Il Padre Nostro è la preghiera cristiana fondamentale, insegnata da Gesù ai suoi discepoli e chiamata anche “Preghiera del Signore” o “orazione domenicale”. È la sintesi di tutto il Vangelo e il modello di ogni preghiera, perché non soltanto insegna che cosa chiedere, ma anche l’ordine in cui desiderarlo.
La scrutatio del Padre Nostro consiste nel meditare attentamente ogni parola e ogni domanda della preghiera, evitando di recitarla in modo meccanico o frettoloso. Il Padre Nostro è molto di più: è Dio che ci insegna a rivolgerci a Lui, nel nostro intimo, chiedendo tutte le cose che possiamo e dobbiamo desiderare, nel giusto ordine.
Che cos’è la scrutatio del Padre Nostro
Il Padre Nostro non è semplicemente una preghiera da recitare. E’ un riassunto dell’intero Vangelo e ogni sua frase deve essere accuratamente meditata e compresa.
La comprensione del significato del Padre Nostro, che ne hanno i cristiani, non sempre, però, è adeguata e sufficiente. Spesso la semplice ripetizione delle parole nella preghiera individuale, biascicate stancamente e meccanicamente, non consente un approfondimento reale del testo e un entrare dentro il senso delle parole.
Sfugge ai più la ricchezza del testo, che, invece, si dà a conoscere già a partire da una prima analisi della sua struttura e disponendo di una chiave di lettura. Comprendere meglio il testo del Padre Nostro, entrare nella profondità dei significati che in esso si esprimono, significa imparare a pregare meglio e stare in comunione con Dio.
Nell’ascolto comprendente al credente si apre la profondità della presenza incommensurabile del Padre, che si fa incontro e dialogo e fissa una dimora stabile in lui.
Il testo del Padre Nostro
La preghiera che forse ricorre più spesso negli anelli di preghiera è anche la antica e importante, per i cristiani, quella che Gesù stesso insegnò ai Suoi discepoli (Matteo 6:9-13 e Luca 11:2-4): il “Padre nostro”.
In Matteo 6:9-13 leggiamo: “Voi dunque pregate così: ‘Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano; rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno’”.
La traduzione italiana della Bibbia CEI 2008 presenta il testo in questa forma:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non indurci in tentazione,
ma liberaci dal male.
La preghiera perfetta per eccellenza è suddivisa in otto parti: una prima invocazione iniziale: “Padre nostro che sei nei Cieli” e sette domande.
| Parte | Testo | Orientamento |
|---|---|---|
| Invocazione | “Padre nostro che sei nei cieli” | Relazione filiale con Dio |
| Prima domanda | “Sia santificato il tuo nome” | Gloria di Dio |
| Seconda domanda | “Venga il tuo regno” | Avvento del Regno |
| Terza domanda | “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” | Obbedienza e salvezza |
| Quarta domanda | “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” | Sostegno materiale e spirituale |
| Quinta domanda | “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” | Perdono e riconciliazione |
| Sesta domanda | “Non indurci in tentazione” | Discernimento e forza |
| Settima domanda | “Ma liberaci dal male” | Protezione e vittoria sul male |
Origine evangelica della preghiera
Il Padre Nostro è la più conosciuta delle preghiere cristiane. È la preghiera unica e perfetta, perché di origine divina ed è la sintesi di tutto il Vangelo (CCC, 2765, 2774, 2775, 2776). È la preghiera cristiana fondamentale della Chiesa (CCC, 2759).
È chiamata “Padre Nostro” dalle parole iniziali della preghiera, oppure “Preghiera del Signore” o “preghiera dominicale”. Secondo quanto riportato nel Vangelo secondo Luca la preghiera fu insegnata da Gesù ai suoi apostoli quando, in occasione di un momento in cui egli si era ritirato in preghiera, gli apostoli stessi gli chiesero che insegnasse loro a pregare, così come Giovanni Battista aveva insegnato ai suoi discepoli.
Nei due vangeli, è Gesù che insegna il Padre Nostro ai suoi discepoli per insegnar loro il modo corretto di pregare.
Con la preghiera che insegnò loro, Gesù cercò di rompere con l'attitudine che tendeva ad allontanare l'uomo da Dio, e trovò nella semplicità lo strumento che facilitasse il dialogo con quell'Assoluto che Gesù chiamò e insegnò a chiamare Padre.
La versione di Matteo
La versione di Matteo è di tenore più ebraico. La preghiera appare nel contesto del Discorso della Montagna.
Il contesto in cui Gesù espose il Padre Nostro è in risposta a coloro - sia giudei sia gentili - che hanno convertito la preghiera, come anche la carità, in un atto meramente esteriore.
La preghiera del Signore è preceduta da una breve catechesi sulla preghiera, che vuole metterci in guardia soprattutto contro le forme errate del pregare.
La preghiera non deve essere un'esibizione davanti agli uomini. Essa esige quella discrezione che è essenziale in una relazione di amore.
L'altra forma errata di preghiera, da cui il Signore ci mette in guardia, è il chiacchiericcio, il profluvio di parole, in cui lo spirito soffoca nel pericolo di recitare formule abituali mentre lo spirito è altrove.
Gesù, quindi, raccomanda di pregare con semplicità, anche in segreto, e offre il Padre Nostro ai suoi come esempio di preghiera con la quale rivolgersi al Padre.
La versione di Luca
Il contesto in cui l'evangelista pone la preghiera è diverso: racconta infatti che Gesù stava pregando da solo in un certo posto.
Luca sembra fornire l'immagine di Gesù che si ritira e che perciò nessuno osasse distoglierlo dal suo dialogo con Dio: solo al termine di questo momento, uno dei suoi discepoli gli chiese di insegnar loro a pregare, ed Egli dunque pronunciò il Padre Nostro.
La preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli sgorga dalla sua preghiera personale.
Confronto tra Matteo e Luca
Il Padre Nostro ci è giunto in due forme: quella di Matteo (6,9-13) e quella di Luca (11,2-4). La prima è più ampia e strutturata, la seconda, più breve.
La diversità fra le due versioni ci dice che i primi cristiani non erano rigidamente attaccati alle precise parole, ma alla sostanza. E difatti le parole sono diverse, ma la sostanza è uguale in tutte e due le versioni.
Le differenze fra le due versioni sono le seguenti:
- L'invocazione: Luca invoca Dio solo come “Padre”, mentre Matteo come “Padre nostro che sei nei cieli”.
- In Luca non c'è la richiesta della realizzazione della volontà di Dio sulla terra come in cielo.
- In Luca non si menziona l'invocazione finale “liberaci dal male / Maligno”.
- Luca usa “peccati” invece del più giuridico “debiti”.
Lo sfondo dei due racconti è lo stesso: Gesù mostra alla sua gente qual è la forma corretta di rivolgersi a Dio.
Non è importante, perciò, sapere quale tra le due versioni, - quella di Matteo o quella di Luca -, sia più vicina all’originale e quale il contesto più appropriato. La prospettiva, da cui partire, è di comprenderne il suo significato più pieno e di realizzarne i contenuti nella propria esistenza.
In effetti, le differenze fra le due versioni del Padre Nostro sono abbastanza marginali, e in pratica la Chiesa primitiva optò per il testo di Matteo, probabilmente in quanto più adorno e bilanciato.
La struttura: invocazione e sette domande
Il Padre Nostro che ora leggiamo nella versione di Matteo si apre con un’invocazione e si snoda poi in sette domande: le prime tre hanno come oggetto il Regno, le ultime tre il perdono e la vittoria sul male, al centro c’è la richiesta del pane di ogni giorno.
Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale, «Padre nostro che sei nei cieli», è seguita da sette richieste.
Le prime tre domande hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina.
Le altre quattro presentano a lui i nostri desideri: queste domande riguardano la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male.
La preghiera del Padre Nostro inizia con l’affermazione del primato di Dio sul creato e prosegue con l’enunciazione delle condizioni necessarie di una vita redenta sotto lo sguardo di Dio.
Le prime tre domande sono rivolte alla gloria di Dio; le successive quattro riguardano la vita concreta dell’uomo, i suoi bisogni, il peccato, la tentazione e il male.
«Padre nostro che sei nei cieli»: il significato dell’invocazione
«Padre»
La prima parola del Padre Nostro, “Padre”, è la più importante, perché ci insegna a rivolgerci a Dio come Padre.
Possiamo invocare Dio come «Padre» perché ci è rivelato dal Figlio suo fatto uomo e perché il suo Spirito ce lo fa conoscere.
Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato.
L'uomo può rivolgersi a Lui come un figlio, chiamandolo familiarmente “Padre”, come ha fatto Gesù.
La familiarità del rapporto con Dio - che nasce nei cristiani dalla consapevolezza di essere figli nel Figlio - è ricordata molte volte nel Nuovo Testamento.
La vera novità, però, non sta nel rivolgersi a Dio con l'appellativo di Padre, ma nel poter rivolgersi a Lui con lo stesso tono di Gesù, figli nel Figlio.
Gesù Cristo distingue sempre tra “Padre mio” e “Padre vostro”. Di fatto, quando prega non dice mai “Padre nostro”. Questo vuol dire che la sua relazione con Dio è del tutto esclusiva: è sua e di nessun altro.
Con la preghiera del Padre nostro, Gesù vuole rendere consapevoli i suoi discepoli della loro condizione di figli di Dio, ribadendo allo stesso tempo la differenza tra la filiazione naturale e la nostra filiazione divina adottiva, che si riceve come un dono gratuito di Dio.
La preghiera del cristiano è la preghiera di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre Dio con fiducia filiale.
Questa potenza dello Spirito che ci introduce alla Preghiera del Signore è indicata nelle liturgie d'Oriente e di Occidente con una felice espressione tipicamente cristiana: parrêsía, vale a dire semplicità schietta, fiducia filiale, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati.
Il termine parrhesia indicava originariamente il privilegio della libertà di parola del cittadino greco nelle assemblee popolari ed è stato adottato dai Padri della Chiesa per esprimere l’atteggiamento filiale del cristiano verso Dio suo Padre.
Il significato di «nostro»
È così che ci rivolgiamo a Dio Onnipotente, Creatore di tutte le cose, inizio e fine dell’esistenza.
L'apertura del Padre Nostro definisce già la natura del nostro rapporto con Dio: un figlio che si rivolge al Padre, con rispetto e reverenza, ma soprattutto con totale fiducia e amore, con la certezza di poter trovare sempre ascolto, perdono, accoglienza, un posto sicuro in cui tornare e trovare rifugio.
Dio non è solo Mio Padre. Lui è Padre di tutti gli uomini e le donne, senza distinzione.
Per questo diciamo Nostro.
Padre “nostro” è riferito a Dio. L'aggettivo, per quel che ci riguarda, non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova.
Quando diciamo Padre “nostro” riconosciamo anzitutto che tutte le sue promesse d'amore annunziate dai profeti sono compiute nella Nuova ed eterna Alleanza nel suo Cristo: noi siamo diventati il “suo” popolo ed egli è ormai il “nostro” Dio.
Questa nuova relazione è un'appartenenza reciproca donata gratuitamente: è con l'amore e la fedeltà che dobbiamo rispondere alla “grazia” e alla “verità” che ci sono date in Gesù Cristo.
Quando chiamiamo Dio Padre Nostro riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, «primogenito fra molti fratelli» in una vera e propria fraternità soprannaturale.
La Chiesa è questa nuova comunione tra Dio e gli uomini.
La dimensione comunitaria
Grammaticalmente, “nostro” qualifica una realtà comune a più persone. Non c'è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel suo Figlio unigenito, da lui sono rinati mediante l'acqua e lo Spirito Santo.
La Chiesa è questa nuova comunione di Dio e degli uomini: unita al Figlio unico diventato «il primogenito di molti fratelli», essa è in comunione con un solo e medesimo Padre, in un solo e medesimo Spirito Santo.
Pregando il Padre “nostro”, ogni battezzato prega in questa comunione.
Per questo, nonostante le divisioni dei cristiani, la preghiera al Padre “nostro” rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati.
Infine, se preghiamo in verità il “Padre nostro”, usciamo dall'individualismo, perché ne siamo liberati dall'amore che accogliamo.
Il “nostro” dell'inizio della Preghiera del Signore, come il “noi” delle ultime quattro domande, non esclude nessuno.
I battezzati non possono pregare il Padre “nostro” senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il Figlio suo diletto.
L'amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo.
«Che sei nei cieli»
Diciamo infatti “che sei nei Cieli”, non per indicare che Lui è lontano da noi, ma per ricordare che, da dove si trova, Egli sa tutto, vede tutto, può tutto, e non per questo smette di essere Nostro Padre.
Questa espressione biblica non significa un luogo, bensì un modo di essere; non la lontananza di Dio, ma la sua maestà.
Il nostro Padre non è “altrove”: egli è “al di là di tutto” ciò che possiamo concepire della sua santità.
Proprio perché è tre volte Santo, egli è vicinissimo al cuore umile e contrito.
L’invocazione del Padre Nostro secondo la versione di Matteo non si accontenta di dire “Padre Nostro”, ma aggiunge subito “che sei nei cieli”. Questa precisazione vuole ricordarci che Dio è vicino e Signore, creatore e Padre, amore e onnipotenza.
Ogni sincero rapporto con Dio risulta sempre di confidenza e timore, familiarità e obbedienza.
La consapevolezza che il creatore del mondo è un Padre ci permette di vedere in ogni cosa e in ogni evento un dono.
Questa espressione ci ricorda inoltre la patria verso la quale siamo in cammino: la casa del Padre è dunque la nostra “patria”.
Il cielo, la casa del Padre, costituisce la vera patria, verso la quale siamo in cammino e alla quale già apparteniamo.
Le prime tre domande: la gloria e il Regno di Dio
Da questo punto in poi si susseguono le tre dichiarazioni che manifestano da parte nostra l’impegno alla testimonianza “sia santificato il tuo nome”, alla fedeltà “venga il tuo regno” e all’amore e totale fiducia in Dio “sia fatta la tua volontà”.
Le prime tre domande del testo di Matteo esprimono questo desiderio del seguace di Gesù: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra».
1. «Sia santificato il tuo nome»
Diciamo “sia santificato il tuo nome” come è giusto che sia, perché compito di ogni fedele è sempre stato quello di glorificare il nome di Dio e renderlo noto a tutti, anche a chi non lo conosceva.
Con questa formula preserviamo il nome di Dio dal disprezzo, dalla blasfemia di chi non lo riconosce, inneggiamo a Lui con rispetto e gioia, augurandoci che venga rispettato e amato da tutti.
Nessuna creatura può accrescere la santità di Dio.
Il termine santificare” qui va non già nel suo senso causativo, ma piuttosto nel suo senso estimativo: riconoscere come santo, trattare in una maniera santa.
Pertanto nella prima domanda si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita.
La prima domanda del Padre Nostro è “sia santificato il tuo Nome”.
Non indica una lode fatta di culto e di parole, quanto piuttosto un permettere a Dio di svelare, nella sua vita del singolo e delle comunità, la sua potenza salvifica.
Con questa domanda il discepolo chiede che la comunità diventi un involucro trasparente, capace di mostrare, di fronte al mondo, la presenza di Dio.
Alla domanda in che modo gli uomini possono santificare il Nome, i rabbini solevano rispondere: con la parola, ma soprattutto con la vita.
La vera santificazione del Nome è il dono della vita.
La santificazione è opera di Dio, non dell’uomo: «Sono io il Signore che vi santifico».
Santo è chi appartiene totalmente al Signore.
Santificare il Nome significa vivere una separazione: si lascia una schiavitù per un’appartenenza nuova, separati dal mondo non perché non ami il mondo ma perché non ne accetta il peccato.
La comunità santifica il nome di Dio quando si rende trasparente al suo amore, permettendo in tal modo al mondo intero di scorgere in lei stessa - nella sua vita, nei suoi rapporti, nella sua organizzazione - il volto del vero Dio.
Il popolo di Dio può diventare un luogo che “oscura” il volto di Dio, nascondendolo anziché svelandolo.
Gesù ha santificato il Padre con la sua perfetta obbedienza, accettando di essere in tutto la trasparenza del suo amore universale.
Con la sua totale obbedienza Gesù ha permesso al mistero di Dio di “trasparire”: un’obbedienza vissuta in tutta la propria esistenza, ma che ha trovato il suo pieno compimento sulla Croce, dove l’amore di Dio si è manifestato in tutto il suo splendore e in tutta la sua universale gratuità.
2. «Venga il tuo regno»
Anche “venga il tuo regno” è un augurio che rivolgiamo più a noi stessi che a Dio.
Lui non ha certo bisogno del nostro incoraggiamento!
Ma augurandoci che venga il Suo regno, manifestiamo da un lato la nostra speranza che il Suo volere si compia, che Gesù torni, per la salvezza degli uomini, dall’altro la nostra volontà a fare del nostro meglio perché ogni giorno, intorno a noi, il regno di Dio esista, viva, anche grazie alle nostre buone azioni, al bene che facciamo per i nostri fratelli.
La seconda domanda esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re che colmerà di benefici i suoi sudditi.
Questa richiesta è il “Marana tha”, il grido dello Spirito e della Sposa: “Vieni, Signore Gesù”.
Nella Preghiera del Signore si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo.
D'altra parte il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo.
In definitiva, nella seconda domanda esprimiamo il desiderio che Dio possa effettivamente regnare in noi con la grazia, che si estenda ogni giorno di più il suo Regno sulla terra e che alla fine dei tempi Egli possa regnare pienamente su tutti in Cielo.
Il paradiso può essere molto più vicino di quanto si possa pensare, se ci impegniamo per renderlo reale, per costruirne un pezzetto ogni giorno.
La prassi missionaria di Gesù è sempre caratterizzata dalla accoglienza degli esclusi.
3. «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»
La formula successiva, “sia fatta la tua volontà”, allo stesso modo non è tanto rivolta a Dio, quanto a noi stessi, perché impariamo ogni giorno a riconoscere il volere di Dio, ad accettarlo con umiltà e fede.
Quando diciamo “sia fatta la tua volontà” non facciamo altro che riconoscere la superiorità della volontà di Dio, del Suo grande, immenso disegno, rispetto alla nostra fallace ed egoistica volontà.
Non saremo mai abbastanza lungimiranti, abbastanza saggi, per conoscere il grande piano divino, ma riconoscendone e richiedendone il compimento possiamo ugualmente esserne parte.
La volontà di Dio è che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
Gesù ci insegna che non si entra nel Regno dei cieli con le parole, ma facendo la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Con questa domanda chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua Volontà, il suo Disegno di salvezza per la vita del mondo.
Quando diciamo nel Padre Nostro: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», non intendiamo dire «che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole».
Come in cielo gli angeli circondano il trono celeste, glorificando Dio in ogni istante, così dovrebbe essere anche sulla terra, così dovremmo fare noi tutti, per quanto piccoli, indegni.
L’espressione “come in cielo così in terra” esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi che siamo ancora sulla terra così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo.
È un altro modo per ricordarci che il paradiso comincia qui, sulla Terra, e che spetta a noi il compito di costruirlo, con la benevolenza di Dio.
Le quattro domande rivolte ai bisogni dell’uomo
Seguono le tre richieste: la richiesta del sostegno di Dio “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, quella del perdono dei peccati “rimetti a noi i nostri debiti”, e infine quella di salvezza “e non esporci alla tentazione, ma liberaci dal male”.
Le altre quattro domande riguardano le nostre speranze, i nostri bisogni e le nostre difficoltà.
L’uomo orante non è più solo, perché si rivolge al Padre nella sua condizione di essere plurale, nel riconoscimento di una paternità, che rende tutti figli di uno stesso Padre.
4. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” è una richiesta a Dio di darci ciò che davvero ci serve, ciò che davvero conta.
Niente orpelli, niente desideri inutili, ingannevoli.
Viviamo in un’epoca devota al superfluo, al non indispensabile, spesso a scapito di ciò che è davvero necessario.
Per noi fedeli non dovrebbe esserci nulla di più necessario del Pane, Corpo di Cristo, simbolo della Salvezza che Dio ha predisposto per noi.
Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, perché il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni “convenienti”, materiali e spirituali.
Il senso cristiano di questa quarta richiesta riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia.
L’espressione “quotidiano”, intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di “oggi”, per confermarci in una confidenza “senza riserve”.
Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento.
Siccome abbiamo anche bisogni, bisogni reali, legati ai limiti del nostro corpo, del nostro essere vivi, chi meglio di Dio può decidere cosa sia davvero utile per il nostro sostentamento?
Dunque chiediamo a Dio di darci ciò che ci occorre, e, sottinteso, di liberarci dal desiderio di ciò che è superfluo.
5. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»
A Dio chiediamo anche di perdonare i nostri peccati, ma non solo: gli chiediamo anche di renderci capaci di perdonare coloro i quali ne hanno compiuti contro di noi.
Siamo noi i primi fautori della nostra salvezza: se non impariamo a perdonare i nostri nemici, come possiamo pretendere che Dio perdoni noi?
Ecco allora la formula “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, cioè rendimi simile a Cristo, che ha perdonato chi lo stava flagellando, chi lo ha crocifisso, e per i suoi carnefici ha avuto solo parole di perdono e amore.
In questa nuova domanda prima di tutto riconosciamo il nostro peccato: torniamo a lui, come il figlio prodigo, e ci riconosciamo peccatori davanti a lui, come il pubblicano.
La nostra richiesta inizia con una “confessione”, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia.
Ma questa richiesta non sarà accolta se prima non avremo soddisfatto una condizione: perdonare chi ci offende.
Questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso.
L'Amore, come il Corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo.
Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre.
Nessuna preghiera ha valore se non è sostenuta da buone azioni, dal sincero pentimento, dalla reale volontà di fare bene.
6. «Non indurci in tentazione»
Anche la terza richiesta, “e non esporci alla tentazione”, si rifà alla necessità, da parte nostra, di vivere con rettitudine e virtù, di mostrare forza, coraggio, davanti alle avversità, e temperanza e saggezza davanti al peccato, alle tentazioni che il diavolo metterà lungo il nostro cammino.
Per questo preghiamo Dio, non tanto perché non ci faccia incontrare queste tentazioni, quanto perché ci renda abbastanza forti per affrontarle e vincerle.
Questa domanda si collega alla precedente, “rimetti a noi i nostri debiti”, perché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione.
Chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa, di non permettere che entriamo nella tentazione e di non lasciarci soccombere alla tentazione.
Gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato.
Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.
Dio ci dà sempre la sua grazia per superare le tentazioni.
Ma per vincere la tentazione è sempre necessario pregare.
Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera.
Ed è per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall'inizio e nell'ultimo combattimento della sua agonia.
Gesù ha già vinto la sua battaglia, per tutti noi.
7. «Ma liberaci dal male»
Quando chiediamo a Dio “ma liberaci dal male” lo preghiamo di sostenerci nella nostra battaglia quotidiana, perché noi non siamo ancora come Gesù, non siamo forti come Lui, grandi come Lui, e da soli fatichiamo a volte a combattere contro il male che si manifesta con inganni, tentazioni, difficoltà, affanni.
L'ultima domanda si trova nella preghiera sacerdotale di Gesù al Padre: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno».
Il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio.
Il “diavolo” è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo.
Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore, soprattutto dal peccato, l'unico vero male, e dalla sua pena, che è la dannazione eterna.
Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce.
Ancora una volta quello che chiediamo a Dio non è che Lui combatta per noi contro il Male, ma che renda noi abbastanza forti per affrontare e vincere la nostra guerra quotidiana.
Come bambini spaventati dai mostri del buio, chiediamo al nostro Padre infinitamente buono aiuto e protezione, e così la preghiera si chiude, come è iniziata, nell’abbraccio confortevole di Dio, sotto il Suo sguardo benigno.
Il perdono e la responsabilità personale
La preghiera chiede il perdono dei peccati, ma anche la disponibilità concreta a perdonare.
Pertanto, se il cristiano non concede il suo perdono agli altri, non può neanche sperare che Dio perdoni a lui.
Il Padre Nostro non presenta il perdono come un’idea astratta, ma come una scelta che coinvolge la relazione con Dio e quella con gli altri.
La risposta dell’uomo all’amore del Padre che lo raggiunge è la fraternità.
La nostra risposta al Padre è inclusa nel comportamento fraterno che sappiamo assumere nei confronti di tutti.
L’amore del Padre - come sempre l’amore di un vero padre - non è circolare, ma espansivo. E’ guidato dalla gratuità, non dalla reciprocità.
Il Padre Nostro come guida pratica alla preghiera
A Dio non interessa certo che recitiamo parole a memoria, o che Gli dimostriamo che bella intonazione abbiamo!
Le parole non sono che parole, se dietro non c’è il cuore a dare loro voce.
Sempre Matteo scrive: “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate”.
In questo senso il Padre Nostro non è solo una preghiera, ma una “guida” a come si prega, a come dovremmo pregare.
La preghiera del Padre Nostro è il modello di ogni preghiera, come insegna san Tommaso d'Aquino: nella Preghiera del Signore non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui vanno desiderate.
Per questo questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma altresì plasma tutti i nostri affetti.
Una modalità di scrutatio
La meditazione può seguire l’ordine stesso della preghiera:
- Invocazione: riconoscere Dio come Padre e accogliere la fiducia filiale.
- Padre nostro: ricordare che la preghiera non è individualista e comprende tutti gli uomini.
- Che sei nei cieli: contemplare insieme la vicinanza e la maestà di Dio.
- Sia santificato il tuo nome: chiedere che la vita renda visibile la santità di Dio.
- Venga il tuo regno: desiderare che il Regno cresca nel cuore, nella comunità e nel mondo.
- Sia fatta la tua volontà: consegnare la propria volontà al disegno di salvezza del Padre.
- Dacci oggi il nostro pane quotidiano: chiedere il necessario materiale e spirituale.
- Rimetti a noi i nostri debiti: riconoscere il peccato e scegliere il perdono.
- Non indurci in tentazione: domandare discernimento e fortezza.
- Ma liberaci dal male: affidare a Dio la lotta quotidiana contro il peccato e il Maligno.
Paradossalmente, potremmo elaborare una nostra personale versione, un nostro Padre Nostro, per rivolgerci al Nostro Padre celeste.
Questo non significa sostituire la preghiera insegnata da Gesù, ma lasciar emergere, alla luce delle sue parole, la propria risposta personale, il proprio pentimento, la propria gratitudine e il proprio affidamento.
Il Padre Nostro e la filiazione divina
Quando preghiamo il Padre, siamo in comunione con lui e con il Figlio suo Gesù Cristo.
È allora che lo conosciamo e lo riconosciamo in uno stupore sempre nuovo.
La prima parola della Preghiera del Signore è una benedizione di adorazione, prima di essere un'implorazione.
Questa è infatti la gloria di Dio: che noi lo riconosciamo come “Padre”, Dio vero.
Gli rendiamo grazie per averci rivelato il suo Nome, per averci fatto il dono di credere in esso e di essere inabitati dalla sua presenza.
Possiamo adorare il Padre perché egli ci ha fatti rinascere alla sua vita adottandoci come suoi figli nel suo Figlio unigenito.
Attraverso la Preghiera del Signore, noi siamo rivelati a noi stessi, mentre ci viene rivelato il Padre.
Questo dono gratuito dell'adozione esige da parte nostra una conversione continua e una vita nuova.
Pregare il Padre nostro deve sviluppare in noi due disposizioni fondamentali: il desiderio e la volontà di somigliargli.
Creati a sua immagine, per grazia ci è restituita la somiglianza e noi dobbiamo corrispondervi.
Bisogna che, quando chiamiamo Dio “Padre nostro”, ci ricordiamo del dovere di comportarci come figli di Dio.
Un cuore umile e confidente che ci faccia “diventare come bambini”: infatti è ai “piccoli” che il Padre si rivela.
Pregare il Padre nostro deve sviluppare in noi la volontà di somigliargli e far crescere in noi un cuore umile e confidente.
La dimensione missionaria del Padre Nostro
La natura missionaria della preghiera è insita in ogni richiesta con la quale si pensa all’umanità.
Il Padre Nostro è una preghiera altamente missionaria.
Lo è ciascuna sua frase e ciascuna sua parola.
Si noti l’uso del plurale anche nella domanda del pane, del perdono e della prova.
In ogni richiesta il discepolo deve pensare all’umanità.
La preghiera cristiana è una preghiera “espropriata” e “missionaria”.
Il Padre è insofferente delle discriminazioni: fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi.
Il suo amore per tutti invita gli uomini a fare altrettanto.
Il cristiano deve quindi sentirsi partecipe del compito di avvicinare l'intera umanità a Dio.
La filiazione divina ci sprona all'apostolato che è una manifestazione necessaria della filiazione e della fraternità.
Pregare il Padre “nostro” ci apre alle dimensioni del suo amore, manifestato in Cristo: pregare con tutti gli uomini e per tutti gli uomini che ancora non lo conoscono, affinché siano riuniti in unità.
Le questioni teologiche e di traduzione
«Non indurci in tentazione»
Nelle traduzioni non sempre è chiaro il senso.
Le traduzioni italiane risentono della traduzione latina.
Sembra che il senso sia non permettere che cadiamo quando siamo tentati.
La preghiera chiede la forza di vincere la tentazione di Satana.
Alcuni vangeli apocrifi hanno un'altra forma per la frase in questione, argomentando implicitamente che Dio non può tentare i suoi fedeli.
Il «male» finale
Sembra che il testo, più che al concetto astratto si riferisca al “maligno”, cioè al tentatore, Satana.
La formulazione finale comprende tuttavia anche la richiesta di essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, soprattutto dal peccato.
Il significato di «epiousion»
Il termine greco “epiousion” è, secondo lo stesso Origene, di dubbia interpretazione.
Esso potrebbe significare “trans-sustanziale” o “quotidiano”.
Da questa ambiguità del testo greco originale derivano le diversità tra le traduzioni di questa parola in diverse lingue moderne.
La dossologia finale e l’Amen
La formula di dossologia che può, in alcune occasioni specifiche, concludere la preghiera è: “Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli”.
In questa parte della preghiera si manifesta il totale riconoscimento da parte dell'orante che Dio è un essere assoluto e supremo, che non ha inizio né fine.
Molto verosimilmente si tratta di un'aggiunta sorta attorno al II-III secolo.
Questa regola liturgica li porta a non pronunciarlo anche al di fuori dei Riti di comunione inducendo una consuetudine errata.
Quando si recita il Padre nostro fuori dai Riti di Comunione è sempre obbligatorio chiudere con l'Amen.
Quando e come pregare il Padre Nostro
Abbiamo parlato spesso dell’importanza della preghiera, per un buon cristiano.
Anche se il tempo che possiamo dedicare ad essa ogni giorno è poco, anche se non possiamo recitare il Rosario con frequenza, trovare un momento di raccoglimento solo per noi, per dialogare con Dio e rivolgergli il nostro pensiero, non è poi così difficile.
Anzi, è vitale trovare momenti simili, nell’arco della giornata, per aiutarci a vivere serenamente e con maggior forza spirituale tutto ciò che di bello e brutto ci accade nella vita.
Questa preghiera ha un largo impiego sia nella preghiera privata, sia nella preghiera pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente.
È recitato sia durante la Messa, sia nella Liturgia delle Ore, nonché nel Rosario.
A volte ci sono piccoli accorgimenti che aiutano a ricordare questa necessità.
Gli anelli di preghiera, per esempio, sono un ottimo promemoria.
Indossati ogni giorno, come accessori di moda e in un certo senso “talismani”, portano incise sulla loro superficie le parole delle preghiere più famose.
Sebbene indossare l’anello di preghiera non possa sostituire l’atto stesso del pregare, esso costituisce una sorta di canale preferenziale con Dio, un contatto sempre aperto e consapevole con Lui.
Ogni volta che il nostro sguardo cade sull’anello Padre Nostro, ogni volta che i nostri occhi scorgono le parole antiche e potenti incise su di esso, o anche semplicemente quando diventiamo coscienti della sua presenza al nostro dito, è come se le parole della preghiera risuonassero nella nostra mente, e tutto il resto smettesse di avere importanza.
Indicazioni per una meditazione attenta
Per pregare il Padre Nostro in modo consapevole è possibile procedere lentamente, lasciando che ogni domanda richiami un atteggiamento concreto.
- Raccoglimento: entrare nel silenzio e riconoscere la presenza di Dio.
- Invocazione: pronunciare “Padre nostro” con fiducia, senza dimenticare la dimensione comunitaria.
- Adorazione: mettere al primo posto la santificazione del Nome, il Regno e la volontà di Dio.
- Affidamento: consegnare al Padre i bisogni materiali e spirituali del giorno.
- Conversione: riconoscere i propri peccati e verificare la disponibilità a perdonare.
- Vigilanza: chiedere discernimento e forza davanti alle tentazioni.
- Protezione: affidare a Dio la lotta contro il male e il Maligno.
- Risposta concreta: tradurre la preghiera in buone azioni, sincero pentimento e reale volontà di fare bene.
Il Padre Nostro è una preghiera, ma è anche un ritorno a casa, la casa più preziosa che potremo mai avere, il luogo più sicuro che conosceremo in tutta la nostra vita e oltre.
