La Madonna della Consolazione è la Patrona e Protettrice di Reggio Calabria, venerata nel Santuario dell’Eremo e accompagnata ogni anno dalla collina alla Basilica Cattedrale durante la processione della Discesa. La sua storia è strettamente legata alla presenza dei frati Cappuccini, alle calamità che colpirono la città e alla devozione popolare, che da secoli riconosce nell’immagine della Vergine una presenza materna, amorevole e taumaturgica.
Il culto della Madonna della Consolazione a Reggio si fa risalire storicamente ad una famiglia genovese che tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500 si trasferì nella nostra città portando con se un’immagine di questa Madonna, alla quale era molto devota. Per custodire questo quadro, fu costruita una cappella sulla collina detta “La Botte”, e ai terziari francescani fu affidata la custodia.
Intorno al 1532 i frati Cappuccini di Vallettuccio si trasferirono a Reggio sulla collina dell’Eremo, e a loro fu affidata la custodia della piccola effige della Madonna della Consolazione. Nel 1533 i cappuccini crearono un primo insediamento attorno alla cappellina.

Le origini del culto e il ruolo dei Cappuccini
Davvero avvincente questo piccolo ma sostanzioso contributo di P. Giambattista Familiari da S. Lorenzo, che ha tracciato, in mirabile sintesi, le tappe storiche più significative della vita del Santuario, animata dalla presenza amorevole e taumaturgica dell’Icona della Madonna della Consolazione, la cui devozione è stata divulgata, con l’esempio e la parola, dai frati cappuccini.
“Questi brevi cenni sul Santuario della Consolazione, della Protettrice nostra, ricordino ai fedeli, devoti di Maria, le grandi benemerenze di questa augusta Madre verso i suoi figli della Calabria. E siccome la storia del Santuario ci presenta fin dai suoi primordi i fraticelli cappuccini a fianco dello stesso Santuario della Eccelsa Signora Consolatrice, perciò noi facciamo anco di essi un piccolo cenno; anzi diciamo ben volentieri col M. R. Parroco Dott. Salvatore De Lorenzo, tanto divoto di Maria e affezionato ai figli di S. Francesco: La storia del Santuario non è la storia dei Cappuccini, ma è la storia della Consolatrice; è la storia della nostra Patria che non potrebbesi narrare se non intrecciandola ai fasti ed alle benemerenze della famiglia serafica Cappuccina”.
La devozione del popolo reggino verso la Madonna della Consolazione, è davvero singolare. Sono tantissime le persone che, durante l’anno, salgono, alla spicciolata o in gruppo, al Santuario dell’Eremo per sostare un po’ con Lei e chiedere una carezza consolatrice per sé o per i propri cari.
Si rivivono, in questo commovente pellegrinaggio, i momenti più significativi della storia del popolo reggino, specie quelli meno felici, durante i quali la Vergine ha svolto un ruolo così premuroso e provvidenziale che il popolo reggino l’ha voluta eleggere sua Patrona e protettrice.
«Quel viso dolcissimo e teneramente materno della Vergine seduce ed incanta da sempre chiunque lo incontra, provocando emozioni indimenticabili» scrive non a caso lo storico e frate cappuccino, padre Giuseppe Sinopoli.
Il nuovo quadro commissionato da Camillo Diano
Nel 1547 il nobile Camillo Diano commissiona al pittore Niccolò Andrea Capriolo la riproduzione dell’immagine della Madonna della Consolazione su tavole telate di dimensioni più grandi, così come le conosciamo oggi.
Nel 1547 il nobile Camillo Diano, in previsione della costruzione di una nuova chiesa del Convento, di dimensioni maggiori visto l’aumento del numero dei Frati e per la devozione crescente del popolo alla Madonna, commissionò al reggino Nicolò Andrea Capriolo la realizzazione di un nuovo quadro più grande.
L’artista reggino, realizzò un quadro di 138 cm per 143. Capriolo, in aggiunta all’immagine della Madonna, vi introduce le figure di San Francesco e Sant’Antonio, nelle quali presumibilmente sarebbero raffigurati i benefattori del convento, rispettivamente, il Diano e il Mileto.
Un anno dopo, il 6 gennaio, il nuovo Quadro viene benedetto, nella Chiesa Cattedrale, dall’Arcivescovo Mons. D’Agostino, alla presenza dei Duchi Gonzaga di Monza. Terminato il rito, il nuovo Quadro viene portato processionalmente alla chiesetta dell’Eremo.
Il quadro originario venne trattenuto dalla famiglia Diano e di questo si persero le tracce in occasione del suo trasferimento a Malta.
La prima chiesa dell’Eremo
Nel 1569 sorge la prima chiesa sulla collina dell’Eremo. La piccola cappella divenne progressivamente il centro della devozione mariana e il luogo nel quale i Cappuccini accompagnavano la preghiera del popolo.
Fu costruita accanto al convento dei frati Cappuccini, che arrivarono in città nel 1532 portando con sé la semplicità e la forza del messaggio francescano. In quel tempo, dove ora s’innalza la Basilica, sorgeva una piccola cappella.
La prima chiesa resistette per secoli, ma il terremoto del 1908 la piegò. Non lo spirito, però. E così, nel 1965, sorse una nuova Basilica.
Moderna nelle linee, ma antica nell’anima. Progettata dall’architetto Anna Sbarracani Anastasi, accoglie oggi non solo la sacra effigie, ma anche opere d’arte che parlano con la voce della contemporaneità: i rilievi di Alessandro Monteleone, la Via Crucis scolpita da Pasquale Panetta, i vetri colorati che rifrangono la luce come promesse.
La peste del 1576 e il primo soccorso mariano
È il 1576 quando «il morbo della peste contagia la città di Reggio». Nel 1577 «l’annuncio della cessazione della peste è dato dalla Madonna della Consolazione a fra Antonino Tripodi.
Religioso di santa vita, fu invitato a recarsi dall’autorità cittadina per un pellegrinaggio di ringraziamento alla chiesa dell’Eremo. Nella circostanza si offre un grosso cero alla Madonna.
Fra Giacomo Foti da Reggio, padre Geronimo Migliore da S. Giorgio Morgeto e padre Girolamo da Montesoro cadono vittime di carità nell’assistere gli appestati.
Nel 1592 «le Autorità cittadine, con atto pubblico, deliberano che la festa del 21 novembre in onore della Madonna della Consolazione sia festa cittadina».
La prima celebrazione nota della festa, viene fatta risalire al 21 novembre 1592, successivamente al primo soccorso mariano al popolo di Reggio Calabria durante la peste che colpì la città calabrese e sua dirimpettaia Messina nel 1576 e che si protrasse poi per molto tempo.
Tra storia e leggenda: il ritrovamento dell’immagine
La storia della nascita del culto e delle celebrazioni per l’Avvocata del Popolo, è un perfetto mix tra storia e leggenda.
Si narra che un quadro della Madonna sarebbe stato ritrovato da un contadino mentre zappava la terra ed in seguito, la medesima effige avrebbe parlato ad un frate cappuccino in preghiera dinanzi ad esso per chiedere alla Vergine aiuto e protezione e far scampare dalla città la pestilenza.
La Vergine che accordò tale favore alla popolazione reggina chiese al frate che si facesse da quel giorno in poi, ogni anno, una solenne processione di ringraziamento.
Un rituale che segue ogni anno, ormai da secoli, lo stesso cerimoniale che non può essere modificato. La leggenda vuole che il dipinto, trasportato più volte nel Duomo della città, riappariva miracolosamente presso il luogo dove era stata ritrovato e dove poi sarebbe sorta la Basilica dell’Eremo, nella quale il quadro viene ancora oggi custodito.
La Madonna e le calamità della città
Negli anni successivi tante altre furono le calamità che minacciarono la popolazione: terremoti, assalti dei Turchi, pestilenze gravissime, ma Reggio è sempre salva grazie alla sua protettrice Maria che viene invocata con tanta fede e che, nei momenti di maggior pericolo viene portata in città, facendola scendere dal suo Eremo.
A Maria il popolo si rivolge per chiedere aiuto e protezione in questa terra. Maria è riconosciuta come Aiuto dei cristiani e Porto di salvezza eterna.
Il terremoto del 1783
Nel 1783 «un tremendo terremoto, con risonanze triennali, provoca ingenti danni in Calabria, distruggendo città e centri rurali.
Le testimonianze storiche tramandano che il venerabile padre Gesualdo e il padre Votano si recavano nei paesi e nei villaggi per invitare alla conversione penitenziale i popoli, onde ottenere dal Signore la liberazione di tale drammatico evento.
I morti nella città di Reggio ammontano a soli diciannove. Con l’istituzione della Cassa Sacra, i cappuccini sono costretti, loro malgrado, ad abbandonare il convento con annessa la chiesa.
È nel 1801 che i frati fanno ritorno al convento. Viene nominato Guardiano padre Gesualdo Malacrinò.
La festa estesa alla diocesi
Nel 1819, con Mons. Tommasini, nuovo Arcivescovo della Chiesa metropolitana reggina, la Santa Sede la solennità festiva della Madonna della Consolazione viene estesa a tutta la diocesi.
Arriva il colera ma il popolo reggino si salva.
Nel 1896, il 23 luglio, si firma una convenzione tra il Card. Portanova e il Sindaco nella quale si decide che il Santuario viene dato alla Curia vescovile, alla quale è demandato il diritto di organizzare la festa religiosa annuale, preceduta da sette sabati da celebrare nella chiesa dell’Eremo, mentre per la parte civile ci pensa l’Amministrazione comunale.
Il terremoto del 1908
Arriva il flagello del 1908. «Si erige una baracca, accanto alla chiesa distrutta, per la celebrazione dei Sacri misteri».
Nel 1911 il venerato Quadro, dalla Chiesa cattedrale baraccata, torna all’Eremo ricostruito.
È il 1930 quando l’Effigie della Madonna viene accompagnata processionalmente in Cattedrale. Diventa Patrona e Protettrice.
La festa della Madonna della Consolazione
Se si chiede ad un qualsiasi abitante di Reggio, di elencare i 12 mesi dell’anno, si noterà una piccola differenza rispetto al calendario tradizionale. Infatti, per un reggino doc, dopo agosto arriva il mese di Festa Madonna.
Questo è emblematico per capire il rapporto che esiste tra la città e la sua Patrona. La festa prende avvio la mattina del secondo sabato del mese di settembre con la processione della Sacra Effige che, dalla Basilica dell’Eremo viene portata alla Basilica Cattedrale.
Una seconda processione, che segue un percorso nel centro storico cittadino, avviene il martedì immediatamente successivo.
Le feste patronali sono molto più che celebrazioni religiose: sono momenti di identità collettiva, in cui fede, folklore e convivialità si intrecciano in un rito che attraversa i secoli. Così è anche per la festa della Madonna della Consolazione.

La Discesa dall’Eremo
Settembre a Reggio ha il profumo del mirto e della cera. Ma soprattutto, lungo le sue strade risuona il passo cadenzato dei portatori della Vara, il brusio dei fedeli, le campane che annunciano l’atteso giorno della Discesa.
Accade ogni anno, il secondo sabato di settembre. All’alba, mentre la città si stiracchia nel sonno, già si sente il mormorio salire dalla collina dell’Eremo.
Gente che arriva a piedi nudi, per devozione. Gente che non ha dormito, per l’emozione. Sono migliaia, ogni anno, come un fiume che ha imparato a scorrere sempre verso la stessa sorgente.
Il quadro sacro lascia la sua dimora per scendere tra il popolo. Non è solo una processione: è un incontro. È la storia che si fa carne, ogni volta.
Ogni anno, all’inizio dei festeggiamenti e fino alla domenica successiva al 21 novembre, l’immagine viene trasferita dalla Basilica dell’Eremo al Duomo di Reggio Calabria.
Alla vigilia dell’inizio dei festeggiamenti molti fedeli si recano alla collina dell’Eremo, dove si trova il quadro della Madonna. Il giorno dopo, di sabato, il quadro viene portato a spalla, sulla pesante Vara dai pescatori, da volenterosi e dai numerosi portatori dall’Eremo verso la Cattedrale, dove viene celebrata l’eucaristia e così si iniziano i festeggiamenti che si protraggono per ben quattro giorni consecutivi e che hanno termine con la processione del martedì.
La Volata e il significato della Vara
C’è un momento, nell’interminabile abbraccio tra la città e la sua Patrona, in cui la devozione diventa corsa. È la Volata, l’ultimo tratto della processione, quando i portatori, stremati, sudati, ma col cuore in fiamme, stringono i denti e, sotto il peso della Vara, affrontano di corsa lo spazio che separa l’inizio di Piazza Duomo dalla scalinata della Cattedrale.
È un gesto che sfida la ragione, ma che parla alla parte più profonda dell’anima. Perché la Volata non è solo una corsa: è un’offerta.
È l’atto finale, l’ultimo dono alla Madonna. È la dimostrazione estrema di un amore che non si risparmia, che si consuma fino all’ultima goccia di energia.
E quando la Vara arriva, tra gli applausi e le lacrime, il respiro di tutti sembra trattenersi per un istante. È fatta. La Madre è tornata.
Dimensioni e peso della Vara
La Vara non è solo una struttura. È un tempio che cammina. Un altare in movimento. Un monumento alla fede collettiva.
Realizzata tra il 1824 e il 1831, la monumentale Vara è un capolavoro di arte devozionale: lamina d’argento sbalzato su un’anima di legno, scolpita e cesellata con minuzia, come si addice a ciò che deve contenere il sacro.
| Elemento | Dato |
|---|---|
| Altezza | circa cinque metri |
| Peso complessivo | 1.400 chilogrammi |
| Portatori necessari | almeno sessanta uomini |
| Periodo di realizzazione | tra il 1824 e il 1831 |
| Materiali | lamina d’argento sbalzato e legno |
Alta circa cinque metri e decorata con dettagli che raccontano la gloria e il dolore, raggiunge un peso complessivo di 1.400 chilogrammi. Una tonnellata e mezza che non spaventa, ma onora.
Per portarla, servono almeno sessanta uomini. Portatori della Vara, li chiamano. Ma chi conosce la tradizione sa che sono molto di più.
Sono devoti, figli, fratelli, padri. Per molti, è un’eredità: “Mio nonno la portava. Mio padre la portava. Ora tocca a me.”
Durante la processione, si danno il cambio con gesti studiati, quasi coreografici, ma carichi di rispetto. Ogni sostituzione è un rituale.
E quando arriva il tratto della salita all’Eremo, la fatica si fa eroica. Le gambe tremano, le mani stringono forte le stanghe, e la città intera trattiene il fiato.
Ma nessuno si tira indietro. Perché quel peso, in fondo, è il peso dell’amore.
Il ritorno in Cattedrale e la Salita all’Eremo
Ma la festa non si conclude lì. Il martedì successivo, come a voler prolungare l’incanto, la Madonna percorre ancora una volta il Corso Garibaldi, tra ali di folla che si stringono per salutarla.
È un arrivederci più lieve, più intimo. Poi il quadro rientra nella Cattedrale, dove rimarrà fino al mese di novembre, tra luci, fiori, e una città che si stringe attorno a lei come un figlio al grembo della madre.
A novembre arriva un altro momento solenne: la festa della Presentazione di Maria al Tempio. È allora che la Madonna prepara il ritorno all’Eremo.
Ed è allora, con la processione della Salita, che la Madre fa ritorno alla Basilica dell’Eremo. Così si chiude il cerchio.
Se la Discesa è festa, la Salita è preghiera. È più intima, più silenziosa, eppure non meno intensa.
Succede la domenica dopo il 21 novembre, come un addio sussurrato sotto voce, tra la malinconia dell’autunno e la speranza che accompagna ogni ritorno.
La processione parte lenta, quasi timida. La città, che solo due mesi prima l’aveva accolta con grida e applausi, ora saluta la sua patrona con occhi lucidi e mani giunte.
È un congedo che pesa sul cuore. Ma è nel tratto finale che tutto cambia.
La strada si inerpica verso l’alto, e con essa la Vara, i portatori, i canti che si spezzano in gola. Ogni passo diventa un atto di fede, ogni respiro un’offerta.
Nessuno parla, ma tutti sentono la stessa cosa: che quell’ascesa appartiene a tutti loro. Che ciascuno tra i presenti, come la Madonna, ogni giorno affronta una salita impervia.
Una fatica, un dolore, una rinascita. All’arrivo all’Eremo, il tempo sembra fermarsi.
L’aria profuma d’incenso e foglie bagnate. Il quadro viene accolto dai frati, ricollocato sull’altare maggiore.
E i fedeli, molti con le lacrime agli occhi, restano lì, in silenzio. Perché dire addio alla Mamma, anche se solo per qualche mese, non è mai facile.
Ma da lassù, sulla collina, la Consolatrice continuerà a guardare verso il mare. E verso tutti i suoi figli amatissimi.
La Basilica dell’Eremo
C’è un luogo, a Reggio Calabria, dove il cielo sembra più vicino. Dove l’aria profuma di silenzio, e ogni passo risuona come una preghiera.
È lì, sulla collina che domina la città e il mare, che sorge la Basilica dell’Eremo, dimora della Madonna della Consolazione per la maggior parte dell’anno.
Non è solo una chiesa. È il cuore nascosto della devozione reggina, un santuario che custodisce l’attesa, la speranza, la promessa.
Quando, a settembre, la Madonna scende in città, l’Eremo si svuota di presenza, ma non di significato. E in novembre, quando torna tra le sue mura, tutto ricomincia.
I gradini della scalinata diventano rosario, la salita si fa preghiera in cammino. È lì, nel silenzio dell’altura, che i reggini tornano a cercarla nei mesi che separano una festa dall’altra.
Una visita, una candela, una lacrima. Nessuno va via senza averle parlato.
La Basilica dell’Eremo è il luogo dove la Madre riposa. Ma lassù, lo sappiamo bene, non dorme mai.
Il patrocinio della Madonna della Consolazione
La scelta del periodo nel quale vengono celebrate le feste mariane risale ad un episodio del 1693, quando Papa Innocenzo XI ordina che in tutta la Chiesa si celebri il nome di Maria nella Domenica successiva all’8 Settembre, festa della Natività della Vergine.
Reggio sceglie quel giorno per festeggiare la Madonna della Consolazione, legando così il titolo speciale di Consolatrice al Santo Nome di Maria, e decide di prepararsi alla festività celebrando la Madonna nei sette sabati precedenti.
È l’inizio della tradizione dei festeggiamenti di Settembre che dura fino ai giorni nostri.
Si dovrà aspettare il 1752 quando la Sacra Congregazione dei Riti, con Decreto, confermerà il Patrocinio della Madonna della Consolazione a Reggio.
La Novena della Madonna della Consolazione
Dopo l’indice, l’Autore pubblica la "Sacra Novena in onore di Maria SS. della Consolazione, composta dal Can. G. Calabrò", il cui fervore devozionale traspare in modo vibrante dalla preghiera, elevata, alla Patrona e Protettrice, con singolare carisma letterario e, soprattutto, spirituale.
La novena esprime una spiritualità fondata sulla gloria di Dio, sulla conversione, sulla preghiera e sull’intercessione della Vergine.
- "Tutto l’essere ed operare delle creature ha da andare a Dio: cioè tutto farsi a sua gloria".
- "Un albero si secca, se si fa spesso mutar di luogo".
- "Una ferita nel corpo ti fa gemere, tante ferite mortali nell’anima non ti pesano. Prega, prega Dio che te le faccia sentire, e se ottieni la grazia, cercherai il medico che ti guarisca, né ti quieterai finché non abbi ricuperato la vita, e la salute".
- "Tre generi di vita si possono menare da viventi: viver da bruto, viver da uomo, viver da cristiano. Il bruto è regolato dai soli sensi, l’uomo dalla ragione, il cristiano dalla fede".
- "Temete la calca enorme dei vostri peccati? Maria è impegnata ad impetrarvi l’indulto, e la remissione".
- "Si guardi di non giudicar male alcuno, né condannarlo, ma più tosto giudichi e condanni se stesso".
Fede, memoria e identità di Reggio Calabria
A Reggio Calabria, la fede ha un volto. Non è un concetto astratto, né una parola da ripetere nelle omelie.
È un volto che consola, un volto che ascolta. È quello della Madonna della Consolazione, la “Mamma” della città, la Santa Patrona, la Signora vestita d’oro che da secoli veglia sulle case, sui mari inquieti, sulle vite stanche e sulle gioie improvvise di chi abita questo lembo di terra affacciato sullo Stretto.
Solo un altro modo per chiamare la Madonna. Qui, la devozione non è mai stata una questione privata.
È sangue che scorre nelle vene della città, è memoria collettiva, rito condiviso. La Madonna della Consolazione non è solo un’immagine sacra: è una presenza reale, che scende tra le strade, che si lascia toccare, al passaggio della quale si può piangere, gridare, solo per poi accorgersi che una dolce benedizione è discesa a placare ogni inquietudine.
È la madre che non giudica, che non dimentica. La città le parla, canta lodi in suo nome, la porta sulle spalle.
E ogni anno, questo patto d’amore si rinnova. Con lo stesso fervore, con la stessa emozione che tremava negli occhi dei bisnonni.
Così si rinnova, ogni anno, quel misterioso dialogo tra cielo e terra che lega Reggio alla sua Consolatrice. Un ciclo d’amore che non conosce fine.
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