Mamma natività nera: Maria come madre nella storia dell’arte e nella cultura italiana

La figura della mamma nella Natività trova la sua forma più intensa nell’immagine di Maria che tiene tra le braccia il Bambino: non una maestà lontana, ma una donna vicina alla vita, alla maternità e alla semplicità degli affetti. Il tema della Madonna nera aggiunge a questa immagine una dimensione simbolica e popolare, legata alla terra feconda, all’Oriente, ai pellegrinaggi e alle tradizioni locali.

La Natività è il principio di tutto. La sua sintesi è nella immagine della Madre che tiene in braccio il Bambino: essa non mostra il potere di Dio ma la semplicità degli affetti, in Giotto come in Pietro Lorenzetti, come in Vitale da Bologna, come in Giovanni Bellini, come in Bronzino, come in Caravaggio.

Maria nell’atto della maternità non è una maestà lontana, in trono, che tiene in braccio un bambino che è già divino: è semplicemente, nella maggior parte delle rappresentazioni, una mamma con il figlio. Per questo la maternità di Maria non è un tema religioso ma un tema umano. Il soggetto è semplicemente la vita.

Madonna nera con bambino

La Natività come immagine della maternità

Un viaggio attraverso i secoli, riccamente illustrato, alla scoperta non solo di capolavori imprescindibili, ma del legame più antico e profondo del mondo, la Natività, che allude, nella stessa misura, al mistero della vita di ognuno di noi e al rapporto dell’uomo con Dio.

Dalle Natività e Annunciazioni disincarnate e divine, con il cielo infuso d’oro, dell’arte bizantina, Vittorio Sgarbi ci conduce attraverso la rivoluzione della pittura moderna, che ha rappresentato una natività sempre più terrena, sempre più vicina alla vita.

Ma la conquista della verità per questo soggetto così misterioso e suggestivo non è stata lineare: la storia dell’arte indica ripensamenti e ritorni, cortocircuiti continui tra ideale e reale.

Da Giotto a Simone Martini, da Piero della Francesca a Raffaello, da Michelangelo a Caravaggio e Rubens fino ad alcune suggestioni dell’Ottocento e Novecento, da Courbet a Segantini, a Pietro Gaudenzi, Vittorio Sgarbi non solo ci racconta l’arte da un punto di vista inedito, quello della Natività, ma mostra come essa abbia saputo individuare le infinite sfumature dell’atto più divino che l’essere umano può compiere: il dono della vita.

Tra pittura, scultura, ma anche cinema e letteratura, questo viaggio, infine, ci lascia intravedere i mille, labirintici volti della femminilità, quali solo la grande arte può rappresentare.

La Madonna nera e il simbolismo del colore

Con la fine dell’estate il mondo rurale considera in fase di esaurimento i grandi lavori nei campi, concedendosi una pausa di ringraziamento e di riposo prima della ripresa delle attività legate alla vendemmia.

In diversi luoghi d'Italia molte sono le feste che si celebrano l’8 e il 12 settembre, rispettivamente la natività della di Maria e la celebrazione del suo nome.

Più numerose ancora in questo periodo sono le celebrazioni dedicate alle “madonne nere” diffuse dal nord al sud della penisola.

Di colore bruno, grigio scuro o totalmente nere, sono da alcuni studiosi ricollegate ad un simbolismo archetipico della terra feconda, secondo altre teorie il loro culto è spesso associato all’Oriente ed alle Crociate.

ElementoSignificato o contesto
Colore bruno, grigio scuro o neroSimbolismo archetipico della terra feconda
Oriente e CrociateAltra interpretazione della diffusione del culto
8 e 12 settembreFeste legate alla natività di Maria e alla celebrazione del suo nome
Processioni e pellegrinaggiForme popolari di venerazione delle madonne nere

La Madonna nera nelle tradizioni italiane

La Madonna “ra Madonna a luce” in Sicilia

In Sicilia, nel messinese, la Vergine viene festeggiata come “ra Madonna a luce”.

La sua statua è accompagnata in processione da due guerrieri giganti di cartapesta chiamati Cronos e Mitia, la cui presenza deriva dalla leggenda locale sulla scoperta di un’antichissima immagine , accanto alla quale si trovavano ossa umane di dimensioni fuori dal comune.

I festeggiamenti si concludono con un grande falò detto “la Luminaria”.

La Madonna di Loreto e la corsa degli zingari

In Abruzzo, come probabile retaggio di antichi riti di iniziazione e percepita con significati penitenziali e votivi in onore della Madonna di Loreto, si tiene “la corsa degli zingari”, dal termine dialettale “zinghere” (chi va a piedi nudi o ha perso ogni avere).

I giovani del luogo si cimentano in una spettacolare corsa a piedi scalzi, scendendo i fianchi della montagna e risalendo le vie del paese, dove raggiungono l’altare della Madonna, con i piedi spesso feriti e lacerati dalle pietre e dai rovi.

Al vincitore viene consegnato il palio, consistente in un taglio di stoffa di lana, un tempo premio ambito, oggi di valore simbolico.

La “Mamma Schiavona” di Montevergine

In Campania , nell’avellinese, decine di migliaia di pellegrini salgono al Santuario di Montevergine per venerare una grande tavola della Madonna , soprannominata popolarmente “Mamma Schiavona” per il colore bruno, simile a quello degli schiavi saraceni.

In passato la tradizione voleva che a recarsi in pellegrinaggio fossero donne o ragazze non ancora sposate, le quali durante la salita verso il monte intrecciavano dei rami di ginestra, promettendo alla Madonna di tornate l'anno successivo e di sciogliere il nodo in compagnia dello sposo.

Questa protezione verrebbe traslata, in base ad una leggenda medievale, agli innamorati omosessuali, che, in un altro periodo dell’anno, si recano al santuario con un pellegrinaggio chiamato juta dei femminielli, figure tipiche della cultura tradizionale popolare partenopea, la cui identità di genere va oltre la mera concezione duale dei sessi.

Rappresentanti di un’identità culturale e sociale ed oggetto di numerosi studi antropologici , hanno ispirato intellettuali ed artisti: dallo scrittore Curzio Malaparte nel romanzo “La pelle” al musicista e compositore Roberto De Simone nell’opera “La gatta Cenerentola”.

Santuario di Montevergine Madonna Schiavona

Caravaggio e la madre con il bambino

Nelle immagini della Madonna col bambino Gesù che troviamo nelle molte natività e nei presepi in giro per il mondo e nelle nostre case ho spesso trovato qualcosa di artefatto, di immobile, di intriso di una tradizione forte ma a volte incapace di comunicare profondamente qualcosa.

Non essendo cattolica ho così abbandonato, crescendo, la voglia del presepe che facevo da bambina. L’ho poi riscoperta dopo aver dato alla luce i miei figli in casa senza assistenza e dopo essermi imbattuta in opere dalla straordinaria potenza come “L’adorazione dei pastori” del Caravaggio (che ho scelto come immagine per questo scritto).

Ho capito allora che nella storia di Maria, Giuseppe e Gesù Bambino c’è qualcos’altro da vedere, c’è una rivelazione che va ben al dil à della religione cattolica, c’è un messaggio storico, umano, profano e sacro al contempo : è quello di una donna qualsiasi che dà alla luce suo figlio, indisturbata, in raccoglimento, in solitudine, semplicemente.

Il genio di Caravaggio ben capì questo messaggio: uno degli aspetti più potenti di questa rappresentazione è che il piccolo Gesù, appena nato, anziché essere esposto nella mangiatoia al “pubblico” (come conviene nella nostra tradizione occidentale nelle più diffuse natività), è nelle braccia della madre, addirittura rivolto verso di lei, in quell’adorazione reciproca che avviene al momento della nascita, se non si disturbano madre e bambino, se non si misura, se non visita, se non si parla.

Caravaggio Adorazione dei pastori

La luce non è al servizio dell’immagine divina, bensì aiuta a esaltare il contatto e lo sguardo tra madre e bambino.

Maria è rappresentata nell’autentica e genuina spossatezza del dopo parto come ogni donna comune, semi sdraiata, abbandonata all’amore, poco vicino una semplice bisaccia, con le poche cose che possono servire, poche cose davvero.

Non servivano e non servono neanche oggi culle, passeggini, intere liste di nascita.

Non stupisce che Caravaggio sconvolse il pubblico di allora, e quello di oggi forse non ha ancora ben colto la grandezza della sua opera.

La stalla, il calore e l’ecologia della maternità

Il bambino Gesù non è mai stato al freddo e al gelo, c’erano le braccia della mamma a riscaldarlo, Maria aveva ben scelto un luogo molto “mammifero” dove partorire, una stalla probabilmente con qualche animale a riscaldarla, il famoso bue e il famoso asinello.

Non le sarebbe mai venuto a mente, a lei , di porlo in una mangiatoia!

Ed è così che Maria è stata ed è il messaggio della vera ecologia, quella che come dice Michel Odent parte dal grembo.

E come ricorda sempre Odent non è un caso forse che, come si narra, Maria abbia partorito proprio mentre Giuseppe si è allontanato alla ricerca di una levatrice.

Lei non aveva bisogno d’aiuto. Una donna ha bisogno di amore intorno a lei, non di aiuto.

Fiducia nel proprio figlio, nel suo voler venire alla luce.

Lei ha creduto, nonostante tutte le difficoltà a suo figlio, ha seguito l’istinto, la luce.

A suo tempo è stata mal giudicata, ha avuto paura ma è andata avanti, come le molte donne di oggi a cui viene detto “tuo figlio non cresce abbastanza, forse hai il diabete, controlla questo, controlla quello”, ma che, a un certo punto, riescono a seguire la propria voce interiore e trovano la strada per accogliere come si deve il proprio bambino.

Maria, con Gesù tra le braccia è un messaggio nascosto, è una profezia celata : l’ecologia della maternità, l’ecologia dell’umanità.

Ogni donna che crede nelle proprie capacità di dare alla luce suo figlio, che si sente competente, che accoglie le paure ma non si lascia guidare da esse, bensì dalla fiducia nella vita, ha colto il messaggio e sta costruendo la vera ecologia.

Il presepe come memoria personale e immagine della vita

Qualche anno fa ho trovato una statuetta del presepe, dove c’era Maria con Gesù in braccio, e così il presepe è tornato in casa mia, come testimonianza storica importante, come immagine buona per l’anima e anche quest’anno insieme ai miei bambini l’abbiamo fatto, aspettando il Natale.

Mancavano pochi giorni al Natale. Ero in quarta elementare. Fuori era buio e pioveva.

Ingannavo l’attesa contando le goccioline che scivolavano sul vetro appannato della finestra, come le finestrine del Calendario dell’Avvento.

Sognavo l’arrivo dei regali e non mi sembrava esistesse altro.

Il bambino, che stava seduto nel banco di fronte al mio, alzò gli occhi dal suo quaderno, mi guardò perplesso e disse ad alta voce: “Francesco è tutto blu!”.

Ci fu una grande confusione e in pochi minuti mi ritrovai in infermeria.

Mentre stavo sdraiato sul lettino, tutto nudo, come su un tavolo anatomico, l’infermiera riuscì a rintracciare mia madre nella scuola dove insegnava e la fece venire d’urgenza.

Mi consegnarono a lei con un misto di paura e ribrezzo.

Sul taxi, che sfrecciava per le strade addobbate con le luminarie, tremavo tutto e sbavavo, mentre cantavo come un disco rotto la canzoncina del Natale.

Il conducente disse a mia madre: “Signora, non son fatti miei, ma fossi in voi lo porterei diritto all’ospedale”.

La parola ospedale non era mai piaciuta alla mamma e gli rispose seccata che il mio posto era al calduccio nella mia camera.

La malattia trasformata in una Natività

Là arrivarono dopo poco i due zii medici (il fratello di papà, specialista in malattie polmonari o, come lui precisava, “della povertà” e quello della mamma, giovane analista del sangue e studioso di leucemie).

Siccome ciascuno vede anzitutto quello che sa, si dissero convinti, dopo un paio d’ore, che si trattasse proprio di leucemia e che forse non c’era più nulla da fare

La mamma ribadì disperata che mi avrebbe curato a casa.

La mia stanzetta si trasformò così nell’appendice di una clinica, con vari trespoli che reggevano boccioni per le flebo, macchine-rilevatori ispide di fili e tavolini traboccanti di multiformi scatole di medicine.

Su una parete comparve, a un certo punto, anche la riproduzione di un’icona russa che rappresentava San Giorgio su un cavallo bianco che infilza un attorcigliato drago.

Iniziò così un lungo periodo di cure che durò cinque mesi.

La parola leucemia, per tassativo divieto della mamma, sempre incline a considerare le parole foriere di reali mali, non veniva mai pronunciata.

Si usava una formula più generica e misteriosa, che poi divenne però la diagnosi ufficiale: “avvelenamento del sangue”.

All’inizio, a causa della febbre altissima, delirai, a intermittenza, per una settimana.

Chiamavo in continuazione un compagno di classe, tale Mauro Falsini, che abitava in una sorta di “casa famiglia” attigua a un ospizio per vecchi, a due passi dalla scuola, in riva all’Arno.

Mauro era sempre vestito di grigio, con i pantaloncini corti, modello a mutanda, e un baschetto bretone costantemente calcato sulle ventitrè.

Sembrava sbucato fuori dal film Marcellino pane e vino, o da La guerra dei bottoni.

Era un pessimo studente, tanto che avevo dovuto aiutarlo io a scrivere la lettera a Babbo Natale (desiderava un pallone e rivedere la sua mamma).

Era anche molto grasso e a merenda si nutriva sempre con una michetta ripiena di gnocchi al pomodoro freddi, avanzi della cena del giorno prima, che offriva generosamente ai compagni nella speranza di ricavarne in cambio qualche gustosa brioche o pizzetta.

Veniva chiamato “Cicciobomba” e così io lo invocavo nei miei pirotecnici deliri.

Soprattutto la notte, quando la temperatura saliva oltre misura, mi percuotevo con i pugni la fronte, costringendo la nonna, che mi stava accanto insonne, a tenermi saldamente le mani nelle sue, più bianche del mio lenzuolo.

La Natività corrotta dalla malattia

La festa di Natale di quell’anno venne considerata da tutti come, probabilmente, la mia ultima.

Mi coprirono di regali, provando ad esaudire in una volta sola, e per sempre, tutti i miei desideri: un cannocchiale monoculare; la locomotiva elettrica in latta che tornava indietro, in uno sfavillio di lucine gialle e rosse, quando cozzava contro un ostacolo; un variopinto atlante geografico; la scatola da trentasei dei pastelli a olio “Panda”; un nuovo pallone di cuoio con le giunture che parevano stringhe e lo stemma del Milan; un compasso appuntito e una macchina fotografica a soffietto della Germania Orientale; una piccola clessidra di precisione con sottilissima sabbia nera.

Attraverso i vetri smerigliati della porta della mia camera intravedevo le ombre distorte degli ospiti che, alla luce fioca delle candele, depositavano pacchetti sotto l’albero, come fossero corone di fiori.

Mi sembrava di esser protagonista di una Natività corrotta dalla malattia: vedevo piegarsi esitanti su di me pustolosi Re Magi, vecchi angeli intenti a disporre stoppose ragnatele luccicanti attorno al mio letto-giaciglio, e sentivo il calpestio sulla paglia di pastori in slabbrate tute da sub che trascinavano riottose pecore, dal rugginoso mantello, che biascicavano pesci argentati.

Mi pareva di rinascere e perire ogni ora, in una sorta di Natale mortale.

Quella festa tanto attesa si dilatava nei giorni malinconici della febbre che giocava a rimpiattino col respiro affannoso, tra le mie costole ormai sporgenti.

Musica, letteratura e figura paterna

Quando la febbre calava, nel generoso tentativo di alleviarmi il tedio di quella violenta malattia, mi somministravano robuste dosi di musica.

Il vecchio e potente radio-grammofono del papà, trasferito in camera mia, diffondeva a getto continuo le note della musica classica.

Inevitabilmente, alcune mie inspiegabili idiosincrasie musicali risalgono a quel periodo.

Una volta, di certo inavvertitamente, qualcuno mise sul piatto la Prima sinfonia di Gustav Mahler.

Quando si alzarono le note del terzo movimento, quella specie di grottesca marcia funebre, suonata con la leziosa cadenza di una canzoncina per bambini (Fra’ Martino), la mamma cacciò un urlo dall’attiguo salotto e, si precipitò a tirar via il disco da sotto la testina, gettandolo per terra come un serpente velenoso.

Il papà si arrabbiò molto e litigarono, come non facevano mai, davanti a me, sfogando su quel disco rotto tutta la tensione che si erano covati dentro in quei giorni.

Passata l’emergenza sopravvenne la noia.

Non potevo alzarmi dal letto ed ero debolissimo.

Sembravo, diceva sconsolata la mamma, un fantasma illuminato da una candela.

Così, alle quattro del pomeriggio, mio padre prese a rincasare anticipatamente e a leggermi a puntate il Don Chisciotte.

Quello fu probabilmente il mio battesimo con la letteratura e la vita.

Era anzitutto piacevole che quel severo papà, molto più anziano della esuberante mamma (era stato il suo professore!), sempre con il naso immerso in libri e giornali, si dedicasse per metà pomeriggio a leggermi un libro.

Era un lettore caldo e appassionato.

Gli piaceva raccontare e vedere sul mio volto le reazioni.

Si sentiva che i suoi antenati siciliani avevano avuto familiarità, tra pupi e carretti, con le storie dei cavalieri antichi.

Parteggiava apertamente per il cavaliere della Mancia e dedicava a Sancio Pansa una voce tignosetta, decisamente antipatica.

Amava e si identificava con Don Chisciotte.

Il ritorno del reale era anche per lui sempre fonte di tristezza.

Papà mi guardava allora con uno sguardo acquoso, come non è mai più capitato.

Finché è vissuto, il mio rapporto con lui è stato viziato dal bisogno di quello sguardo, dolce e triste, evidentemente irripetibile.

L’ho ritrovato soltanto, molti anni dopo, in quello di San Giuseppe falegname di Georges de la Tour, che l’ha fissato per sempre, per tutti noi, figli strani di padri che, tutti presi dal lavoro e dalla fatica del vivere, non sono stati capaci di aprirci ai loro sentimenti.

Anche per questo, Don Chisciotte mi ridette forza.

Il presepe tra memoria, dolore e rinascita

L’anno seguente, forse per esorcizzare di quel periodo, intrufolai, tra le figurine in terracotta del Presepe, un cavaliere a cavallo con la lancia in resta, nella zona delle muschiose casette coi mulini, molto più avanti dei Re Magi, traballanti sui cammelli.

Il mistero delle Madonne Nere

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