Madre Teresa di Calcutta è una delle figure spirituali più amate del XX secolo. Il suo volto sorridente, le sue mani che accarezzano i moribondi, la sua voce ferma nel difendere la dignità dei poveri: tutto in lei parla di amore concreto, vissuto fino all’ultimo respiro.
Ma dietro quella luce, si nascondeva un lungo cammino nel buio. Per quasi cinquant’anni, Madre Teresa ha vissuto una profonda notte dello spirito, un’esperienza di aridità e silenzio interiore che l’ha avvicinata ancora di più al mistero della Croce.
Chi era Madre Teresa di Calcutta
Madre Teresa di Calcutta, il cui nome di battesimo era Agnese Gonxha, era figlia di un droghiere albanese cattolico. Nata il 26 agosto del 1910 nella cittadina macedone di Skopje, nel 1928 entrò nella congregazione delle Suore di Loreto (irlandesi) e venne inviata a Darjeeling, alle pendici dell'Himalaya.
Anjezë Gonxhe nacque a Skopje, nell’attuale Macedonia del Nord, che allora faceva parte dell’Albania. Fu battezzata con il nome di Anjezë Gonxha Bojaxhiu, dove Gonxha significa letteralmente “piccolo fiore” o “gemma di rosa”. Ultima di cinque figli, perse il padre all’età di otto anni, e la sua famiglia attraversò un periodo di gravi difficoltà economiche.
A diciott’anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, entrò nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “Le Suore di Loreto”, in Irlanda. In questo contesto prese il nome religioso di Teresa, in onore di Santa Teresa di Lisieux, patrona delle missioni e Dottore della Chiesa.
Da quel momento, sarà conosciuta nel mondo come Madre Teresa di Calcutta. Arrivò a Calcutta il 6 gennaio 1929, dove iniziò il suo servizio come insegnante. Il 24 maggio 1937, nella festa di Maria Ausiliatrice, fece la professione perpetua, diventando, come spesso diceva, «sposa di Gesù per tutta l’eternità».
La “chiamata nella chiamata”
La svolta decisiva nella sua vita, che lei stessa definì la “chiamata nella chiamata”, avvenne nel 1946 durante un viaggio. «Vieni, sii la mia luce, la pregò Gesù. Non posso andare da solo», le disse durante un’esperienza mistica, rivelandole il desiderio di stare vicino ai poveri, agli emarginati, ai “senza nessuno”.
Un giorno Dio ti chiama, lascia nella tua anima un’impronta d’amore che ti accende di Lui e ti porta - nel Suo nome e per il Suo amore - a operare in India. Quella luce è la tua forza, ti permette di seminare consolazione là dove più aspro è il dolore. Una forza che sposta le montagne.
Anjezë Gonxhe accolse quella chiamata con totale dedizione, indossando per sempre il sari bianco bordato d’azzurro, simbolo della sua missione tra gli ultimi. È una foto che descrive in una sola immagine la vocazione delle Missionarie della Carità.
Lei aveva vissuto l’incredibile esperienza di sentire la voce di Gesù che le chiedeva: «Vai, portami». Non le ha detto: «Vai e aiuta i poveri», ma: «Vai e porta Me a chi è povero». È una cosa ben diversa.
La nascita delle Missionarie della Carità
Nel 1948, dopo alcuni anni di insegnamento alla Saint Mary High School di Calcutta - un collegio per ragazze cattoliche - le giunse l'autorizzazione da Roma, con la firma di papa Pio XII, a lasciare il convento; iniziò allora la sua opera mirata a salvare i poveri, assistere gli ammalati e gli emarginati.
Nell’arco di due anni trovò una umile abitazione per accogliere i bisognosi; nel 1950 ottenne dal Vaticano il permesso di creare la congregazione religiosa delle Missionarie della Carità. Fondò le Missionarie della Carità, congregazione interamente dedita al servizio dei più poveri tra i poveri, riconosciuta ufficialmente dall’Arcidiocesi di Calcutta il 7 ottobre 1950.
Nonostante il gelo interiore, fonda a Calcutta nel 1952 la Casa dei Morenti, trasformando un ex rifugio per pellegrini - il Nirmal Hriday - in un luogo in cui gli agonizzanti possono morire con dignità. «Per prima cosa cerchiamo di far capire loro che gli vogliamo bene, che si rendano conto che c’è realmente qualcuno che li ama, almeno nelle poche ore che hanno ancora da vivere».
Realizzò molti progetti benefici, tra cui la “città della pace” per lebbrosi, destinata ad ospitare 4000 famiglie di malati. Dopo la morte della Madre le Missionarie hanno avuto il loro maggiore sviluppo. Adesso sono in 139 nazioni con oltre 750 case.
La notte oscura dell’anima
Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri? Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei -l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative -, ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.
Lo hanno rivelato i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, conosciuti da tempo, ma resi pubblici solo in occasione del decennale della morte della Madre, nel settembre 2007. Alcuni commentatori laici si sono del tutto ingannati circa il senso di questi scritti, affermando che essi costringono a rivedere l’idea che la gente si è fatta della persona e della santità di Madre Teresa.
Qualcuno ne ha tratto addirittura la conclusione che “si può essere santi anche senza fede”. In realtà, questi scritti intimi, lungi dal diminuire la statura di Madre Teresa di Calcutta, la ingigantiscono, ponendola al fianco dei grandi mistici della cristianità.
Una delle definizioni più celebri della mistica dice che essa consiste nel “patire il divino” (pati divina) : espressione intraducibile che possiamo intendere nel senso di sperimentare Dio con sofferenza, vivere una passione divina ( nel duplice senso di dolore e di amore della parola passione).
Questa definizione la vediamo realizzata in pieno nell’esperienza di Madre Teresa. Un sacerdote che fu vicino a Madre Teresa ha scritto: “Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri, una opprimente oscurità venne su di lei”.
Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: “C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua - e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto”.
Non è stato difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro S. Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito.
Il buio interiore nelle lettere di Madre Teresa
Un tormento spirituale di cui mai avremmo immaginato preda Madre Teresa. Quando pensavamo a lei, vedevamo la sua figura di suorina che parlava coi potenti e s’inginocchiava davanti agli umili; limpida di sguardo e serena nell’agire, sprigionava la forza dello Spirito che tutto può.
Solo dopo la sua morte - avvenuta il 5 settembre 1997 - avremmo scoperto, grazie alla pubblicazione di lettere private, che nel 1950, dopo aver fondato a Calcutta le Missionarie della carità, venne colta da un senso di abbandono spirituale con cui convisse per quasi cinquant’anni.
Un vuoto che sapeva di tradimento, che conteneva l’eco di quel «Perché mi hai abbandonato?» gridato da Gesù sul Calvario. «Questo terribile senso di abbandono - questa incredibile oscurità - questa solitudine - questa continua nostalgia di Dio - che mi procura una così intensa sofferenza nel profondo del mio cuore. Desidero ardentemente Dio, ma poi, questo è ciò che provo. Dio non mi vuole - Dio non esiste…»
A quel punto, non so perché, la questione del buio fu lasciata un po’ da parte. Rimase così nell’opinione comune l’immagine già bella di Madre Teresa, madre dei poveri, che li amava perché nelle loro fattezze vedeva il volto di Gesù Cristo, ma era una immagine in qualche modo incompiuta.
Devo però aggiungere che padre Brian scrisse poi un bellissimo libro: “Vieni sii la mia luce” in cui tutta questa vicenda dell’oscurità è raccontata e spiegata.
Una notte durata quasi tutta la vita
Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: “Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore”.
Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei.
“Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra”.
Grido che, anni dopo, si farà luce di comprensione: la notte del suo cuore è la condivisione della Passione di Gesù, perciò potrà amare l’oscurità come parte integrante della sua vocazione.
Il silenzio come forma di fedeltà
Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre.
Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale T. Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte.
L’Arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta fatta anche a lui dalla Madre di distruggerle. Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di… accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette.
Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un eterno sorriso. “Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!”.
Un detto dei Padri del deserto dice: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”. Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.
Madre Teresa nella schiera dei grandi “desolati”
Madre Teresa è in “buona compagnia” nella sua desolazione. Vorrei accennare a due casi che più da vicino richiamano quello di Madre Teresa, uno di qualche secolo fa e uno dei suoi stessi giorni e con il quale si è incontrata da viva: san Paolo della Croce (1694 -1775) e san Pio di Pietrelcina.
Anche Paolo della Croce, dopo aver avviato la fondazione di una nuova congregazione, i Passionisti, e aver sperimentato l’ebbrezza dell’unione con Dio entrò in una notte dello spirito che durò per quarant’anni, cioè fino alla fine della vita. Qualcuno l’ha definito “il principe dei grandi desolati”.
Se Madre Teresa avesse conosciuto questo brano di una sua lettera, si sarebbe accorta di essere in buona compagnia, anche se, nello stato in cui lei si trovava, anche una simile “consolazione” di solito è preclusa: “Ah! un’Anima che abbia provato carezze celesti, e poi trovarsi a dovere stare del tempo spogliata di tutto, anzi più, arrivare a segno di trovarsi (al suo parere) abbandonata da Dio, che pare che Dio non la voglia più, non si curi più di lei, e che sia molto sdegnato; onde le pare, che tutto ciò che fa una tal Anima, sia tutto mal fatto ecc. Ah! non posso spiegarmi come desidero; le basti sapere, Figlia mia, che questa è una sorta quasi di pena di danno (dirò così), pena che supera ogni pena”.
In occasione della canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina alcuni osservatori laici espressero il parere che quella del mistico del Gargano fosse una santità arcaica, a differenza di quella di Madre Teresa, la santa della carità, che sarebbe una santità moderna.
Adesso scopriamo che anche Madre Teresa è stata una mistica e Padre Pio un “santo della carità”, come dimostra l’opera da lui realizzata a “sollievo della sofferenza”. L’errore è di contrapporre questi due tratti della santità cristiana che vediamo al contrario spesso mirabilmente uniti, cioè altissima contemplazione e intensissima azione.
S. Caterina da Genova, considerata una delle vette della mistica, fu da Pio XII proclamata patrona degli ospedali in Italia, per l’opera sua e dei suoi discepoli a favore dei malati e degli incurabili che ricorda da vicino quella di Madre Teresa ai nostri giorni.
Madre Teresa e Padre Pio
In un bell’articolo, scritto in occasione della beatificazione, un autore indiano definisce Madre Teresa “una sorella per Gandhi”. Certamente molti tratti accomunano le due grandi anime, i due Mahatma, dell’India moderna, ma è ancor più giusto, credo, vedere in Madre Teresa “una sorella per Padre Pio”.
Li accomuna non solo la stessa venerazione della Chiesa, ma anche uno stesso ciclone di gloria da parte dell’opinione pubblica mondiale. Una si è distinta soprattutto nelle opere di misericordia corporali, l’altro nelle opere di misericordia spirituali.
Ma è stata proprio Madre Teresa a ricordare al mondo d’oggi che la povertà più brutta non è quella dei poveri di cose, ma quella dei poveri di Dio, di umanità e di amore, la povertà, insomma, del peccato.
Il tratto che più avvicina questi due santi è forse proprio la lunga notte oscura in cui hanno vissuto per tutta la vita. “Vivo in una perpetua notte”, scriveva Padre Pio in una delle sue lettere al confessore.
Ricorderò sempre l’impressione che ebbi nel leggere, nel coretto di S. Giovanni Rotondo, dove è esposta in un quadretto, la relazione con cui padre Pio descriveva al suo padre spirituale il fatto delle stimmate. Egli terminava facendo sue le parole del salmo che dice: “Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira” (Sal 38, 2).
Era convinto, e questa convinzione lo accompagnò fino alla morte, che le stimmate non fossero un segno di predilezione e di accettazione da parte di Dio, ma, al contrario, del giusto castigo divino per i suoi peccati.
La contemplazione e l’azione
Per spandere luce, tutte e due queste anime hanno dovuto trascorrere la vita al buio, convinti, per giunta, di “ingannare” la gente. S. Gregorio Magno dice che il contrassegno degli uomini superiori è che “nel dolore della propria tribolazione, non trascurano l’utilità altrui; e mentre sopportano con pazienza le avversità che li colpiscono, pensano a insegnare agli altri ciò che è necessario, simili in ciò a certi grandi medici che, colpiti essi stessi, dimenticano le loro ferite per curare gli altri”.
Questo segno risplende in grado eminente nella vita di Madre Teresa e di Padre Pio. Basta pensare a ciò che, nelle loro condizioni di spirito, sono stati capaci di fare per gli altri, in confessionale o al capezzale di moribondi.
Lungi dal dimostrare, in Madre Teresa e in questi suoi compagni di viaggio, una mancanza di fede, la notte dello spirito ne rappresenta il grado supremo. Ai mistici appartiene in modo del tutto speciale la betitudine di Gesú: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29).
La partecipazione alle sofferenze di Cristo
Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso S. Giovanni della Croce.
Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa”, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva, proprio perché interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio.
Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era certo questo.
C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la “partecipazione alle sofferenze” di Cristo” (Fil 3,10) per la redenzione del mondo.
Gesú nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”
Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva: “Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la ‘teologia vissuta’ dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come ‘notte oscura’. Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”.
“Se la mia sofferenza ti dà una goccia di consolazione”
Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino e chissà che, nel segreto, non pensasse anche a Teresa di Calcutta. Mi sembra difficile immaginare che la Madre abbia tante volte incontrato a tu per tu il suo grande amico Karol Woitila senza mai confidargli qualcosa del suo stato, se non altro per chiedergli di pregare per lei.
Sappiamo, in ogni caso, che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce: “Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”.
Gesù, se questa mia sofferenza, allevia anche solo di una goccia la Tua, fa di me ciò che vuoi. Un dono totale di sé stessa.
Beatitudine e dolore
Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. La Novo millennio ineunte, abbiamo sentito, parla di un “paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”.
Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio.
S. Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa “è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’inferno”, ma che c’è in esse una “grandissima contentezza” che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso.
La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.
Una protezione contro la gloria
La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media.
È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti… S. Paolo diceva: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne” (2 Cor 12,7).
La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace.
“Il dolore interiore che sento -diceva- è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente”. Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio.
Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: “Ma perché sono venuti tutti questi?”, e alla risposta: “Per lei, Padre”, si ritirò in fretta sospirando: “Se solo sapessero…”.
La santa del buio per il nostro tempo
«Madre Teresa è la santa del buio: ha attraversato la notte oscura dell’anima abbracciando la croce di Cristo. E proprio per questo non è una santa del secolo scorso, ma una santa per questo nostro tempo».
È una delle riflessioni di Marina Ricci, madre di cinque figli e giornalista, che ha iniziato la sua professione a Il Sabato e poi a 30Giorni, occupandosi di storia della Chiesa dell’Est. Dal 1992 al 2012 è stata vaticanista del Tg5.
Nel 1996, inviata a Calcutta per seguire le condizioni di salute di Madre Teresa, Marina Ricci conobbe le Missionarie della Carità e Govindo, un bambino gravemente disabile dell’orfanotrofio di Shishu Bhavan, che sarebbe diventato il suo quinto figlio.
Da quell’esperienza nasce una riflessione sulla santità e sul «buio» attraversato da Madre Teresa, una notte dell’anima che diventa anche luogo di fede e di affidamento a Dio, trasformando un viaggio di lavoro in un incontro destinato a cambiare la sua vita e quella della sua famiglia.
La testimonianza di Marina Ricci
Come nasce la storia con Madre Teresa
La mia storia con Madre Teresa comincia nel 1996. All’epoca lavoravo per il Tg5. Quando si diffuse la notizia che Madre Teresa stava molto male, poiché era malata da tempo e si temeva che potesse morire, mi inviarono da un giorno all’altro in India.
In quell’occasione non ho potuto incontrarla perché lei era in ospedale. Ma quella trasferta mi diede la possibilità di conoscere da vicino la sua opera, le sue figlie, ho visitato i suoi conventi, ho visto Calcutta.
Questo per dirti che io non l’ho mai incontrata fisicamente, nel senso che la conosco come tutti la possono conoscere oggi, cioè attraverso il ricordo della sua vita, l’incontro con le sue suore, magari un viaggio a Calcutta o una visita in una delle tante case dell’Ordine sparse nel mondo.
E come esito poi di questa vicenda ho adottato un bambino gravemente disabile dell’orfanotrofio di Shishu Bhavan.
La scoperta del “buio”
Nel ’96 Madre Teresa era ormai conosciuta in tutto il mondo. Tutti parlavano di questa strana suora, amica di Giovanni Paolo II, che viveva per le strade di Calcutta e che si occupava dei poveri di quella città.
Ma io ho scoperto davvero la Madre molti anni dopo, quando, dando una mano alla postulazione per la causa di canonizzazione, mi sono imbattuta in un aspetto della sua vita che non era conosciuto: quello del buio, un’esperienza di dolore e di fede, la famosa “notte oscura”, che è durata quasi tutta la sua vita.
In quei mesi, il postulatore della causa, padre Brian Kolodiejchuk, rese note delle lettere della Madre al suo confessore nelle quali descriveva la sofferenza che stava vivendo.
Ricordo in modo particolare un passaggio: “…Questo terribile senso di abbandono - questa incredibile oscurità - questa solitudine - questa continua nostalgia di Dio - che mi procura una così intensa sofferenza nel profondo del mio cuore. Desidero ardentemente Dio, ma poi, questo è ciò che provo. Dio non mi vuole - Dio non esiste…”.
Il significato del buio
Madre Teresa mi ha fatto capire che il buio, la notte oscura dell’anima, non è solo una prerogativa dei santi. C’è una sua frase che lo spiega bene.
Lei diceva che c’è la Calcutta dell’India, poi ci sono tante Calcutta nel mondo e infine c’è anche la Calcutta del nostro cuore.
Il buio è la nostra vita quando non c’è una speranza a cui aggrapparsi, quando il nostro bisogno, la nostra domanda di essere amati non incontra risposta, quando Dio non c’è e noi siamo come gettati, buttati nella vita, come i corpi dei poveri riversi nelle strade di Calcutta così come nelle strade delle nostre città.
La disperazione di Calcutta può abitare anche il cuore di chi è ricco. Ricordo un’omelia di Giovanni Paolo II, in Spagna, nel 1982, in cui parlava di San Giovanni della Croce e spiegava che la notte oscura dell’anima è di tutti, addirittura di alcune epoche.
Madre Teresa allora è la santa della nostra epoca. Padre Brian una volta mi spiegò che Dio, nella sua sapienza, invia i santi di cui, in quel momento, il mondo ha bisogno.
Per questo Madre Teresa, mai come oggi, ci aiuta ad attraversare il buio che ognuno di noi prima o poi vive e anche il buio del cuore della nostra epoca.
Come attraversare l’oscurità
Che nell’oscurità della nostra vita, nei momenti difficili, nel dolore, quando si perde ogni speranza e si pensa che Dio non esiste, si può invece attraversare l’oscurità abbracciando, come ha fatto lei, la Croce di Gesù Cristo.
Questo ci avvicina alla sua esperienza, ci invita ad imitare il modo con cui lei ha attraversato questo buio. Il buio si può affrontare rinnegando Dio e bestemmiando, oppure abbracciando la Croce di Cristo.
Non è facile, non è stato facile per lei. Ci sono voluti anni affinché, con l’aiuto del confessore, arrivasse a capire il senso della sua sofferenza.
Entrare nel buio della sofferenza, abbracciarla e credere, sperare contro ogni speranza, che Dio ti condurrà per mano verso la luce, ti aiuterà a sopportare il peso.
Viveva il dubbio, soffriva l’assenza di Dio, ma non poteva negare i segni che quello stesso Signore cospargeva nella sua vita.
Anche la nostra vita è costellata di occasioni e di segni. Persone che si incontrano, fatti che accadono, parole che si ascoltano o si leggono. Sta a noi coglierli.
Quello che ho imparato da Madre Teresa è che Dio non si presenta mai sul palcoscenico in prima vista, devi cercarlo di lato, in ciò che accade, nelle piccole luci che impediscono al buio di prevalere, come sono le suore di Madre Teresa.
L’amore per i poveri e per gli abbandonati
Madre Teresa ha abbracciato la Croce di Cristo, non solo nella povertà materiale dei poveri di Calcutta o nella povertà materiale di ogni uomo nei luoghi dove le sue figlie sono arrivate, ma innanzitutto nella povertà della sua anima e delle nostre anime.
La peggiore malattia oggi è il non sentirsi desiderati ne' amati, il sentirsi abbandonati. Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d'amore.
Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, e di essere importante per Dio. Vi è fame d'amore, e vi è fame di Dio.
Madre Teresa, con le sue opere pie e caritatevoli, ha salvato la vita di migliaia di persone, ha accolto e curato nei suoi centri moltissimi poveri, senza distinguere tra Hindu, Sik, cristiani, ebrei o musulmani.
Non ha mai chiesto loro la carta d’identità, né le origini né l’appartenenza culturale, etnica o religiosa. Ha invece cercato, in chi aveva dinanzi, il fratello o la sorella da aiutare e salvare.
Vedere Cristo nel malato
“Signore amatissimo, fa' ch'io possa vederti oggi e ogni giorno nella persona dei tuoi malati, e servirti curandoli. Se ti nascondi sotto la figura sgradevole del collerico, dello scontento, dell'arrogante, fa' ch'io possa ancora riconoscerti e dire: "Gesù, mio paziente, quanto è dolce servirti.
Signore, dammi questa fede che vede chiaro, e allora il mio compito non sarà mai monotono, sempre la gioia zampillerà quando mi presterò ai capricci e risponderò ai desideri di tutti i poveri sofferenti.
O Dio, poiché sei Gesù il mio paziente, degnati anche di essere per me un Gesù che ha pazienza, indulgente con i miei errori e che tiene conto dell'intenzione, perché la mia intenzione è di amarti e di servirti nella persona di ogni tuo malato.”
Non dovremmo guardarci troppo allo specchio, in un pericoloso narcisismo spirituale. Incontrare le gioie e i dolori degli altri permette a Dio di arrivare fino a noi, per saziarci e dissetarci.
Essere raggiunti dall’Amore ci aiuta ad aprire la porta di casa, per accogliere il grande miracolo della vita che si dipana nella storia di ogni persona. Non possiamo essere superficiali, senza il coraggio di andare al cuore, senza neppure chiedere: «come ti chiami?».
La vocazione è la dignità di un nome. Chi si commuove crede comunque che la vita sia un cambiamento, una continua conversione, un cammino.
La carità vince sempre, senza violenza. Questo permette di uscire dalle trincee dell’egoismo, per la resa totale al primato del dono e del servizio, alla forza di chi scommette tutto sul bene e sull’amore.
Il sari bianco e azzurro
Quello scelto dalla Madre era il sari delle donne che spazzavano la strada, quel sari, quindi, significa l’abbraccio della povertà. Lei, e le sue compagne hanno abbracciato per sé stesse la povertà di cui poi si sono fatte carico per le strade del mondo.
È ritratta con il semplice sari delle Missionarie della Carità, un manto bianco ornato da un delicato bordo azzurro e da tre strisce blu che racchiudono il profondo significato dei voti fondamentali dell’Ordine: povertà, castità e obbedienza.
La sua immagine, spesso accostata a quella dei poveri e dei malati, racconta una storia di dedizione incondizionata e amore senza confini.
Attraverso il suo sguardo, colmo di compassione e umanità, e le sue azioni, che parlano più di mille parole, la santa ha incarnato un esempio eterno di carità, donando dignità e speranza a chi era stato abbandonato e dimenticato.
La vocazione delle Missionarie della Carità
C’è una foto che descrive in una sola immagine la vocazione delle Missionarie della Carità. È esposta nella mostra su Madre Teresa curata dall’ordine.
In primo piano c’è una novizia, vestita di bianco, che seduta a terra, tiene tra le braccia un povero, magrissimo, malato. Guardando bene, alle sue spalle, in lontananza, un po’ sfocata, c’è l’immagine della Pietà, cioè la Madonna che regge il corpo di Cristo.
Ecco loro amano i poveri e tutti noi così. Ci amano perché riconoscono in ognuno di noi il volto di Cristo. O meglio ancora, perché concepiscono i nostri volti nel loro cuore.
Dice Sant’Agostino che Maria concepì prima nel cuore e poi nel grembo. Le Suore di Madre Teresa fanno la stessa cosa: concepiscono i nostri volti nel loro cuore e ti portano, ti tengono, come la Madonna nella Pietà, tiene Gesù Cristo, il corpo di Gesù Cristo tra le braccia.
Se tutti noi imparassimo a concepirci l’un l’altro nella gratuità del cuore si aprirebbero prospettive inimmaginabili di pace e speranza nella vita.
La testimonianza dei martiri
Con la morte di quattro sorelle uccise in Yemen anche il martirio entra a far parte di questo ordine.
Queste sorelle sono martiri, sono sante e credo che il processo di beatificazione non sia stato ancora aperto solo perché ci sono delle condizioni di difficoltà relative alla situazione in Yemen.
Non ricordo chi me lo ha raccontato, ma all’epoca si diceva che i sari di queste sorelle fossero stati conservati in una scatola dalla quale, ogni volta che veniva aperta, usciva un profumo incredibile.
È il profumo dei santi. Ecco, credo che la nostra vita è - e può diventare se ancora non lo è - come quella scatola: essa racchiude ciò che siamo e, se aperta all’amore di Dio e dall’amore di Dio, può profumare di una possibilità diversa per la vita di ognuno di noi.
L’adozione di Govindo
Durante quel viaggio ho visitato l’orfanotrofio di Shishu Bhavan ed è lì che ho incontrato per la prima volta Govindo, un bimbo gravemente disabile. Le suore mi chiesero di adottarlo, naturalmente risposi di no.
Quella richiesta però è rimasta dentro il cuore mio e di mio marito. Nel settembre del 97 la Madre è morta e io sono stata di nuovo inviata a Calcutta per la diretta dei suoi funerali.
In quei mesi io e mio marito avevamo evidentemente concepito nel nostro cuore, quasi senza rendercene conto, in mezzo a mille dubbi e ritrosie, il volto di Govindo.
Questo bimbo, che non parlava, non camminava e sembrava non capisse nulla, quando mi ha visto ha cominciato ad agitarsi, a tentare di parlare. Mi aveva riconosciuto!
Sembra follia, ma quella sua reazione ha abbattuto gli ultimi ostacoli che io e mio marito opponevamo a questa adozione. Ricordo che quella sera lo chiamai e gli dissi: «Come facciamo a non prenderlo? Mi ha riconosciuto».
E mio marito semplicemente rispose: «E chi ha detto che non lo prendiamo?». E lì la vicenda si è chiusa.
Fino alla sua morte e ancora adesso, Govindo è stato una benedizione per noi e per i nostri figli. Dopo l’adozione ho scoperto - non so se è vero, ma mi è stato detto da qualcuno dell’orfanotrofio - che negli ultimi tempi Govindo fosse il preferito di Madre Teresa, perché era il più piccolo, il più leggero e quindi lei, pur essendo in sedia a rotelle, poteva anche prenderlo in braccio.
Nel mio cuore credo che la Madre abbia utilizzato persino la sua malattia e la sua stessa morte, per dare una famiglia a uno dei suoi figli più amati. E questo mi fa pensare che questa piccola grande donna ha dato a Gesù davvero tutto.
Una vita donata senza distinzione
Ma chi è questa donna che ha cambiato il destino di molti poveri, ammalati e diseredati e li ha strappati dalle guerre fratricide e religiose, dalla fame, dalla sete e dall’analfabetismo?
Chi è questa Beata che ha messo al centro della sua difficile vita la salvezza dell’uomo dalla povertà, dalla malattia e dal male?
La sua vita è stata una testimonianza vivente di cosa significhi donarsi totalmente agli altri, soprattutto ai più dimenticati, con umiltà e compassione. Scelse di abitare tra i poveri, di curare malati e abbandonati, senza cercare riconoscimenti o ricchezze.
E ancora oggi, quando pensiamo a come l’amore e la solidarietà possano cambiare il mondo, ci torna alla mente la sua figura semplice, luminosa, nel suo sari bianco e azzurro: un cuore alla volta.
La vita come dono e responsabilità
La vita è un libro aperto traboccante di amori, gioie, dolori, sogni, speranze, sofferenze e contiene tutte le nostre vicende amare, belle, coinvolgenti, intriganti, ricche di colpi di scena come un film variopinto.
I protagonisti siamo noi, simili alle brillanti stelle che adornano il cielo oppure ai caldi raggi del sole, oppure ad una tempesta o ad un uragano.
Sì, la vita è un cammino lungo, tortuoso e ripido, che racchiude i nostri segreti, custodisce i nostri sogni alati, nati o ancora non nati.
Cerchiamo di vivere intensamente ogni secondo della nostra vita, perché il tempo vola come un lampo in un cielo sereno, sforziamoci di conoscere le altre creature, perché in esse scopriremo il segreto della nostra storia, del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro.
La vita è una grande occasione che non va mai sprecata, come ci ha insegnato una donna minuta, una madre coraggiosa e tenace che ha trascorso la sua lunga esistenza tra i poveri, i lebbrosi, i paralitici, gli amputati, le donne stuprate e sfregiate.
Gli insegnamenti sulla vita
- La vita è bellezza, ammirala.
- La vita è un’opportunità, coglila.
- La vita è beatitudine, assaporala.
- La vita è un sogno, fanne una realtà.
- La vita è una sfida, affrontala.
- La vita è un dovere, compilo.
- La vita è un gioco, giocalo.
- La vita è preziosa, abbine cura.
- La vita è una ricchezza, conservala.
- La vita è amore, donala.
- La vita è un mistero, scoprilo.
- La vita è promessa, adempila.
- La vita è tristezza, superala.
- La vita è un inno, cantalo.
- La vita è una lotta, accettala.
- La vita è un’avventura, rischiala.
- La vita è felicità, meritala.
- La vita è la vita, difendila.
Potremmo concludere che la vita va vissuta con gioia e gratitudine, superando gli odi e i rancori che ancor oggi ci separano, macchiando il libro della vita con il sangue degli innocenti, bambini o adulti, ebrei, cristiani e musulmani e sporcandolo con l’odio, la violenza, l’ira, il pregiudizio, il razzismo e l’intolleranza.
Agli irresponsabili che commettono violenze ricordo che Chi ha ucciso un solo bambino ha ucciso tutta l'Umanità, Chi ha calpestato o maledetto un solo bambino, Ha spento tutte le candele dell'Amore di Dio nel suo cuore.
Chi ha violentato una sola ragazza inerme, Ha rabbuiato il cielo, il mondo intero.
La santità non è assenza di difficoltà
Spesso pensiamo ai santi come a esseri perfetti, sempre certi, sempre sereni. Ma la verità è che i santi sono come noi: persone fragili, attraversate da dubbi, paure, momenti di scoraggiamento.
La santità non è assenza di difficoltà, ma capacità di restare fedeli anche quando tutto sembra crollare. Madre Teresa, in lettere private rese pubbliche dopo la sua morte, ha rivelato una sofferenza spirituale profonda: «Gesù ha un amore speciale per te. Ma a volte, la profondità di quell’amore si manifesta nel silenzio».
Sentiva di non percepire più la presenza di Dio, di essere abbandonata, eppure continuava a servire con instancabile dedizione.
Il riconoscimento pubblico e il cammino verso la santità
Per questi nobili e impareggiabili atti di umanità, amore e sacrificio, nel 1979 Madre Teresa di Calcutta ricevette con umiltà il Prestigioso Premio Balzan e l’ambito Premio Nobel per la pace e nel 1989 venne proclamata all’unanimità donna dell’Anno.
Oggi, i suoi centri di assistenza si trovano in tutti e cinque i continenti. In India sono presenti 150 centri, 52 nelle Americhe, in Europa 40, in Asia 30 e in Africa 31. Altre case si trovano nei Paesi dell’Est, a Zagabria e in Russia.
Madre Teresa morì da povera tra i più poveri della terra il 5 settembre 1997 a Calcutta. Il 19 ottobre 2003 Giovanni Paolo II la proclamò “beata”.
Papa Francesco ha canonizzato Madre Teresa durante l’Anno della Misericordia, indicandola come la santa da seguire per vivere pienamente quell’anno.
Giovanni Paolo II ebbe un ruolo centrale anche nel cammino verso la santità di Madre Teresa: fu lui a proclamarla beata il 19 ottobre 2003, avviando un processo di canonizzazione tra i più rapidi della storia moderna.
Alla sua morte, l’India le riservò i funerali di Stato, a testimonianza dell’enorme impatto che ebbe anche al di fuori del mondo cattolico. Una folla immensa si riunì per darle l’ultimo saluto, e da ogni parte del mondo arrivarono messaggi di commozione e riconoscenza.
Il segretario generale dell’ONU, Javier Pérez de Cuéllar, la salutò con parole che ancora oggi restano scolpite nella memoria: «Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.»
Oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggio, e il suo esempio continua ad ardere come simbolo universale di dedizione, amore e altruismo.
La misericordia e il volto di Cristo
Direi l’amore che continua ad avere per noi, testimoniato dalle tante grazie ottenute da chi le chiede aiuto. Madre Teresa una volta ha detto: io non riuscirò a stare ferma in Cielo, tornerò sempre giù sulla terra per aiutare, per portare la luce a chi è nell’oscurità.
Lei è la santa del nostro buio. I papi hanno sempre parlato della misericordia, ma la misericordia non si traduce nell’essere buoni, non è qualcosa di generico.
La misericordia ha un nome: Gesù Cristo! La misericordia ci aiuta a vivere la nostra oscurità che è anticamera della nostra resurrezione.
La premessa di tutto questo è riconoscersi poveri e bisognosi di tutto. Madre Teresa, ha vissuto questo in maniera assolutamente radicale.
La sua esperienza di oscurità è stata vivere fino in fondo la sua povertà, il suo bisogno, la sua domanda di aiuto, il grido «salvami», lo stesso grido di Gesù Cristo sulla croce, quando ha condiviso fino in fondo la nostra povertà: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Madre Teresa, segno del nostro tempo
Madre Teresa non è una santa del secolo scorso ma di questo nostro tempo. La santa delle tante Calcutta del mondo e della Calcutta che vive nel cuore di ognuno.
Padre Brian una volta mi spiegò che Dio, nella sua sapienza, invia i santi di cui, in quel momento, il mondo ha bisogno.
Madre Teresa allora è la santa della nostra epoca. Per questo Madre Teresa, mai come oggi, ci aiuta ad attraversare il buio che ognuno di noi prima o poi vive e anche il buio del cuore della nostra epoca.
Riso, semplicità e condivisione
Tra gli alimenti che più di tutti si legano alla figura della santa, vi è senza dubbio il riso, base dell’alimentazione quotidiana in India e simbolo universale di nutrimento, condivisione e umiltà.
Madre Teresa di Calcutta distribuiva riso e si nutriva - con estrema semplicità - di riso. Cercando tra le sue fotografie più note, è frequente trovarla con ciotole o pacchi alimentari in mano, pronti per essere donati a poveri, ammalati e bambini.
In quei doni non mancava mai il riso, un alimento tanto semplice quanto essenziale, che nei suoi gesti diventava espressione concreta di carità, solidarietà e amore per gli ultimi.
La tradizione gastronomica legata alla sua memoria si fonda proprio su questi valori. In molte comunità che la venerano, specialmente in India e in altri Paesi dove le Missionarie della Carità sono attive, vengono organizzati momenti di condivisione del pasto in occasione della sua festa liturgica (5 settembre).
In questi incontri, spesso informali e comunitari, si servono piatti a base di riso, cucinati in modo semplice e accompagnati da verdure o legumi, a imitazione della frugalità della sua vita.
Il riso diventa così non solo alimento, ma segno tangibile di un’eredità spirituale. Ricorda il gesto quotidiano di chi nutre il prossimo non solo nel corpo, ma anche nell’anima.
Non si tratta di una tradizione legata al lusso o alla celebrazione sfarzosa, ma piuttosto di una liturgia silenziosa del servizio e della compassione, che si consuma attorno a una tavola povera, ma ricca d’amore.
Nel culto di Madre Teresa di Calcutta, anche un semplice piatto di riso può trasformarsi in preghiera vissuta, in dono ricevuto e offerto, nel segno di un amore che, come lei ha testimoniato, «inizia a casa e si allarga al mondo».
L’amicizia con Lady Diana
Una delle curiosità meno conosciute ma più toccanti sulla vita di Madre Teresa di Calcutta riguarda la sua profonda amicizia con una figura apparentemente molto distante da lei per stile di vita e visibilità pubblica: la principessa Diana d’Inghilterra.
Nonostante le grandi differenze tra le loro esistenze - l’una suora missionaria dedita ai poveri e all’umiltà, l’altra figura reale costantemente al centro dei riflettori - le due donne erano unite da un comune desiderio di aiutare gli ultimi e da un legame sincero e profondo.
Il loro primo incontro avvenne negli anni ’90 e fu segnato da un’intesa immediata. Diana, sensibilissima alle sofferenze altrui, mise il suo immenso seguito mediatico al servizio delle cause che Madre Teresa promuoveva, specialmente quelle legate ai senzatetto, ai malati di AIDS e ai bambini colpiti da gravi malattie.
Più volte la principessa dichiarò la sua ammirazione per la santa di Calcutta, riconoscendole un’umanità straordinaria, una fede incrollabile e una forza interiore rara.
Uno degli episodi più commoventi riguarda il fatto che morirono a pochi giorni di distanza, nell’estate del 1997: Diana il 31 agosto, Madre Teresa il 5 settembre. La coincidenza temporale delle loro morti colpì profondamente l’opinione pubblica.
In molti videro in quel momento un segno: due donne profondamente amate dal popolo, due cuori generosi uniti da un comune spirito di servizio, lasciavano il mondo quasi insieme.
Un’altra curiosità legata a questa amicizia è la fotografia che le ritrae mentre si tengono per mano, simbolo di un legame autentico tra due donne molto diverse, ma entrambe guidate dalla compassione.
Preghiere a Santa Teresa di Calcutta
Madre Teresa degli ultimi! Il tuo passo veloce è andato sempre verso i più deboli e i più abbandonati per contestare in silenzio coloro che sono ricchi di potere e di egoismo: l’acqua dell’ultima cena è passata nelle tue mani instancabili indicando a tutti coraggiosamente la strada della vera grandezza.
Madre Teresa di Gesù! tu hai sentito il grido di Gesù nel grido degli affamati del mondo e hai curato il corpo di cristo nel corpo piagato dei lebbrosi.
Madre Teresa, prega affinché diventiamo umili e puri di cuore come Maria per accogliere nel nostro cuore l’amore che rende felici. Amen.
Santa Teresa di Calcutta, nel tuo desiderio struggente di amare Gesù come mai era stato amato prima, ti sei donata a Lui senza riserve, senza mai rifiutargli nulla.
Unita al Cuore Immacolato di Maria, hai accolto la chiamata a saziare la sua sete infinita di amore e di anime, divenendo portatrice del suo amore ai più poveri tra i poveri.
Con amore fiducioso e abbandono totale, hai compiuto la sua volontà, testimoniando al mondo la gioia di appartenere interamente a Lui.
Sei diventata così intimamente unita a Gesù, tuo Sposo crocifisso, che Egli, sospeso sulla Croce, si è degnato di condividere con te l’agonia silenziosa del suo Cuore assetato.
Santa Teresa di Calcutta, tu che hai promesso di portare incessantemente la luce dell’amore a coloro che vivono sulla terra, prega affinché anche noi impariamo a desiderare di saziare l’ardente sete di Gesù con un amore appassionato, accettando con gioia di condividere le sue sofferenze e servendolo con tutto il cuore nei nostri fratelli e sorelle, soprattutto in coloro che più di tutti sono non amati e non voluti. Amen.
