Maria, nella riflessione di don Tonino Bello, è una presenza viva e vicina: donna del servizio, della Parola, del mondo, del primo passo, della speranza e della consolazione. Non è una figura distante, confinata al passato, ma una donna capace di abitare le inquietudini, le fatiche e le attese degli uomini e delle donne di ogni tempo.
Maria, la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra. Donna…
Maria, donna dei nostri giorni
Santa Maria, donna dei nostri giorni, vieni ad abitare in mezzo a noi. Tu hai predetto che tutte le generazioni ti avrebbero chiamata beata. Ebbene, tra queste generazioni c'è anche la nostra, che vuole cantarti la sua lode non solo per le cose grandi che il Signore ha fatto in te nel passato, ma anche per le meraviglie che egli continua a operare in te nel presente.
Fa' che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre. Ma come una che, gli stessi problemi, li vive anche lei sulla sua pelle, e ne conosce l'inedita drammaticità, e ne percepisce le sfumature del mutamento, e ne coglie l'alta quota di tribolazione.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, liberaci dal pericolo di pensare che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa siano improponibili oggi per noi, figli di una civiltà che, dopo essersi proclamata postmoderna, postindustriale e postnonsoché, si qualifica anche come postcristiana.
Facci comprendere che la modestia, l'umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono. Sono valori che tengono ancora e che non andranno mai in disuso.
Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti l'edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane che ti hanno resa grande agli occhi di Dio.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituita non solo conterranea, ma anche contemporanea di tutti. Prigioniera nello stesso frammento di spazio e di tempo.
Nessuno, perciò, può addebitarti distanze generazionali, né gli è lecito sospettare che tu non sia in grado di capire i drammi della nostra epoca. Mettiti, allora, accanto a noi, e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna: lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l'incertezza del futuro, la paura di non farcela, la solitudine interiore, l'usura dei rapporti, l'instabilità degli affetti, l'educazione difficile dei figli, l'incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo, il capogiro delle tentazioni, la tristezza delle cadute, la noia del peccato.
Facci sentire la tua rassicurante presenza, o coetanea dolcissima di tutti. E non ci sia mai un appello in cui risuoni il nostro nome, nel quale, sotto la stessa lettera alfabetica, non risuoni anche il tuo, e non ti si oda rispondere: «Presente!». Come un'antica compagna di scuola.

Una donna di casa, dentro la storia degli uomini
Maria, la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che, attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città.
Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra.
È vero. Il Vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come, del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù. Forse è meglio. Così a nessuno di noi viene tolta la speranza di sentirsi dire un giorno, magari da un arcangelo di passaggio: «Lo sai che a tua madre e a tuo fratello rassomigli tanto?».
Maria, comunque, doveva essere bellissima. Non parlo solo della sua anima. La quale, senza neppure l’ombra del peccato, era limpida a tal punto che Dio vi si specchiava dentro. Come le montagne eterne che, lì sulle Alpi, si riflettono nella immobile trasparenza dei laghi.
Parlo, anche, del suo corpo di donna. La teologia, quando arriva a questo punto, sembra sorvolare sulla bellezza fisica di lei. La lascia celebrare ai poeti: «Vergine bella, che di sol vestita, coronata di stelle, al sommo Sole piacesti sì che in te sua luce ascose…».
La affida alle canzoni degli umili: «Mira il tuo popolo, o bella Signora…». O agli appassionati ritornelli della gente: «Dell'aurora tu sorgi più bella… non vi è stella più bella di te». O al rapido saluto di un'antifona: «Vale, o valde decora». Ciao, bellissima! O alle allusioni liturgiche del Tota pulchra.
Tutta bella sei, o Maria. Sei splendida, cioè, nell'anima e nel corpo! Essa però, la teologia, non va oltre. Non si sbilancia. Tace sulla bellezza umana di Maria.
Forse per pudore. Forse perché paga di aver speso tutto speculando sul fascino soprannaturale di lei. Forse perché debitrice a diffidenze non ancora superate circa la funzione salvifica del corpo. Forse perché preoccupata di ridurre l'incanto di lei a dimensioni naturalistiche, o timorosa di dover pagare il dazio ai miti dell'eterno femminile.
Eppure, non dovrebbe essere difficile trovare nel Vangelo la spia rivelatrice della bellezza corporea di Maria. C’è una parola greca molto importante, carica di significati misteriosi che non sono stati ancora per intero esplicitati.
Questa parola, che fonda sostanzialmente tutta la serie dei privilegi soprannaturali della fanciulla di Nazaret, risuona nel saluto dell’angelo: «Kecharitomène». Viene tradotta con l’espressione «Piena di grazia». Ma non potrebbe trovare il suo equivalente in “graziosissima”, con allusioni evidenti anche all’incantevole splendore del volto umano di lei?
Credo proprio di sì. E senza forzature. Così come senza forzature Paolo VI, in un celebre discorso del 1975, ha avuto l’ardire di parlare per la prima volta di Maria come «la donna vestita di sole, nella quale i raggi purissimi della bellezza umana si incontrano con quelli sovrumani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale».
Santa Maria, donna bellissima, attraverso te vogliamo ringraziare il Signore per il mistero della bellezza. Egli l’ha disseminata qua e là sulla terra, perché, lungo la strada, tenga deste, nel nostro cuore di viandanti, le nostalgie insopprimibili del cielo.
La fa risplendere nella maestà delle vette innevate, nell’assorto silenzio dei boschi, nella forza furente del mare, nel brivido profumato dell’erba, nella pace della sera. Ed è un dono che ci inebria di felicità perché, sia pure per un attimo appena, ci concede di mettere lo sguardo nelle feritoie fugaci che danno sull’eterno.
La fa rifulgere nelle lacrime di un bambino, nell’armonia del corpo di una donna, nell’incanto degli occhi suoi ridenti e fuggitivi, nel bianco tremore dei vegliardi, nella tacita apparizione di una canoa che scivola sul fiume, nel fremito delle magliette colorate dei corridori che passano veloci in un’alba di maggio.
Ed è un dono che ci dispera perché, come ha detto qualcuno, questa ricchezza si gioca e si perde al tavolo verde del tempo. Santa Maria, donna bellissima, splendida come un plenilunio di primavera, riconciliaci con la bellezza. Santa Maria, donna bellissima, facci comprendere che sarà la bellezza a salvare il mondo.
Maria, donna del servizio
Santa Maria, serva del Signore, che ti sei consegnata anima e corpo a lui, e hai fatto l’ingresso nel suo casato come collaboratrice familiare della sua opera di salvezza.
Donna veramente alla pari, che la grazia ha introdotto nell’intimità trinitaria e ha reso scrigno delle confidenze divine, domestica del Regno, che hai interpretato il servizio non come riduzione di libertà, ma come appartenenza irreversibile alla stirpe di Dio, noi ti chiediamo di ammetterci alla scuola di quel diaconato permanente di cui ci sei stata impareggiabile maestra.
Al contrario di te, facciamo fatica a metterci alle dipendenze di Dio, e stentiamo a capire che solo la resa incondizionata alla sua sovranità ci può fornire l’alfabeto primordiale per la lettura di ogni altro umano servizio.
L’affido nelle mani del Signore ci sembra un gioco d’azzardo. La sottomissione a lui, invece che collocarla in un quadro di alleanza bilaterale, la sentiamo come una variabile della schiavitù. Siamo gelosi, insomma, della nostra autonomia. E l’affermazione solenne che servire Dio significa regnare non ci persuade più di tanto.
Il servizio di Maria non è presentato come una rinuncia passiva, ma come una libertà consegnata consapevolmente a Dio. La sua disponibilità diventa una forma concreta di partecipazione all’opera della salvezza.
Serva della Parola
Santa Maria, serva della Parola, serva a tal punto che, oltre ad ascoltarla e custodirla, l’hai accolta incarnata nel Cristo, aiutaci a mettere Gesù al centro della nostra vita.
Fa’ che ne sperimentiamo le suggestioni segrete. Dacci una mano perché sappiamo essergli fedeli fino in fondo. Donaci la beatitudine di quei servi che egli, tornando nel cuore della notte, troverà ancora svegli, e che, dopo essersi cinte le vesti, lui stesso farà mettere a tavola e passerà a servire.
Fa’ che il Vangelo diventi la norma ispiratrice di ogni nostra scelta quotidiana. Preservaci dalla tentazione di praticare sconti sulle sue esigenti richieste. Rendici capaci di obbedienze gaudiose.
E metti, finalmente, le ali ai nostri piedi perché alla Parola possiamo rendere il servizio missionario dell’annuncio, fino agli estremi confini della terra.
Serva del mondo
Santa Maria, serva del mondo, che, subito dopo esserti dichiarata ancella di Dio, sei corsa a farti ancella di Elisabetta, conferisci ai nostri passi la fretta premurosa con cui tu raggiungesti la città di Giuda, simbolo di quel mondo di fronte al quale la Chiesa è chiamata a cingersi il grembiule.
Restituisci cadenze di gratuità al nostro servizio così spesso contaminato dalle scorie dell’asservimento. E fa’ che le ombre del potere non si allunghino mai sui nostri offertori.
Tu che hai sperimentato le tribolazioni dei poveri, aiutaci a mettere a loro disposizione la nostra vita, con i gesti discreti del silenzio e non con gli spot pubblicitari del protagonismo.
Rendici consapevoli che, sotto le mentite spoglie degli affaticati e degli oppressi, si nasconde il Re. Apri il nostro cuore alle sofferenze dei fratelli.
E perché possiamo essere pronti a intuirne le necessità, donaci occhi gonfi di tenerezza e di speranza. Gli occhi che avesti tu, quel giorno a Canan di Galilea.

Maria, donna del primo passo
Quando, al primo capitolo del suo Vangelo, Luca dice che, partito l’angelo da Nazaret, «Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda», nel testo originale, dopo la parola Maria, c’è un participio: «anastàsa».
Letteralmente significa: «alzàtasi». E potrebbe essere una locuzione stereotipa: uno di quei tanti termini ripetitivi, cioè, che nei nostri discorsi fanno da mastice tra un racconto e l’altro.
Ma, a ben guardare, la parola «anastàsa» ha la stessa radice del sostantivo «anàstasis», il classico vocabolo che indica l’avvenimento centrale della nostra fede e, cioè, la risurrezione del Signore.
Sicché potrebbe essere tradotta tranquillamente con «risorta». E allora, tenuto conto che Luca rilegge l’infanzia di Gesù alla luce degli avvenimenti pasquali, è proprio fuori posto sospettare che la parola «anastàsa» sia qualcosa di più di uno stereotipo inespressivo?
È rischioso pensare che voglia alludere, invece, a Maria come simbolo della Chiesa «risorta» che, in tutta fretta, si muove a portare lieti annunzi al mondo?
È un po’ troppo affermare che sotto quella parola si condensi lo stile il compito missionario della Chiesa la quale, dopo la risurrezione del Signore, ha il compito di portare nel grembo Gesù Cristo per offrirlo agli altri, come appunto fece Maria con Elisabetta?
La butto lì. Una conclusione, comunque, mi sembra evidente: che, anche se la parola «anastàsa» non ha quella pregnanza teologica di cui ho parlato, sta, però, a sottolineare per lo meno una cosa: la risolutezza di Maria.
È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s’inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall’esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l’iniziativa.
Dall’accenno discretissimo dell’angelo ha avuto la percezione che la sua parente doveva trovarsi in serie difficoltà. Perciò, senza frapporre indugi e senza stare a chiedersi se toccava a lei o meno dare inizio alla partita, ha fatto bagagli, e via! Su per i monti di Giudea.
«In fretta», per giunta. O, come traduce qualcuno, «con preoccupazione». Ci sono tutti gli elementi per leggere, attraverso questi rapidi spiragli verbali, lo stile intraprendente di Maria.
Senza invadenze. Stile confermato, del resto, alle nozze di Cana, quando, dopo aver intuito il disagio degli sposi, senza esserne da loro pregata, giocò la prima mossa e diede scacco matto al Re.
Aveva proprio ragione Dante Alighieri nell’affermare che la benignità della Vergine non soccorre soltanto colui che a lei si rivolge, ma «molte fiate liberamente al domandar precorre».
La preghiera del primo passo
Santa Maria, donna del primo passo, ministra dolcissima della grazia preveniente di Dio, «àlzati» ancora una volta in tutta fretta, e vieni ad aiutarci prima che sia troppo tardi.
Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà. Prenditi il diritto di precedenza su tutte le nostre iniziative.
Quando il peccato ci travolge, e ci paralizza la vita, non aspettare il nostro pentimento. Previeni il nostro grido d’aiuto. Corri subito accanto a noi e organizza la speranza attorno alle nostre disfatte.
Se non ci brucerai sul tempo, saremo incapaci perfino di rimorso. Se non sarai tu a muoverti per prima, noi rimarremo nel fango. E se non sarai tu a scavarci nel cuore cisterne di nostalgia, non sentiremo più neppure il bisogno di Dio.
Santa Maria, donna del primo passo, chi sa quante volte nella tua vita terrena avrai stupito le persone per aver anticipato tutti gli altri agli appuntamenti del perdono.
Donaci, ti preghiamo, la forza di partire per primi ogni volta che c’è da dare il perdono. Rendici, come te, esperti del primo passo.
Non farci rimandare a domani un incontro di pace che possiamo concludere oggi. Brucia le nostre indecisioni. Distoglici dalle nostre calcolate perplessità. Liberaci dalla tristezza del nostro estenuante attendismo.
E aiutaci perché nessuno di noi faccia stare il fratello sulla brace, ripetendo con disprezzo: tocca a lui muoversi per primo!
Santa Maria, donna del primo passo, esperta come nessun altro del metodo preventivo, abile nel precedere tutti sulla battuta, rapidissima a giocare d’anticipo nelle partite della salvezza, gioca d’anticipo anche sul cuore di Dio.
Sicché, quando busseremo alla porta del Cielo, e compariremo davanti all’Eterno, previeni la sua sentenza. «Alzati» per l’ultima volta dal tuo trono di gloria, e vieni incontro a noi.
Prendici per mano, e coprici col tuo manto. Con un lampo di misericordia negli occhi, anticipa il suo verdetto di grazia. E saremo sicuri del perdono.
Perché la felicità più grande di Dio è quella di ratificare ciò che hai deciso tu.
Maria, donna del pane
«Lo depose nella mangiatoia». Nel giro di poche righe, la parola mangiatoia è ripetuta tre volte. La qual cosa, tenuto conto dello stile di Luca, insospettisce non poco.
L’evangelista allude: non c’è dubbio. Lui, il pittore, vuole ritrarre Maria nell’atteggiamento di chi riempie il cestino vuoto della mensa.
Se è vero che nella mangiatoia si mette il pasto per gli animali, non è difficile leggere in quella collocazione l’intendimento di presentare Gesù, fin dal suo primo apparire, come cibo del mondo. Anzi, come il pane del mondo.
Sotto, quindi, la paglia per le bestie. Sopra la paglia, il grano macinato e cotto per gli uomini. Sulla mangiatoia, avvolto in fasce come in candida tovaglia, il pane vivo disceso dal cielo.
Accanto alla mangiatoia, come dinanzi a un tabernacolo, la fornaia di quel pane. Maria aveva capito bene il suo ruolo fin da quando si era vista condotta dalla Provvidenza a partorire lontano dal suo paese, lì a Betlem: che vuol dire, appunto, casa del pane.
Per questo, nella notte del rifiuto, ha usato la mangiatoia come il canestro di una mensa. Quasi per anticipare, con quel gesto profetico, l’invito che Gesù, nella notte del tradimento, avrebbe rivolto al mondo intero: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».
Maria, portatrice di pane, dunque. E non solo di quello spirituale.
Deformeremmo la sua figura se la sottraessimo alla preoccupazione umana di chi si affatica per non lasciare vuota la mensa di casa sua. Sì, ella ha tribolato per il pane materiale.
E qualche volta, quando non riusciva a procurarselo, forse avrà pianto in segreto. Come quell’altra Maria, povera donna, che abita in un sottano con una nidiata di figli e col marito disoccupato, e, per insolvenza, non le fanno più credito neppure al negozio di generi alimentari.
Gesù deve aver letto negli occhi splendenti di sua madre il tormento del pane quando manca, e l’estasi del suo aroma quando, caldo di cenere, si sbriciola sulla tovaglia in un arcipelago di croste.
Per questo c’è nel Vangelo tanto tripudio di pane, che dividendosi si moltiplica, e passando di mano in mano sazia la fame dei poveri adagiati sull’erba, e trabocca nella rimanenza di dodici sporte.
Per questo, al centro della preghiera da rivolgere al Padre, Gesù ha inserito la richiesta del pane quotidiano. E ha lasciato a noi la formula per implorare dalla Madre la grazia di una sua giusta distribuzione, in modo che nessuno dei figli rimanga a digiuno.

Il pane materiale e il pane della vita
Santa Maria, donna del pane, chi sa quante volte all’interno della casa di Nazaret hai sperimentato pure tu la povertà della mensa, che avresti voluto meno indegna del Figlio di Dio.
E, come tutte le madri della terra preoccupate di preservare dagli stenti l’adolescenza delle proprie creature, ti sei adattata alle fatiche più pesanti perché a Gesù non mancasse, sulla tavola, una scodella di legumi e, nelle sacche della sua tunica, un pugno di fichi.
Pane di sudore, il tuo. Di sudore, e non di rendita. Come anche quello di Giuseppe, del resto.
Il quale, nella bottega di falegname, era tutto contento quando dava gli ultimi ritocchi a una panca che avrebbe barattato con una bisaccia di grano.
E nei giorni del forno, quando il profumo caldo di focacce superava quello delle vernici, ti sentiva cantare dall’altra parte, mentre Gesù, osservandoti attorno alla madia, dava anche lui gli ultimi ritocchi alle sue parabole future: «Il Regno dei Cieli è simile al lievito che una donna prende e impasta con tre misure di farina…».
Santa Maria, donna del pane, tu che hai vissuto la sofferenza di quanti lottano per sopravvivere, svelaci il senso dell’allucinante aritmetica della miseria, con la quale i popoli del Sud un giorno ci presenteranno il conto davanti al tribunale di Dio.
Abbi misericordia dei milioni di esseri umani decimati dalla fame. Rendici sensibili alla provocazione del loro grido.
Non risparmiarci le inquietudini dinanzi alle scene di bambini che la morte coglie tragicamente attaccati ad aridi seni materni. E ogni pezzo di pane che ci sopravanza metta in crisi la nostra fiducia sull’attuale ordinamento economico, che sembra garantire solo le ragioni dei più forti.
Tu, la cui immagine, quasi fosse un amuleto, pietà di madre o tenerezza di sposa nasconde furtivamente nel bagaglio dell’emigrante o nella valigia di chi affida al mare la sua vita in cerca di fortuna, tempera le lacrime dei poveri ai quali è divenuta troppo amara la terra natale.
Alleggerisci la loro solitudine. Non esporli all’umiliazione del rifiuto. Colora di speranza le attese dei disoccupati. E raffrena l’egoismo di chi si è già comodamente sistemato al banchetto della vita.
Perché non sono i coperti che mancano sulla mensa. Sono i posti in più che non si vogliono aggiungere a tavola.
Santa Maria, donna del pane, da chi se non da te, nei giorni dell’abbondanza con gratitudine, e nelle lunghe sere delle ristrettezze con fiducia, accanto al focolare che crepitava senza schiuma di pentole, Gesù può aver appreso quella frase del Deuteronomio, con cui il tentatore sarebbe stato scornato nel deserto: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»?
Ripeticela, quella frase, perché la dimentichiamo facilmente. Facci capire che il pane non è tutto. Che i conti in banca non bastano a renderci contenti.
Che la tavola piena di vivande non sazia, se il cuore è vuoto di verità. Che se manca la pace dell’anima, anche i cibi più raffinati son privi di sapori.
Perciò, quando ci vedi brancolare insoddisfatti attorno alle nostre dispense stracolme di beni, muoviti a compassione di noi, placa il nostro bisogno di felicità, e torna a deporre nella mangiatoia, come quella notte facesti a Betlem, il pane vivo disceso dal cielo.
Perché solo chi mangia di quel pane non avrà più fame in eterno.
Maria, donna della speranza
Maria è anche la madre a cui si affidano le persone ferite dalla malattia, dalla povertà, dalla solitudine e dall’incertezza. La sua presenza non elimina automaticamente il dolore, ma sostiene chi lo attraversa e dona coraggio, forza e perseveranza.
Era nel cuore della notte e mentre ci incamminavamo alla grotta ho visto un giovane uomo che spingeva una piccola sedia a rotelle vuota. Era la sedia a rotelle per bambini.
Arrivato davanti alla grotta si è inginocchiato, poggiando le sue braccia sullo schienale della sedia, piangendo in preghiera. Probabilmente era un padre, che nel cuore della notte, lasciata la figlia o il figlio ammalato a dormire, ha portato la sua “croce a rotelle” ai piedi di Maria.
Si è presentato lì, col suo dramma, ma anche con grande fiducia, da solo, ai piedi di Maria. Io e i miei amici l’abbiamo lasciato lì che pregava, senza muoversi. Siamo rientrati a dormire in silenzio.
Chissà quante di queste scene, ogni giorno, alla grotta di Lourdes, o in tanto altri luoghi in cui la madre di Dio viene a consolare noi suoi figli, attraverso eventi che superano la nostra comprensione, ma nutrono la fede dei cuori docili.
Quanti cammini fatti nel deserto della malattia, nelle strade di missione, nei sentieri del Covid19 senza poter uscire liberamente dalle nostre case. Quante vite vissute nel deserto della povertà, resa più pesante dalla sorgente amara della mancanza di solidarietà.
Quanti deserti di disperazione affogati in sorgenti amare di nessuna consolazione. Già, a volte camminiamo come il popolo di Israele nel deserto, cerchiamo dell’acqua e troviamo solo una sorgente amara che non ci disseta (Es 15,22-27).
Dio, di fronte alla sorgente amara del deserto, dà al popolo di Israele un bastone che rende dolce, potabile, l’acqua, per riportare un po’ di vita, un po’ di refrigerio.
Maria è un po’ come questo bastone che Dio ha offerto nella nostra esistenza. La sua presenza, il suo essere premurosa, il suo intercedere, il suo parlare di noi a suo Figlio Gesù, fa di lei quel bastone che asciuga le lacrime di chi piange.
Lei è quella mamma dolce che porta dolcezza alle nostre amarezze, che ci incoraggia quando abbiamo il cuore stanco.
Penso spesso a quel papà che si inginocchia ai piedi di Maria appoggiandosi alla piccola sedia a rotelle. Forse chiedeva il miracolo, e Maria ha sicuramente donato il miracolo del coraggio, della forza per resistere.
Non lo so! Aggrapparsi a Maria è un po’ come scegliere la strada giusta per raggiungere Dio.
La sua bontà verso di noi, che viene dalla sua maternità nei nostri confronti, è veramente potentissima. Ci aggrappiamo a Maria perché Maria ci aiuti a diventare come lei.
Maria non ha avuto una vita facile, tutt’altro! Eppure la sua vita è segnata dalla serenità dell’abbandono a Dio.
Ciò che non riusciamo a fare da soli, con la sua intercessione e aiuto, aggrappati a lei, possiamo farlo. Possiamo veramente arrivare più facilmente a suo Figlio se camminiamo con lei, se la preghiamo sgranando i nostri Rosari, la sua preghiera preferita.
La nostra fede è fragile, ma Maria ci è vicina per incoraggiarci, per sostenerci, per consolarci, per farci crescere nella fede anche e soprattutto in un momento di dolore nell’umanità!
Camminare da soli è disperante, ma insieme come famiglia umana, e con Maria ci si sente come un bambino in braccio a sua madre. E siamo questo: sotto la protezione di Maria siamo figli in cammino verso Dio.
Maria, vergine del mattino, del meriggio, della sera e della notte
La Vergine del mattino
Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell'aurora, le speranze del giorno nuovo.
Ispiraci parole di coraggio. Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori.
Non permettere che sulle nostre labbra il lamento prevalga mai sullo stupore, che lo sconforto sovrasti l'operosità, che lo scetticismo schiacci l'entusiasmo, e che la pesantezza del passato ci impedisca di far credito sul futuro.
Aiutaci a scommettere con più audacia sui giovani, e preservaci dalla tentazione di blandirli con la furbizia di sterili parole, consapevoli che solo dalle nostre scelte di autenticità e di coerenza essi saranno disposti ancora a lasciarsi sedurre.
Moltiplica le nostre energie perché sappiamo investirle nell'unico affare ancora redditizio sul mercato della civiltà: la prevenzione delle nuove generazioni dai mali atroci che oggi rendono corto il respiro della terra.
Da' alle nostre voci la cadenza degli alleluia pasquali. Intridi di sogni le sabbie del nostro realismo. Rendici cultori delle calde utopie dalle cui feritoie sanguina la speranza sul mondo.
Aiutaci a comprendere che additare le gemme che spuntano sui rami vale più che piangere sulle foglie che cadono. E infondici la sicurezza di chi già vede l'oriente incendiarsi ai primi raggi del sole.
La Vergine del meriggio
Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l'ebbrezza della luce.
Stiamo fin troppo sperimentando lo spegnersi delle nostre lanterne, e il declinare delle ideologie di potenza, e l'allungarsi delle ombre crepuscolari sugli angusti sentieri della terra, per non sentire la nostalgia del sole meridiano.
Strappaci dalla desolazione dello smarrimento e ispiraci l'umiltà della ricerca. Abbevera la nostra arsura di grazia nel cavo della tua mano.
Riportaci alla fede che un'altra Madre, povera e buona come te, ci ha trasmesso quando eravamo bambini, e che forse un giorno abbiamo in parte svenduto per una miserabile porzione di lenticchie.
Tu, mendicante dello Spirito, riempi le nostre anfore di olio destinato a bruciare dinanzi a Dio: ne abbiamo già fatto ardere troppo davanti agli idoli del deserto.
Facci capaci di abbandoni sovrumani in Lui. Tempera le nostre superbie carnali.
Fa' che la luce della fede, anche quando assume accenti di denuncia profetica, non ci renda arroganti o presuntuosi, ma ci doni il gaudio della tolleranza e della comprensione.
Soprattutto, però, liberaci dalla tragedia che il nostro credere in Dio rimanga estraneo alle scelte concrete di ogni momento sia pubbliche che private, e corra il rischio di non diventare mai carne e sangue sull'altare della ferialità.
La Vergine della sera
Santa Maria, Vergine della sera, Madre dell'ora in cui si fa ritorno a casa, e si assapora la gioia di sentirsi accolti da qualcuno, e si vive la letizia indicibile di sedersi a cena con gli altri, facci il regalo della comunione.
Te lo chiediamo per la nostra Chiesa, che non sembra estranea neanch'essa alle lusinghe della frammentazione, del parrocchialismo, e della chiusura nei perimetri segnati dall'ombra del campanile.
Te lo chiediamo per la nostra città, che spesso lo spirito di parte riduce così tanto a terra contesa, che a volte sembra diventata terra di nessuno.
Te lo chiediamo per le nostre famiglie, perché il dialogo, l'amore crocifisso, e la fruizione serena degli affetti domestici, le rendano luogo privilegiato di crescita cristiana e civile.
Te lo chiediamo per tutti noi, perché, lontani dalle scomuniche dell'egoismo e dell'isolamento, possiamo stare sempre dalla parte della vita, là dove essa nasce, cresce e muore.
Te lo chiediamo per il mondo intero, perché la solidarietà tra i popoli non sia vissuta più come uno dei tanti impegni morali, ma venga riscoperta come l'unico imperativo etico su cui fondare l'umana convivenza.
E i poveri possano assidersi, con pari dignità, alla mensa di tutti. E la pace diventi traguardo dei nostri impegni quotidiani.
La Vergine della notte
Santa Maria, Vergine della notte, noi t'imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni o il freddo delle delusioni, o l'ala severa della morte.
Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell'ora del nostro Calvario, tu, che hai sperimentato l'eclisse del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà.
Alleggerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo.
Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita.
Ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra.
Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell'oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, Vergine dell'avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto.
E sveglieremo insieme l'aurora. Così sia.
Maria, donna missionaria
Santa Maria, donna missionaria, noi ti imploriamo per tutti coloro che, avendo avvertito l’inviato missionario di Dio, hanno lasciato gli affetti più cari per annunciare il Vangelo in terre lontane.
Sostienili nella fatica. Ristora la loro stanchezza. Proteggili da ogni pericolo.
Dona ai gesti con cui si curvano sulle piaghe dei poveri i tratti della tua tenerezza. Metti sulle loro labbra parole di pace e di conforto.
Fa’ che la speranza con cui promuovono la giustizia terrena non prevarichi sulle attese sovrumane di cieli nuovi e terre nuove.
Riempi la loro solitudine. Rendili testimoni della gioia. Ogni volta che ritornano tra noi, profumati di missione, fa’ che possiamo attingere tutti al loro entusiasmo.
Confrontandoci con loro, ci appaia sempre più importante la nostra azione pastorale, più povera la nostra generosità e più assurda la nostra comodità.
Santa Maria, donna missionaria, tonifica la nostra vita cristiana con quell’ardore che spinse te, portatrice di luce, sulle strade della Palestina.
Comunicaci quello spirito missionario che ci aiuti a uscire fino agli «estremi confini della terra».
E anche se la vita ci lega ai meridiani e ai paralleli dove siamo nati, fa’ che ci sentiamo egualmente sul collo il fiato delle moltitudini che ancora non conoscono Gesù.
Spalancaci gli occhi perché sappiamo scorgere le afflizioni del mondo. Non impedire che il clamore dei poveri ci tolga la quiete.
E liberaci da ogni egoismo e indifferenza. Amen.
2022.06.11 don Raffaele Galdiero - 2. Comunità missionaria per l'annuncio del Vangelo
Maria, donna della solidarietà e della tenerezza
Compare appena sullo scenario della salvezza, e già la vediamo intenta a varcare confini.
Se non proprio con i visti rilasciati dal ministero degli esteri, deve subito vedersela con le tribolazioni che si accompagnano a ogni espatrio forzato. Come una emigrante qualsiasi del Meridione. Anzi, peggio.
Perché non deve passare la frontiera per motivi di convenienza o di ricerca, ma dentro una storia segnata dall’incertezza, dalla precarietà e dalla necessità di proteggere la vita.
Sì, il Signore se l’è scelta proprio di là. Oggi diremmo: dai rioni popolari, grevi di sudori e impregnati di stabbio. Dai quartieri bassi, dove i tuguri dei poveri, se rimangono ancora in piedi, è perché si appoggiano a vicenda.
Penso a certe periferie, dove le zanzare brulicano sulle pozzanghere della strada, e le mosche…
La prospettiva di don Tonino Bello non separa mai la devozione mariana dalla responsabilità verso gli ultimi. Maria è dentro la storia dei poveri, degli emigranti, degli oppressi e di tutti coloro che cercano una via di speranza.
No, non fu neutrale. Basta leggere il Magnificat per rendersi conto che Maria si è schierata. Ha preso posizione cioè dalla parte dei poveri, naturalmente.
Degli umiliati e offesi di tutti i tempi. Dei discriminati dalla cattiveria umana e degli esclusi dalla forza del destino. Di tutti coloro, insomma, che non contano nulla davanti agli…
Maria, cattedrale del silenzio
Tra i tanti appellativi mariani, in cui non sai se ammirare di più la fantasia dei poeti o la tenerezza della pietà popolare, ne ho trovato uno di straordinaria suggestione: Maria, cattedrale del silenzio.
Certo, oggi è difficile sperimentare il silenzio nelle cattedrali delle metropoli. Però chi vi entra condotto dalla voglia di pregare, troverà…
Il silenzio di Maria non è vuoto, isolamento o fuga dalla realtà. È lo spazio interiore in cui la Parola viene ascoltata, custodita e trasformata in vita.
Nelle feste c’è Lui. Nelle vigilie, al centro, c’è Lei. Discreta come brezza d’aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là delle siepi.
Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha l’impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E…
Maria e la Chiesa che si muove
La figura di Maria diventa anche immagine della Chiesa chiamata a uscire da sé, a portare Cristo agli altri e a riconoscere le necessità del mondo.
È un po’ troppo affermare che sotto quella parola si condensi lo stile il compito missionario della Chiesa la quale, dopo la risurrezione del Signore, ha il compito di portare nel grembo Gesù Cristo per offrirlo agli altri, come appunto fece Maria con Elisabetta?
È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s’inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall’esterno.
È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l’iniziativa.
Alla luce di Maria, la missione non coincide soltanto con la partenza verso terre lontane. È anche la disponibilità a vedere chi soffre, a precedere il bisogno, a portare una parola di pace, a condividere il pane, a costruire comunione e a restituire speranza.
Metti sulle loro labbra parole di pace e di conforto. Fa’ che la speranza con cui promuovono la giustizia terrena non prevarichi sulle attese sovrumane di cieli nuovi e terre nuove.
Spalancaci gli occhi perché sappiamo scorgere le afflizioni del mondo. Non impedire che il clamore dei poveri ci tolga la quiete. E liberaci da ogni egoismo e indifferenza.
La preghiera mariana di don Tonino Bello
Le invocazioni dedicate a Maria raccolgono un unico itinerario spirituale: dall’abbandono a Dio al servizio, dall’ascolto della Parola alla missione, dalla vicinanza agli ultimi alla speranza condivisa.
- Donna dei nostri giorni: Maria è vicina alle ansie quotidiane, alle difficoltà familiari, al lavoro, alla solitudine e alla paura del futuro.
- Donna di servizio: la sua libertà si realizza nella disponibilità a Dio e nell’attenzione concreta verso Elisabetta e verso il mondo.
- Donna del primo passo: Maria anticipa il bisogno, si mette in cammino e insegna a non rimandare il perdono.
- Donna del pane: custodisce il legame tra il pane materiale, la giustizia sociale e il pane vivo disceso dal cielo.
- Donna della speranza: accompagna chi attraversa la malattia, la povertà, la solitudine e le notti dell’esistenza.
- Donna missionaria: sostiene chi annuncia il Vangelo e invita ogni credente a uscire dall’indifferenza.
- Donna bellissima: rimanda alla bellezza dell’anima e del corpo, come apertura fugace sull’eterno.
- Vergine del mattino, del meriggio, della sera e della notte: accompagna ogni stagione della vita, dalla nascita della speranza alla prova e all’attesa della luce.
In questa visione, Maria non allontana dalla realtà: vi introduce più profondamente. Non sostituisce la responsabilità umana, ma la risveglia. Non offre una consolazione evasiva, ma una presenza capace di trasformare il dolore in coraggio, il servizio in gratuità, la fede in scelta concreta e la speranza in impegno.