La Trasfigurazione è un messaggio di speranza per i momenti della Croce. Gesù manifesta agli Apostoli la sua gloria, perché abbiano la forza di affrontare lo scandalo della croce, e comprendano che occorre passare attraverso molte tribolazioni per giungere al Regno di Dio.
La trasfigurazione è “vivere” in anticipo la risurrezione, proprio per prepararli ad affrontare il cammino di mezzo, cioè la passione-morte. È un anticipo della sua e nostra resurrezione, meta finale di ogni cristiano.
Il Vangelo della Trasfigurazione
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Una luce che prepara alla prova
Il racconto della trasfigurazione segue la confessione di Pietro a Cesarea e il primo annuncio della passione. È la ragione “ultima” per la quale merita avere sempre il coraggio di confessare Gesù quale Signore e Dio, anche nei momenti più ardui e difficili, perché Gesù è il Signore.
Qualche versetto prima, al cap 16,22, Pietro, così come quella degli altri discepoli, si ribella per il fatto che Gesù aveva annunciato la sua “passione e morte” e loro non potevano accettare di seguire un Messia la cui vicenda umana si sarebbe conclusa in quel modo. È alla luce di questa premessa che va quindi colta l’esperienza della trasfigurazione.
Gesù aveva parlato della sua morte di croce e le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me prenda la sua croce…”; ora Gesù cerca di aiutare i suoi discepoli a capire che è vero che Lui soffrirà e morirà ma è anche vero che risorgerà.
Prima della passione “Gesù manifesta agli Apostoli la sua gloria, perché abbiano la forza di affrontare lo scandalo della croce, e comprendano che occorre passare attraverso molte tribolazioni per giungere al Regno di Dio”. Le sofferenze, le piccole e grandi contrarietà della quotidianità sono la porta che ci introduce ad accompagnare il Signore nella sua gloria.
Il monte dell’incontro con Dio
“Li condusse su un alto monte”: “La montagna - ricorda il profeta Isaia - è dimora del Signore elevata al di sopra dei monti”. In questa salita sul monte riecheggiano altre “salite” e altre esperienze di manifestazione di Dio: il monte Oreb/Sinai, la salita e la discesa di Mosè, l’esperienza di Elia.
Alcune delle manifestazioni più importanti di Dio hanno avuto luogo sulla cima di una montagna. Questo si può osservare in episodi come l’alleanza che Dio stabilì con Abramo sul monte Moria o la consegna a Mosè delle tavole della legge sul monte Sinai.
La morte stessa di Gesù avvenne su un altro monte, il Calvario, e nella Trasfigurazione l’evangelista fa notare che gli apostoli dovettero salire sull’alto del Tabor. L’ascesa dei discepoli verso il monte Tabor ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane, per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù.
Si tratta di disporci all’ascolto attento e orante del Cristo, il Figlio amato del Padre, ricercando momenti di preghiera che permettono l’accoglienza docile e gioiosa della Parola di Dio.
Gesù trasfigurato, luce del mondo
Sul monte, Gesù svela ai suoi tre discepoli che la sua vita è molto più profonda di quanto “vedono” e di quanto “sanno”. “Fu trasfigurato”: l’evangelista è molto asciutto nel segnalare questo dato.
Sappiamo da Luca che Gesù salì per pregare: la trasfigurazione è dunque un avvenimento di preghiera, dove Gesù mostra il suo essere una cosa sola col Padre. E in questo dialogo, dove “le sue vesti erano bianchissime”, Gesù si rivela luce del mondo.
Tutti e tre i Sinottici narrano l’episodio della Trasfigurazione. Luca ha di particolare che lo racchiude nel clima della preghiera. Quante volte Gesù sarà salito sul monte per intrattenersi in intimo colloquio con il Padre!
Durante la preghiera il suo volto diventa luminoso e la sua veste candida e sfolgorante. Ma possiamo anche chiederci: E’ il volto del Signore che diviene “altro” - come dice il termine greco - o sono gli occhi dei discepoli che purificati da tutto quello che è terreno vedono il volto di Cristo com’è nella sua realtà, “immagine del Dio invisibile”?
Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve.
Il Signore in persona si fece splendente come il sole, i suoi abiti divennero bianchissimi come la neve e parlavano con lui Mosè ed Elia. Sì, proprio Gesù in persona, proprio lui divenne splendente come il sole, per indicare così simbolicamente di essere lui la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.
Ciò ch’è per gli occhi del corpo il sole che vediamo, lo è lui per gli occhi del cuore; ciò ch’è il sole per i corpi, lo è lui per i cuori.
Mosè ed Elia: la Legge e i Profeti
“Apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù”: Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge. In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento.
Mosè aveva ricevuto in dono diverse manifestazioni di Dio e proprio in questa intimità di amicizia, il suo volto brillava. Ma sappiamo anche che Mosè era l’atteso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te e tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!”.
Così come Mosè è colui che pregò Dio dicendo: “Fammi vedere la tua gloria”, sentendosi rispondere: “Non è possibile vedere…e restare in vita”. Segnalo tutto questo perché sul monte con Gesù, Mosè può finalmente vedere la gloria di Dio, che è Gesù Cristo, il “Signore della gloria”, colui sul quale “brilla lo splendore della gloria di Dio”: Gesù, il nuovo Mosè.
Accanto a Mosè, Elia, il padre dei profeti che, anche lui salito sul monte, sente Dio “nella voce di una brezza/vento sottile”. Egli rappresenta la sintesi ideale di tutta la schiera dei profeti che Giovanni Battista chiuderà, essendo lui l’ultimo profeta, il “nuovo Elia”.
Che valore avrebbero Mosè ed Elia, cioè la Legge e i Profeti, se non parlassero col Signore? Se non testimoniassero a favore del Signore, chi leggerebbe la Legge e i Profeti?
Le pagine dell’uno e dell’altro Testamento si trovano vicendevolmente concordi, e colui che gli antichi simboli avevano promesso sotto il velo viene rivelato dallo splendore della gloria presente.
Perché, come dice san Giovanni: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo». In lui si sono compiute le promesse delle figure profetiche e ha trovato attuazione il senso dei precetti legali: la sua presenza dimostra vere le profezie e la grazia rende possibile l’osservanza dei comandamenti.
Il significato della nube e della voce del Padre
Continua a fare da sfondo l’esperienza dell’Esodo: la faticosa marcia del popolo nel deserto, guidato da una nube; la nube sul monte Sinai; la nube che accompagna “il tabernacolo”, che custodiva “la legge” di Dio, e, infine, la nube che scende su Gesù.
La nube è simbolo della presenza di Dio. La nube guidava il popolo di Dio nel deserto. “Adombrare” è il verbo usato da Lc nell’Annunciazione; dalla nube uscì la voce del Padre come al battesimo di Gesù.
“Egli è il figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”: nel momento del battesimo, la voce dal cielo fu udita solo da Gesù, ora invece questa stessa voce viene udita anche dai discepoli.
Ascoltatelo: è l’eco dello Shema’ “Ascolta, Israele” e delle parole di Mosè: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto”.
La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità.
Ascoltare Gesù e vivere la sua Parola
Ascoltare significa anche mettere in pratica, obbedire, fare la volontà del Padre come la compie il Figlio diletto fattosi servo.
“È l’ascolto che definisce il discepolo: non si tratta - ricorda B. Maggioni - di essere originali, ma di essere servi della verità. L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”.
All’annunzio del Vangelo si rinvigorisca dunque la fede di voi tutti, e nessuno si vergogni della croce di Cristo, per mezzo della quale è stato redento il mondo.
Nessuno esiti a soffrire per la giustizia, nessuno dubiti di ricevere la ricompensa promessa, perché attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita.
Avendo egli assunto le debolezze della nostra condizione, anche noi, se persevereremo nella confessione e nell’amore di lui, riporteremo la sua stessa vittoria e conseguiremo il premio promesso.
Quindi, sia per osservare i comandamenti, sia per sopportare le contrarietà, risuoni sempre alle nostre orecchie la voce del Padre, che dice: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
«È bello per noi stare qui»
A tale visione Pietro, esprimendo sentimenti solo umani: È bello per noi, o Signore - dice - stare qui. Era infastidito dalla folla, aveva trovato la solitudine sul monte; lì aveva Cristo come cibo dell’anima.
Perché avrebbe dovuto scendere per tornare alle fatiche e ai dolori mentre lassù era pieno di sentimenti di santo amore verso Dio e che gl’ispiravano perciò una santa condotta?
Voleva star bene, perciò aggiunse: Se vuoi, lascia che prepariamo qui tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia.
Pietro non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui”. Questa è la spinta umana: quante esperienze “belle” anche noi viviamo a tal punto da lasciarci tentare e dire “Facciamo tre tende…”, “fermiamo il tempo”.
Col rischio, però, d’inseguire solo esperienze emozionali ma che ci rendono incapaci di “tornare giù dal monte”, lì dove c’è la concretezza della vita.
Non possiamo cioè restare sotto la dittatura delle emozioni: servono, sia inteso, ma non bastano. Servono per riscaldare, per ridare slancio, coraggio…ma noi siamo più grandi delle emozioni.
Scendere dal monte rinnovati
La risposta venuta dal cielo mostrò invece che noi ne abbiamo una sola, mentre la mentalità umana voleva dividerla. Cristo è la Parola di Dio, Parola di Dio nella Legge, Parola di Dio nei Profeti. Perché, Pietro, cerchi di dividerlo? È necessario piuttosto che tu rimanga unito a lui.
La bellezza di Gesù non aliena i discepoli dalla realtà della vita, ma dà loro la forza di seguire Lui fino a Gerusalemme, fino alla croce. La bellezza di Cristo non è alienante, ti porta sempre avanti, non ti fa nascondere.
Gesù però non lo permise: lui non l’aveva reso partecipe della gloria del cielo perché fuggisse dalla realtà, ma perché avesse una guida, prima dei giorni oscuri della Passione.
Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare.
Ora invece egli stesso ti dice: “Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, ad essere disprezzato, ad essere crocifisso sulla terra”.
È discesa la vita per essere uccisa, è disceso il pane per sentire la fame, è discesa la via, perché sentisse la stanchezza nel cammino, è discesa la sorgente per aver sete, e tu rifiuti di soffrire?
Non cercare i tuoi propri interessi. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all’eternità, ove troverai la tranquillità.
Il segreto di Gesù. Riflessione sulla Trasfigurazione.- Don Luigi Maria Epicoco
La gloria del Capo e la speranza della Chiesa
Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo.
Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato soggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo.
Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro».
La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi».
In un altro passo dice ancora: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria».
Il passaggio dalla paura alla fiducia
All'udire la voce del Padre, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi e non temete".
La trasfigurazione, quale anticipo della resurrezione, si offre come un orizzonte che mira ad alleggerire la paura e infondere il coraggio nell’affrontare il cammino della vita.
La speranza di contemplare Gesù nella sua gloria, come fecero gli apostoli nella Trasfigurazione, ci riempirà di fortezza per poter vedere il riflesso del suo volto nelle difficoltà di ogni giorno.
Il fatto che i discepoli caddero bocconi a terra significa simbolicamente che moriremo, poiché è stato detto alla carne: Terra sei e nella terra tornerai. Il fatto invece che il Signore li fece rialzare, simboleggiava la risurrezione.
Il Signore però tese loro la mano e fece rialzare i discepoli. Essi poi non videro nessuno all’infuori del solo Gesù.
Il volto di Cristo e la trasformazione dell’uomo
Il volto! Vedere il volto di Dio penso che sia l’anelito profondo, forse inconscio ma reale, di ogni essere umano, creato a sua immagine, creato per Lui.
Già nell’Antico Testamento si ode questo grido: “Il tuo volto Signore io cerco. non nascondermi il tuo volto”. E ancora, Dio rispose alla richiesta di Mosè: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”.
Ma Dio si rivela, si mostra nel Figlio che è immagine del Padre. Mosè ed Elia apparsi nella gloria rappresentano la Legge e i Profeti; parlano con Gesù, perché in Lui è il compimento della Legge e dei Profeti, compimento che avviene mediante la sua morte e resurrezione.
La sua presenza dimostra vere le profezie e la grazia rende possibile l’osservanza dei comandamenti. In Lui la Legge e i Profeti hanno trovato il loro vertice.
Il Signore ha insegnato agli apostoli che in questo cammino la sofferenza non è solo una tappa inevitabile, un tributo amaro che è necessario pagare contro la propria volontà.
Gesù stesso si è caricato della Croce e l’ha portata per amore sulle sue spalle. Egli ha donato se stesso perché ha voluto, e ci mostra così che l'autentico male non è tanto sperimentare una contrarietà, ma pensare che dobbiamo superarla da soli o pretendere di vivere come se la Croce non esistesse.
Abramo e la fede nella promessa
La liturgia di questa domenica mette in rilievo due figure: Abramo, nella I lettura e Cristo trasfigurato nell’Evangelo. Dopo aver contemplato domenica scorsa Gesù nel deserto tentato dal diavolo, oggi, per incoraggiare il nostro cammino verso la Pasqua ci è posto dinanzi Gesù in tutta la sua luce radiosa.
Per capire bene la I Lettura di oggi, dobbiamo prendere in considerazione i primi cinque versetti del capitolo 15 della Genesi che qui non vengono riportati. Alla chiamata di Dio Abramo aveva lasciato tutto ed era partito verso una terra straniera.
Dio gli si presenta nuovamente in visione, lo incoraggia, gli dice: “Non temere, io sono il tuo scudo”. Abramo si mostra preoccupato e potremmo dire anche avvilito di fronte a Dio perché non ha figli.
Dopo un breve dialogo Dio lo invita a guardare il cielo stellato e gli annuncia una duplice promessa: una discendenza numerosa come le stelle del cielo e una terra.
Ancora una volta vediamo la grandezza di Abramo nell’affidarsi ciecamente alla Parola di Dio: “Egli credette al Signore” dice il testo.
Il Dio fedele che guida la storia chiede una cosa sola: la fede. Abramo ripetutamente messo alla prova deve affrontare situazioni imprevedibili e umanamente impossibili da superare, ma sa in chi ha posto la sua fiducia.
Non per nulla è chiamato “Padre della fede”. E’ l’uomo capace di donarsi a Dio senza compromessi, senza mezzi termini, senza riserve.
La preghiera come luogo della Trasfigurazione
E’ la preghiera il luogo della Trasfigurazione. Se sono gravati dal sonno è pensabile che si tratti di una preghiera notturna.
Molte volte infatti nei Vangeli troviamo che Gesù passò la notte a pregare. La notte, avvolta nel silenzio, fasciata dal buio, è il momento ideale del colloquio col Padre.
Il sonno e il buio possono essere vinti e illuminati dall’intimità della comunione con il Padre. Quell’intimità diventa luce che fuga le tenebre e il Padre, come al battesimo nel Giordano rivela il Figlio.
In questi tempi di riposo abbiamo un'occasione per staccarci dal ritmo della quotidianità e ascoltare la voce di Gesù. Con il corpo e lo spirito rinnovati possiamo approfondire la nostra relazione con Dio e con gli altri: pregare con più calma e serenità, leggere il Vangelo, passare più tempo con la nostra famiglia e i nostri amici.
La carità conduce alla gloria
Scendi, Pietro; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare.
Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch’è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore.
Poiché nell’elogio della carità, letto nella lettera dell’Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi. Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede.
Di se stesso dice: Non cerco quel ch’è utile a me personalmente, ma quel ch’è utile a tutti, affinché tutti si salvino.
La carità ci obbliga a procurare la salvezza degli altri. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all’eternità, ove troverai la tranquillità.
Un cammino verso la gloria eterna
La vita è un cammino verso il cielo. E il Signore ha insegnato agli apostoli che in questo cammino la sofferenza non è solo una tappa inevitabile, un tributo amaro che è necessario pagare contro la propria volontà.
La visione è breve. Pietro non fa in tempo ad esprimere il suo desiderio, che i due si separano da Gesù.
E’ bello rimanere nella gloria! E’ bello rimanere in quella che sarà l’ultima vera, definitiva dimora, rimanere nella gloria di Dio, dove “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento”, ma questo non è possibile senza essere prima passati attraverso la croce.
La vera tenda è il Signore Gesù. Egli ha posto la sua tenda in mezzo a noi. In Lui la presenza di Dio si è fatta visibile.
Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Quella voce, non solo si è fatta Parola vivente, ma si è incarnata proprio per compiere la volontà del Padre, per realizzare il suo disegno di amore sull’umanità, per salvarci e farci passare con Lui attraverso la passione, la croce e la morte per entrare definitivamente con la resurrezione nella gloria del Padre.
Questa è la meta, questa è la scelta: o lasciarsi trasfigurare dalla gloria di Cristo morto e risorto, o sprofondare nelle tenebre della perdizione.
La II Lettura è in sintonia con il Vangelo. Ci indica la stessa meta: “La nostra cittadinanza è nei cieli. Il nostro Salvatore Gesù trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.
Siamo tutti chiamati alla gloria nella Gerusalemme celeste verso la quale siamo incamminati. Per questo esorta i suoi fratelli a rimanere saldi nel Signore, fedeli a Lui e condotti dalla stessa fede di Abramo e dei suoi discendenti.
Il Salmo della luce e della speranza
Il Salmo 26 è un Salmo di supplica, di richiesta al Signore di abitare nella sua casa, di ascoltare la preghiera, di aver pietà, di poter vedere il volto del Signore, di esser guidati sulla sua via, di non cadere in mano ai nemici.
E’ anche un inno alla speranza. Esprime infatti, in seguito ad esperienze già fatte, la certezza della salvezza, la fede in Dio che non abbandona mai, ma che è luce che illumina il cammino e indica la via da seguire.
“Il Signore è mia luce e mia salvezza. di chi avrò paura?. sono i miei nemici a inciampare e cadere”.
I versetti scelti sono una sintesi quasi perfetta delle Letture di oggi. Ci presentano il tema della luce, del volto del Signore, della speranza di contemplare la sua bontà e l’esortazione ad essere saldi nella speranza del Signore.
Messaggio per una comunità
Entriamo nello spirito di questa scena seguendo le tappe proposte dall’itinerario: guarda, ascolta, immagina, dona.
- Guarda. Dopo un canto iniziale intonato al clima proprio di questo tempo liturgico, si proietta o si consegna l’immagine proposta e si lascia uno spazio perché ciascuno possa esprimere ciò che lo colpisce.
- Ascolta. La proclamazione del Vangelo permette di accogliere la voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”.
- Immagina. Si riprende in mano l’immagine iniziale o la si proietta. La guida invita a considerare alcuni dettagli: il monte, luogo dell’incontro; i tre discepoli; il Maestro.
- Dona. A partire da quanto pregato, i membri del gruppo prepareranno un poster, attualizzando il messaggio del brano di vangelo ascoltato, da appendere nella sala di incontro o nella parrocchia.
Mio Signore e mio Dio, Cristo onnipotente, purifica i miei occhi affinché io possa vedere e riconoscere la tua vita.
A seguire, ciascuno può immaginare liberamente altre scene di vita, altri simboli, altri collegamenti con la Parola raffigurata, proclamata e ascoltata e condividere spontaneamente le proprie rappresentazioni con la preghiera di lode, invocazione, supplica che ne è scaturita.
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