Il Salmo 3 è un canto di fiducia e di supplica a Dio, composto da Davide mentre fuggiva dal figlio Assalonne, il quale aveva usurpato il trono. La Chiesa cattolica interpreta questo salmo come un esempio di fede incrollabile e di affidamento completo a Dio, anche nelle circostanze più avverse.
Nella sua meditazione, Benedetto XVI ha messo in luce il passaggio dall’angoscia alla fiducia: «alla visibilità dell’assalto del male si oppone l’invisibile presenza di Dio», che consente al credente di «non lasciarsi vincere dalle visioni di morte» e di essere certo che «Dio è l’amico più potente di ogni avversario».

Il Salmo 3 e la fuga di Davide
Il Salmo 3 viene contestualizzato nel momento di grande tribolazione per Davide, re d’Israele, quando la sua autorità è minacciata dall’insurrezione di suo figlio Assalonne. Questo salmo è particolarmente significativo per la tradizione cattolica in quanto esprime la fiducia di Davide in Dio nonostante la sua situazione disperata.
Ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città.
Il Salmo 3 è uno dei salmi attribuiti a Davide e fa parte del libro dei Salmi nella Bibbia. Secondo la tradizione cattolica, questo salmo è un canto di fiducia e di supplica a Dio, composto da Davide mentre fuggiva dal figlio Assalonne, il quale aveva usurpato il trono.
«Signore, quanto sono numerosi i miei nemici! Molti si levano contro di me. Molti di me vanno dicendo: “Neppure Dio lo salva!”» Questi versetti riflettono lo stato di angoscia e di assedio in cui si trova Davide.
Davide figura di Cristo
Ci convincono che questo salmo è detto della persona di Cristo le parole: Mi son coricato e ho preso sonno, e mi sono levato perché il Signore mi sorregge. Tali parole, infatti, si adattano di più alla passione e alla risurrezione del Signore che a quella vicenda in cui si narra che David fuggì davanti a suo figlio, in armi contro di lui.
Siccome poi dei discepoli di Cristo sta scritto: Finché con essi è lo sposo, non digiunano i figli dello Sposo, non è strano che l’empio figlio di David raffiguri l’empio discepolo che tradì Cristo.
E anche se storicamente si può intendere che [Cristo] fuggì dal suo cospetto quando, andatosene il discepolo, si ritirò con gli altri sul monte, tuttavia, in senso spirituale si può correttamente ritenere che Cristo sia fuggito dalla faccia di lui allorché il Figlio di Dio, cioè la potenza e la sapienza di Dio, abbandonò l’anima di Giuda nel momento in cui il diavolo la occupò completamente, come appunto sta scritto: e il diavolo entrò nel suo cuore.
Non già perché Cristo si ritirasse di fronte al diavolo, ma perché il diavolo, allontanandosi Cristo, se ne impadronì. Credo che l’allontanarsi, in questo salmo, sia chiamato fuga a causa della rapidità, il che è espresso anche dalle parole del Signore: quello che fai, fallo presto.
Parliamo così anche nell’uso comune, tanto che diciamo: mi sfugge, di ciò che non ci viene in mente; e di un uomo dottissimo diciamo: niente gli sfugge. La verità dunque fuggì dall’anima di Giuda, allorché cessò di illuminarla.
Assalonne e Giuda
Orbene Assalonne, così certuni traducono, in latino significa pace del Padre. Può apparire strano in qual modo si possa intendere pace del Padre, sia nella storia dei regni dato che Assalonne mosse guerra contro il padre, sia nella storia del Nuovo Testamento dato che Giuda fu il traditore del Signore.
Ma anche là quanti leggono attentamente vedono che in quella guerra David serbò sentimenti di pace verso il figlio, e anzi, con grande dolore ne pianse la morte, dicendo: Assalonne, figlio mio, chi mi concederà di morire per te?; nella storia del Nuovo Testamento, poi, per quella grande e ammirabile pazienza di nostro Signore nel tollerare il traditore come fosse un fedele, pur non ignorando i suoi pensieri;
nell’ammetterlo alla Cena in cui raccomandò e donò ai discepoli il sacramento del suo corpo e del suo sangue; nell’accettare infine il suo bacio nel momento stesso del tradimento, si comprende bene come Cristo abbia offerto al suo traditore la pace, benché questi fosse sconvolto dalla guerra interiore suscitata dalla sua tanto scellerata decisione.
E per questo Assalonne è detto pace del Padre, perché il padre ebbe la pace che egli non ebbe.
La moltiplicazione dei nemici e la tentazione della fede
«Signore, come si sono moltiplicati coloro che mi perseguitano! Tanto si sono moltiplicati che neppure tra i discepoli manca chi è passato nel novero dei persecutori. Molti insorgono contro di me; molti dicono alla mia anima: non c’è salvezza per lui nel suo Dio.»
I nemici cercano di convincerlo «che il Signore non può intervenire, affermano che neppure Dio può salvarlo», con una «aggressione che non è solo fisica, ma tocca la dimensione spirituale»: «È l’estrema tentazione a cui il credente è sottoposto, la tentazione di perdere la fede, la fiducia nella vicinanza di Dio».
È evidente che non lo avrebbero ucciso, se avessero avuto fiducia nella sua risurrezione. Questo significano le parole: discenda dalla croce se è figlio di Dio; e: ha salvato gli altri, non può salvare se stesso.
Neppure Giuda dunque lo avrebbe tradito, se non fosse stato nel numero di coloro che disprezzavano Cristo, dicendo: non c’è salvezza per lui nel suo Dio.
La Chiesa cattolica interpreta queste parole come un richiamo alla realtà delle difficoltà e delle persecuzioni che i fedeli possono affrontare nella loro vita.
Dio è difesa, gloria e sostegno
«Ma tu, Signore, sei mia difesa, tu sei la mia gloria e sollevi il mio capo.» In questo versetto, Davide riconosce il ruolo di Dio come protettore e fonte di forza.
Le parole: ma tu, Signore, sei il mio assuntore sono rivolte a Dio in quanto uomo; perché l’assunzione dell’uomo è il Verbo fatto carne.
Mia gloria: chiama Dio sua gloria anche colui che è stato assunto dal Verbo di Dio in tal modo da divenire, insieme a Lui, Dio. Imparino i superbi, i quali ascoltano malvolentieri quando si dice loro: che hai che tu non abbia ricevuto? E se hai ricevuto, di che ti glori quasi tu non avessi ricevuto?
Tu sei colui che rialza il mio capo. Credo che si debba intendere qui la stessa mente dell’uomo, la quale a buon diritto è chiamata capo dell’anima, poiché si è così unita e in certo modo congiunta alla infinita eccellenza del Verbo che assume l’uomo, da non essere avvilita nemmeno nell’immensa umiltà della passione.
La Chiesa vede in queste parole l’invito a riporre la propria fiducia in Dio, che è sempre pronto a risollevare e sostenere i suoi figli.
La preghiera del cuore
«A voce alta grido al Signore ed egli mi risponde dalla sua santa montagna.» Questi versetti esprimono la certezza della risposta divina alla preghiera e la serenità che deriva dalla fiducia in Dio.
Con la mia voce ho gridato verso il Signore, cioè non ho gridato con la voce del corpo, la cui sonorità risulta dalla vibrazione dell’aria, ma con la voce del cuore, che è silenziosa per gli uomini ma a Dio suona come un grido.
Susanna fu esaudita con questa voce; con questa voce il Signore stesso ci ha insegnato a pregare senza rumore nei luoghi chiusi, cioè nel segreto del cuore.
E non si venga a dire che si prega meno intensamente per il fatto che nessuna parola esce dalla nostra bocca; infatti anche quando preghiamo silenziosamente nel nostro cuore, se dei pensieri estranei vengono a distrarre dal suo raccoglimento colui che prega, non possiamo più dire: con la mia voce ho gridato verso il Signore.
Possiamo correttamente dire queste parole soltanto quando l’anima, senza trascinarsi dietro niente della carne e niente dei propositi carnali, da sola parla al Signore. Allora questa preghiera si può ben chiamare grido per il vigore della tensione che la anima.
La Chiesa cattolica insegna che la preghiera è un potente mezzo di comunicazione con Dio, che offre pace e protezione.
La risposta dalla santa montagna
E mi ha esaudito dal suo santo monte. Dal profeta il Signore stesso è indicato come monte, ove sta scritto che la pietra distaccata senza le mani dell’uomo è cresciuta sino alla grandezza di una montagna.
Ma queste parole non possono essere accolte come dette dalla sua persona stessa, a meno che egli non abbia voluto dire così: da me stesso, come dal suo santo monte, mi ha esaudito, in quanto abitava in me, cioè abitava nel monte medesimo.
È più chiaro però e più semplice intendere che Dio lo ha esaudito per la sua giustizia. Era giusto infatti che l’Innocente ucciso, al quale è stato retribuito male per bene, risuscitasse dai morti e ripagasse i persecutori con degna mercede.
Leggiamo infatti: la tua giustizia è come i monti di Dio.
«Io ho dormito e ho preso sonno»: morte e risurrezione
«Io mi corico, mi addormento e mi risveglio, perché il Signore mi sostiene.» Si può osservare che non senza ragione è detto Io, per fare intendere che di sua volontà [il Cristo] ha sopportato la morte, conforme alle parole: per questo il Padre mi ama, perché io dò la mia vita per riprenderla poi.
Nessuno me la toglie; ho potere di darla, ed ho potere di riprenderla. Per questo motivo egli dice: voi non mi avete preso e ucciso quasi contro la mia volontà, ma io ho dormito e ho preso sonno, e mi sono levato, giacché il Signore mi sorregge.
Innumerevoli volte, infatti, le Scritture recano sonno per morte, come dice l’Apostolo: non voglio che voi restiate all’oscuro, fratelli, riguardo a coloro che hanno preso sonno.
Non occorre indagare perché è aggiunto ho preso sonno, dato che già ha detto ho dormito. Le Scritture sono solite infatti usare ripetizioni di questo genere, come già abbiamo mostrato più volte nel secondo salmo.
Alcuni codici peraltro riportano: ho dormito, e sono stato preso dal sopore. Altri interpreti recano altrimenti, nel modo in cui sono riusciti a tradurre le parole greche.
A meno che non si possa intendere l’addormentarsi come proprio del morente, e il sonno del morto, in modo che l’addormentarsi sia lo stato dal quale si passa al sonno, come il ridestarsi è lo stato dal quale si passa alla veglia.
Non dobbiamo credere che nei libri divini queste ripetizioni siano poste a scopo di inutile ornamento del discorso. Corretto è dunque tradurre io ho dormito e ho preso sonno: cioè io ho concesso me stesso alla passione, e la morte è venuta dopo.
La meditazione di Benedetto XVI collega questa fiducia del Salmo 3 al mistero pasquale: «alla visibilità dell’assalto del male si oppone l’invisibile presenza di Dio», che consente al credente di «non lasciarsi vincere dalle visioni di morte».
La profezia e i tempi della salvezza
E mi sono levato giacché il Signore mi sorreggerà. Qui dobbiamo prestare maggiore attenzione per capire perché vi sia, in una sola proposizione, il verbo al tempo passato e al tempo futuro.
Prima infatti è detto: Mi sono destato, che concerne il passato, e poi sorreggerà che riguarda il futuro; non avrebbe certamente potuto risorgere, senza essere così sorretto.
Ebbene, nella profezia, giustamente i tempi futuri si mischiano a quelli passati, per significare gli uni e gli altri. Infatti le cose che sono profetate per l’avvenire, sono future secondo il tempo: ma secondo la conoscenza di coloro che le profetizzano, sono da considerare come già avvenute.
Si mischiano nelle profezie anche i verbi al tempo presente dei quali tratteremo a loro luogo, quando li incontreremo.
Il coraggio davanti alla moltitudine
«Non temo la moltitudine di genti che contro di me si sono accampate.» Davide dichiara la sua mancanza di paura di fronte ai nemici numerosi grazie alla sua fede in Dio.
Non avrò timore delle migliaia di persone che mi circondano. Nel Vangelo è scritto che una grande folla Lo circondava mentre soffriva e veniva crocifisso.
La Chiesa cattolica vede in questo versetto un esempio di coraggio e di forza che proviene dall’affidamento a Dio.
«Lèvati, o Signore, salvami, mio Dio.» L’esortativo lèvati non è detto a Dio come se dormisse o se ne stesse a giacere; ma è caratteristico delle Scritture divine attribuire alla persona di Dio ciò che accade in noi.
Non certo in ogni caso, ma laddove si può dire correttamente, come quando si dice che egli parla, mentre per suo dono parlano i Profeti o gli Apostoli, oppure qualsiasi altro messaggero della verità.
Per questo l’Apostolo dice: volete forse ricevere una prova che Cristo parla in me? Non ha detto: di colui per la cui illuminazione o per cui ordine io parlo; ha attribuito invece il parlare stesso a colui per il cui dono parlava.
«Hai spezzato i denti dei peccatori»
«Sorgi, Signore, salvami, Dio mio. Tu colpisci sulla guancia i miei nemici, rompi i denti ai peccatori.» Questi versetti finali sono un’invocazione a Dio per la salvezza e la giustizia.
Poiché tu hai colpito tutti coloro che mi avversavano senza motivo. Non si deve stabilire così la punteggiatura, quasi fosse una sola proposizione: lèvati, o Signore, salvami mio Dio, perché tu hai colpito tutti coloro che mi avversavano senza motivo.
Non lo salva per questo, perché ha colpito i suoi nemici; ma piuttosto li ha colpiti dopo averlo salvato. Si riferisce insomma alle parole che seguono, in modo che il senso sia questo: poiché tu hai colpito tutti coloro che mi avversavano senza motivo, hai spezzato i denti dei peccatori.
Cioè hai rotto i denti dei peccatori, giacché hai colpito tutti i miei avversari. La pena dei nemici è dunque di avere i denti spezzati: cioè sono ridotte senza vigore e quasi in polvere le parole dei peccatori che con le maledizioni fanno a brani il Figlio di Dio; per denti s’intendono così le parole ingiuriose.
Di questi denti l’Apostolo dice: ma se vi mordete l’un l’altro, badate a non distruggervi a vicenda.
I denti dei peccatori e i denti della Chiesa
I denti dei peccatori possono essere interpretati anche come i capi dei peccatori, per la cui autorità taluno è strappato dalla comunità di coloro che vivono rettamente, e viene quasi incorporato a coloro che vivono nel male.
A questi denti si oppongono i denti della Chiesa, per la cui autorità i credenti sono strappati dall’errore dei Gentili e delle dottrine eterogenee, e sono trapiantati in essa che è il corpo di Cristo.
Con questi denti a Pietro fu detto di mangiare gli animali uccisi, uccidendo cioè nelle genti quello che esse erano e tramutandole in ciò che egli era.
A proposito di questi denti della Chiesa leggiamo: i tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate che risale dal lavacro, le quali partoriscono tutte gemelli, e non v’è tra esse una sterile.
Tali sono coloro che insegnano rettamente e come insegnano così vivono: costoro obbediscono alle parole del Signore: splendano le vostre opere al cospetto degli uomini, affinché lodino il Padre vostro che è nei cieli.
Persuasi dalla autorità di costoro, gli uomini credono in Dio che parla ed opera per loro mezzo, e, separandosi dal secolo cui si erano conformati, si mutano in membra della Chiesa.
Giustamente perciò costoro, per i quali tutto questo accade, sono chiamati denti simili a pecore tosate, perché hanno abbandonato i pesi delle cure terrene, e, risalendo dal lavacro, ossia purificati della lordura del secolo per mezzo del sacramento del battesimo, partoriscono tutti gemelli.
Adempiono infatti ai due comandamenti, a proposito dei quali è scritto: in questi due precetti si riassume tutta la legge e i profeti; amano Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come se stessi.
Nessuno tra essi è sterile, giacché rendono a Dio tali frutti. In questo senso dunque si debbono intendere le parole: Hai spezzato i denti dei peccatori; cioè hai privato di ogni forza i capi dei peccatori, colpendo tutti coloro che mi avversavano senza motivo.
I capi infatti, secondo la narrazione evangelica, lo hanno perseguitato, mentre la folla degli umili lo onorava.
La salvezza appartiene al Signore
«Del Signore è la salvezza: sul tuo popolo la tua benedizione.» La Chiesa cattolica interpreta questa richiesta non come un desiderio di vendetta, ma come una richiesta di liberazione e di protezione divina per il popolo di Dio.
In una sola proposizione ha insegnato agli uomini ciò in cui debbono credere, e ha pregato per i credenti. Dicendo infatti: del Signore è la salvezza, ha rivolto la parola agli uomini, ma non continua così: e sul suo popolo la sua benedizione, come per riferire tutto agli uomini;
ma la preghiera si rivolge a Dio stesso a vantaggio del medesimo popolo cui è detto: del Signore è la salvezza. Cosa vuol dire dunque se non che nessuno presuma troppo di sé, giacché spetta al Signore salvare dalla morte del peccato?
Dice infatti l’Apostolo: me infelice uomo; chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.
Quanto a te, o Signore, benedici il tuo popolo che spera salvezza da te.
Il grido dell’uomo e la presenza di Dio
Prendendo spunto dal Salmo 3, dove viene presentato Davide mentre vive una situazione di pericolo e di angoscia, il Pontefice ha sottolineato che «ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio».
Ma, ha affermato papa Ratzinger, «alla visibilità dell’assalto del male si oppone l’invisibile presenza di Dio», che consente al credente di «non lasciarsi vincere dalle visioni di morte» e di essere certo che «Dio è l’amico più potente di ogni avversario».
Commentando poi il Salmo 29, ha concluso che l’uomo «non è più solo e i nemici non sono imbattibili. Se chiede aiuto a Dio, Dio risponde: questa è la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Il grido che viene ascoltato, la preghiera che esprime la certezza di una presenza di Dio già sperimentata e creduta».
Pierachille Dolfini: Benedetto XVI/ Rachmaninov; Salmi/Vespri (III)
Il Salmo 3 e la preghiera di Gesù
I due Evangelisti riportano la preghiera di Gesù morente non soltanto nella lingua greca, in cui è scritto il loro racconto, ma, per l’importanza di quelle parole, anche in una mescolanza di ebraico ed aramaico.
In questo modo essi hanno tramandato non solo il contenuto, ma persino il suono che tale preghiera ha avuto sulle labbra di Gesù: ascoltiamo realmente le parole di Gesù come erano.
Il Salmista parla di «grido» per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido.
E questo avviene anche nel nostro rapporto con il Signore: davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace.
Ripetendo dalla croce proprio le parole iniziali del Salmo, “Elì, Elì, lemà sabactàni?” - “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, gridando le parole del Salmo, Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza della presenza di Dio Padre anche in quest’ora in cui sente il dramma umano della morte.
La sofferenza assunta e trasformata
È importante comprendere che la preghiera di Gesù non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte, e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato.
Gesù in quel momento fa suo l’intero Salmo 22, il Salmo del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male, e allo stesso tempo porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione.
In questa preghiera di Gesù sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile.
Il suo è un soffrire in comunione con noi e per noi, che deriva dall’amore e già porta in sé la redenzione, la vittoria dell’amore.
Anche noi ci troviamo sempre e nuovamente di fronte all’«oggi» della sofferenza, del silenzio di Dio - lo esprimiamo tante volte nella nostra preghiera - ma ci troviamo anche di fronte all’«oggi» della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre sofferenze, per portarle insieme con noi e darci la ferma speranza che saranno vinte.
La preghiera come affidamento quotidiano
Il Salmo 3 offre un modello di preghiera che può essere adottato dai fedeli. La sua struttura, che passa dall’espressione di angoscia alla dichiarazione di fiducia e alla richiesta di salvezza, riflette il cammino di fede che ogni cristiano è chiamato a percorrere.
Nel contesto della liturgia cattolica, il Salmo 3 è spesso utilizzato nelle preghiere del mattino, come espressione di fiducia e di affidamento a Dio all’inizio della giornata.
Questo salmo invita i fedeli a riconoscere la presenza e la protezione divina nella loro vita quotidiana. La Chiesa cattolica incoraggia i fedeli a utilizzare questo salmo come mezzo per rafforzare la loro fede e la loro relazione con Dio.
Cari amici, nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta.
Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro «io» e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri.
La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai.