La Pentecoste nel libro degli Atti degli Apostoli: significato, racconto e conseguenze

La Pentecoste è narrata nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli e rappresenta il momento in cui lo Spirito Santo viene effuso sui discepoli riuniti a Gerusalemme, rendendoli testimoni coraggiosi della risurrezione di Gesù Cristo. L’evento inaugura una nuova fase della storia della salvezza: nel Vangelo lo Spirito abilita Gesù nella sua missione; negli Atti lo Spirito abilita la Chiesa attraverso Gesù glorificato.

Il racconto unisce il fragore dal cielo, il vento impetuoso, le lingue come di fuoco, il parlare in diverse lingue, il discorso di Pietro, la conversione di circa tremila persone e la nascita della prima comunità cristiana. La Pentecoste non è quindi soltanto una manifestazione straordinaria, ma l’inizio pubblico della missione della Chiesa «fino all’estremità della terra».

Gli Atti degli Apostoli e il loro posto nella Bibbia

Il libro degli Atti degli Apostoli crea un ponte tra la testimonianza della vita e degli insegnamenti di Gesù Cristo contenuta nei quattro Vangeli e gli scritti, nonché le opere, dei Suoi apostoli. Nel libro degli Atti degli Apostoli, la Bibbia racconta la storia della nascita del Cristianesimo, gli sforzi di proselitismo (evangelizzazione) da parte dei primi cristiani e, infine, alcuni dettagli sulla fondazione delle prime comunità, che saranno ben presto chiamate “chiese”.

Questo libro è, in un certo senso, il secondo volume dell’opera dell’evangelista Luca. Come il Vangelo che porta il suo nome, anche il libro degli Atti è dedicato dal suo autore a “Teofilo”. È facile riscontrare che i due libri sono opera dello stesso autore, poiché riportano lo stesso tipo di informazioni storiche, lo stesso schema e lo stesso vocabolario.

Luca scrisse gli Atti degli Apostoli come “il secondo [libro] di un’opera in due parti. […] La prima parte è nota come Vangelo secondo Luca” (Guida alle Scritture, “Atti degli Apostoli”, scriptures.lds.org; vedi anche Luca 1:1-4; Atti 1:1). Luca, medico nonché uomo assai colto, è di origine greca e quasi certamente proviene da Antiochia (infatti presta un’attenzione tutta particolare alla Chiesa di questa città), dove ha notato un particolare interessante: “Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (Atti 11:26).

Quella di Luca è al contempo un’opera storica, “giornalistica” e teologica. L’evangelista raccoglie documenti, testimonianze e confidenze e collabora manifestamente con l’apostolo Paolo, poiché sembra averlo accompagnato in alcuni viaggi per missione (i racconti di tali viaggi sono scritti in prima persona plurale: dunque è chiaro che il loro autore vi ha preso parte).

Autore, destinatario e caratteristiche del libro

Luca indirizzò il libro degli Atti a un uomo chiamato Teofilo (vedi Atti 1:1). Atti fu scritto dopo il Vangelo di Luca (vedi Atti 1:1), che fu probabilmente composto nella seconda metà del primo secolo d.C. Non sappiamo dove sia stato scritto.

Il libro degli Atti racconta la nascita e il diffondersi del cristianesimo a cominciare da Gerusalemme, la capitale della provincia giudaica, per finire a Roma, la grande capitale dell’Impero. Gli eventi descritti in Atti ebbero luogo in un arco di tempo di circa trent’anni (30-62 d.C.) e si incentrano principalmente sul ministero di Pietro (vedi Atti 1-12) e Paolo (vedi Atti 13-28).

Senza il libro degli Atti, la nostra conoscenza dei primi anni di storia della Chiesa sarebbe stata limitata alla piccola quantità di informazioni che ci viene fornita dalle epistole del Nuovo Testamento. Inoltre, il libro degli Atti fornisce un prezioso contesto storico alle epistole di Paolo.

Luca evidenzia alcune figure importanti per lo sviluppo e la diffusione del Vangelo: Pietro, Stefano, Filippo, Cornelio, Barnaba e Paolo, ma i personaggi principali del libro sono Pietro e Paolo. L’opera riporta molti discorsi accompagnandoli con spiegazioni e con l’analisi teologica degli avvenimenti.

I discorsi negli Atti sono trentasei, compresi quelli più brevi, e occupano quasi la metà del testo. Svolgono la stessa funzione che, nel Vangelo dell’infanzia, hanno inni e preghiere: interrompono la narrazione per interpretare i fatti. Danno il significato teologico a ciò che è appena accaduto (come Pietro che spiega la Pentecoste), fungono da cardini che segnano il passaggio della missione da Gerusalemme ai “confini della terra”, trasformano il racconto in una prassi di fede.

Nello stesso tempo, l’ascoltatore è mosso verso una nuova consapevolezza: la narrazione diventa evento che interpella, e la fede prende forma nel rispondere. Non siamo di fronte a una cronaca di eventi passati, né a un elenco di “cose fatte”, ma all’ordine di una prassi euristica della verità.

Dal Vangelo agli Atti: il passaggio dalla missione di Gesù alla missione della Chiesa

Nel suo Vangelo, Luca aveva presentato il ministero di Gesù come un unico percorso da Betlemme a Gerusalemme, una strada in salita, di cui le colline della città di Davide sono un’immagine più che implicita. Il libro degli Atti fa “esplodere” il gruppo dei discepoli che si sparpagliano in tutto il mondo.

L’immagine di quest’altro cammino si riflette in un altro percorso: quello da Gerusalemme a Roma. Gli esordi del Cristianesimo sono più o meno difficili ed è tramite ciascuno dei personaggi principali di questo libro che passiamo da una situazione all’altra, da una tappa a quella successiva.

Il libro degli Atti si apre con una specie di nuova fase, durante la quale Gesù, risorto, trascorre quaranta giorni con i suoi discepoli: il tempo necessario per l’ultima iniziazione, quella definitiva, in vista della nuova missione che li attende. Gesù, in questi quaranta giorni, passa il testimone ai discepoli, e la Chiesa diviene la continuazione del tempo evangelico.

Subito dopo, Gesù scompare definitivamente, e la comunità dei credenti, rappresentata dalla Chiesa, vive i tempi della sua assenza “visiva”, che durerà fino al suo ritorno. L’assenza fisica di Gesù non è un vuoto, ma la condizione necessaria perché la fede passi dal “riconoscimento” (ancora legato ai sensi esterni) all’abitazione.

Il libro degli Atti illustra come il Salvatore continuò a dirigere la Sua chiesa attraverso l’ispirazione data mediante lo Spirito Santo a coloro che detenevano le chiavi del sacerdozio. Lo Spirito Santo rivelava la verità agli Apostoli, che a loro volta guidavano la Chiesa e davano istruzioni.

Attraverso lo studio di questo libro, gli studenti impareranno come la chiesa di Gesù Cristo iniziò a diffondersi da Gerusalemme “fino all’estremità della terra” (Atti 1:8). Studiare questo libro può anche aiutare gli studenti a vedere la saggezza che si trova nel seguire i profeti e gli apostoli moderni e può ispirarli a essere dei coraggiosi testimoni di Gesù Cristo.

La Pentecoste nella tradizione biblica

La Pentecoste si celebrava 50 giorni dopo la Pasqua (Lv 23,15-16); di qui il nome greco Pentecoste. Nell’Antico Testamento, alla festa di Pasqua segue, dopo cinquanta giorni (l’equivalente di sette settimane), la festa del Raccolto o festa delle Settimane (Shavuot).

Denominata inizialmente “festa delle Settimane” (Es 34,22; Nm 28,26) oppure “della mietitura”, “delle primizie” (Es 23,16), la Pentecoste era in antico festa di ringraziamento per il raccolto; nel giudaismo divenne celebrazione dell’alleanza e del dono della Legge.

È durante questa festa, con cui si commemora il dono dei dieci comandamenti sul monte Sinai, che i discepoli ricevono il dono dello Spirito Santo. Il riferimento è alla teofania del Sinai (Es 19,16-19; Dt 4,10-12.36) e alla sua interpretazione nel giudaismo, che sottolineava il motivo della voce di Dio come fuoco.

Il racconto di Atti 2,1-13

Il cap. 2 degli Atti degli apostoli è molto importante per tre motivi. Vi troviamo la descrizione della Pentecoste; c’è poi il primo discorso kerygmatico di Pietro, cioè l’annuncio della salvezza; c’è infine la prima descrizione sommaria, che indica però le linee portanti della comunità cristiana: cosa vuol dire essere, vivere da comunità cristiana; quali sono le dimensioni di fondo.

Le tre parti sono ben esplicitate dai tre titoletti della nostra traduzione. La prima parte è il racconto della Pentecoste, la seconda è il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste e la terza descrive le prime conversioni e la vita della comunità.

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi».

Il racconto presenta una comunità riunita e in attesa. Sono radunati i discepoli con Maria e il gruppetto ormai si è ricostituito. Non c’erano soltanto i Dodici, in quel momento, riuniti nel Cenacolo.

Sono riuniti in preghiera e in quel momento avviene il dono dello Spirito. Qualcosa che non è descrivibile con parole, qualcosa che somiglia a un forte vento, qualcosa che somiglia a fuoco, un rumore, difficile descriverlo.

Lo Spirito non è mai afferrabile. Sapete cosa vuol dire la parola Spirito? “Aria”. In ebraico “tuali” è “vento, soffio”, qualcosa che non puoi afferrare, che non puoi controllare fino in fondo.

Il vento, il fragore e il fuoco

Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Il linguaggio richiama le manifestazioni della presenza divina nell’Antico Testamento e collega Pentecoste, creazione, Sinai e rivelazione.

Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro. Il fuoco non rimane concentrato su un solo individuo, ma si divide e raggiunge ciascuno dei presenti.

Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Il dono non riguarda soltanto un’esperienza interiore, ma produce una parola pubblica, capace di raggiungere persone diverse.

Le lingue e l’ascolto delle grandi opere di Dio

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.

Erano stupiti, e fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?».

Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio.

L’elenco vuole indicare che persone di tutto il mondo allora conosciuto assistono all’evento. Il messaggio raggiunge una folla composta da persone di provenienze, lingue e culture diverse.

Elemento del raccontoSignificato narrativo
Il fragore dal cieloRichiama una manifestazione della presenza divina
Il vento impetuosoEsprime la forza libera e non controllabile dello Spirito
Le lingue come di fuocoIndicano la presenza dello Spirito su ciascuno dei discepoli
Le diverse lingueRendono comprensibili le grandi opere di Dio a popoli diversi
La folla riunitaTrasforma l’esperienza del gruppo in un evento pubblico

Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

La stessa manifestazione suscita quindi due reazioni: alcuni cercano il significato dell’evento, altri lo riducono a un fenomeno di ubriachezza. Vedere e udire il segno non significa automaticamente comprenderne il senso.

Pentecoste e Babele

Per molti commentatori questo fenomeno è opposto a quello occorso durante la costruzione della torre di Babele, quando il linguaggio degli uomini si era confuso, interrompendo la comunicazione e la comunione.

Il giorno di Pentecoste si rivela come la risposta di Dio a Babele. In nome dell’orgoglio, della presunzione umana, si vuol costruire una società che arrivi al cielo: “Vogliamo essere come Dio”.

È la descrizione di una società fondamentalmente fondata sulla prevaricazione, sull’orgoglio, sulla prepotenza, sull’oppressione. E cosa provoca questo? La disgregazione: “Non si capiscono più”.

Cosa fa lo Spirito? “Ricongrega” i figli di Dio dispersi. Là, gente che parlava la stessa lingua, a un certo punto si disperde perché incapace di capirsi. Qui, gente che non si capisce, si trova riunita in un linguaggio che accomuna.

È la realizzazione della promessa fatta da Dio ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le genti”. Verrà detto il bene su tutte le genti. E il bene cos’è? È l’opposto del male. Se il male ha provocato la disgregazione, il bene provoca la ri-congregazione.

Il che vuol dire che, come comunità cristiana, quando non siamo capaci di superare le nostre diversità, quindi di sentirci uniti insieme nonostante esse, noi in quel momento rifiutiamo lo Spirito.

Invece, quando noi troviamo la forza, non solo di accettare le diversità, ma di sentirci comunità “nonostante” le diversità, in quel momento accogliamo lo Spirito, viviamo il dono dello Spirito.

Nella parrocchia, nella famiglia, nelle associazioni, nei gruppi, lo Spirito fa, di persone diverse, una realtà sola. Le fa diventare “Chiesa”.

Il parlare in lingue: interpretazioni e funzione del dono

Il parlare in altre lingue sembra non alluda al fenomeno di un linguaggio estatico ed incomprensibile (glossolalia: vedi 1Cor 12,10; 14,2-23): i Dodici si esprimono in modo tale che ciascuno dei presenti li sente parlare nella propria lingua (vv. 6.8.11).

Il testo degli Atti sottolinea che la folla ascolta il messaggio nella propria lingua. La funzione narrativa principale del segno è quindi mostrare che persone di popoli diversi possono comprendere l’annuncio delle grandi opere di Dio.

Il dono del parlare in lingue poi si manifesterà specie nelle Chiese di origine paolina. Sarà fonte di molti vantaggi, ma anche di molti problemi.

È un dono che Dio dà a qualcuno, se glielo dà, per gli altri, come servizio agli altri, non per far crescere la persona. È specificamente un dono per gli altri, per la comunità.

Infatti Paolo dirà: “È un dono molto meno importante dell’altro dono, quello di “capire” le lingue”. Perché se c’è chi parla in lingue ma nessuno capisce è segno che la comunità “è fuori” e il dono diventa un dono inutile.

Per cui Paolo aggiungerà: “È più importante il dono di capire, ma più importante ancora è qualcosa d’altro”. Provate a rileggere i cap. 12-13 della Prima Lettera ai Corinzi.

Il discorso di Pietro a Pentecoste

Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole».

Il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste costituisce il primo grande annuncio pubblico della fede cristiana. Pietro interpreta l’evento appena accaduto e lo collega alla promessa profetica, alla morte e risurrezione di Gesù, alla sua esaltazione e al dono dello Spirito.

Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele.

«Avverrà: negli ultimi giorni - dice Dio - su tutti effonderò il mio Spirito; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno».

«Farò prodigi lassù nel cielo e segni quaggiù sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e glorioso. E avverrà: chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».

La citazione di Gioele interpreta Pentecoste come l’inizio degli ultimi giorni e come effusione dello Spirito su ogni persona. La promessa non è limitata a una classe, a un’età o a un gruppo ristretto.

Gesù di Nazaret, morto e risorto

Pietro prosegue: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso».

Il discorso non separa mai Pentecoste dalla Pasqua. Il dono dello Spirito viene spiegato a partire dalla morte e dalla risurrezione di Gesù.

«Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere».

Pietro interpreta la risurrezione attraverso le Scritture: «Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione».

«Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza». Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi.

«Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione».

Risurrezione, Ascensione ed effusione dello Spirito

«Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato, dunque, alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

I due versetti di At 2,32-33 evocano una sequenza che si apre così: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato», di cui subito Pietro aggiunge che «noi tutti ne siamo testimoni».

A questo primo passo, Luca fa seguire il secondo movimento dell’azione trinitaria, in cui Ascensione e Pentecoste vengono strettamente congiunte: «dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso…».

Il terzo passo che Pietro enuncia è l’atto dell’effusione dello Spirito: «Questo Gesù lo ha effuso». La dinamica di questo terzo passo è nuova: il Padre dona lo Spirito al Figlio glorificato, e il Figlio lo effonde su tutti i presenti.

Il versetto 36, «Dio lo ha costituito Signore e Cristo», è la proclamazione ufficiale di ciò che è accaduto nell’Ascensione. Gesù è Signore perché è l’Uomo che abita il Grembo di Dio e dispone dell’Amore - lo Spirito - come di cosa propria.

L’Ascensione fissa la tipologia definitiva di Gesù: Egli è l’Ospitante che, essendo stato ospitato dal Padre, ora può ospitare noi.

La teologia dell’effusione dello Spirito

Il verbo “effondere”, nel Vangelo di Luca, è riservato al sangue (Lc 22,20) o al vino (Lc 5,37), mentre lo Spirito normalmente “scende”, “viene sopra”, “riempie”. La vicinanza tra sangue/vino e Spirito richiama l’arco pasquale e, forse, anche l’investitura del Cristo quando lo Spirito scende su di lui.

Negli Atti, lo Spirito non scende più “su Gesù”, ma, dal Gesù risorto, sulla comunità radunata. È lo Spirito del Risorto, non solo lo Spirito “di Dio”. È lo Spirito pasquale, non solo profetico.

Nei Vangeli lo Spirito abilita Gesù nella sua missione terrena; negli Atti lo Spirito è donato dal Padre al Figlio risorto nella sua umanità glorificata, e da lui effuso sulla Chiesa.

Tutto ciò è possibile solo perché l’Ascensione introduce l’umanità nella vita trinitaria. La Pasqua cambia la dinamica trinitaria nella storia: l’umanità di Gesù è ormai partecipe della vita del Padre, e lo Spirito è donato attraverso il Figlio nella sua condizione glorificata.

Nel momento in cui la “nube” (At 1,9) accoglie Gesù, egli entra nel Grembo di Dio. È qui che avviene lo scambio vitale: Gesù, portando con sé la nostra umanità, viene avvolto e ospitato dall’abbraccio dello Spirito, l’amore eterno tra il Padre e il Figlio.

È precisamente stando nel Grembo che Gesù riceve lo Spirito. Non lo riceve come un estraneo, ma come il Figlio che eleva a sé portando con sé la propria umanità.

L’Ascensione è il momento in cui l’umanità viene intrisa di Spirito Santo. Senza questo “passaggio” nel Grembo, lo Spirito rimarrebbe “di Dio”, ma non diventerebbe lo Spirito dell’uomo Gesù, pronto per essere donato a noi.

Lo Spirito Santo nel Vangelo di Luca

La teologia lucana della Pasqua e dell’Ascensione può essere letta come una rivelazione progressiva del Grembo di Dio, il luogo relazionale in cui il Figlio è generato, accolto e restituito, e nel quale introduce l’umanità.

Nel Vangelo, lo Spirito agisce in modo “puntuale” e “funzionale” alla missione di Gesù, preparando il terreno per l’effusione universale degli Atti.

Lo Spirito che genera

Lo Spirito anzitutto genera nell’Annunciazione (Lc 1,35), scendendo su Maria mentre la potenza dell’Altissimo la «adombra». È la prima rivelazione del Grembo: qui lo Spirito non è ancora partecipato alla storia, ma è l’agente divino che prepara il corpo di Gesù.

È lo Spirito che rende l’umanità di Maria uno “spazio ospitale” per il Figlio.

Lo Spirito che investe e guida Gesù

Lo Spirito scende su Gesù «in apparenza corporea, come una colomba» nel Battesimo (Lc 3,22). È l’investitura messianica. Qui lo Spirito abilita Gesù come «il Figlio, l’amato».

In Luca, questo episodio fissa la tipologia del Figlio che agisce con la forza del Padre: lo Spirito è “sopra” di lui, lo guida, ma rimane concentrato nella sua persona.

Gesù, «pieno di Spirito Santo», è guidato dallo Spirito nel deserto (Lc 4,1), dove lo Spirito diventa la forza interiore che gli permette di affrontare il rifiuto e la prova. È l’energia della sua fedeltà al Padre.

Lo Spirito della missione

Gesù proclama: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione…» (Lc 4,18). Questo episodio è il manifesto del Profeta dello Spirito.

Qui lo Spirito è lo strumento della missione: serve per annunciare, liberare, guarire. È un’azione rivolta all’esterno, ma che scaturisce dall’identità unica di Gesù.

Lo Spirito come gioia e comunione

Gesù «esultò nello Spirito Santo» e disse: «Ti rendo lode, Padre…» (Lc 10,21). È l’unico momento in cui Luca ci permette di sbirciare nell’intimità del Grembo durante la vita terrena: lo Spirito è il legame di gioia tra Figlio e Padre.

È l’anticipazione di quella “circolazione d’affetto” che diventerà pubblica a Pentecoste.

Lo Spirito promesso dal Padre

Infine, Gesù afferma: «Il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Questo versetto rappresenta il punto in cui la logica umana del “dare cose buone” viene superata dalla logica divina del donare lo Spirito.

In Luca, lo Spirito Santo è la cosa buona per eccellenza che il Padre ha promesso. In questi versetti lo Spirito è oggetto di promessa: è il varco verso gli Atti.

Non è ancora “effuso” (come il sangue), ma è garantito come il dono più alto che il Padre custodisce per i figli.

Lo Spirito Santo negli Atti degli Apostoli

A Pentecoste l’effusione dello Spirito Santo è per tutti, come afferma At 2,33: «come voi stessi potete vedere e udire». L’azione dello Spirito è in funzione della missione dei testimoni, dei quali si dice più volte che erano «pieni di Spirito Santo».

La prima espressione ricorre a Pentecoste, in At 2,4: «Tutti furono colmi di Spirito Santo». Subito dopo, di Pietro si afferma (At 4,8): «Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, disse…».

Poco oltre, dei Dodici si dice (At 4,31): «Furono tutti pieni di Spirito Santo». Nel processo a Stefano leggiamo (At 7,55): «pieno di Spirito Santo, vide la gloria di Dio…».

Di Barnaba si afferma (At 11,24): «era uomo pieno di Spirito Santo». Infine, di Paolo si dice (At 13,9): «pieno di Spirito Santo, fissò lo sguardo…».

Persona o gruppoRiferimentoEspressione
La comunità a PentecosteAt 2,4«Tutti furono colmi di Spirito Santo»
PietroAt 4,8«Pieno di Spirito Santo»
I discepoliAt 4,31«Furono tutti pieni di Spirito Santo»
StefanoAt 7,55«Pieno di Spirito Santo»
BarnabaAt 11,24«Era uomo pieno di Spirito Santo»
PaoloAt 13,9«Pieno di Spirito Santo»

«Pieno di Spirito Santo» negli Atti è l’effetto di una partecipazione alla Pasqua del Figlio glorificato. Perché negli Atti lo Spirito non è più lo Spirito “di Dio” in senso generico, ma lo Spirito del Figlio risorto (At 2,33).

Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere inseriti nella relazione Padre/Figlio, essere abilitati dalla Pasqua. È un modo lucano per dire che la Pasqua continua nella Chiesa.

La Pasqua perenne non è un evento passato, ma un evento che continua, che opera, che si dona. Ebbene, “pieno di Spirito Santo” è la forma narrativa lucana della Pasqua perenne: è il modo in cui Luca dice che la vita del Risorto passa nei suoi.

È il segno che la relazione trinitaria è entrata nella storia. Ogni volta che Luca scrive «pieno di Spirito Santo», sta dicendo che il Risorto sta agendo ora.

La risposta della folla e la conversione

Al termine del discorso di Pietro, gli ascoltatori reagiscono con una domanda decisiva: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». La predicazione non rimane una spiegazione teorica, ma conduce a una scelta.

E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo».

«Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Quando Pietro annuncia la necessità di convertirsi a Gesù e di battezzarsi nel suo nome, tremila persone, secondo Luca, compiono il grande passo. Pietro conclude così il suo messaggio: “Per voi infatti è la promessa [di salvezza] e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro” (2:39).

La prima comunità cristiana

Il racconto di Pentecoste non termina con la conversione dei presenti, ma mostra come il dono dello Spirito prende forma nella vita quotidiana dei credenti.

«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli».

«Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno».

«Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati».

L’autore traccia un quadro ideale della comunità: insegnamento apostolico, relazioni nuove che si stabiliscono tra credenti, solidarietà nell’uso dei beni, celebrazione eucaristica e preghiera.

Con questi tre sommari Luca offre preziose informazioni sulla vita della prima comunità cristiana. La comunione fraterna non è solamente condivisione spirituale, ma si inserisce in una dimensione materiale e, dunque, anche economica.

Il Vangelo parla chiaro: la comunione fraterna non è solamente condivisione spirituale, ma si inserisce in una dimensione materiale e, dunque, anche economica. Lo Spirito del Dio della Bibbia libera l’uomo dall’istinto di possesso.

La condivisione non è necessariamente una ricerca di parità di trattamento, e Gesù fa capire che tutti dovrebbero ricevere secondo necessità, non secondo i capricci del momento.

Le conseguenze della Pentecoste nella storia della Chiesa

I grandi avvenimenti descritti nel libro degli Atti sono:

  • Il grande mandato: Gesù comanda ai discepoli di andare in tutto il mondo.
  • L’ascensione di Gesù.
  • Il dono dello Spirito Santo, cioè la Pentecoste.
  • L’arresto e la liberazione di Pietro e di Giovanni.
  • Le prime organizzazioni e la ripartizione dei ruoli: gli evangelisti e i diaconi.
  • Il primo martire: Stefano.
  • La conversione dell’eunuco etiope.
  • I pericoli: Saulo di Tarso perseguita i cristiani.
  • La conversione di Cornelio.
  • La conversione di Saulo, che diverrà l’apostolo Paolo.
  • Il primo concilio, cioè l’assemblea dei capi delle varie chiese, a Gerusalemme.
  • I tre viaggi missionari di Paolo.
  • L’arresto di Paolo e la sua incarcerazione a Roma.

La conversione di Paolo (Atti 9) e le sue successive missioni; la visione che Pietro ricevette in merito all’accettazione nella Chiesa dei Gentili che non si erano precedentemente convertiti al giudaismo (Atti 10:9-16, 34-35) e le dottrine insegnate alla Conferenza di Gerusalemme (Atti 15) furono fondamentali per la crescita della Chiesa.

Atti 1-2 racconta che, dopo la Sua risurrezione, Gesù Cristo svolge il Suo ministero tra i discepoli per quaranta giorni e poi ascende al cielo. Gli Apostoli chiamano Mattia per ispirazione a occupare la posizione vacante nel Quorum dei Dodici Apostoli.

Lo Spirito Santo viene riversato sui discepoli il giorno della Pentecoste. Pietro rende coraggiosamente testimonianza del Salvatore risorto e circa tremila persone si convertono.

Atti 3-8 racconta che Pietro e Giovanni guariscono un uomo zoppo dalla nascita. Pietro e Giovanni vengono arrestati per aver predicato e guarito nel nome di Gesù Cristo e vengono liberati di prigione.

Gli Apostoli chiamano sette uomini ad assisterli nel loro ministero; uno di questi, Stefano, rende testimonianza davanti al consiglio dei Giudei e i membri del consiglio lo mettono a morte. Filippo predica per tutta la Samaria.

Atti 9-12 racconta che Saulo si converte e inizia il suo ministero. Mediante una visione, Pietro apprende che il Vangelo deve essere predicato ai Gentili.

Atti 13-15 racconta che Saulo e Barnaba vengono chiamati come missionari. Essi incontrano opposizione da parte dei Giudei e vengono accettati da alcuni Gentili.

Atti 16-20 racconta che Paolo e Sila rafforzano varie chiese che erano già state istituite. Sull’Areopago di Atene, Paolo dichiara che noi siamo “progenie di Dio” (Atti 17:29).

Atti 21-28 racconta che a Gerusalemme Paolo viene arrestato e continua a rendere testimonianza di Gesù Cristo. Il Signore appare di nuovo a Paolo.

L’Ascensione come condizione della Pentecoste

L’ascensione di Gesù è densa di richiami all’Antico Testamento. I discepoli guardano al cielo come fece Eliseo vedendo scomparire il profeta Elia nel turbine (2 Re 2:11).

La nube che avvolge Gesù ricorda gli episodi della Bibbia in cui Dio si avvicina al suo popolo pur rimanendo nascosto: la nube che guidava gli Israeliti nel deserto e la nube della presenza e della gloria di Dio che riempì il Tempio nel giorno della dedicazione.

Nell’istante in cui Gesù ascende al cielo, due uomini in candide vesti si avvicinano e pongono ai testimoni una domanda simile a quella posta alle donne davanti al sepolcro vuoto.

Se allora la domanda era stata: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”, adesso è: “Perché state a guardare il cielo?”. In effetti, lo spettacolo continua e per gli apostoli è il momento di agire.

La differenza non è cronologica, ma teologica: nel Vangelo lo Spirito abilita Gesù; negli Atti lo Spirito abilita la Chiesa attraverso Gesù glorificato.

È il passaggio dalla missione del Figlio alla missione dello Spirito, che si apre a Pentecoste come un varco definitivo.

La fede dopo la Pasqua

Luca mostra una vera e propria evoluzione della fede nell’opera lucana, parallela al succedersi delle tipologie che Gesù interpreta. Il punto decisivo non è lo snodo tra il Vangelo e gli Atti, ma in Atti 1-2, dove avvengono rispettivamente gli eventi dell’Ascensione e della Pentecoste.

La fede come perseveranza

La parabola tipologica del Profeta - da Nazaret a Gerusalemme - è inaugurata da Gesù nella sinagoga come Profeta dello Spirito (Lc 4), ma diventa rapidamente il Profeta contrastato.

A Gerusalemme questa figura giunge al culmine: è il Profeta condannato, e proprio in quel fallimento, la Passione, la sua fisionomia si svela come Figlio di Dio e Re.

La verità della fede dei discepoli è dichiarata e riconosciuta da Gesù in Lc 22,28: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove».

In questo stadio, la fede è perseveranza: non ancora comprensione piena del mistero, ma lo “stare accanto” al Profeta nel tempo del contrasto.

La fede come riconoscimento

La seconda tipologia interpretata da Gesù, con la risurrezione, è quella della tipologia del Risorto, dove le parti si ribaltano: è Lui che si mette in ricerca dei discepoli.

La trama lucana procede gradualmente nel percorso di riconoscimento del Cristo risorto, e la tappa del sepolcro vuoto è il primo passaggio del loro percorso.

Essa racchiude la sfida di uno scarto tra il desiderio di “vedere” e “toccare” quel corpo che “non trovarono” e la persona di Gesù che non c’è.

I discepoli di Emmaus riconoscono che, prima che i loro occhi fossero definitivamente aperti dallo spezzare il pane, il Signore già aveva dischiuso per loro le Scritture su quanto lo riguardava.

La duplice apertura del cuore e della vista rimanda ai due fondamenti della vita cristiana: la Scrittura e la celebrazione dell’eucaristia.

La fede come affidamento e dimora

Con l’Ascensione, Gesù acquisisce la signoria definitiva («Signore e Cristo», At 2,36). È l’innalzamento che “fissa” tutte le tipologie precedenti nell’intimità del Padre.

Atti 2,33 mostra la Trinità in azione: il Padre dona lo Spirito al Figlio, e il Figlio lo effonde su tutti i presenti. Nei Vangeli lo Spirito abilita Gesù nella sua missione terrena; negli Atti lo Spirito è donato dal Padre al Figlio risorto nella sua umanità glorificata, e da Lui effuso sulla Chiesa.

Tutto questo è possibile solo perché l’Ascensione, grazie alla pienezza della Pasqua, introduce l’umanità nella vita trinitaria.

La fede diventa allora affidamento e dimora nel Grembo di Dio. Grazie ad At 2,33, lo Spirito ricevuto dal Padre viene effuso: la fede non deve più “cercare” o “riconoscere” un oggetto esterno, ma si lascia colmare dal conforto dello Spirito (At 9,31).

Il significato della Pentecoste per gli Atti degli Apostoli

A Pentecoste l’effusione dello Spirito Santo è per tutti. Il dono è ricevuto dalla comunità riunita e si manifesta nella testimonianza, nella comprensione reciproca, nella predicazione, nella conversione e nella comunione.

Il libro degli Atti mostra così che la Chiesa non nasce soltanto dall’organizzazione dei discepoli, ma dall’iniziativa dello Spirito Santo. La missione apostolica non è presentata come il risultato della bravura personale degli uomini, ma come effetto della potenza ricevuta dall’alto.

Come viene riportato in Luca 24:49, il Salvatore comandò ai Suoi apostoli di iniziare il loro ministero solo dopo che “dall’alto [fossero stati] rivestiti di potenza”. Atti riporta l’investitura di questo potere mediante lo Spirito Santo e descrive i suoi effetti straordinari, a cominciare dalla conversione di migliaia di persone il giorno della Pentecoste (vedi Atti 2).

In tutto il libro, Luca mette in risalto le opere dello Spirito Santo su individui e congregazioni. La Pentecoste è quindi il modello originario di ciò che accade lungo tutto il racconto: lo Spirito guida, abilita, raduna, invia, sostiene e rende efficace la testimonianza.

La Pentecoste è anche il momento in cui la Pasqua diventa “perenne”, in cui l’evento si apre alla sua effusione continua. La Pasqua perenne non è un evento passato, ma un evento che continua, che opera, che si dona.

Il Figlio entra nel Grembo di Dio (At 1,9): la nube accoglie il Figlio nella gloria. Nel Grembo di Dio riceve lo Spirito (At 2,33): il Padre dona lo Spirito al Figlio glorificato. Il Figlio effonde lo Spirito sui figli (At 2,4): la promessa di Lc 11,13 si compie.

Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere raggiunti dal Figlio nel Grembo di Dio. È un’intuizione detta in forma lucana: la Chiesa vive della vita che il Figlio riceve nel Grembo di Dio.

Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere toccati dal movimento trinitario, essere inseriti nella comunione Padre/Figlio, essere partecipi della Pasqua che non finisce, essere raggiunti dal Figlio che vive nel Padre.

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