Nel 1939 Pietro Amendola accompagnò l’attore Carlo Campanini a San Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio, un’esperienza che avrebbe segnato profondamente la vita dell’artista e il successivo cammino spirituale della sua famiglia. L’incontro avvenne durante la Settimana Santa, quando il frate viveva in modo particolarmente doloroso la sofferenza legata alle stimmate.
Amendola raccontò a Campanini la storia straordinaria di un proprio cugino, povero e senza lavoro, che aveva trovato una nuova possibilità dopo aver seguito l’indicazione di Padre Pio: «Vai a Falconara». Il racconto impressionò l’attore e lo convinse a recarsi dal frate insieme al collega, dando inizio a un rapporto destinato a influenzare la sua carriera, la sua fede e la vita della sua famiglia.
L’incontro tra Pietro Amendola e Carlo Campanini
Un giorno del 1939, parlando con un collega - Mario Amendola, diventato poi un noto regista - [Carlo] Campanini disse: «Una volta era facile credere in Dio. C’erano grandi santi come san Francesco, sant’Antonio, san Giovanni Bosco, che compivano dei miracoli. Oggi i santi non esistono più e non ci sono più miracoli».
«Non è vero - rispose Amendola -. In Puglia c’è un frate santo che fa cose straordinarie».
Amendola raccontò un fatto accaduto a un suo cugino qualche anno prima.
«Era un povero diavolo, senza una lira, senza lavoro, e per fare qualche cosa era andato volontario nella guerra di Spagna.
Tornato, sua moglie gli disse: “Se sei qui, lo devi a padre Pio, che ha pregato per te. Gli ho fatto voto che saresti andato a ringraziarlo”.
Quel mio cugino andò a san Giovanni Rotondo ed espose al Padre la sua disastrosa situazione.
Padre Pio gli disse laconicamente: “Vai a Falconara”.
“Non è possibile - rispose mio cugino -. A Roma ho degli amici che ogni tanto mi aiutano; a Falconara morirei di fame”.
“Vai a Falconara” ripeté padre Pio.
Mio cugino si trasferì nella città marchigiana con moglie e figli.
Lì incontrò sua madre, che alcuni mesi prima se ne era andata da Roma per non pesare su di lui e ora cercava di sopravvivere chiedendo la carità sulla porta delle chiese.
Si misero insieme e trascorsero due mesi tra incredibili difficoltà.
Una mattina arrivò da Ancona un signore in cerca di mio cugino.
Gli disse: “Vengo da parte del Federale, che vi aspetta nel suo ufficio domattina”.
Mio cugino andò all’appuntamento.
Il Federale gli chiese se sapeva parlare spagnolo.
“Sì” rispose mio cugino.
E sull’istante gli venne fatto un contratto di cento lire al giorno, tremila al mese.
Era il tempo in cui si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese”».
«Quell’episodio mi impressionò e mi fece sognare» mi ha detto Campanini.
La visita a San Giovanni Rotondo durante la Settimana Santa
«Durante la Settimana Santa ero a Bari con la compagnia teatrale.
Ci diedero due giorni di riposo: il giovedì e il venerdì.
Non era mai accaduto prima, perché si riposava solo di Venerdì Santo.
“San Giovanni Rotondo è da queste parti - dissi ad Amendola -. Perché non facciamo una visita a quel frate santo?”.
“Partimmo il giovedì mattina.
San Giovanni Rotondo era un paese povero e quasi deserto.
Cercammo la chiesa di padre Pio.
“Non può ricevervi - ci venne risposto -. Le sue ferite provocano dolori e sanguinano tutto l’anno, ma durante la Settimana Santa riducono il Padre in uno stato pietoso: per questo motivo non riceve nessuno”.
“Ma noi siamo attori, veniamo da lontano, non abbiamo che questi due giorni liberi, dobbiamo vederlo”.
Restammo, e andavamo in giro per il convento nella speranza di incontrare il Padre.
Io però ero un tipo frivolo, sfacciato, non pensavo che a ridere.
Continuavo a raccontare barzellette anche in convento.
Nel pomeriggio di quel giovedì, mentre io e Amendola stavamo facendo chiasso, dalla chiesa uscì un frate che a me parve gigantesco: “Neanche in questi giorni mi lasciate pregare” disse con voce lamentosa.
“Cosa volete?”.
“Padre, siamo due poveri artisti”.
“Tutti siamo poveri”.
“Vorremmo confessarci” aggiunsi per giustificare la nostra presenza.
“Andate a prepararvi - rispose padre Pio - vi confesserò domattina dopo la Messa”.

Ricordo quella Messa come un incubo.
Non finiva mai.
Dovevo stare inginocchiato altrimenti quelli dietro non vedevano e quella posizione mi provocava dolori insopportabili.
Al termine andai a confessarmi.
Il Padre non mi lasciò parlare, sapeva tutto di me.
Mi fece promettere di cambiare vita, poi mi diede l’assoluzione.
Non ebbi il coraggio di chiedergli niente, ma dentro di me continuavo a ripetere: “Padre, fatemi trovare un lavoro vicino a casa, anche quello di magazziniere, purché possa vivere accanto ai miei figli”.
La carriera cinematografica iniziata dopo l’incontro
Tornai a Bari, e poco tempo dopo andai a Roma.
A Cinecittà stavano per iniziare le riprese del film Addio giovinezza.
Allora le parti erano assegnate dal Ministero della Cultura Popolare.
Per il ruolo di Leone erano candidati quattro attori famosi: Nino Besozzi, una specie di Mastroianni del tempo; Umberto Melnati, che lavorava con De Sica e trionfava in tutta Italia; Paolo Stoppa e Carlo Romano.
Io non ero conosciuto in quegli ambienti ma, non si sa perché, la parte venne affidata a me.
Non solo; da allora feci centosei film uno dietro l’altro, diventando ricco e famoso.
Potei avere una casa e vivere con i miei figli, come avevo tanto desiderato».
Carlo Campanini è stato uno dei protagonisti dell’avanspettacolo, della cinematografia italiana e della tv tra gli anni ’40 e ’70.
Indimenticabile spalla di Walter Chiari, Carlo Campanini rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per tanti giovani comici.
Soprannominato il “sacrestano di Padre Pio” per la sua grande devozione al Santo di Pietrelcina, è sepolto nel cimitero di San Giovanni Rotondo, dove ogni anno, suo figlio Benvenuto, si reca per pregare.
La crisi spirituale e il ritorno alla fede
Padre Pio aveva raccomandato all’attore di cambiare vita, ma Campanini non l’aveva fatto.
I soldi e la fama lo avevano peggiorato.
«Conducevo una vita dissoluta, avevo relazioni illecite, aggrovigliate, non andavo a Messa, e non volevo saperne di pregare - ricorda -.
Però mi sentivo colpevole: il Padre aveva esaudito la mia preghiera, io lo avevo deluso.
Per questo non volevo tornare da lui.
[. ] Una sera tornai a casa e mia moglie mi disse: “È venuto il viceparroco e ci ha chiesto di consacrare la nostra casa al Sacro Cuore.
La cerimonia è fissata per l’8 gennaio.
Il viceparroco ha raccomandato di prepararci, perché desidera che facciamo tutti la Comunione”.
Questo particolare mi mise all’erta.
Non potevo fare la Comunione con la vita che conducevo.
Mia figlia piccola insisteva, mia moglie pure, e io non sapevo quale scusa inventare.
La mattina del 6 gennaio 1950, festa dell’Epifania, mentre girovagavo per Roma inquieto e triste entrai per caso nella chiesa di Sant’Antonio in via Merulana.
C’era molta gente che ascoltava la Messa e diversi stavano in fila per confessarsi.
Molti mi avevano riconosciuto e mi guardavano curiosi.
[. ].
Mi trovai inginocchiato nel confessionale.
Uscii dopo mezz’ora col viso bagnato di lacrime.
Mi sentivo un altro.
In famiglia si fece gran festa.
Partecipai con gioia alla cerimonia della consacrazione della casa e feci la Comunione.
Decisi di andare da padre Pio ad annunciargli il mio cambiamento.
Mi ero confessato e non dovevo più raccontare i miei peccati a lui.
Ma, arrivato nel confessionale del Padre, mi sentii dire: “Comincia dal ’36”.
“Mi sono confessato nei giorni scorsi” protestai.
“Ti ho detto di cominciare dal ’36” tuonò padre Pio aggiungendo che ero un vigliacco a vergognarmi di raccontare i peccati mentre non mi ero vergognato a offendere Gesù.
Quella Confessione cambiò completamente la mia vita.
Al termine il Padre mi abbracciò e mi baciò.
Mi regalò un rosario raccomandandomi di recitarlo spesso, e aggiunse: “Ti sarò sempre vicino”.
Mantenere le promesse non fu facile, ma tenni duro.
Non ho più tralasciato la Messa quotidiana».
La testimonianza della famiglia Campanini
Benvenuto Campanini ci racconti come suo padre ha conosciuto Padre Pio?
Papà si trovava a Foggia nel lontano 1939 con Pietro Amendola.
(padre dell’attore Ferruccio Amendola n.d.r.)
All’epoca giravano l’Italia con l’avanspettacolo e, non so come, avevano sentito parlare di questo frate che godeva della fama di santità e si recarono a San Giovanni Rotondo per incontrarlo.
Era il periodo pasquale e Padre Pio soffriva in modo particolare.
Chiese “Chi siete?” e papà rispose “Siamo due poveri attori” e lui disse con un atteggiamento di grande sofferenza: “Siamo tutti poveri”.
Io ho sempre accostato l’incontro con Padre Pio all’inizio della attività cinematografica di papà, che iniziò proprio in quell’anno e che portò avanti con grande continuità e passione.
In questo vedo un progetto del Signore e l’intercessione di Padre Pio che continua ad accompagnare la nostra famiglia, in ogni momento.
Sentiamo questa grande devozione per il padre.
Papà ci ha lasciato questo grande messaggio di fede.
Torniamo a quel lontano 1939, anno dell’incontro di Carlo Campanini con Padre Pio.
Di conseguenza anche la vita della vostra famiglia è cambiata?
Sì senz’altro.
Per fortuna tutti noi figli abbiamo seguito il cammino di fede di papà.
Padre Pio è sempre stato il nostro punto di riferimento, un padre spirituale sempre presente nella nostra famiglia, è stato il mezzo che ci ha avvicinato a Dio.
Manteniamo questa grande devozione e veniamo spesso da lui a ricaricarci spiritualmente e rivivere quelle esperienze che abbiamo vissuto quando venivano con papà e mamma, anche lei una donna di grande fede.
Il ricordo di Carlo Campanini e il rapporto con gli artisti
Carlo Campanini ha portato la figura di Padre Pio nel mondo dello spettacolo.
Come è stato accolto?
Alcuni attori hanno seguito l’esempio di papà e sono venuti a San Giovanni Rotondo di persona per incontrare Padre Pio.
I grandi nomi dello spettacolo, come Totò e Walter Chiari, non sono mai venuti da Padre Pio ma quando sapevano che papà era reduce da un viaggio a San Giovanni Rotondo,chiedevano sempre, s’interessavano e credo che qualcosa avrà seminato in queste persone.
Qual è il ricordo più bello che ha di suo padre?
Risale a qualche giorno prima della sua morte, quando andai a trovarlo in ospedale, lo ricordo bellissimo e sereno.
Lo sentii così fraterno e umano, nonostante lui a volte fosse burbero, nascondeva una grande umanità.
Lo ricorderò sempre così: testimone di una fede straordinaria.
La confessione e il significato del cammino di fede
Una volta, da ragazzo, Padre Pio mi cacciò via dal confessionale dicendomi:“Tu questo peccato l’hai confessato già due volte allo stesso confessionale a Roma!”.
Io, credendo di fare il furbo, mi confessavo a Roma e arrivavo qui come un angioletto.
E quella volta Padre Pio mi diede prova che mi stava leggendo nell’anima, io non pensavo minimamente che potesse accorgersi che mi ero già confessato e mi cacciò via.
Padre Clemente, una frate dell’epoca, mi disse “Non preoccuparti l’assoluzione te la do io.
Padre Pio fa queste cose quando si rende conto che il soggetto è un po’ refrattario a capire”.
E quella volta fui portato ad approfondire un po’ di più le mie responsabilità e fu un piccolo passo in avanti nel mio cammino di fede.
I documenti e le testimonianze delle persone che l’hanno conosciuto possono essere utili per avere almeno un’idea della sua indole e della sua spiritualità.
Sia dai suoi scritti che dalle riflessioni dei suoi contemporanei è evidente una spiccata capacità comunicativa.
Il suo linguaggio era semplice, lineare, diretto, privo di retorica, profondo e efficace.
Pur essendo molto riservato, amava stare con la gente ed era incline a rapporti sociali cordiali.
Fu un uomo profondamente religioso, costantemente concentrato sulla volontà di Dio, a cui voleva decisamente uniformarsi.
Svolse perciò un’intensa vita ascetica fatta di preghiera, di meditazione e di penitenza, conformemente a quanto richiesto dal suo ordine religioso.
Amendola e la devozione a Padre Pio nei Gruppi di Preghiera
È un appuntamento ormai abituale quello del 20 settembre per i membri dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio dell’arcidiocesi reggina-bovese che si ritrovano al Santuario Basilica dell’Eremo per l’inizio dell’anno sociale, convocati dall’assistente spirituale diocesano nonché guardiano del Convento dei padri cappuccini, padre Pietro Amendola, proprio nel giorno in cui si fa commemorazione dell’anniversario delle stimmate del santo fondatore, un segno straordinario della sua identificazione con la passione di Cristo che rappresenta per tutti i figli spirituali un mistero di sofferenza corredentiva e una eredità di amore e sacrificio.
In quest’anno giubilare è stata anche l’occasione per i vari gruppi provenienti dalle parrocchie cittadine e dal circondario di vivere un momento di preghiera comunitaria in uno dei luoghi della diocesi dove è possibile ottenere l’indulgenza plenaria.
Erano presenti i gruppi di preghiera della Cattedrale e dell’Eremo, delle parrocchie di San Bruno, Santa Maria del Divino Soccorso, Maria SS. del Rosario di Villa San Giovanni e di Ferrito, e della chiesa di Maria SS. del Carmine di Fiumara di Muro.
Alcuni di essi hanno sfilato all’interno della Basilica con il proprio stendardo, segno visibile di una appartenenza che è anche missione sempre attuale.
Padre Pietro ha ricordato come i gruppi siano nati allo scoppio della Seconda guerra mondiale, come risposta all’appello di papa Pio XII per la pace, l’unità e la salvezza del mondo.
Oggi, in un tempo ancora segnato da guerre e conflitti, è chiesto loro di farsi strumenti di pace attraverso la preghiera, impegnandosi a essere sentinelle di quella pace che papa Leone XIII definiva «disarmata e disarmante», ripudiando violenza e divisioni.
L’invito dell’assistente spirituale ha richiamato tutti alla testimonianza nell’apostolato della preghiera, «nella Chiesa, per la Chiesa e con la Chiesa», come recita lo statuto dei Gruppi.
Un servizio che diventa prezioso strumento di intercessione e salvezza, vissuto a partire dall’interno dei gruppi stessi, in un clima di accoglienza e fraternità, senza discordie, ma nella bellezza di un cammino comunitario di fede.
Il tema dell’anno sociale dei Gruppi di Preghiera
Anche quest’anno i gruppi seguiranno il tema proposto dal Centro Gruppi di San Giovanni Rotondo: «La vera pace ha per autore Gesù».
Una traccia che si intreccia con la vita della comunità diocesana, dove i gruppi sono chiamati a essere testimoni coraggiosi di fede, speranza e carità.
Con le esortazioni e la benedizione di padre Pietro, i Gruppi di Preghiera di Padre Pio proseguono ora nelle parrocchie, animando momenti mensili di preghiera e impegnandosi a essere «vivai di fede e focolai di amore», come li voleva San Pio.
Le attività pastorali e i gruppi di preghiera
Padre Pio si occupava anche di molte attività pastorali, come ad esempio la promozione e la cura di diversi gruppi di preghiera.
Teneva in particolar modo alla formazione del gruppo dei “Piccoli adoratori”, cioè bambini che a turno facessero adorazione eucaristica.
Si trattava di un’iniziativa molto cara anche a san Pio da Pietrelcina, che ancora continua con la denominazione di “Armata bianca”.
Il suo linguaggio era semplice, lineare, diretto, privo di retorica, profondo e efficace.
Fu un uomo profondamente religioso, costantemente concentrato sulla volontà di Dio, a cui voleva decisamente uniformarsi.
Svolse perciò un’intensa vita ascetica fatta di preghiera, di meditazione e di penitenza, conformemente a quanto richiesto dal suo ordine religioso.
La figura spirituale di Padre Pio nelle testimonianze dei contemporanei
“Sarà certamente un uomo di Dio, ma proprio non mi pare un campione delle alte cime”.
Con queste parole ha confessato il suo iniziale e superficiale giudizio il frate cappuccino Andrea D’Ascanio, il quale ben sapeva la considerazione che padre Pio da Pietrelcina nutriva del Minimo.
“Mi ero fatto di lui l’immagine di una grande aquila - prosegue il frate che poi divenne suo figlio spirituale -, ma la prima impressione fu quella di un passerotto, piccolo e timido.
Mi fece quasi tenerezza, con quel sorriso sempre appena abbozzato, con quegli occhi azzurri di bimbo pieni di stupore, con la tanta difficolta a parlare, quasi gli mancassero le parole”.
Frequentandolo, in seguito, ebbe modo di osservarlo meglio e “di sperimentare la sua delicatezza materna, la sua nobile signorilità, la sua sottile arguzia, la sua carità senza confini”.
Padre Pio Dellepiane è stato un frate dalla condotta irreprensibile, animato da virtù che per certi versi sono difficili da spiegare, poiché maturate in spazi difficilmente accessibili: nell’intimità di un confessionale, nel silenzio di una cella del convento, nelle periferie, impegnato in opere di carità verso ultimi senza voce.
Un novizio del tempo, fra Francesco Corigliano, lo ricorda in questi termini: «Era persona dolce e comprensiva quando si ricorreva a lui per il ministero della confessione.
Inoltre egli sapeva bene indirizzare ciascuno di noi sulla via della formazione, della vita religiosa, dell’osservanza della Regola, dimostrando con questo che si era ben meritata la fama di santità che ormai da anni lo accompagna, non solo all’interno del nostro Ordine, ma anche tra le persone del popolo che a lui facevano ricorso continuo, sia per il ministero sacro propriamente inteso, che per quella della carità ai più bisognosi».
Nonostante il desiderio di padre Pio Dellepiane di passare inosservato, diversi testimoni riuscirono a cogliere chiari segni dell’intervento della grazia di Dio.
Moltissimi figli spirituali testimoniano doni mistici quali il consiglio, il discernimento degli spiriti, la chiaroveggenza, la scrutazione dei cuori, la bilocazione.
Amici e familiari si accorsero, soprattutto durante la sua ultima malattia, della presenza delle cosiddette stimmate invisibili, cioè degli arrossamenti sul dorso e sul palmo delle mani mentre celebrava la messa, e di un profumo tutto particolare che emanava il suo corpo anche dopo morto.
Diversi i casi in cui i devoti hanno potuto sperimentare l’intercessione di padre Pio ottenendo miracoli di guarigione fisica.
La memoria di Padre Pio attraverso la musica
Il cd Le Canzoni Di Padre Pio-Vol. I è la prima opera musicale al mondo ispirata ai testi originali tratti dall’Epistolario di San Pio.
Finalmente San Pio torna a parlare al cuore dei fedeli direttamente tramite le sue parole, attraverso melodie composte per far conoscere la vera spiritualità di Padre Pio, il suo linguaggio, le sue emozioni, la sua grande fede.
Testi: Padre Pio.
Musiche: Giancarlo Amendola e Giuseppe Cionfoli.
- 01 Infermo d’amore
- 02 La mia vita
- 03 Chi mi salverà
- 04 Di questo sole
- 05 My wounded soul
- 06 Come Goccia nel Mare
- 07 Sinfonia
- 08 Che ne sarà di me
- 09 Povera anima
- 10 Gesù ci aiuterà