Il libro dedicato all’eremo di Santa Maria degli Angeli è un fascicolo illustrato pubblicato a Milano da Sonzogno intorno al 1930, composto da 16 pagine in formato in-4° e corredato da illustrazioni fotografiche.
Il fascicolo appartiene alla collana “100 città”, seconda edizione, e presenta Santa Maria degli Angeli d’Assisi insieme all’Eremo delle Carceri, a San Damiano e a Rivotorto.
Scheda bibliografica
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo e soggetto | Santa Maria degli Angeli d’Assisi, l’Eremo delle Carceri, San Damiano, Rivotorto |
| Editore | Sonzogno |
| Luogo di pubblicazione | Milano |
| Data | 1930 circa |
| Collana | “100 città”, 2a edizione |
| Formato | In-4° |
| Estensione | 16 pagine |
| Apparato illustrativo | Illustrazioni fotografiche |
| Stato editoriale | Fascicolo |
| Condizioni | Prodotto usato, in buone condizioni |
| Nota conservativa | Strappo alla copertina anteriore |
Il contenuto del fascicolo
Il titolo riunisce alcuni dei principali luoghi francescani legati ad Assisi: Santa Maria degli Angeli, l’Eremo delle Carceri, San Damiano e Rivotorto. Il formato ridotto e l’estensione di 16 pagine indicano una pubblicazione agile, destinata a offrire una sintesi storico-artistica e fotografica dei luoghi presentati.
Le illustrazioni fotografiche costituiscono una parte significativa del fascicolo e documentano edifici, ambienti e testimonianze legate alla spiritualità francescana. La pubblicazione, risalente al 1930 circa, appartiene alla seconda edizione della collana “100 città”.

Santa Maria degli Angeli e la tradizione francescana
Santa Maria degli Angeli d’Assisi, l’Eremo delle Carceri, San Damiano e Rivotorto appartengono al paesaggio religioso e storico nel quale si è sviluppata la vicenda francescana. La loro presenza nello stesso fascicolo permette di accostare luoghi diversi per funzione, architettura e ambiente, ma accomunati dalla memoria di san Francesco e delle origini dell’Ordine.
Il fascicolo non è un volume di ampio respiro, ma una pubblicazione breve e illustrata. Le 16 pagine raccolgono in forma concentrata le informazioni essenziali e le immagini fotografiche relative ai luoghi trattati.
L’Eremo di Santa Maria degli Angeli nell’alta Val Tiberina
Un’antica pieve sperduta nella campagna, la canonica accanto, ormai disabitata da anni. Attorno, un orizzonte sconfinato che si perde tra le colline dell’alta Val Tiberina, dove l’Umbria diventa Toscana.
È qui, non lontano da Sansepolcro (AR), in mezzo a una natura incontaminata, dove a parlare è solo il silenzio, che ha preso vita l’Eremo di Santa Maria degli Angeli. Sorella Maria lo abita da 18 anni.
Lei e sorella Giampaola sono giunte qui dopo la chiusura del loro monastero di clausura, in Umbria, dove avevano realizzato la loro vocazione come Sorelle Povere di Santa Chiara, note anche come clarisse.
Da ben 25 anni Maria era monaca, negli ultimi anni anche abbadessa del suo monastero, dove era entrata nemmeno ventenne, dopo un’esperienza lavorativa in fabbrica. Era passata dai panorami della sponda veronese del natio lago di Garda alle alte mura del convento umbro, dove pensava di vivere fino alla fine dei suoi giorni.
La nascita della comunità eremitica
Ma le strade che il Signore traccia sono sempre nuove, così come le storie che la Provvidenza scrive con inaspettata fantasia. La chiusura del monastero, a causa del numero ormai ridotto di sorelle che lo abitavano, provoca in Maria un desiderio di rinnovamento nel carisma di contemplativa.
La tensione spirituale si fa forte, e cresce la domanda interiore riguardo a ciò a cui era chiamata in quella nuova fase di vita. La risposta la trova nell’amore per il silenzio, che si può vivere dentro un chiostro ma anche in mezzo alla natura.
Arriva, come un dono inaspettato, la possibilità di abitare degli spazi semplici, essenziali, in totale isolamento ma non troppo distanti da qualche piccolo borgo, nelle valli aretine che risalgono verso Anghiari.
Un luogo antico, impregnato da secoli della preghiera della gente semplice; un luogo sacro che da tempo giaceva dimenticato nel silenzio, quasi irreale, dei colli ricamati di viti e girasoli. Un silenzio irresistibile per le due sorelle, Maria e Giampaola.
La nuova forma di vita monastica
Ed eccole là, nel 2005, pronte a iniziare una nuova forma di vita monastica, quella delle eremite, ridando vita alla pieve e all’antica canonica. Provvidenzialmente c’è chi pensa alla sistemazione, semplice e francescana, degli ambienti, rendendoli accoglienti nella loro estrema povertà.
Nasce così l’Eremo di Santa Maria degli Angeli. La diocesi intanto, con decreto del vescovo, riconosce canonicamente la loro esperienza e la approva inserendola tra le forme di vita religiose della Chiesa locale.
Intanto, i vicini cominciano, con curiosità, ad avvicinarsi all’eremo. Dapprima per conoscere chi siano e che cosa facciano queste due suore dal velo bianco, che intravedono quando scendono in paese per la Messa; poi per capire in che modo poterle aiutare.
E l’occasione non manca: dal dono di un po’ di provviste alla legna per l’inverno, che da queste parti è lungo e picchia duro. Le sorelle accettano con semplicità, ma vogliono anche guadagnarsi il loro pane, non solo coltivando l’orticello bensì anche rendendosi utili per la pulizia della biancheria delle parrocchie vicine.
Un luogo di ascolto e accoglienza
Gli abitanti della zona presto si rendono conto che non andranno lassù solo per donare qualcosa, anzi: da quel luogo di pace è più quello che si prende che quello che si dà.
Non passa molto che, negli orari più consoni, quando non si disturba la preghiera e la meditazione, in tanti, con discrezione, iniziano a salire all’eremo per confidarsi, sfogarsi, chiedere una preghiera e un consiglio. Le sorelle sono disponibili con una semplicità disarmante.
Quando, qualche anno dopo, Giampaola viene a mancare, Maria, ormai sola, continua la sua scelta con la sicurezza di chi sa di percorrere la strada giusta.
«All’eremo salgono fratelli e sorelle che condividono con me un tratto della loro strada, spesso faticosa» racconta sorella Maria. «Cerco di asciugare le loro lacrime e donare serenità, incoraggiare nei momenti difficili, seminare speranza e moltiplicare la gioia: sono solo una sorella che li accompagna e cerca insieme a loro di capire dove sta passando Dio. Nel mio silenzio risuona ogni voce del mondo: è mio ogni dolore come mia è tutta la gioia».
Negli anni, inaspettatamente, la vocazione alla contemplazione si associa all’apertura profonda all’altro, nell’incontro con chi giunge quassù.
«Sono solita dire che l’ascolto di Dio e l’ascolto degli altri sono due facce della stessa medaglia: ognuna illumina l’altra, ognuna ne chiarisce il messaggio e lo attualizza».
La giornata nell’eremo
I ritmi della giornata, all’Eremo di Santa Maria degli Angeli, sono quelli lenti che la natura stessa regala, nell’avvicendarsi delle stagioni. Dall’alba al tramonto, sorella Maria si alterna tra la chiesetta e la casa, il giardinetto e l’orto.
E ogni stagione regala frutti e colori diversi: in primavera e in estate tanti fiori e profumi, e il canto delle cicale. Ma anche le foglie dell’autunno e il candore della neve, in inverno, sono buoni compagni di preghiera.
Come lo sono il vento e la pioggia che bussano alle finestre, e che qua hanno un canto particolare. Tutti i giorni un’unica uscita: quella per la Messa nella parrocchia del borgo vicino, e per ritirare la biancheria dalle chiese della zona.
Poi preghiera e silenzio: «Vivo una vita molto semplice, dove preghiera e lavoro si intrecciano continuamente, dove il silenzio e la solitudine sono una dimensione indispensabile della giornata per l’ascolto della Parola di Dio, nucleo vitale di ogni vita interiore».
Silenzio, solitudine e preghiera
Pregare in questo eremo, quasi disperso tra i dolci colli dell’aretino, ha un gusto tutto particolare: «La preghiera nasce dal cuore come risposta a un Amore che interpella, che chiama incessantemente.
Il silenzio serve per captare ogni più flebile richiamo, e la solitudine ci addestra a riconoscerlo e a rispondervi senza distrazioni».
Un silenzio che non è mai fine a se stesso, né autoreferenziale. Perché nell’antica canonica arrivano, con garbo e molta discrezione, amici vecchi e nuovi, cercatori di pace e di consolazione, cercatori di infinito.
«La solitudine mi immerge in ogni latitudine del pianeta e, come dice Etty Hillesum, “si vorrebbe essere balsamo per molte ferite”, ma si partecipa anche all’incredibile forza della vita».
La solidarietà della comunità locale
Ma c’è anche chi sale solamente per portare un po’ di verdura, patate e pomodori, frutta fresca o qualche dolcetto fatto in casa. Sorella Maria riceve con stupore questi doni, spesso prepara un caffè a chi ha avuto per lei «la carità di un pensiero».
E capita che, qualche volta, su due piedi, metta su un pranzo semplice e povero per un prete o un frate di passaggio, o per un pellegrino smarritosi tra i campi dorati dell’alta Val Tiberina.
La notte nell’eremo
Poi, quando arriva la notte, il silenzio avvolge l’eremo, quasi a proteggerlo. Si spegne la luce della grande cucina, rimane solo quella, tremolante, della lampada eucaristica in chiesa.
Con la Compieta muore il giorno, e sorella Maria lo riconsegna al Signore, prima del riposo notturno. La luna, dal cielo, illumina l’antico selciato in pietra davanti alla casa.
Il silenzio canta allora un inno maestoso di serena letizia. Domattina presto, sorella Maria inizierà una nuova giornata di preghiera, lavoro, contemplazione e ascolto.
«Sono grata a Dio per questi doni, per questi miei giorni qui, nascosti e umili. E quasi inutili, se non appartenessero a Dio».

Santa Maria degli Angeli a Firenze: il libro sul monastero camaldolese
Un altro importante volume dedicato a Santa Maria degli Angeli è quello relativo all’antico monastero camaldolese di Firenze. A Firenze, gli abitanti e tutti gli storici dell’arte conoscono la Rotonda di Via degli Alfani, incompiuto capolavoro (1437) di Filippo Brunelleschi; pochi di loro sono invece in grado di riconnettere tale monumento rinascimentale al grande monastero di Santa Maria degli Angeli.
La più importante fondazione camaldolese della Toscana, sorta alle fine del Duecento, fu centro di spiritualità cenobitica, vivaio eccellente di studi umanistici e letterari e polo di fertile, straordinaria committenza artistica.
L’intento del volume, la prima indagine sistematica dedicata a tutti gli aspetti della storia dell’ex complesso religioso, condotta con un approccio interdisciplinare, è quello di restituire memoria e significato alle sue lunghe e travagliate vicende.
Storia e trasformazioni del complesso fiorentino
L’imponente insediamento fu infatti sottoposto nel corso del tempo a parcellizzazioni e a riusi impropri degli edifici, oggi afferenti a proprietà diverse, producendo la perdita della conoscenza dell’assetto originario come della sua peculiare identità.
Alle progressive trasformazioni architettoniche e alla dispersione di gran parte dell’ingente patrimonio artistico, si aggiunsero, nel Novecento, ulteriori manomissioni strutturali, prima con la costruzione della Casa del Mutilato e in seguito con l’acquisizione di alcuni spazi da parte dell’Università degli Studi di Firenze per le Facoltà di Lettere e di Architettura.
Ambienti oggetto ora di una riqualificazione funzionale, gestita dal ‘Progetto Brunelleschi’, promosso dall’Ateneo, rivolta all’ampliamento della Biblioteca Umanistica.
La pubblicazione del volume, che ha tratto origine da tale progetto di riqualificazione, ne costituisce supporto conoscitivo e documentario.
Struttura e contenuti del volume fiorentino
Dalla lettura dei saggi che hanno ripercorso la vita del monastero e recuperato opere, episodi di committenza e contesti dimenticati, emerge un rilevante, stratificato quanto poco conosciuto capitolo di storia di Firenze.
| Voce | Dato |
|---|---|
| Titolo | Santa Maria degli Angeli a Firenze. Da monastero camaldolese a biblioteca umanistica |
| Curatori | Cristina De Benedictis, Carla Milloschi, Guido Tigler |
| Pagine | 704 |
| Immagini | Oltre 500 immagini a colori e in bianconero |
| Formato | cm. 21 x 28 |
| Legatura | Brossura con bandelle |
| Data di pubblicazione | Novembre 2022 |
Indice dei saggi
- Prefazione
- Saluti istituzionali
- Presentazione
- Santa Maria degli Angeli: un romitorio camaldolese nella Firenze medievale
- Lo sviluppo architettonico del complesso: dalla fondazione alla ‘Rotonda’ del Brunelleschi
- The paintings from the early to the late Gothic period
- La cappella degli Alberti: architettura e arredo
- Il ruolo di Santa Maria degli Angeli nel rinnovamento culturale e artistico dell’illustrazione libraria fiorentina tra XIV e XV secolo
- Il Giudizio universale del Beato Angelico
- Il circolo degli umanisti
- La biblioteca del monastero
- L’urna dei santi Proto, Giacinto e Nemesio di Lorenzo Ghiberti e altri reliquiari
- La pittura della ‘seconda età’ vasariana e la storia delle due Crocifissioni di Andrea del Castagno
- L’ultima cena di Ridolfo del Ghirlandaio
- L’architettura del complesso tra Cinquecento e Seicento e il rinnovamento del chiostro di levante
- Il Chiostro di Ponente
- Il Chiostro grande e altri interventi edilizi nella prima metà del Seicento
- Camaldolesi illustri tra letteratura e scienza
- L’architettura della chiesa e l’oratorio delle Donne
- La decorazione dei chiostri e alcuni episodi di pittura fiorentina del primo Seicento
- I dipinti della chiesa e della biblioteca
- Gli affreschi di Alessandro Gherardini
- L’architettura del complesso: dal Settecento al Progetto Fagnoni
- Rodolfo Sabatini, la Casa del Mutilato e il ‘ripristino’ della Rotonda del Brunelleschi
- La Confraternita di Sant’Antonio Abate
- La biblioteca umanistica tra passato e futuro
- Tavole
- Regesto documentario
- Bibliografia
- Referenze iconografiche
I curatori dell’opera fiorentina
Cristina De Benedictis, docente di Museologia presso l’Università degli Studi di Firenze, è autrice di saggi sulle istituzioni museali, sul fenomeno del collezionismo e sulla pittura medievale italiana.
Carla Milloschi, storica dell’arte, è bibliotecaria della sede di Storia dell’Arte della Biblioteca Umanistica presso lo stesso Ateneo.
Guido Tigler, docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Ateneo fiorentino, è autore di saggi sull’architettura e sulla scultura di età romanica e gotica.
Altri eremi intitolati a Santa Maria degli Angeli
Il nome Santa Maria degli Angeli ricorre in diversi luoghi di tradizione eremitica e religiosa. Per questo è importante distinguere l’eremo dell’alta Val Tiberina, il complesso camaldolese fiorentino e gli altri santuari che condividono un’intitolazione simile.
Santa Maria in Arce alla Rocchicciola
In questo luogo, Rocca sant’Angelo, sorse uno dei primi conventi francescani, documentato in vari atti dell’archivio del Sacro Convento di San Francesco; tale convento, appartato come era, lontano dalla citta’, doveva essere un vero e proprio romitorio, uno dei primi templi della diffusione del francescanesimo.
La chiesa di Santa Maria in Arce sorge fuori il castello di Rocca Sant’Angelo, anche detta la Rocchicciola, che alcuni studiosi hanno identificato nell’antica Roccabrizia, una località nei dintorni di Assisi presso la quale si sarebbe svolto un episodio della vita di san Francesco riferito nello Speculum Perfectionis, quando il poverello riprese un frate che sparlava di un povero.
L’intitolazione a S. Angelo farebbe supporre l’origine longobarda della Rocca e borgo abitato. La chiesa di Santa Maria è incorporata in uno dei più antichi conventi francescani.
Le testimonianze medievali della Rocchicciola
È nominata il 14 aprile 1300 nel testamento di un certo Puccio di Ventura Ascarani, di professione calzolaio, che volendo recarsi in pellegrinaggio presso la chiesa di San Pietro in Roma, dispose numerosi legati in favore di persone e di chiese di Assisi dipendenti dall’Ordine dei frati Minori, destinandoli all’esecuzione d’immagini o per opere non meglio identificate.
Un altro documento del 1309, dà notizia di un’elargizione di 30 libre cortonesi a favore del convento S. Marie de Roccheçola, ai cui frati il Comune di Assisi concede altresì di andare ogni anno per la questua di grano e biade, “propter necessitatem et paupertatem“.
È, questo uno dei primi atti civili col quale il comune di Assisi riconosceva ai francescani il diritto di andare elemosinando; tale permesso veniva accordato ai frati di S. Francesco e di S. Damiano di Assisi, a quelli di Rocca S. Angelo e dell’Isola Romanesca (Bastia).
Tra i vari lasciti ve n’è uno di 15 soldi destinato al luogo dei frati Minori “de Rocheçola“. Altro testamento di una “sora Clara uxor olim Vangni d. Blundi“, datato 10 maggio 1312 parla di lasciti in favore di varie chiese di Assisi.
“Pro missi cantandis” e tra i religiosi furono ricordati anche i frati di “S. Marie nove de Roccheçola“, ai quali furono promessi 10 soldi per cantare messe di suffragio in memoria della testatrice.
La chiesa dei frati in questo caso è chiamata nuova, poichè s’intende appena costruita. Quello di Rocca S. Angelo, appartato com’era e distante dalla città, doveva essere un vero e proprio romitorio, uno dei primissimi tempi francescani.
La custodia francescana e la sopravvivenza del convento
Di molti guardiani del “luogo” francescano della Rocchicciola se ne conoscono i nomi a partire dalla metà del Trecento. In un documento del 1383 il convento della Rocchicciola è detto senz’altro dei Minori.
Così come in un altro del 1384 si dice che “Minoribus morantibus ( … ) in loco S. Marie de Roccheciola” viene fatta ancora dal Comune l’offerta di 30 libre; tale elemosina è documentata anche per l’anno 1395.
Nel 1388, frate Enrico, Ministro Generale dei Frati Minori, nomina Paoluccio Trinci da Foligno commissario sui conventi delle Carceri, S. Damiano, Farneto, Monteripido, Scarzola, Eremita, Spineta, Stroncone, Giano, Monteluco, Pistia, oltre che della Rocchicciola.
Così, nel 1390, oltre a S. Maria della Rocchicciola, ben altri quindici luoghi fanno parte del commissariato di Paoluccio Trinci dei “Fraticelli dediti ad una vita di eremitorio in totale semplicità e povertà“.
Questa assegnazione è però controversa in quanto secondo Don Mario Sensi i cosiddetti “fraticelli” o i clareni non dimorarono mai alla Rocchicciola, però i documenti del Sacro Convento dicono altro come abbiamo visto.
Comunque questa presenza non dovette durare a lungo poiché nel De Conformitate di Bartolomeo da Pisa, composto tra il 1385 e il 1390, la Rocchicciola è ricordata per essere uno dei nove luoghi nella custodia di Assisi.
Infatti il 3 marzo 1464 troviamo frate Giorgio de Montecalerio, custode della chiesa di S. Francesco in Assisi, e anche “curator di S. Maria della Rocchicciola“, segno evidente che l’antico convento francescano era tornato sotto la custodia e la cura dei frati Conventuali.
I quali ancor oggi amministrano il conventino, oltre ad avere la “cura animarum” della parrocchia omonima, di recente loro affidata dal Vescovo della diocesi serafica.
Fu per questa assegnazione che si è protratta nei secoli che questo monastero poté salvarsi dalla soppressione dei piccoli conventi ordinata da Innocenzo X nell’ottobre 1652.
Infatti il luogo della Rocchicciola si salvò dalla chiusura perché il custode di Assisi lo presentò come una diretta dipendenza del Sacro Convento, preferendolo al convento di Santa Maria delle Grazie di Poreta, che apparteneva anch’esso ai frati di Assisi.
Architettura e opere della chiesa di Santa Maria in Arce
In quest’oasi di silenzio trovò pace per il suo spirito inquieto anche il poeta danese Johannes Joergensenm che qui venne più volte e sosto’ a lungo traendone ispirazione per molti suoi scritti, tra i quali Laudes Italiae.
Il convento è abitato da circa quindici anni dalla comunità di suore chiamata “Comunità Adveniat - Santa Maria in Arce“, fondata da p. Augusto Drago, un frate del Sacro Convento di Assisi.
La chiesa di Santa Maria ha un aspetto molto semplice. All’esterno l’edificio si presenta come una costruzione in pietra arenaria, con una facciata a capanna che si appoggia a monte contro il convento dei frati e a valle all’oratorio di una confraternita.
Il campanile a vela è arretrato sul lato sinistro. Sopra il portale arcuato si apre un modesto oculo in cui è inscritta una croce.
La chiesa di S. Maria, che conserva magnifici affreschi di scuola giottesca e perugina. L’interno è una semplicissima aula con una copertura a capriate in vista.
A metà circa della lunghezza si leva un arco divisorio in muratura, contro il quale sono addossati due altari decorati da affreschi, uno dei quali è datato 1502.
Tra la parete di facciata e questo arco con funzione di tramezzo c’era un tempo un secondo arco trasversale, che fu rimosso con i restauri seguiti al sisma del settembre 1997.
Questo arco esercitava una funzione statica a sostegno della copertura a due spioventi del tetto; verosimilmente fu costruito insieme al tramezzo centrale, negli ultimi decenni del XV secolo.
Il presbiterio si alza di tre gradini rispetto alla navata e termina con un’abside poligonale di sette dodicesimi, che viene illuminata da una finestra a cornu evangelii.
Nei primi anni del Cinquecento al centro del presbiterio fu costruito un altare isolato in muratura per essere decorato da una immagine mariana.
Le pareti perimetrali della chiesa sono quasi integralmente coperte da immagini sacre, che vanno dai primi anni del XIV secolo fin quasi alla metà del XVI secolo.
Gli affreschi della Rocchicciola
Contro il fianco occidentale della chiesa fu costruito nel XVI secolo un oratorio; un mattone murato sulla facciata esterna ha la data 1550.
L’oratorio era intitolato a San Paolo e ospitava al suo interno due confraternite, l’una dedicata a San Paolo e l’altra alla Immacolata Concezione.
Partendo dalla porta a sinistra troviamo in controfacciata un San Rocco e a seguire una Madonna con Bambino attribuita ad un seguace di Bartolomeo Caporali.
Poi un’altra Madonna con Bambino che presenta in basso una iscrizione dedicatoria: “SANCTI DE MENECARELLO F.F. 15.9” eseguito forse da Cecco di Bernardino aiuto di Dono Doni.
Nella parete di sinistra c’è la porta che introduce in un locale ad usi vari. Prima della porta in basso troviamo San Giuseppe eseguito probabilmente da da Cecco di Bernardino aiuto di Dono Doni.
In alto Madonna con Bambino tra i santi Giacomo, Caterina, Maria Maddalena e Antonio Abate che reca in basso una lunga iscrizione dedicatoria: “HOC OPUS FECIT FIERI ANGIELUS IOVANNES MAGISSTRI ANGIELI SUB A.D. MCCCCX”.
Affresco attribuito a un pittore locale del primo quattrocento formatosi sulla scia di Pace di Bartolo. In basso Sant’Antonio Abate mancante della parte inferiore attribuito a Bartolomeo Caporali.
Ai lati di Sant’Antonio una croce e un San Sebastiano dove sopra è stata aperta una finestra. Segue un grosso quadro affrescato raffigurante San Paolo, San Francesco, Sant’Antonio Abate, Madonna con Bambino e Santa Maria Maddalena, raffigurata solo in sinopia.
Con dedica e datato 1393, in basso inginocchiato in un quadro a sé il committente probabilmente un frate. Ultimi due quadri in alto prima dell’arco divisorio San Nicola di Bari, gravemente ridipinto nella testa, e Sant’Antonio Abate attribuito a Orlando Merlini.
Sulla facciata dell’arco divisorio della Navata sinistra troviamo una Madonna con Bambino tra i Santi Sebastiano e Lucia con in alto angeli reggi tenda.
Sotto riporta una lunga iscrizione dedicatoria: “QUISTO S(anctus) SEBASTIANO FE FARE FR(at)E IOHANNE FRANSOSO QUISTA MADONA CO S(anct)A LUCIA FE FARE SALVATORE DA AUSTINO” attribuito a Orlando Merlini.
Oltre l’arco nella parete prima del presbiterio Santo Vescovo, forse San Nicola di Bari, attribuibile a Matteo da Gualdo.
Il presbiterio e la decorazione absidale
Nel presbiterio a fianco dell’unica finestra troviamo dipinto un San Michele Arcangelo mentre calpesta il demonio, sotto il quale si legge la data 1528 e il nome del donatore laico a cui si deve la commissione attribuito a Giovanni di Pietro detto “Lo Spagna“.
La fronte esterna del muro di sostegno dell’arco trionfale è decorata da tarsie illusionistiche con finti marmi di gusto rinascimentale, risalenti allo stesso tempo della Maestà sopra l’altare.
Il presbiterio della chiesa rialzato termina con una tribuna absidale di sette lati coperta da una volta a ombrello.
Nulla avrebbe ostato di costruire una chiesa con l’abside rivolta a Oriente e la facciata a Occidente, secondo la tradizione; eppure fu presa la decisione di ruotare l’edificio di quasi centottanta gradi.
Rendendo impossibile sia il canto delle Lodi verso Oriente sia il canto del Vespro verso Occidente. Se non fosse che l’unica finestra che dà sul presbiterio è stata aperta sulla parete rivolta a Occidente, di dove entra la luce nell’ora del tramonto.
Di conseguenza, i frati che cantavano i Vespri in chiesa avrebbero visto la luce del sole illuminare le pareti della tribuna absidale, un pò come avviene nella basilica inferiore del San Francesco di Assisi.
Quando la luce del sole al tramonto, nell’ora del Vespro, illumina le immagini della Madonna di Simone Martini e Pietro Lorenzetti dipinte agli altari di Santa Elisabetta e di San Giovanni Evangelista sulle pareti orientali del transetto.
A una data imprecisata, furono dipinte dodici croci di color rosso inscritte entro un cerchio azzurro, che certificavano l’avvenuta consacrazione della chiesa.
Cinque di queste croci sono ancora visibili, benché di una cerimonia di consacrazione non si abbia una memoria documentata, due di queste croci compaiono su due facce dell’abside poligonale.
Le scene dell’infanzia di Cristo
Il catino absidale è occupato da tre episodi dell’infanzia di Cristo: da sinistra, Gesù adolescente disputa con i dottori nel Tempio, la Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto, la Presentazione di Gesù bambino al Tempio.
Attribuite al Maestro della Natività in Santa Chiara un pittore umbro del trecento ispirato alle composizioni giottesche nella Basilica di Assisi.
Gli affreschi della tribuna absidale si presentano incompiuti tra questi la Fuga in Egitto dove l’asino è rimasto alla stadio di disegno preparatorio e la figura della Vergine è poco più di un abbozzo.
Come ciò sia avvenuto non si sa, forse i dipinti non sarebbero stati ultimati per la morte del padre guardiano, o per il suo allontanamento verso un’altra sede o la morte del mecenate che fece eseguire questi affreschi.
Non dipende sicuramente dal pittore poiché il committente avrebbe potuto coinvolgere nell’impresa un altro pittore, incaricandolo di completare l’opera iniziata.
Sulle vele soprastanti furono dipinti tre tondi con figure a mezzo busto: da sinistra, San Francesco con in mano un libro aperto, la colomba dello Spirito Santo, Santa Chiara con in mano un libro un giglio e un ostensorio.
La metà inferiore delle pareti restò priva di una decorazione, salvo una fascia con fiori e simboli cristiani.
Le opere cinquecentesche e i restauri
L’altare è decorato con una struttura che ingloba una Madonna con Bambino tra i santi Francesco e Antonio da Padova, Eterno che una iscrizione vorrebbe commissionato da Angelo di Cristoforo Canova nel 1528.
Opera assai debole ma dai forti caratteri spagneschi, che per la data potrebbe attribuirsi, in via ipotetica, al giovane Dono Doni, il quale, come è noto, si formò nella bottega dello Spagna.
Appeso nel mezzo della navata un Crocefisso del XIV secolo attribuito a Matteo da Gualdo. Nel corso dei restauri della chiesa della Rocchicciola seguiti al sisma dell’autunno 1997, sul tratto iniziale della parete orientale della cella che va dalla tribuna absidale al tramezzo divisorio, sono state ritrovate le sinopie di due grandi dipinti murali con una Annunciazione e le Stimmate di San Francesco.
San Francesco in ginocchio, la gamba destra piegata a terra e la sinistra alzata, entrambe le braccia levate verso l’alto e la bocca aperta in un grido di dolore, mentre raggi luminosi lo colpivano sulle palme aperte delle mani, al petto e sui piedi nudi.
L’affresco è stato attribuito a un pittore anonimo definito “Maestro di Figline” da identificarsi forse con Giovanni di Bonino.
Sulla spalla dall’arco divisorio scendendo nella parete sinistra troviamo una Crocifissione con una dedicazione: “HOC OPUS FECIT FIERI COSTANTIUS DE SBACELLO 1502” attribuita a Orlando Merlini.
Sulla parete destra troviamo un piccolo quadro con Santa Caterina affresco attribuito a ignoto pittore assisiate attivo nella seconda metà del ‘300 formatosi sulla scia di Pace di Bartolo.
È sovrastato da una grande immagine con la Madonna con Bambino tra i Santi Francesco e Chiara prodotto di Scuola Giottesca attribuito ad un collaboratore del “Maestro di Figline“.
Segue una Santa Caterina dipinta da Cecco di Bernardino aiuto di Dono Doni, subito dopo un grande San Girolamo e nel registro inferiore un San Bernardino visibile solo nella testa.
Il registro superiore è andato perduto, è rimasto solo in basso il committente inginocchiato affiancato da un’immagine di Santa Maria Maddalena attribuita a Bartolomeo Caporali.
Nella parete di controfacciata di destra una Madonna con Bambino tra i santi Gerolamo e Antonio da Padova sotto la dedicazione del committente: “EVANGELISTA DE R(ubei)S“, e lo stemma della famiglia Rossi.
Santa Maria della Stella a Pazzano
L’Eremo di Santa Maria della Stella o Santuario di Monte Stella, situato sul monte omonimo nel territorio del comune di Pazzano, in provincia di Reggio Calabria, è un santuario creato all’interno di una grotta.
Il primo documento sulle l’eremo è il codice greco 598 di Parigi, contenente le opere di Sant’Efrem diacono, e composto dal monaco Michele.
Successivamente, con le incursioni saracene Cristodulo, che era l’egumeno dell’Eremo, fuggì a Patmos. Con la fine dell’invasione saracena, Paolo, successore di Cristodulo, tornò a Stilo riportando molti manoscritti che costituirono parte della biblioteca di Santa Maria.
Dal 1096, durante il periodo normanno, l’eremo di Santa Maria diventa un monastero minore, come si evince da un documento del Conte Ruggero I, che cedette al vescovo di Squillace, Giovanni Niceforo, l’Abbazia di S. Giovanni Theresti di Stilo, l’Abbazia di S. Leonte, la Chiesa di San Nicola e Santa Maria della Stella.
Da eremo bizantino a santuario
Nel 1522 il monastero diventa Santuario e vi fu collocata per la prima volta la statua della Madonna della Stella o Madonna della Scala.
Si pensò fosse origine gaginesca, ma nuovi studi riferiscono con certezza che sia stata scolpita dal siciliano Rinaldo Bonanno per la somiglianza con altre sue opere.
Da eremo di Chiesa bizantina diventa così col passare degli anni santuario della Chiesa cattolica, e le vecchie icone bizantine vengono abbandonate, e mai più recuperate ancora ai giorni nostri, in favore della statua della Madonna della Stella.
Nel secolo XV il Santuario diventa indipendente da San Giovanni Theresti e i basiliani, Grancia dell’ordine di San Basilio, abbandonarono l’eremo (1670) anche se rimane all’ordine di San Basilio fino al 1946.
Il primo parroco si suppone sia stato Marcello Jhodarelli nel 1670. Nel 1965 don Mario Squillace, parroco di Pazzano, scrive un libro interamente dedicato all’eremo: L’ eremo di S. Maria della Stella.
Nel 1998 nella raccolta di poesia A terra mia Giuseppe Coniglio gli dedica la poesia A stida.
La grotta e le opere del santuario
Vi si accede scendendo una lunga scalinata, 62 scalini, scavata nella pietra.
Nel santuario si trovano, oltre alla statua della Madonna, i dipinti con l’Immacolata Concezione, la Santissima Trinità, l’adorazione dei pastori.
Di particolare interesse il frammento di un affresco di arte bizantina, raffigurante Santa Maria Egiziaca che riceve l’eucarestia dal monaco Zosimo.
L’affresco si ritiene sia del X-XI secolo, per la particolare caratteristica delle ciocche disordinate della capigliatura della santa; il raffigurare poi una santa anzichè un santo, fa pensare che vi sia stato per un certo periodo un eremitismo femminile.
All’interno della grotta vi sono rappresentazioni della Trinità, di Cristo, dell’Arcangelo Michele e la pietà.
