Fontale significa “originario”, “primario”, “che costituisce una fonte” o “che sgorga dalla fonte”. In ambito biblico e teologico, l’aggettivo indica ciò che è principio della vita, della fede e della relazione con Dio: l’acqua, l’amore, la celebrazione eucaristica e la grazia possono essere descritti come realtà fontali quando da esse scaturisce un rinnovamento spirituale.
Il termine deriva da fonte e richiama l’idea di una sorgente prima dalla quale provengono vita, luce, fecondità e trasformazione. Nel linguaggio biblico, il significato di “fontale” si comprende soprattutto attraverso il simbolismo dell’acqua, presentata come elemento indispensabile alla vita, segno di purificazione, immagine della benedizione divina e figura della vita spirituale.
Che cosa significa “fontale”
Fontale è un aggettivo di origine dotta, derivato da “fonte”. S’incontra due volte nel Convivio, nella locuzione principio fontale, ossia principio “originario”, fonte “prima”, che è formula del linguaggio scientifico.
Il modulo espressivo è nell’endiadi latina “principium et fons” (Orazio, Ars poetica 309). I due passi in cui ricorre sono: “Di questa pupilla lo spirito visivo, che si continua da essa, a la parte del cerebro dinanzi, dov'è la sensibile virtude sì come in principio fontale, subitamente sanza tempo la [imagine] ripresenta” (Convivio, III IX 9); “Dico che l'usanza de' filosofi è di chiamare ‘luce’ lo lume, in quanto esso è nel suo fontale principio” (Convivio, XIV 5).
Il significato biblico di “fontale”
Applicato alla Bibbia, il termine “fontale” descrive una realtà che non è soltanto importante, ma che rappresenta una sorgente originaria dalla quale derivano altre realtà. Un’esperienza fontale è quindi un’esperienza capace di generare fede, comunione, guarigione, purificazione e vita nuova.
La celebrazione liturgica dell’Eucaristia, è la sorgente purissima di tutta la nostra fede, contatto vivo e fontale con il mistero stesso dell’amore di Dio che, in essa, si riversa nella nostra vita trasformandola in un processo efficace di divinizzazione. La celebrazione eucaristica è la partecipazione più piena a tale sorgente dell’amore trinitario.
In essa rivive infatti l’atto supremo della donazione che il Figlio ha fatto della sua vita, secondo quanto ha visto fare dal Padre stesso. L’immagine della sorgente esprime così l’origine dell’amore divino e la sua capacità di comunicarsi all’uomo.
Il tema dell’acqua come simbolo della fonte
Il tema dell’acqua è ampio in quanto abbraccia l’esistenza umana ed è presente lungo la storia biblica. Esso appare ai primordi dell’umanità (Gen 1,1), dove viene presentato il Creatore che agisce attraverso il suo “Spirito” (ruah) sulle acque cosmiche; ma si ritrova anche ampiamente attestato nell’Apocalisse e nella visione finale in riferimento alla “nuova creazione” (Ap 21,1: il mare; 22,2: il fiume e la fecondità).
Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione extrabiblica e biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale e presupposto costitutivo della struttura del mondo (Gen 1,6: “divise poi in acque superiori ed inferiori”). Essa è principio di vita e di morte a seconda della situazione in cui si trova e in cui si usa, è semplice e chiara nella sua costituzione fluida, ma può costituire nella sua grande massa un senso di mistero, di penetrabilità di luce solo parziale e di forza incontrollabile.
Unitamente alla sua notevole attestazione quantitativa, con oltre 1500 riferimenti biblici, la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati.

I termini biblici per indicare l’acqua
Il termine ebraico majîm, “le acque”, attestato circa 580 volte nell’Antico Testamento, e quello greco hydōr, con cui la Settanta traduce quasi sempre l’ebraico majîm, designano la categoria dell’acqua e i suoi derivati.
In Es 15,8 e Sal 77,16 hydōr allude ai “torrenti”, dall’ebraico nāzal; con il termine greco pēghē, impiegato oltre 50 volte, si indica l’erompere dell’acqua sorgiva (Gn 2,6) e, al plurale, le sorgenti che provengono dall’abisso (Gn 7,11; 8,2).
Molto di frequente la parola viene usata come complemento di termini idrografici, come “ruscelli d’acqua” (Sal 1,3) e “fonte d’acqua” (Gn 24,13), oppure unita a una località, come “acqua di Merom” (Gs 11,5.7), “acqua di Gerico” (Gs 16,1) e “acque di Meghiddo” (Gdc 5,19).
Inoltre con il termine majîm rabbîm nella Bibbia si indica anche la massa marina delle acque (Is 23,3; Ez 27,26; Sal 29,3; 77,20; 107,23). Il suo uso linguistico allude ad una materia che si manifesta in varie forme: con l’acqua si indicano fenomeni meteorologici, come nubi, nebbia, foschia, grandine, rugiada, neve e brina; designazioni geografiche, come fonti, ruscelli, fiumi, canali, torrenti e mari; e usi domestici, come bevanda, economia della casa e lavoro.
L’acqua come principio fontale della vita
Molte sono le allusioni al ruolo dell’acqua per la sussistenza umana: essa insieme al pane è una necessità vitale e benedetta da Jahvé (Es 23,25). Così la costante pane-acqua ritorna nelle vicende di importanti personaggi biblici: Davide (1Sam 30,11-12), Elia (1Re 18,4.13; 22,27), Eliseo (2Re 6,21) ed Ezechiele (Ez 4,11-16s).
Il digiuno totale consiste nel rinunciare al pane e all’acqua (Es 34,28; Dt 9,9.18). Troviamo l’impiego dell’acqua nelle frequenti citazioni di pozzi e cisterne (Gn 26,18; 37,20), in riferimento all’irrigazione della terra coltivabile (Dt 11,10; 2Re 18,17), per l’abbeverazione del bestiame (Gn 30,38) e soprattutto per l’approvvigionamento idrico durante il cammino attraverso il deserto.
Al popolo assetato, che mormora per la scarsa fede (Nm 20,24; 27,14; Sal 81,8; 106,32), Dio risponde con il prodigio della sorgente scaturita dalla roccia (Es 17,2-7; Nm 20,7-11). Questo episodio sarà ripreso come insegnamento per il popolo nella grande profezia del nuovo esodo (Is 48,20-21), quando il Signore farà fiorire il deserto (Is 41,17-18) e la gente di Israele con tutto il suo bestiame sarà dissetata (Is 43,20).
L’acqua come elemento di vita è presente nella promessa della terra “fertile”, che si differenzia dalla steppa e dal deserto. È proprio questa terra fertile promessa da Jahvé che sarà la “stabile dimora del popolo” (Nm 24,7; Dt 8,7; 11,11).
Essa diventerà successivamente immagine soltanto parziale del “luogo escatologico” che prefigura, per i giusti, una terra paradisiaca nella quale sgorgheranno torrenti di acqua viva (Is 30,23-26): sarà lo stesso Signore a fornire pane e acqua per la vita degli uomini (Is 55,1).
Acqua, creazione e ordine del cosmo
Nei racconti della creazione, che conservano i modelli culturali mesopotamici, si pone in evidenza come l’acqua è inserita nell’ordine istituito da Dio. Infatti secondo l’antica visione cosmogonica dell’universo, la potenza dell’acqua è saggiamente utilizzata da Dio per separare, per inondare la terra di pioggia (Gn 7,11; 8,2) e per far scendere la rugiada sull’erba (Gb 29,19).
È Dio il “signore del mondo” e quindi anche dell’acqua: da lui proviene la vita, la siccità (Am 7,14; Is 44,27) o l’inondazione (Gb 12,15). “Egli spande la pioggia sulla terra” (Gb 5,10) e veglia affinché cada regolarmente “a suo tempo” (Lv 26,4).
Nella sua provvidenza Dio accorda agli uomini le piogge di autunno e di primavera (Dt 11,14; Ger 5,24), assicurando la prosperità al paese (Is 30,23-25). Tra tutti i testi biblici il Sal 104 riassume con particolare efficacia il dominio del Creatore sulle acque.
Egli ha creato le acque superiori come quelle dell’abisso (104,3.6), regola il flusso del loro corso (104,7), le ritiene affinché non sommergano il paese (104,9), fa sgorgare le sorgenti (104,10) e discendere la pioggia (104,13) per portare gioia e prosperità sulla terra (104,11-18).
L’associazione dell’acqua con gli estremi, la trascendenza dei cieli e la profondità degli abissi, fa di questa categoria una delle più efficaci per esprimere la grandezza e l’onnipotenza di Dio sull’uomo e sulla storia.
L’acqua tra vita, caos e morte
La separazione delle acque nella creazione
Un aspetto dell’acqua è dato dalla sua presentazione come un oceano o una marea fluttuante, presentata in modo particolare in tre contesti veterotestamentari. Il primo contesto è costituito dal racconto di creazione di matrice sacerdotale (Gn 1,1-2,4a).
Secondo questo racconto, il Creatore “separa” le acque del mare, immagine del caos cosmico, facendo sorgere la volta celeste e collocando le acque superiori al di sopra della volta celeste, l’oceano celeste (cf Gb 36,27-28; Sal 29,3; 33,7; 148,4), e le acque inferiori al di sotto del firmamento, il mare su cui poggia la calotta terrestre (cf Sal 104,2-4).
La marea fluttuante, per opera di Dio, da caos cosmico si trasforma in parte costitutiva del cosmo ordinato secondo le leggi della creazione.
Il diluvio e il ritorno del caos
Il secondo contesto, unito al precedente, è dato dal racconto del diluvio universale, dove le acque primordiali si riversano per ordine di Dio sulla terra dal di sopra dei cieli e dal di sotto (Gn 7,11), provocando il ritorno del caos e della morte.
In questo caso le acque rappresentano la potenza del caos che minaccia la terra e i suoi abitanti. L’acqua, che nella creazione è stata ordinata da Dio, può diventare anche una forza distruttiva quando invade i limiti stabiliti e travolge la vita.
Il passaggio del Mar Rosso
Il terzo contesto è costituito dalla narrazione della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto e dal passaggio del Mar Rosso (Es 14-15). La funzione dell’acqua distruttrice è sottolineata soprattutto nella tragica sorte degli inseguitori di Israele, che vengono travolti dalla potenza delle onde, mentre il popolo è libero e salvo sulla terra ferma (Es 14,27-30; 15,19-21).
Questo evento salvifico del “passaggio attraverso le acque” diventerà una costante simbolica nell’esperienza di Israele e nella sua rielaborazione teologica (Sal 77,17.20-21; 78,13; 106,9-11; 136,13-15; Is 51,10; 63,12; Ne 9,11).
Una ripresa di questo tema può essere intravista nell’episodio del transito dell’arca attraverso il fiume Giordano nell’ingresso della terra promessa (Gs 3,8; 4,18) e nel gesto simbolico del profeta Elia che divide con il suo mantello le acque dello stesso fiume (2Re 2,8).

L’acqua come purificazione e rinascita
Un terzo aspetto relativo all’impiego della categoria dell’acqua è collegato alla sua valenza rituale e purificativa. Nella pratica dell’ospitalità l’acqua viene offerta ai forestieri per la lavanda dei piedi (Gn 18,4; 19,2; 2Sam 11,8).
Insieme all’olio, al sangue e al fuoco, l’acqua diviene per la comunità ebraica un elemento necessario per le purificazioni rituali, prescritte e tramandate nella tradizione levitica (cf Lv 11-15).
Secondo le leggi di purificazione, ogni persona che era contaminata doveva lavare il suo corpo con l’acqua corrente (Lv 14,5-6; Nm 19,9-22), così come i riti di purificazione vengono svolti mediante aspersioni su persone e oggetti (Lv 14,7.51; Nm 8,7; 19,18-19).
Insieme al bagno del corpo nella legislazione levitica è spesso prescritto per l’uomo il lavaggio dei vestiti (Lv 14,8-9; 15,5-13; Nm 8,7.21) e di tutto ciò che viene a contatto con il mondo pagano ed impuro, in quanto Israele, quale popolo consacrato a Jahvé, è chiamato a tenersi distante da tutto ciò che lo rende profano.
In questa linea rituale si colloca il simbolismo della purificazione dal peccato mediante il segno dell’acqua (Sal 51,9) e della remissione delle colpe di tutto il popolo mediante un’aspersione escatologica (Ez 36,25), simbolo del perdono finale di Dio (Is 1,16; 4,4; Ger 33,8) e soprattutto la prospettiva battesimale neotestamentaria.
Nello sviluppo del giudaismo fino al tempo di Gesù i farisei elaborarono un sistema articolato di prescrizioni rituali per la purificazione, comprendente la lavanda di mani, stoviglie e vesti, menzionato nei vangeli nel contesto della polemica tra Gesù e i farisei (Mc 7,2-5).
L’uso dell’acqua per la purificazione è inoltre prescritto presso le comunità esseniche di Qumran con una forte valenza rituale per la “santificazione totale” degli adepti.
L’acqua nella storia del popolo di Dio
Le idee e i messaggi connessi all’acqua si fondono nella storia salvifica vissuta dal popolo ebraico e nel contesto concreto della terra di Canaan, della sua situazione idrica e della cultura legata alla vita quotidiana e agli scambi sociali tra i gruppi sociali del tempo.
Alla luce delle ricorrenze della categoria dell’acqua, possiamo distinguere con L. Goppelt un uso proprio e uno traslato. Oltre al suo uso proprio, la categoria dell’acqua si caratterizza per la sua valenza metaforica e simbolica.
Acqua come benedizione e fecondità
L’azione di Dio nei riguardi del suo popolo si può rileggere attraverso la valenza simbolica dell’acqua. Infatti è comune sentire di Israele che la fecondità rappresenti una benedizione divina dispensata sul popolo (Lv 26,3-5; Dt 28,1.12), mentre la siccità appare come una punizione per gli empi e i peccatori (Is 5,13; 19,5-7).
La chiave di lettura della storia biblica della nostra categoria è segnata dalla fedeltà all’alleanza e dall’obbedienza alla legge, in base alla quale l’Onnipotente accorda o rifiuta l’acqua, e quest’ultima diventa strumento di vita o di morte per la comunità ebraica.
La parola di Dio è paragonata alla pioggia che viene a fecondare la terra (Is 55,10-11; Am 8,11-12), e la dottrina che la sapienza di Dio elargisce è considerata come “un’acqua vivificatrice” (Sir 15,3; 24,25-31).
Così per coloro che obbediscono alla voce del Signore e lo servono fedelmente l’acqua sarà dono di fecondità e di rinnovamento (Gn 27,28; Sal 133,3; Ez 47), sorgente di vita (Es 17,1-7) e guarigione, come nel caso di Naaman il siro che si lava nel Giordano (2Re 5,10.14).
Per quanti abbandonano Dio per seguire altri idoli ci sarà siccità e desolazione, come nel caso di Acab e della sfida di Elia sul Carmelo (1Re 18,18).
Acqua come giudizio e purificazione
Nella medesima prospettiva simbolica va letta la “grande purificazione” del diluvio, devastatore dell’umanità corrotta (Gn 6-9), la settima piaga contro l’Egitto, una terribile tempesta accompagnata da grandine e piogge torrenziali (Es 9,33-35), l’uragano contro i nemici di Giosuè a Gabaon (Gs 10,11) e la copiosa pioggia sulle truppe nemiche raccolte ai piedi del Tabor, al tempo di Debora (Gdc 5,4).
Secondo lo schema interpretativo desunto dalle narrazioni cultuali e parenetiche, la storia dell’alleanza tra Jahvé e il suo popolo è quindi fortemente segnata dal simbolismo dell’acqua, che accompagna il progressivo cammino della comunità santa nel compimento delle promesse di Dio.
Il significato fontale dell’amore nel Cantico dei Cantici
Il Cantico dei Cantici, che letteralmente vuol dire “il Cantico per eccellenza”, è senza dubbio il più singolare fra i libri dell’Antico Testamento della Bibbia Ebraica.
La sua bellezza e la sua elegia, sebbene riprodotte attraverso le traduzioni dalla lingua originale, l’ebraico antico, alle lingue moderne, sono tali da poterlo considerare a ragione fra gli esempi più alti della letteratura di tutti i tempi.
Il Cantico dei Cantici è un poema, anzi un gruppo di poemi d’amore, che si snodano secondo gli appassionati dialoghi fra l’amata e l’amato, intervallati dal coro, presentati con una lirica attraente ove l’amore umano, per esprimersi, si serve di ricche metafore, prese in prestito specialmente dal paesaggio naturale.
I corpi degli amati sono essi stessi parte di questo paesaggio: la loro descrizione si serve dei profumi della natura, della bellezza del territorio e degli animali, segue i profili dei monti e delle valli.
Il Cantico celebra l’amore come ricerca appassionata, quasi senza fine, disposta a ogni sacrificio pur di riposare sul cuore della persona amata. La tradizione teologica, prima ebraica e poi cristiana, ha letto a ragione in questo libro, collocato nella Bibbia, una profonda allegoria della relazione d’amore che lega Dio creatore al suo popolo e alla sua creatura.
Un amore fontale, i cui sentimenti, per essere spiegati, compresi e illustrati, sembrano richiedere l’intervento di tutti gli elementi della natura, ma anche la descrizione delle emozioni e degli affetti che legano i due innamorati.

Amore umano e amore divino
La Sacra Scrittura non è nuova nel ricorrere al linguaggio dell’amore umano per esprimere l’amore di Dio per il suo popolo. I profeti dell’Antico Testamento paragonano l’infedeltà e l’idolatria all’adulterio, parlando paradossalmente di una “gelosia divina”, quella di Dio che desidera solo per Sé l’amore della creatura plasmata a Sua immagine.
Nel Nuovo Testamento, Paolo di Tarso paragona l’amore di Cristo per la sua Chiesa all’amore sponsale fra marito e moglie, applicandone interamente le esigenze di fedeltà e di dedizione, fino al sacrificio della propria vita.
Il significato del Cantico dei Cantici, tuttavia, non si esaurisce solo in una lettura allegorica, volta ad impiegare l’amore umano per esprimere e descrivere l’amore divino. Dice ancora molto di più.
Il testo biblico e la sua collocazione nell’esperienza spirituale e religiosa del popolo di Israele vogliono far comprendere che l’amore umano, la ricerca e l’incontro fra l’amata e l’amato, hanno un ruolo preciso nel piano creatore di Dio.
La corporeità come bene creato
L’amore fra l’uomo e la donna è un bene in sé, voluto così da Dio, quando si esprime, come in questi versi, con il carattere di una fedeltà appassionata, come ricerca capace di affrontare ogni difficoltà, come consapevole percezione della dignità e della preziosità della persona amata.
È un bene il desiderio dell’altro, come preludio a un incontro fecondo. Ed è un bene in sé anche la “scoperta” reciproca dei corpi dell’amata e dell’amato, che trova la sua collocazione solo all’interno di una relazione di amore esclusivo, donato e consapevole.
In una società e in un contesto di comunicazione di massa in cui la sessualità è stata separata dall’amore coniugale e dalla procreazione, il testo del Cantico dei Cantici aiuta a tornare alla vera sorgente della bellezza sessuale, all’emozione della scoperta che fa sussultare il cuore, preparando all’unione fra l’amato e l’amata.
La descrizione dei corpi degli amanti, come proposta dal settimo, ottavo e nono poema del Cantico, che il linguaggio comune chiamerebbe oggi erotica, riscatta la bellezza dei corpi dalla logica del possesso egoista, del dominio e della banalizzazione, oggi frequenti, per restituirla alla contemplazione che immerge nel creato e ne svela i significati nel progetto di Dio.
La ricerca dell’amato come cammino spirituale
Il testo dei Cantico dei Cantici, la cui lettura integrale il popolo ebreo riservava alla celebrazione delle feste pasquali, ha conosciuto diversi strati redazionali. Vi si frammezzano versi che ricordano le nozze del re Salomone con la figlia del Faraone, portata dall’Egitto a Gerusalemme, appendici e aggiunte.
Le sue pagine sono state commentate da molteplici autori, credenti e non credenti. Sono noti i commenti scritti dai mistici cristiani, Bernardo di Chiaravalle, Guglielmo di san Thierry, Jan van Ruysbroeck e Giovanni della Croce.
Questi autori sono specialmente attenti alla dinamica del nascondimento, all’amato perso che viene ritrovato, metafora dell’anima in ricerca di Dio; una ricerca non di rado segnata da oscurità e apparente abbandono che, come nel vero amore, misura la fedeltà dell’amante che sa attendere e sperare.
Una lettura, quella del Cantico dei Cantici, che merita di essere svolta integralmente, sul testo biblico, al di là dei pochi versi messi a disposizione in questa selezione.
Immagini dell’amore nel Cantico
«Mi baci coi baci della sua bocca, poiché dolci sono le tue carezze, più del vino; soavi all’odore i tuoi profumi: profumo versato di fresco il tuo nome. Perciò le fanciulle ti amano. Portami via con te, corriamo!»
«Il mio diletto è mio, e io sono sua, egli pascola tra i fiori di loto. Quando il giorno respira e le ombre si allungano, vieni, mio diletto, somiglia a un capriolo o a un piccolo di cervo sui monti divisi».
«Sul mio letto, la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia, l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e percorrerò la città; per le strade e per le piazze cercherò l’amore dell’anima mia».
«Le avevo appena oltrepassate, quando ho trovato l’amore dell’anima mia. L’ho stretto e non lo lascerò, finché non l’abbia introdotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito».
«Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è Amore, implacabile come gli inferi Gelosia. I suoi dardi sono dardi di fuoco, una fiamma di Jah. Le grandi acque non bastano a spegnere l’amore, né i fiumi lo travolgono».
Amore fontale e mistero trinitario
L’Amore che dilata e squarcia il cuore del Padre nel compiacimento commosso per la kénosis del Figlio è lo stesso amore che trafigge il cuore del Figlio, facendo sgorgare da esso fiumi di tenerezza e di misericordia per l’uomo peccatore.
Nel cuore dell’uomo, trafitto nel dolore del pentimento per Colui che ha trafitto, è riversato lo stesso amore divino: lo Spirito Santo che ci è stato donato.
La celebrazione liturgica dell’Eucaristia è la sorgente purissima di tutta la nostra fede, contatto vivo e fontale con il mistero stesso dell’amore di Dio che, in essa, si riversa nella nostra vita trasformandola in un processo efficace di divinizzazione.
La celebrazione eucaristica è la partecipazione più piena a tale sorgente dell’amore trinitario. In essa rivive infatti l’atto supremo della donazione che il Figlio ha fatto della sua vita, secondo quanto ha visto fare dal Padre stesso.
IL MISTERO DELL'EUCARESTIA, parole e spunti da DON LUIGI MARIA EPICOCO
Interpretazione allegorica e simbolica della Bibbia
Interpretare il racconto biblico in modo allegorico o simbolico significa considerare che il testo biblico non debba essere inteso letteralmente, come una descrizione storica o scientifica degli eventi, ma piuttosto come un racconto che comunica verità spirituali o teologiche più profonde attraverso l’uso di simboli o metafore.
Quando si adotta un’interpretazione allegorica, si cerca di trovare significati più ampi o simbolici dietro i racconti biblici. Ad esempio, nel caso del racconto biblico della creazione, un’interpretazione allegorica potrebbe considerare i giorni della creazione come rappresentazioni simboliche di diverse fasi o aspetti del processo creativo divino, piuttosto che come periodi di 24 ore letterali.
Questa interpretazione simbolica potrebbe enfatizzare il messaggio teologico che Dio è il creatore di tutto ciò che esiste, piuttosto che discutere dettagli scientifici o temporali specifici.
L’interpretazione simbolica, d’altra parte, cerca di individuare i simboli o le immagini presenti nel racconto biblico e li considera come mezzi attraverso i quali verità più profonde possono essere comunicate.
Ad esempio, il racconto della caduta dell’umanità nel libro della Genesi potrebbe essere interpretato simbolicamente per rappresentare l’alienazione dell’umanità da Dio e l’entrata del peccato nel mondo, piuttosto che come un evento storico preciso.
L’interpretazione allegorica o simbolica è spesso utilizzata per conciliare le narrazioni bibliche con le scoperte scientifiche o per affrontare questioni complesse che non possono essere affrontate in modo letterale.
Questo approccio consente di mantenere la rilevanza del testo biblico e di trarre insegnamenti spirituali senza entrare in conflitto con le conoscenze scientifiche o storiche. Tuttavia, è importante sottolineare che l’interpretazione allegorica o simbolica non è l’unica prospettiva interpretativa e che ci sono altre correnti di pensiero che adottano un’interpretazione più letterale dei testi biblici.
La scelta interpretativa dipende spesso dalle credenze, dalle tradizioni e dagli obiettivi specifici dell’interprete.
Alcuni simboli biblici collegati al significato fontale
La Bibbia è ricca di simboli e metafore che sono utilizzati per comunicare idee complesse e verità spirituali. Il significato di tali immagini varia a seconda dei contesti e dei libri specifici.
- Luce: la luce è spesso utilizzata come simbolo di verità, saggezza, guida divina e presenza di Dio. Ad esempio, Gesù viene descritto come “la luce del mondo” nel Nuovo Testamento.
- Acqua: l’acqua è un simbolo ricorrente di purificazione, rigenerazione e vita spirituale. Il battesimo, ad esempio, è spesso associato all’immersione nell’acqua come segno di rinascita spirituale.
- Il gregge e il pastore: la figura del pastore e del gregge viene utilizzata come metafora per descrivere la relazione tra Dio e il suo popolo. Dio è rappresentato come il buon pastore che guida, protegge e cura le sue pecore.
- Pane e vino: il pane e il vino sono simboli importanti nella tradizione cristiana, soprattutto durante l’Eucaristia o la Cena del Signore. Rappresentano il corpo e il sangue di Cristo e la comunione con lui.
- Albero della vita: l’albero della vita è un simbolo che compare nella Genesi e nel libro dell’Apocalisse. Rappresenta la vita eterna, la comunione con Dio e la saggezza divina.
- Il leone: il leone è un simbolo di forza, potere e regalità. Gesù è talvolta descritto come il “leone di Giuda” per enfatizzare la sua autorità e il suo dominio.
- La perla preziosa: la perla preziosa viene utilizzata come metafora nel Nuovo Testamento per rappresentare il Regno dei Cieli o la verità spirituale che è di grande valore e che richiede impegno e ricerca.
L’interpretazione dei simboli biblici richiede una comprensione del contesto storico, culturale e letterario per cogliere il loro significato più profondo.
La “pietra” e il ministero di Pietro
“E Gesù disse: ‘Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli’” (Mt 16,17-19).
Con queste parole Cristo istituisce la Chiesa e fa di S. Pietro il primo Papa. S. Pietro è diventato la “pietra” sulla quale la Chiesa è stata costruita.
Il nome Pietro o Petros in greco significa roccia. L’equivalente di questa parola nella lingua che parlava Gesù, l’aramaico, è kepha, che precisamente indica una roccia molto larga, una pietra fondante.
Ecco come Pietro è stato scelto da Gesù per essere la pietra fondante dove costruire la Sua Chiesa. Ci sono diversi modi per riferirsi all’ufficio di Pietro. Il Santo Padre è il “Vicario di Cristo” e il “Pastore della Chiesa Terrena Universale” (CCC 936).
Questi nomi hanno un ricco significato biblico che può aiutare a comprendere il compito del Santo Padre. S. Pietro riceve il suo incarico di essere “Vicario di Cristo” da Gesù stesso.
Il Vicario di Cristo come servitore
Nell’antico Testamento il vicario era una persona che agiva nell’assenza del re, parlando a suo nome. Per esempio, Giuseppe era secondo solamente al faraone nella terra d’Egitto (Gn 41,39-40).
Nel testo del Vangelo il Signore dice a Pietro che lui è la pietra sulla quale costruirà la Sua Chiesa, indicando in tal modo che Pietro è anche incaricato di “governare il regno” durante l’assenza del Signore (Mt 16,18).
Tuttavia, Pietro deve governare in un modo che imiti il Re che egli serve. Come Vicario di Cristo deve imitarLo ed agire come farebbe Cristo.
Gesù disse: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,11), oppure in un’altra occasione disse: “il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Se Cristo è venuto per servire, il Suo Vicario deve agire nello stesso modo. Per tale motivo S. Gregorio Magno ha adottato il titolo di Servus Servorum Dei, ossia “Servo dei Servi di Dio”, per descrivere correttamente l’ufficio petrino.
Il ruolo di Pastore Supremo del gregge viene dalle parole dette da Gesù dopo la Sua Risurrezione all’apostolo Pietro: “Pasci i miei agnelli” (Gv 21,15-16).
Questo compito insieme alla Consegna delle Chiavi (Mt 16,17-19) dà a Pietro, e a tutti i pontefici, la suprema autorità d’insegnamento nella Chiesa. Il Papa «è per divina istituzione rivestito di un potere supremo, pieno, immediato e universale per il bene delle anime» (CCC 937).
“Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.”
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