la parrocchia all’Istituto comboniano.

Il 3 gennaio 1974, staccandosi dall’Uganda, il Kenya diventava una provincia autonoma. Nel 1973 e 1974 furono rispettivamente aperte le missioni di Sololo e Moyale, nel Nord-Est del Kenya, e di Makindu e Kasikeu sulla strada per Mombasa.

Suore e missionari nelle diocesi keniane

Sulla mappa, anche il Kenya fa parte dell’immenso Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale affidato a Comboni.

Ma ci vuole la massiccia espulsione dei missionari dal Sud Sudan nel 1964 perché i primi comboniani vi mettano piede. In realtà, stavolta le prime ad arrivare, nell’ottobre del 1964, sono le suore, con 8 anni di anticipo sui comboniani.

Appena saputo dell’espulsione dal Sudan, infatti, il vescovo di Nyeri, Mons. Cavallera, missionario della Consolata, invita le suore a lavorare nella sua diocesi, che in quel tempo comprende il territorio di Marsabit.

Una zona di prima evangelizzazione, fa notare il vescovo, e quindi in linea col carisma di Comboni. E così, nell’ottobre 1964, le prime quattro suore si stabiliscono a Karatina.

Più tardi è la volta di Ngandu, poi di Ting’ang’a, e così via, con un impegno sempre più consistente nella pastorale, nella scuola, nell’assistenza sanitaria e nella promozione umana, specialmente della donna.

Intanto, a novembre del 1972, arrivano anche i comboniani, che si stabiliscono a Tartar. Vengono dall’Uganda, dove la minaccia di Idi Amin di non rinnovare i permessi e di espellere i missionari consiglia l’istituto a cercare nuovi campi di lavoro.

Per i comboniani è nuova anche la situazione in cui si trovano a lavorare, in piccoli gruppi sparsi in varie diocesi, collaborando con altre forze missionarie e locali.

Lavorano sodo, come sempre, nella costruzione delle strutture necessarie nelle missioni e per progetti di sviluppo, oltre che per la catechesi e l’evangelizzazione della gente.

Piccole comunità cristiane e sviluppo locale

Cercano di mettere in pratica il metodo e di raggiungere l’obiettivo pastorale lanciato dall’AMECEA, Associazione dei Membri delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale, cioè la formazione di Piccole Comunità Cristiane, SCC.

Questo nelle diocesi di Nairobi, Machakos, Murang, Marsabit, Lodwar, Eldoret, Kitale, Ngong e Nakuru.

Assieme al numero degli impegni cresce anche quello dei missionari, fino ad un massimo di circa 80. Poi si comincia a consegnare alla Chiesa locale o ad altre forze missionarie luoghi e comunità già viabili.

Attualmente, le comboniane sono presenti nelle diocesi di Nairobi, Nyeri, Marsabit e Kitale.

Cercano di essere vicine ai poveri, vittime dell’urbanizzazione selvaggia nei quartieri periferici della capitale, mentre si dedicano alla prima evangelizzazione in aree remote delle altre tre diocesi.

Dal canto loro i comboniani, ora meno di 60 in 17 comunità, prestano servizio nelle diocesi di Nairobi, con pastorale urbana e inserzione nella bidonville di Korogocho, Ngong, con pastorale urbana, Marsabit, soprattutto fra i Borana e i Rendile, Lodwar, fra i Turkana, e Kitale, fra i Pokot.

Missionari tra i popoli nomadi del Kenya

Comunicazione, vocazioni e formazione

La presenza comboniana in Kenya si esprime anche nell’animazione missionaria della Chiesa locale.

Importante l’impegno del New People Media Centre nel campo della comunicazione sociale, con la pubblicazione della rivista New People, 20.000 copie, per l’Africa di lingua inglese, la produzione di programmi radio, l’appoggio all’agenzia cattolica di notizie CISA ed altre iniziative.

La promozione di vocazioni missionarie ad gentes fra la gioventù del paese sta dando i suoi frutti. Vi sono oggi 14 suore comboniane del Kenya.

Ting’ang’a è sede di un postulato interprovinciale. Tra i comboniani, ci sono 11 sacerdoti keniani, senza contare alcuni studenti di teologia e i novizi.

La sede del postulato è a Ongata Rongai. Lo Scolasticato internazionale ed il Centro Internazionale per Fratelli a Nairobi accolgono e preparano giovani comboniani di tutto il mondo.

Toccherà anche a loro aiutare la Chiesa del Kenya a diventare una presenza ancora più viva ed efficace nella vita del paese, soprattutto nella formazione di leaders capaci di costruire una società più unita, giusta e fraterna.

Progetti sociali a Nairobi e nella regione del Turkana

I primi missionari sono arrivati in Kenya nel 1997, su invito di padre Alex Zanotelli, che operava a Korogocho, una delle baraccopoli più grandi di Nairobi.

Fin da subito, si sono stabiliti nello slum di Soweto, in una baracca che aveva un significato speciale: era la stessa in cui Zanotelli aveva vissuto per un anno, condividendo la vita con i poveri.

Oggi, oltre che nella periferia di Nairobi, operiamo nella regione del Lago Turkana, nel nord-ovest del paese.

Alla periferia di Nairobi rispondiamo ai bisogni immediati e al desiderio di riscatto di ragazzi e ragazze di strada.

Li accogliamo, cercando di offrire loro una vita normale attraverso un ambiente familiare, l’inserimento scolastico, la formazione professionale e il supporto psicologico ed educativo.

Aiutiamo anche anziani soli e persone con problemi di alcolismo, garantendo loro ascolto e risposte ai bisogni primari.

Nella regione del Lago Turkana, sosteniamo le tribù di pastori, duramente colpite dalla siccità causata dai cambiamenti climatici, puntando soprattutto sulla scolarizzazione dei giovani, che sono il futuro delle loro comunità.

Accoglienza, istruzione e assistenza

A Nairobi il centro residenziale G9 accoglie bambini e ragazzi di strada, garantendo sostegno alimentare, scolastico e sanitario e promuovendo, quando possibile, il reinserimento in famiglia.

Inoltre, paga le tasse scolastiche, il materiale didattico e il trasporto per la scuola a studenti iscritti alle scuole secondarie, a corsi professionali e all’università.

Recentemente ha avviato un intervento di riciclo della plastica in cui sono impiegati ex ragazzi di strada.

Amini Home è un porto sicuro per ragazze e donne sole, molte con figli a carico, che vivono la dura vita di strada nei quartieri più degradati di Nairobi.

I volontari le vanno a cercare e, se vogliono, offrono loro un rifugio, una famiglia su cui fare affidamento e un pasto caldo.

L’obiettivo è renderle indipendenti, ecco perché vengono organizzati corsi di formazione per imparare un mestiere.

In Turkana gestiamo mense scolastiche per incentivare la frequenza, abbiamo assunto maestri per garantire un’istruzione di qualità e stiamo avviando progetti agricoli nelle scuole per promuovere l’autosufficienza alimentare.

Stiamo valutando la situazione idrica di alcuni villaggi per garantire l’acqua potabile.

Attività missionaria e regolarità del soggiorno

La varietà delle attività svolte in Kenya comprende evangelizzazione, pastorale urbana, formazione, assistenza sanitaria, istruzione, promozione umana, sostegno ai minori, accompagnamento delle donne, progetti agricoli e interventi nelle comunità pastorali.

La natura dell’attività è quindi essenziale per individuare il titolo corretto. Un religioso impegnato in una diocesi, un laico missionario inserito in un’organizzazione caritativa, un volontario per un periodo breve e un dipendente straniero assunto da un ente possono trovarsi in situazioni amministrative differenti.

Il Kenya Citizenship and Immigration Act rende illegale per qualsiasi lavoratore internazionale entrare o lavorare nel paese senza un permesso di lavoro valido.

La regolarità non dipende soltanto dalla durata del soggiorno, ma anche dall’attività effettivamente svolta e dal soggetto che la organizza. Per questo, prima della partenza, devono essere chiariti l’ente ospitante, la durata, il ruolo, la fonte di sostegno economico e il titolo di soggiorno richiesto.

Kenya ETA 2025: Dettagli, requisiti e come fare domanda

Rinnovi, controlli e aggiornamenti delle regole

Le procedure keniane possono comprendere registrazione biometrica, presentazione di documenti giustificativi, controllo dell’attività svolta e verifica della validità del permesso.

Si informano i connazionali che è stato avviato in Kenya un esercizio di registrazione dei permessi di lavoro detenuti da cittadini stranieri, che saranno sostituiti da un nuovo e-permit.

Si invita pertanto ogni cittadino straniero, detentore a qualsiasi titolo di permesso di lavoro keniano, di conformarsi a tale esercizio entro i termini stabiliti dalle Autorità del Kenya.

Le scadenze e i requisiti riportati per le campagne di registrazione appartengono a specifici provvedimenti e non devono essere automaticamente applicati a ogni periodo successivo. Le norme possono essere aggiornate, con nuove categorie, costi, documenti e modalità telematiche.

Le modifiche più importanti riguardano l’introduzione di nuovi permessi e l’adeguamento dei costi per gli stranieri che decidono di risiedere e prestare diversi servizi in Kenya.

Una domanda completa e presentata nella categoria corretta non elimina i tempi di esame. Il dipartimento presenta la domanda a un comitato per l’approvazione, che può durare da 2 a 6 mesi, mentre un permesso di soggiorno può richiedere 2 a 4 mesi per essere approvato.

Per un missionario che deve iniziare un incarico in una diocesi o in un progetto, è quindi importante programmare la richiesta con anticipo e non considerare la presentazione della domanda come autorizzazione provvisoria a lavorare.

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