Maria Assunta è, nella riflessione di Paolo Scquizzato, la donna che ha lavorato su sé, facendo della sua vita un’opera d’arte. La sua esperienza spirituale diventa immagine di un’esistenza capace di accogliere l’imprevedibile, di attingere alla grazia e di collaborare con Dio alla creazione.
Il significato dell’Assunzione si comprende attraverso una radicale accoglienza del mondo, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue luci e le sue ombre. Maria smette di lottare, lascia affiorare naturalmente la mente della «non-azione» e si apre alla comprensione del messaggio contenuto nella realtà dell’esistenza.
Chi è Paolo Scquizzato
Paolo Scquizzato, torinese, è un prete della diocesi di Pinerolo, dove è responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Si occupa di formazione spirituale, specie per i laici, attraverso l’analisi e l’approfondimento delle Scritture e conducendo gruppi di meditazione silenziosa.
Da molti anni è guida biblica in Palestina. È autore di molti libri e tiene un blog che arricchisce settimanalmente con il commento del Vangelo della domenica e con «pensieri ad alta voce» su film visti, libri letti, o - come dice lui - «semplicemente su questa nostra Chiesa, amata e sofferta».
Sono nato a Torino - città che amo molto - e sono prete da venticinque anni. Attualmente vivo e lavoro nella Diocesi di Pinerolo, in provincia del capoluogo piemontese.
Mi occupo di formazione spirituale attraverso pratiche di consapevolezza volte alla riscoperta del Sé autentico. Il recupero della dimensione mistica delle grandi tradizioni e la centralità del Silenzio sono ad oggi il fulcro della mia ricerca.
Amo i libri, che ritengo i migliori amici degli uomini in quanto parlano se vuoi e tacciono quando desideri. A volte li scrivo, sperando di inimicarmi il minor numero di persone…
Conduco gruppi di Meditazione Silenziosa e sono guida biblica in Palestina, la Terra Santa, dove tutto è nato.
Il significato spirituale dell’Assunzione di Maria
Mi trovo a mettere a posto gli ultimi appunti di un Corso che terrò a breve. Si tratterà degli Archetipi, narrati lungo il ‘Viaggio dell’Eroe’, il cammino umano da compiersi per divenire finalmente adulti.
L’ultimo archetipo che si prenderà in considerazione sarà quello del Mago, che non ha nulla a che fare con formule, pozioni e bacchette magiche, ma rappresenta semplicemente la parte di noi che crede ancora - e nonostante tutto -nella possibilità di creare, modellare, e dare forma alla propria vita.
Penso che alcuni passaggi degli appunti possano dire qualcosa sulla festa dell’Assunzione di Maria, la donna che ha lavorato su sé, facendo della sua vita un’opera d’arte.
Il Mago conosce la grazia, e vi attinge, non come un evento insolito, ma come possibilità di collegarsi con la fonte ultima dell’energia dell’universo. Egli arriva a dire, da persona adulta qual è: ‘sia fatta la tua volontà’, consapevole di essere già parte di Dio, e quindi che la sua volontà e il nostro bene a livello più profondo sono parte della medesima rivelazione di Dio.
Se da un lato il Mago possiede una sorta di umiltà nel rendersi conto di essere solo una piccola parte della grande, costante attività della creazione, dall’altro la sua rivendicazione di cooperare con Dio alla creazione è un atto perentorio.
Egli giunge così ad una totale accoglienza del mondo, con le sue gioie e i suoi dolori. Le sue luci e le sue ombre.
Il Mago smette di lottare, ma lascia affiorare naturalmente la mente della ‘non-azione’, intesa come ‘il non compiere azioni per un beneficio egoistico’.
Invece di lottare contro la debolezza, la solitudine, la paura, il dolore, il Mago li accoglie come parte della realtà dell’esistenza e quindi si apre alla comprensione del loro messaggio.
Negare il dolore significa non lasciarlo andare. Soltanto vivendolo, accogliendolo, sentendolo, parlandone ‘ad alta voce’, si può imparare da esso e continuare a provare gioia e potere in un modo nuovo.
Quando in India un villaggio soffriva di siccità, gli abitanti mandavano a chiamare il mago della pioggia. I maghi della pioggia non fanno nulla per far piovere; si limitano ad andare al villaggio e a stare lì, e la pioggia arriva.
Non fanno venire la pioggia, la lasciano venire: più esattamente, la loro qualità interiore è di permettere che si affermi ciò che crea un clima in cui ciò che deve essere avviene.
Forse avete conosciuto persone così. Non è che facciano splendere il sole, cadere la pioggia, lavorare con più impegno la gente nel proprio ufficio, ma quando sono presenti, tutto va alla perfezione, e in apparenza senza alcuno sforzo.
L’archetipo del Mago sa che non deve fare tutto, basta faccia la sua piccola parte. Non è unico e indispensabile per l’opera; è il collaboratore della ‘dea della creazione’, del destino suo proprio e di quello del mondo.
I Maghi acquistano una grande fede in sé stessi, in Dio, nell’universo. Questa fede rende possibile talvolta semplicemente attendere la luce, proprio nel momento in cui ciò che accade sembra poter indurre la disperazione.
La fede del Mago è una fede forte che a un certo livello del nostro essere, noi scegliamo quello che ci accade: comprese le nostre malattie e la nostra morte. Facciamo queste scelte, non per masochismo ma perché ci insegneranno quello che dobbiamo imparare.
È quindi importante fare onore ad ogni cosa ci accada, come un modo di fare onore alle nostre scelte di imparare la lezione necessaria.

Maria come figura dell’attesa
«Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
28Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”.29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
30L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.34Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”.
35Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.
36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio”.
38Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei». (Lc 1, 26-38)
Con l’annuncio a Maria, qualcosa di inaudito si va compiendo. Finisce l’epoca della religione, comincia quella della fede.
L’uomo, da sempre intento a scalare il cielo, ora è da esso visitato. «Con Gesù di Nazaret ci è stata interdetta ogni scala verso il cielo» (Simone Weil).
Maria è figura dell’attesa umana che crea in sé lo spazio perché tutto si possa compiere.
«“Che cosa mi dà la vita?”. La risposta è facile: tutto. Tutto ciò che non è me e mi illumina. Tutto ciò che ignoro e che aspetto. L’attesa è un fiore semplice.
Germoglia sui bordi del tempo. È un fiore povero che guarisce tutti i mali. Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione.
Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare, per il tempo che ci vuole, per le notti di cui ha bisogno.
La nostra attesa viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato.
Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso» (Christian Bobin, Elogio del nulla).
La verginità come vuoto di sé
Maria crea in sé lo spazio. Questo è il significato profondo della ‘verginità’ di Maria, che noi cattolici purtroppo abbiamo per molto tempo ridotto ad una mera questione d’integrità dell’imene.
No, Maria è vergine perché ha ‘creato’ in sé il ‘vuoto di sé’ attraverso la morte dell’io, dell’auto-centramento, della non-azione, consapevole che la massima opera può accadere quando non è più posta alcuna azione.
Maria è la discepola che insegna una delle verità profonde di ogni spiritualità: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non attendere nulla se non l’insperato.
Si tratta dell’‘attesa senza oggetto’ tanto cara alla Weil. Finché attendiamo ciò che crediamo di conoscere, ci raggiungono solo fantasmi.
L’attesa deve essere vuota, gratuita, non dettata dalla richiesta, o viziata dai desideri, ma solo grata di ciò che vuole giungere. Attesa dell’imprevedibile insomma.
Perché in fondo ‘Dio non ha lo scopo di dare a ciascuno il suo, ma di dare a ciascuno se stesso’ (E. Ronchi).
Sì, l’attesa senza oggetto è apertura all’imprevedibilità. Non attendo ciò che desidero, ma ciò che credo sia bene per me.
Se il viaggiatore s’attendesse di scoprire ciò che crede di conoscere, non godrebbe mai della scoperta, ma farebbe solo turismo intorno a cose già note. E cesserebbero di esistere gli esploratori.
Maria, l’impossibile e la cura dell’altro
39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». (Lc 1, 39-45)
Dinanzi all’annuncio dell’angelo, Maria s’è fatta ‘accoglienza’ dell’improbabile, del non previsto, dell’impossibile, perché in fondo la vita altro non è che ‘attesa senza oggetto’ (Simone Weil), apertura all’imprevedibilità.
Infatti il possibile - ricorda Jacques Derrida - non porta con sé mai alcun mistero. Affinché vi sia evento, perché l’altro - il sorprendente - possa rivelarsi per ciò che è, è necessario fare esperienza dell’impossibile.
Senza questo impatto non si darebbe visione del nuovo, ma solo del ‘sempre lo stesso’, della ripetizione.
Dunque Maria appena fatta esperienza dell’impossibile, «si alzò e andò in fretta» a far visita ad una donna bisognosa di aiuto (v. 39).
A muoverci sarà sempre una forza, un’energia che ci portiamo dentro tutti ma che rischia di rimanere assopita se non si rimane aperti all’azione di un Altro riconosciuto nella sua totale oggettività.
È importante fare esperienza del divino in noi, aprirci alla sua azione, silenziosamente lasciare che ci imbeva di lui: solo allora la nostra stessa carne sarà manifestazione di Dio - questo è mistero dell’incarnazione - e solo allora potremmo rialzarci dalle nostre paralisi e cominciare a camminare per cominciare finalmente a prenderci cura di qualcuno.
Maria mossa da un’esperienza vissuta nella carne, raggiunge Elisabetta, altra donna che ha fatto esperienza dell’impossibile, lei sterile da sempre.
Siamo fatti per sbocciare, una vita sterile, incapace di portare frutto e di dare colore e profumo è una vita morta.
Lo stupore e il mistero
Il brano di oggi, potrebbe guarirci da una grande malattia del nostro tempo: l’incapacità dello stupore.
Non ci stupiamo più di nulla. Tutto è noto, già dato, scontato, prevedibile, immaginabile.
Non c’è più spazio per il mistero, ossia la ferma certezza che la realtà non è tutta come appare, ma infinitamente altra ancora.
Per questo tutto sa di stantio e di vecchio, soprattutto ciò che riguarda la religione.
Basta partecipare ad alcune Messe domenicali. Ci siamo ridotti a fare archeologia del sacro, e noi preti ridotti alla stregua di bravi antiquari.
Che il Natale sia esperienza dell’acqua che fa fecondare, del fuoco che accende le potenze assopite, dell’aria che torna a far respirare e della terra che fa germogliare vita nuova. Auguri!
Il silenzio e la meditazione
Mi occupo di formazione spirituale, e sono responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, un ambito di grande interesse e stimolo; dialogare con le diversità arricchisce e mi rendo sempre più conto che accostando culture e religioni diverse la mia umanità si dilata e la mia fede diventa più feconda.
Riguardo la formazione spirituale, accompagno persone nell’approfondimento della Parola e la riscoperta e la cura del Silenzio.
Scopo primario della meditazione cristiana è quello di consentire alla misteriosa e silente presenza di Dio in noi di farsi, via via, non soltanto una realtà, bensì la realtà della nostra vita; di divenire quella realtà che dà significato, forma e fine a tutto ciò che facciamo, a tutto ciò che siamo». (John Main)
Conduco gruppi di Meditazione Silenziosa e sono guida biblica in Palestina, la Terra Santa, dove tutto è nato.
La fede come responsabilità nella storia
La festa dell’Ascensione al cielo di Gesù, credo voglia insegnarci essenzialmente due cose:
- Dobbiamo prendere coscienza che ogni popolo è stato religioso e ogni religione ha rappresentato l’al di là in modo tale che i poteri dell’al di qua si sentissero convalidati e legittimati.
- Nella prima lettura di oggi, Atti riporta questo passaggio: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1, 11).
Questa è la struttura costante delle religioni. Il potere religioso esercitato sulla massa dei credenti da parte di una piccolissima porzione di eletti, viene legittimato per “mandato divino”: ‘Dio-lo-vuole’.
Con questa espressione in bocca, e la spada in pugno, nel corso dei secoli la chiesa cattolica ha ucciso donne e uomini colpevoli di professare semplicemente un’altra fede o di aver occupato i luoghi sacri a Gerusalemme.
L’establishment religioso si è sentito insomma da sempre autorizzato a presentarsi come autentica mediazione tra Dio e il mondo, il cielo e la terra, passaggio obbligato per giungere al cielo, per entrare in contatto col divino, e per conoscere con certezza l’altrimenti imperscrutabile volontà di Dio.
Ebbene, con Gesù tutto questo è finito. Tra l’uomo e Dio è saltata ogni mediazione.
Scrive Ernesto Balducci: «Fra la coscienza e Dio non c’è che il puro vuoto della responsabilità umana».
Finalmente adulti, la donna e l’uomo di fede fanno esperienza del divino nell’intimo della propria coscienza senza più dover chiedere permesso all’autorità costituita.
L’immagine mitologica dell’ascensione al cielo di Gesù, vuole suggerirci questo. Gesù entra ‘nella gloria di Dio’ indipendentemente dal potere religioso del suo tempo che, condannandolo a morte, lo ritenne bestemmiatore e maledetto da Dio stesso.
Ed essendo Gesù il ‘primogenito tra molti fratelli’ (Rm 8, 29), dobbiamo credere che ciascuna persona è chiamata ora ad entrare nel cuore di Dio indipendentemente da ogni tipo di mediazione.
Col battesimo infatti, ogni creatura diventa ‘sacerdote, re e profeta’.
Il cielo, dopo l’evento Gesù di Nazareth, si è svuotato. Non ci è più concessa alcuna via di fuga verso l’irrealtà.
Non possiamo più evadere dalla responsabilità cui ci chiama la terra con tutto il suo carico di umanità in attesa.
Paradossalmente con il simbolo dell’Ascensione al cielo, le alienazioni religiose (di ogni tipo) sono delegittimate, e l’uomo è restituito alle sue incombenze.
Il cristianesimo non è la religione che promette facili paradisi, dopo un sofferto pellegrinaggio in questa valle di lacrime.
Non è assicurato alcun paradiso a chi diserta la terra.
Più che guardare il cielo è ora di guardare molto bene negli occhi le donne e gli uomini di questo nostro tempo, soprattutto coloro che fanno più fatica a riconoscersi tali.
L’andarsene fisico di Gesù fu letto dalla Chiesa primitiva come necessario perché potesse nascere un mondo nuovo: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16, 7).
Un mondo nuovo costruito faticosamente senza la tentazione di demandare tutto ad un improbabile dio nascosto lassù in alto, inoculando in questa storia intrisa di violenza e morte l’antidoto dell’amore.
Un mondo nuovo fatto di relazioni guarite, e in grado alla fine di scorgere il Cristo ancora presente nel volto dei senza volto.
Scrittura, arte e dialogo tra le tradizioni
Amo la musica da Bach a Keith Jarrett, passando per Guccini; l’arte soprattutto del ‘900; il teatro dell’assurdo; quel cinema che - ahimè - pochi amici son disposti a vedere con te, e frequento molto i migliori amici dell’uomo, ossia i libri, che parlano quando vuoi che parlino e tacciono quando lo desideri.
A proposito di libri, qualcuno ha detto che ‘la casa è il luogo dove conserviamo i nostri libri’. In questo blog ne troverete parecchi citati, commentati e raccomandati.
È come avessi dato il mio indirizzo di casa.
Nel blog troverete inoltre materiale audio e video di conferenze e ritiri che ho tenuto negli anni, il calendario di prossimi incontri, luoghi e date di viaggi in programma; il commento del vangelo della domenica successiva e ‘pensieri ad alta voce’ su film visti, libri letti appunto, o semplicemente su questa nostra Chiesa, amata e sofferta.
Un sabato al mese per soffermarsi sui temi importanti della vita letti attraverso le opere straordinarie di un grande pittore e teologo: Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.
Giornata di studio sul rapporto cibo e religione.
Corso di "Esercizi Spirituali" aperto a tutti. Percorso evangelico volto alla rilettura e al ripensamento di termini come peccato, colpa, giudizio, confessione, perdono, espiazione, misericordia, perfezione e sacrificio; per una crescita spirituale dell'uomo autentico, lontana da inutili retaggi soffocanti e sterili sensi di colpa.
La misericordia raccontata per immagini, attraverso i volti, le storie, gli aneddoti di artisti, re e papi di cinque secoli fa, il tutto racchiuso in uno scrigno di arte e bellezza capace di attirare ancora ogni giorno ventimila persone.
Buon viaggio dunque, nella speranza di potervi aiutare a respirare un po’ più profondamente, di quell’aria che chiede solo di poter attraversare la finestra che il vangelo di Gesù è venuto finalmente a spalancare.
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