Lasciare tutto e fare il missionario può significare partire per un servizio a tempo pieno, svolgere un’esperienza di volontariato, entrare in una comunità religiosa oppure trasferirsi all’estero per mettere la propria professione al servizio di una chiesa locale. In ogni caso, la missione richiede discernimento, preparazione, disponibilità a cambiare stile di vita e capacità di stare accanto alle persone senza sostituirsi a loro.
La missione non consiste necessariamente nel compiere gesti straordinari o nel rivoluzionare una realtà dall’esterno. Spesso significa accogliere il mondo che ci aspetta, farne parte, condividere la vita quotidiana, lavorare con le persone del luogo e incoraggiarle a diventare protagoniste del proprio futuro.
Che cosa significa davvero lasciare tutto
Ci sono esperienze che segnano un punto di svolta nella vita. Fortunatamente queste non sono le uniche esperienze che ci cambiano: la nostra vita è piena di bellezza nascosta perlopiù dentro le piccole cose che spesso diamo per scontate.
In mezzo alle mille cose che facevo ogni giorno (lo studio all’università, il lavoro di musicista e molto altro) sentivo che qualcosa mi mancava, come se tutto ciò che stavo facendo fosse un dovere che non mi dava vera soddisfazione e che anzi piano piano “mi mangiava”. Da questa situazione critica, che mi sono portato avanti per vario tempo, degli incontri inaspettati m’hanno spinto ad interrogarmi su ciò che davvero volessi fare e vivere.
Sentivo una forte spinta ad uscire dalla comfort zone. Era una forza che mi consigliava di fare spazio e svuotarmi delle cose che normalmente mi davano vita (ma che anche me la toglievano) per qualcosa di più grande.
Lasciare tutto non significa sempre abbandonare ogni legame, rinunciare per sempre al proprio lavoro o cancellare la propria vita precedente. Può significare cambiare priorità, mettersi a disposizione, accettare una destinazione diversa, vivere con meno sicurezze e consentire alla propria vocazione di orientare le scelte concrete.
La vocazione missionaria e il discernimento
Ho quindi iniziato un percorso di preparazione missionaria con frate Valerio Folli di Padova: fin da subito mi sono accorto che quella forza mi chiedeva di fidarmi. Seguendo la proposta di frate Valerio, decisi quindi di partire per due mesi, destinazione Venezuela.
Andavo da solo, ma lì mi avrebbero accolto ed ospitato i frati della custodia venezuelana. Così é stato: il 2 Agosto sono arrivato all’aeroporto di Caracas, pronto a lasciarmi guidare e fidarmi delle proposte che mi avrebbero fatto.
Non tutti dovrebbero farlo. Dobbiamo essere pronti e disposti ad ascoltare amici fidati che potrebbero scoraggiarci e invitarci a rimanere.
Solo i credenti che sanno essere motori per il ministero possono essere buoni candidati per un trasferimento all’estero, non coloro che hanno bisogno di molta cura pastorale. È necessaria una grande quantità di umiltà per accettare questo genere di reazioni, ma qualcuno di noi può dare maggior frutto restando per il momento lì dov’è e continuando a crescere.
I credenti dovrebbero riflettere attentamente prima di spostare la loro attività e lasciare una chiesa dove stanno prosperando. La salute spirituale è un qualcosa da trattare con molta cura e questo vale soprattutto per credenti che pensano di trasferirsi per unirsi a una chiesa locale in mezzo a una cultura diversa.
Domande utili prima di partire
Cosa ti piace fare o di cosa vorresti saperne di più?
Come potresti affiancarti a una chiesa o a una squadra missionaria e incoraggiarli come membro di chiesa?
La tua scelta nasce da una vocazione maturata oppure dal desiderio di fuggire da una situazione personale?
Sei disposto ad ascoltare chi ti conosce bene, anche quando ti invita a non partire?
Quali capacità puoi mettere realmente a disposizione?
Sei pronto a imparare dalle persone del luogo invece di considerarti il loro principale benefattore?
Il servizio missionario a tempo pieno
Una di queste esperienze è il modo in cui il mio servizio missionario a tempo pieno svolto da giovane in Inghilterra ha benedetto la mia vita e ha plasmato il mio destino spirituale.
A quel tempo, avevo in mente di andare in missione, ma non era qualcosa di cui avevo parlato con i miei genitori. Mentre frequentavo l’università, io e diversi amici decidemmo di svolgere una missione.
Ne parlai con il mio vescovo e compilai la mia domanda per la missione mentre i miei genitori erano fuori città. Quando tornarono, li sorpresi con la notizia che ero stato chiamato a servire in Gran Bretagna.
Sono grato per il loro sostegno entusiasta a questa decisione e per i buoni amici che mi aiutarono a decidere di servire.
Il mio servizio missionario mi ha preparato a essere un marito e un padre migliore, e ad avere successo negli affari. Mi ha anche preparato per una vita di servizio al Signore nella Sua Chiesa.
Di tutto l’addestramento che ho ricevuto nei miei incarichi di Chiesa, nessuno è stato più importante dell’addestramento ricevuto a 19 anni, quando ero missionario a tempo pieno.
Il Signore vi conosce. Durante la vostra missione, avrete esperienze che vi aiuteranno a conoscerLo meglio. Crescerete spiritualmente servendoLo.
Nel Suo nome, sarete mandati a svolgere degli incarichi per servire gli altri. Egli vi farà vivere delle esperienze tramite i suggerimenti dello Spirito Santo.
Il Signore vi autorizzerà a insegnare nel Suo nome. Potete mostrarGli che Egli può fidarsi di voi e può fare affidamento su di voi.

Prepararsi alla missione
Come Apostolo del Signore Gesù Cristo, ora faccio appello a voi giovani uomini - e a quelle giovani donne che desiderano svolgere una missione - affinché iniziate subito a parlare con i vostri genitori riguardo allo svolgere una missione.
Vi invito anche a parlarne con i vostri amici e, se uno di loro non è sicuro se servire o meno, incoraggiatelo a parlare con il suo vescovo.
Prendete l’impegno con voi stessi e con il vostro Padre Celeste di svolgere una missione e di adoperarvi, da questo momento in poi, per mantenere il vostro cuore, le vostre mani e la vostra mente puri e degni.
Vi invito ad acquisire una ferma testimonianza del vangelo restaurato di Gesù Cristo.
Padri e madri di questi meravigliosi giovani, voi avete un ruolo vitale in questo processo di preparazione. Iniziate oggi a parlare con i vostri figli del servizio missionario.
Sappiamo che la famiglia è l’influenza più profonda nell’aiutare i nostri giovani uomini e le nostre giovani donne a prepararsi.
Se rientrate ancora nella fascia d’età per il servizio missionario, ma non avete ancora servito a causa della pandemia o di altri motivi, vi invito a farlo adesso.
Parlate con il vostro vescovo e preparatevi per servire il Signore.
Vi esorto, vescovi, ad aiutare tutti i giovani uomini e tutte le giovani donne che sono vicini all’età missionaria a prepararsi a servire, e vi esorto anche a individuare coloro che sono grandi abbastanza ma che non hanno ancora servito.
Invitate ogni giovane uomo a diventare un missionario, come pure ogni giovane donna che desidera servire.
La missione come formazione spirituale
Attesto che è durante la mia missione che sono giunto a sapere che il mio Padre Celeste e il mio Salvatore, Gesù Cristo, mi conoscono e mi amano.
Ebbi la benedizione di avere due meravigliosi presidenti di missione, Selvoy J. Boyer e Stayner Richards, insieme alle loro devote colleghe Gladys Boyer e Jane Richards.
Guardando indietro, vedo ancora più chiaramente che si fidavano di me e mi amavano. Mi insegnavano il Vangelo. Si aspettavano molto da me.
Mi diedero molti incarichi impegnativi e responsabilità dirigenziali per aiutarmi a crescere e a prepararmi per una vita di servizio.
Ho anche riflettuto su quando fui chiamato dal presidente Spencer W. Kimball a presiedere alla Missione di Toronto, in Canada, con la mia cara moglie Barbara e i nostri figli al nostro fianco.
Il presidente Kimball ci chiamò a servire nell’aprile del 1974, poco dopo aver pronunciato il suo messaggio missionario ispirato intitolato “Quando il mondo sarà convertito”.
In quel messaggio il presidente Kimball spiegò la sua visione di come il Vangelo sarebbe stato portato a tutto il mondo. Chiese che ci fossero molti più missionari da tutto il mondo.
Ci ricordò l’aspettativa del Signore che “ognuno […] alzi una voce d’avvertimento agli abitanti della terra”.
L’insegnamento del presidente Kimball sull’aspettativa che i giovani uomini svolgessero una missione divenne un argomento di conversazione nelle case di tutto il mondo.
Tale aspettativa non è cambiata. Sono grato che anche il presidente Russell M. Nelson abbia ribadito l’aspettativa del Signore questa mattina.
Sono passati quasi dieci anni da quando il presidente Thomas S. Monson ha annunciato l’abbassamento dell’età missionaria per i giovani uomini e le giovani donne.
A mio avviso, uno dei motivi principali di questa variazione era quello di offrire a un maggior numero dei nostri giovani l’opportunità che cambia la vita di servire come missionari.
Il missionario durante la pandemia e dopo il servizio
Ai missionari attualmente in servizio diciamo: “Grazie!”. La vostra missione si svolge durante una pandemia mondiale.
Di conseguenza, la vostra esperienza missionaria è diversa dalla mia o da quella di qualsiasi missionario che ha servito prima del 2020. So che non è facile.
Tuttavia, anche in questi momenti difficili, il Signore ha un’opera da farvi compiere e voi la svolgete meravigliosamente bene.
Per esempio, usate la tecnologia in modi nuovi per trovare coloro che sono pronti a conoscere la restaurazione del vangelo di Gesù Cristo.
Poiché servite diligentemente e secondo le vostre capacità, so che il Signore si compiace dei vostri sforzi. So che il vostro servizio benedirà la vostra vita.
Quando sarete rilasciati dalla missione, ricordatevi che non sarete rilasciati dall’essere attivi nella Chiesa.
Edificate sulle buone abitudini che avrete imparato durante la missione, continuate a rafforzare la vostra testimonianza, lavorate duramente, pregate e siate obbedienti al Signore.
Onorate le alleanze che avete fatto. Continuate a benedire e a servire gli altri.
Il missionario, il volontario e il professionista
Hai mai pensato di fare il businessman in missione? Dovresti.
È una gioia constatare come situazioni del genere si siano continuate a riproporre per anni. Gente ordinaria scopre di poter usare le sue abilità e vocazioni per sostenere l’opera del vangelo in posti difficili, non come fondatori di chiese o “missionari”, ma come normali credenti fedeli.
Chi svolge questo tipo di attività viene definito in diversi modi: businessman in missione, fabbricanti di tende, professionisti del mercato mobilitati.
Certi termini sono meglio di altri; infatti alcuni portano con sé un inutile bagaglio teologico, ma tutti sono variazioni sullo stesso tema: i cristiani che entrano in una cultura passando “dal mercato” possono godere di vantaggi finanziari e relazionali che chi è dedicato totalmente al ministero non ha.
Inoltre, sono in grado di aiutare chi è ministro a tempo pieno in questi posti difficili.
Un lavoro ordinario al servizio del Vangelo
Se non hai mai pensato all’idea di portare il tuo lavoro all’estero per la causa del vangelo, dovresti rifletterci.
La maggior parte di noi trova il suo sostentamento nel suo lavoro; forse non godremo mai dei benefici (e pesi) del faticare a tempo pieno per l’opera del vangelo.
Entrambe le epistole ai Tessalonicesi dipingono un quadro piuttosto chiaro della normalità e della bontà della vita cristiana ordinaria e autosufficiente, ma molti di noi possono scegliere dove vivere ed ecco che la libertà cristiana ci offre una vasta gamma di scelte.
Alcuni potrebbero scegliere di lasciare una chiesa che amano per aiutare nella fondazione di un’altra chiesa dall’altra parte della città; altri metteranno radici e rimarranno nella stessa chiesa, anche a costo di rinunciare a grandi opportunità di lavoro.
Altri ancora potrebbero scegliere di cambiare vita e spostarsi in un altro paese per incoraggiare l’opera del vangelo lì dove gli operai sono pochi.
Tutte queste scelte sono ottime perché concorrono alla crescita in maturità della chiesa e alla diffusione del vangelo.
Dunque, rifletti su ciò che fa al caso tuo e sul posto in cui la tua vita potrebbe essere spesa nel modo migliore.
La comunità locale come base della missione
Quando la gente comincia a pensare all’idea di trasferirsi all’estero per la causa del vangelo, alcuni si immaginano un lavoro da pionieri in posti non ancora raggiunti.
P piuttosto, dovremmo pensare alla possibilità di unirci a chiese già stabilite, senza fare tentativi a caso tra chi non è stato ancora raggiunto.
Tutti abbiamo bisogno di una comunità, di qualcuno a cui poter rendere conto, di aiuto nel ministero e se l’unico sostegno che abbiamo è una comunità a 18.000 chilometri di distanza di certo la nostra non è una situazione ideale.
Dovremmo andare in un posto dove c’è già una buona chiesa locale, in cui si parla una lingua che comprendiamo o per lo meno dove troviamo una squadra missionaria stabile.
È difficile riuscire a lavorare più di 40 ore alla settimana in una nuova cultura senza il sostegno di una chiesa.
Non solo dovresti pensare di trasferirti in un luogo in cui ci sia una chiesa locale sana nella tua lingua, ma al centro del tuo ministero ci dovrebbe essere il sostegno di tale chiesa.
È così che fanno i cristiani lavoratori più fruttuosi che abbia mai incontrato.
Spesso è difficile vedere come molti frutti nel ministero vengono dalla comunione, dalla collaborazione e dalla testimonianza di un’assemblea locale di credenti, ma questo frutto può essere più evidente nel contesto di una nuova cultura.
L’insegnamento, le reti che si costituiscono e la testimonianza pubblica collettiva di una chiesa locale sono un’immagine del vangelo anche più potente della semplice condotta del singolo individuo sul suo posto di lavoro.
È vero, ci sono posti in cui non c’è ancora una chiesa con cui unire le forze e forse ci sono posti dove i cristiani lavoratori dovranno riunirsi con poche famiglie missionarie, ma la maggior parte delle persone fiorisce spiritualmente quando è inserito in una chiesa locale che diventa il centro delle loro vite e del loro ministero.
E bisogna dire che ci sono poche chiese così in tutto il mondo.
Missione e lavoro: aspettative realistiche
La maggior parte dei credenti non desidera essere servitore a tempo pieno in una chiesa locale o non si sente preparato a tal fine.
Spesso siamo abbastanza contenti dello stile di vita e delle relazioni che Dio ci ha donato. Personalmente per quasi 20 anni della mia vita sono stato proprietario di un’azienda e ho trovato grande gioia in quello che facevo.
Tuttavia, queste persone hanno spesso meno tempo libero da dedicare al ministero rispetto a un servitore a tempo pieno.
Lo stesso discorso vale per coloro che si trasferiscono all’estero e che si impegnano in un lavoro secolare, oltre che per l’opera del vangelo.
Non avranno la stessa quantità di tempo a disposizione per studiare la lingua o sostenere vari aspetti del ministero, come può fare invece un missionario a tempo pieno.
La buona notizia è che il loro lavoro potrebbe essere un contesto molto più importante e strategico, soprattutto in un posto dove i cristiani biblici sono pochi e dispersi.
Non ogni forma di servizio equivale a una missione ufficiale
In 3 Giovanni, l’apostolo descrive il tipo di persona che i credenti definiscono missionario.
Si tratta di qualcuno che è stato mandato da una chiesa per far conoscere il nome di Cristo; dipende dalla chiesa (non dai pagani) per il suo sostentamento.
Giovanni comanda ai credenti di sostenere queste persone (usa “dobbiamo”, facendo un invito piuttosto perentorio) e di collaborare con loro in favore della verità del vangelo.
In altre parole, trasferire all’estero la propria attività per affiancarsi a una chiesa o a un gruppo di missionari non equivale a essere un missionario, ma è comunque molto importante.
Mi rendo conto che molti sono offesi da questa distinzione, ma penso che la maggior parte delle persone la comprende perfettamente.
Non tutti sono insegnanti o anziani della chiesa, ma ognuno ha un ruolo importante da svolgere (1 Corinzi 12:12-31).
“Ma ora Dio ha collocato ciascun membro nel corpo, come ha voluto”.
Non hai bisogno di avere un titolo o una particolare qualifica per essere di benedizione per l’opera di Cristo.
Il business in missione non è una scorciatoia
Molti di coloro che si trasferiscono spesso scoprono che trovare un lavoro e spostarsi dall’altra parte del mondo richiede molta fatica!
Una volta arrivati, a volte sono delusi nello scoprire quanto simile la loro nuova vita sia a quella lasciata in patria; ti prendi cura dei bambini, vai al lavoro, conosci i tuoi vicini, parli del vangelo quando puoi, sostieni il ministero della chiesa locale, continui a seminare e aspetti sperando.
Tuttavia, le barriere della lingua e della cultura potrebbero rallentare il tutto.
Il business in missione non è “la formula magica” dell’opera missionaria, una strategia che rivoluzionerà le missioni e renderà tutto più facile.
Tuttavia, solo perché non è una scorciatoia che produce frutti facilmente e velocemente, non significa che non funzioni.
Piuttosto, il business in missione è un’esperienza reale e normale, che rientra perfettamente in ciò che la Bibbia ci dice di aspettarci.
Mentre portiamo alta la Parola e amiamo il vangelo, mentre viviamo in santità e amore, mentre proclamiamo il vangelo al mondo e discepoliamo in chiesa, mentre formiamo pastori, mandiamo missionari e fondiamo nuove chiese, mentre incoraggiamo alla fedeltà, Dio promette che i nostri sforzi totalmente ordinari porteranno alla fine risultati straordinari.
Nelle mani di Dio, la fedeltà piccola e ordinaria ha un impatto eterno.
Forse tu o qualcuno nella tua chiesa potrebbe vivere la sua vita comune tra altri credenti in un luogo dove i credenti fedeli sono uno su un milione invece che uno su dieci.
I tuoi doni e talenti ordinari potrebbero essere preziosi per una chiesa in Malesia o a Londra, a Istanbul, a Dubai.
Certamente servono sempre missionari a tempo pieno, mandati dalle chiese; è ovvio che non sarai l’unico mezzo tramite il quale il mondo si spalancherà al vangelo di Cristo.
Di sicuro non è la strategia corretta per andare in posti mai raggiunti prima, ma potrebbe essere un modo meraviglioso di usare bene la tua vita, svolgendo la tua piccola ma gloriosa parte nel piano di Cristo, che vuole usare la semplice e ordinaria fedeltà del suo popolo per dimostrare la sua gloria all’universo (Efesini 3:10).
Il significato di un viaggio missionario
In sostanza, un viaggio missionario è un'esperienza di volontariato in cui individui o gruppi si recano - spesso all'estero - per sostenere comunità bisognose.
Questi viaggi possono variare per obiettivo, durata e struttura, ma condividono tutti un fine comune: servire gli altri, imparare da culture diverse e crescere come persone.
Alcuni viaggi missionari sono organizzati da gruppi religiosi, mentre altri sono gestiti da organizzazioni non profit o da agenzie di volontariato itinerante.
Il lavoro che svolgerai dipenderà dal programma che sceglierai, ma ovunque andrai, avrai un impatto reale.
Le principali forme di viaggio missionario
Viaggi missionari religiosi. Spesso organizzati da chiese o organizzazioni religiose, questi viaggi uniscono il servizio alla comunità alla spiritualità.
Viaggi di missione medica. Queste esperienze sono ideali per studenti di medicina, professionisti o chiunque sia interessato alla salute globale.
Viaggi di sviluppo comunitario. Questi viaggi si concentrano sulla costruzione e il miglioramento delle infrastrutture locali, come scuole, case o sistemi di approvvigionamento idrico.
Viaggi dedicati alla conservazione della fauna selvatica e dell’ambiente. Potrai impegnarti nella protezione degli animali in via di estinzione, nel rimboschimento o nell’educazione delle comunità locali alla sostenibilità.
Missioni di assistenza all’infanzia e di insegnamento. Potresti aiutare a insegnare inglese, organizzare attività ricreative o prenderti cura dei bambini in scuole, centri di accoglienza o centri per l’infanzia.
Perché partire per una missione
Potrai davvero fare la differenza. Anche i piccoli gesti possono avere un grande impatto.
Che tu stia insegnando, costruendo o semplicemente dimostrando gentilezza, la tua presenza conta.
Vivrai una vera e propria immersione culturale. Questo non è il solito viaggio turistico.
Vivrai, mangerai e lavorerai a fianco della gente del posto, imparando a conoscere le loro tradizioni, le loro storie e il loro stile di vita.
Crescerai a dismisura (nel senso migliore del termine). I viaggi missionari ti mettono alla prova in modi nuovi, ed è lì che avviene la vera crescita.
Svilupperai resilienza, fiducia in te stesso e capacità di leadership.
Viaggerai con uno scopo preciso. Scopri il mondo e dai un senso al tuo viaggio.
Incontrerai persone straordinarie. Dai colleghi volontari ai membri della comunità locale, stringerai legami con persone che condividono i tuoi stessi valori.
La missione come condivisione della vita
I missionari condividono la vita degli ultimi mettendosi al loro fianco, trovando forme sempre nuove e adatte al contesto culturale locale per rimuovere le cause dell’ingiustizia.
Case famglia, centri nutrizionali, realtà di accoglienza, comunità terapeutiche, centri diurni per disabili, cooperative sociali e scuole: la vita dei missionari consiste essenzialmente nell’esperienza di condivisione diretta di vita con i più poveri, 24 ore su 24.
Sto facendo esperienza della mia inadeguatezza, del non essere utile, di non essere capace di fare qualcosa di incredibile.
Sto facendo cose che chiunque altro potrebbe fare, e probabilmente non sono nemmeno la persona migliore per fare quello che sto facendo.
Altri mi hanno sottolineato un po’ questo aspetto dicendomi “insomma capiamo la bellezza di visitare le famiglie, andare in carcere… ma ci aspettavamo che tu stessi facendo qualcosa di più”.
È in questa banalità se vuoi, in questa semplicità, in questo non fare la differenza che mi sto trasformando, e che sono occasione di trasformazione dell’altro.
Sto scoprendo un modo di fare missione che è profondamente “normale”.
Non stiamo facendo nessuna rivoluzione, la nostra presenza non è fondamentale e molte delle cose che mi ritrovo a fare hanno un sapore familiare, sono cose che facciamo anche a casa nostra, cha fanno parte del quotidiano di ogni parrocchia.
So ce ci sono persone che hanno fatto gesti enormi che ci provocano (in questo momento penso a figure di missionari che mi hanno segnato profondamente), ma qua sto scoprendo che missione è semplicità.
Non è stravolgere il mondo che ti aspetta, ma prima di tutto e ACCOGLIERE questo mondo che ti aspetta.
Fartelo entrare dentro, mescolarti con esso e impregnarti delle sue contraddizioni e fatiche. Farne parte.
Solo allora si può lottare con esso.

Lavorare con le persone, non al loro posto
Mi sento ancora lontano anni luce a questa immersione…
Questo cammino sta passando da questo sentirmi inadeguato, questo essere “umiliato” dai giovani di qui, che sono più capaci e abituati a stare in questo ambiente.
Ed è qui, in questo riscoprirmi limitato che scopro l’enorme verità che sta nel motto dei Comboniani “salvare l’Africa con l’Africa”.
Il Ciad è davvero un paese complicato, e ci sono problematiche profonde che richiedono in coraggio di avere pazienza per affrontarle, e per eliminarle devono essere questi giovani che sto incontrando a rialzarsi, rimettersi in piedi e cominciare a camminare.
Non possiamo aiutarli a allargare l’orizzonte del loro sguardo, ma solo loro possono prendere in mano il destino di questo luogo, e così in ogni luogo.
Mi sto rendendo conto sempre più che il mio ruolo è quello di incoraggiarli, di credere nel loro lavoro, di gettare le reti sulla loro parola.
Di mettermi al loro fianco e lavorare con loro, non per loro.
Esperienze concrete in contesti diversi
Servire in Kenya
Mi chiamo Giovanni, ho 21 anni e mi trovo attualmente nella capitale del Kenya, Nairobi, come missionario della Comunità Papa Giovanni XXIII.
La mia esperienza è cominciata a settembre dell’anno scorso, quando ho sentito forte dentro di me il desiderio di partire ed andare a toccare con mano la povertà in un Paese del “terzo mondo”.
Cosi grazie al sostegno dei miei genitori e del mio padre spirituale, il 10 dicembre sono partito per questa avventura.
Fin da subito, quando sono arrivato, mi sono reso conto dell’enorme differenza socio-culturale ed economica tra il nostro Paese ed il Kenya eppure dentro di me avevo ed ho tutt’ora la sensazione di sentirmi come a casa.
Ovviamente non potrò mai essere esauriente nello spiegare a parole ciò che sto provando in questo periodo perché molto spesso l’unico modo per capire certe cose sta nel viverle sulla propria pelle.
Inizialmente posso dire che non è facile abituarsi ad uno stile completamente diverso nel vivere la giornata quotidiana.
Molte delle comodità che da noi si trovano facilmente in ogni abitazione, qui sono praticamente assenti.
I vestiti si lavano a mano, la doccia la si fa con acqua fredda, il cibo è principalente polenta e riso, molto spesso manca l’acqua corrente a causa dei lunghi periodi di siccità, ma se sei disposto veramente a metterti in gioco ti rendi conto delle tue vere potenzialità, dei tuoi veri limiti e poni le basi per crescere e migliorarti.
La casa di legno in cui vivo con altri 23 bambini e due educatori fa parte di un progetto che accoglie ragazzi di strada rifiutati o scappati dalla famiglia di appartenenza che si ritrovano per le vie di questa grande città a rubare o a spacciare per comprarsi un po di cibo.
Loro sono i più poveri di questa società. Quasi tutti sono asuefatti dallo sniffare colla che possono trovare molto facilmente in qualsiasi negozio.
Questa droga dalla quale sono completamente dipendenti è l’unica cosa che hanno.
Dormono per strada, i vestiti che indossano sono sempre gli stessi a meno che non ne trovino altri nella spazzatura.
Nella mia vita non ho mai visto nessuno più povero di cosi. Manca proprio la dignità della persona e sono bambini!
I momenti più intensi in questi 3 mesi li ho vissuti proprio durante un’ uscita in strada.
Come prima cosa si cerca di radunarli il più possibile in un unico posto, poi si fa qualche gioco e infine c’è la preghiera finale.
Il mio momento preferito è proprio quest’ultimo perché mi rendo conto di come siano vere le parole di Gesù: «Gli ultimi saranno i primi nel Regno dei Cieli».
Posso dire con sincerità che la mia fede non è niente in confronto alla loro.
Una volta addirittura si sono messi a recitare a memoria una parte del Vangelo di Giovanni, non ho potuto fare altro che commuovermi…
Non dimenticherò mai quello che sto vedendo qui. Certo non è facile stare con i poveri.
Ti mettono alla prova in continuazione. Ma ti aiutano a crescere e a capire quanto immensamente sei fortunato.
Ringrazio Dio ogni giorno per avermi guidato in questa scelta e lo ringrazio soprattutto per questa grande opportunità di vedere il suo volto negli occhi innocenti di questi ragazzi che chiedono aiuto.
Servire in Tanzania
Ciao, siamo Chiara e Laura, due ragazze di 19 anni, che fino a qualche mese fa non si conoscevano, ma che sono diventate compagne di missione.
Finite le superiori abbiamo partecipato al Corso Missioni ed è proprio lì che ci siamo conosciute, scoprendo che le cose che stavamo vivendo in quel periodo erano un po’ le stesse.
Entrambe un po’ incerte sul nostro futuro, ma con tanta voglia di metterci in gioco, toccare con mano realtà e culture diverse dalla nostra e anche imparare ad alzare un po’ lo sguardo da noi stesse.
Tornate a casa abbiamo capito che forse era davvero il momento giusto per fermarsi un attimo e prendere una decisione un po’ fuori dagli schemi: non iniziare subito l’università ma partire per una delle realtà che la Papa Giovanni XXIII ha nel mondo.
E i 3 giorni di condivisione e incontri ci hanno aiutato a chiamare per nome desideri, curiosità, aspettative, dubbi e paure sulla missione.
Così, solo qualche mese dopo, eccoci qui, a Bunju, in Tanzania, al Kituo cha watoto cha Baba Oreste (Centro dei bambini di Don Oreste), un verde e coloratissimo centro diurno che accoglie bambini e ragazzi con diversi tipi di disabilitá.
Servire in Venezuela
Oggi condividiamo con voi la testimonianza di Emanuele Conte, un giovane di Treviso che ha vissuto due mesi di esperienza di missione in Venezuela con i nostri frati.
La prima settimana di missione l’ho trascorsa nella Capitale: una città forte, contraddittoria, dove alla gradevolezza del clima (tutto l’anno é primavera!) si contrapponeva la vista di barrios (quartieri) con case ammassate l’una sull’altra.
Vivere per qualche giorno in un barrio popolare m’ha subito fatto toccare con mano la povertà che lì si vive, ma fin dal principio faceva da contraltare l’affettuosa accoglienza delle persone grazie alle quali mi sono sentito accettato e voluto bene già solo per il fatto di essere lì.
Dopo i primi giorni di “atterraggio” in questa nuova realtà mi sono trasferito nella città di Guanare, a circa sei ore di macchina da Caracas.
Qui sono rimasto per più di un mese, ospite del convento che è anche la casa madre di tutti gli altri: dove la missione francescana è nata, insomma.
Eravamo nel cuore del Venezuela, nella grande pianura che offre paesaggi così diversi da quelli italiani che colpivano costantemente i miei occhi.
Lì ho avuto tante opportunità di conoscere e stare con molte persone, mangiando in casa delle famiglie, partecipando alle attività parrocchiali organizzate dai frati per i giovani.
Ho inoltre vissuto alcuni giorni nella struttura del Buen Samaritano, una casa accoglienza per anziani, soli, malati.
Tutto ciò é stato una ricchezza immensa perché m’ha fatto conoscere l’Altro nelle sue bellezze e diversità che potevo solo immaginare ma non toccare fino a quando davvero non l’ho vissuto sulla mia pelle.
Qui ho capito perché spesso papa Francesco ci dice che “il tatto è il senso più completo, che ci mette la realtà nel cuore: toccare, farsi carico dell’altro. Se guardiamo senza toccare qual è il dolore della gente, mai potremo trovare un’altra via: è la cultura dell’indifferenza”.
Lo stare con l’altro, abbracciarlo e parlargli ha voluto dire risvegliare una parte di me che prima si era un po’ assopita portandomi a vivere la mia quotidianità con quell’indifferenza da cui ci mette in guardia il Pontefice.
Incontri, escursioni, silenzi: tutto mi parlava di un qualcosa di più grande di me a cui io stavo solo aprendo la porta.
Non ero più io che parlavo, ma qualcos’altro: Qualcun altro.
Tra tutte le esperienze fatte, una mi colpiva e parlava in particolare modo: la vita con i frati.
Loro erano una continua e vera testimonianza di fratelli che donano giorno dopo giorno la loro vita per giovani, famiglie, poveri e chiunque abbia bisogno.
L’accoglienza che mi hanno riservato non la dimenticherò mai.
Un incontro tutto speciale è stato quello con fra Pietro Buonamassa, uno dei fondatori della missione francescana in Venezuela.
Italiano come me, che ha dedicato tutta la sua vita alla missione, rinunciando a tutto per amore a Dio e alle persone di lì.
Un vero testimone di fede e carità.
Vivere con lui è stato forse il regalo più grande di cui ho goduto in quei due mesi.
Finito il periodo nel caldo di Guanare, ho virato verso il convento di Pueblo Llano, nello stato di Mérida: un luogo meraviglioso in mezzo alle Ande, dove al clima più fresco si univano paesaggi di montagna stupendi.
Qui ho trascorso poco più di una settimana, avendo modo però di conoscere la comunità e molti giovani del paese e delle frazioni vicine: una vera ricchezza culturale e spirituale che mi ha dato modo di conoscere anche le differenze di usanze tra gli abitanti della pianura venezuelana e quelli andini.
Infine, l’ultima settimana della mia missione l’ho trascorsa nel seminario francescano di San Cristóbal, ai confini con la Colombia.
Qui ho compiuto un’altra parte davvero profonda dell’esperienza, conoscendo tutti i ragazzi che stanno studiando e vivendo la loro vocazione nella chiamata a seguire Dio sui passi di San Francesco.
Ho fatto amicizia con molte persone che ogni giorno frequentano il seminario pregando e accompagnando i ragazzi nel loro cammino di donazione a Dio.
Qui ho imparato davvero tantissimo: la bellezza dello stare insieme, di scherzare, pregare e condividere ciò che abbiamo l’uno con l’altro.
Il pensiero, tanto semplice quanto rivoluzionario, che mi viene in mente ripensando all’esperienza di cui vi ho parlato è che “siamo tutti fratelli”.
Questa frase tanto semplice ed apparentemente banale non la cogliamo mai davvero fino a quando non ci sentiamo amati nel profondo, senza pregiudizi: questo è ciò che ho vissuto dal primo all’ultimo giorno della mia missione, e questa consapevolezza che piano piano ho maturato m’ha cambiato nel profondo.
Ora, tornato alla mia quotidianità, molto diversa da quella vissuta in Venezuela, ogni cosa che mi trovo a vivere ha un sapore tutto diverso, tutto nuovo.
Ciò che ho visto e udito lì l’annuncio ora con grande gioia a tutti voi che leggete, perché davvero la Vita ha la capacità di guidarci e sostenerci nei momenti più difficili: tutto sta nel lasciare indietro le nostre paure e rischiare, uscire da noi stessi e metterci in gioco fino in fondo, vivendo davvero.
Dramma Venezuela, a Telepace la testimonianza di una suora missionaria
Come preparare il primo viaggio missionario
Scopri la tua passione. Scegli un viaggio in linea con i tuoi interessi, che si tratti di istruzione, ambiente, sanità o lavoro sociale.
Scegli la tua destinazione. Pensa a dove vuoi andare.
Trova un programma che ti sostenga. Cerca organizzazioni affidabili che offrano programmi strutturati con alloggio, pasti, supporto locale e misure di sicurezza.
Analizza i costi. La maggior parte dei viaggi missionari prevede una quota di partecipazione per coprire le spese essenziali, ma non lasciatevi scoraggiare: molti volontari raccolgono fondi o ottengono sponsorizzazioni.
Preparati all’avventura. Probabilmente dovrai occuparti di aspetti come vaccinazioni, assicurazione di viaggio e visti.
Il tuo programma dovrebbe guidarti in tutto questo.
Come scegliere il luogo e le persone con cui partire
Per coloro che stanno pensando di trasferirsi per l’avanzamento del vangelo, essere umili significa chiedere aiuto nell’individuare un paio di luoghi su cui concentrare la scelta, piuttosto che pensare che tutto il mondo sia nelle loro mani.
Comincia con il prendere in considerazione quei posti in cui la tua chiesa sta già investendo.
C’è una chiesa internazionale o un gruppo missionario solido in una città dove potresti trasferirti?
Come potresti affiancarti a loro e incoraggiarli come membro di chiesa?
Forse non sarà la tua prima scelta, ma alla fine vedrai che lavorare con le persone giuste è quasi sempre più importante che trovare il posto perfetto.
Prendi in considerazione anche le organizzazioni missionarie con cui la tua chiesa collabora.
Anche i missionari o le organizzazioni sostenute dalla tua chiesa potrebbero fornirti un simile aiuto.
La responsabilità di essere un ponte
Mi ha colpito molto questa frase, perché davvero mi sento in questa condizione: di essere in un luogo, di vedere delle cose, da ascoltare, di vedere e incontrare persone, che molti altri e più “grandi”, o “meritevoli” di me avrebbero voluto e vorrebbero vedere.
Sento sempre più questa responsabilità di essere ponte per voi e per le persone qui di dialogo e opportunità di crescita e cambiamento!
Ci tenevo a ringraziare tutto il centro missionario per quello che fate, per la fiducia che date ai giovani e perché avete il coraggio di gettare le reti sulle nostre parole, sulle nostre proposte, sui nostri desideri e sogni.
Perché cercate di avere a cuore il sogno di lasciare qualcosa di bello e prezioso per coloro che verranno dopo di noi, perché coltivate i nostri sogni, i nostri progetti e ci date opportunità che tanti altri non anno!
Vi sprono a continuare a lavorare in questa direzione, di avere il coraggio di farvi provocare dai giovani e dai più poveri.
Di avere il coraggio e l’umanità di passare notte insonni perché siamo protagonisti di un sistema ingiusto, di avere il coraggio di non avere il cuore tranquillo perché siamo partecipi dell’ingiustizia, e per questi motivi avere il coraggio di stare in questa nostra condizione, non fuggire dai problemi e di fare il massimo che ci è dato per provare a risolverli.
Qua sto scoprendo quanto è prezioso ancora più che risolvere i problemi miei e degli altri, l’abitarli, lo starci dentro, il non fuggire da essi, il metterci la faccia e prendersi la propria responsabilità davanti a questi problemi.
Una vita ordinaria con un impatto duraturo
La missione può assumere forme diverse: una chiamata a tempo pieno, un’esperienza breve, una professione esercitata all’estero, il servizio in una comunità, l’insegnamento, l’assistenza sanitaria, l’educazione dei bambini o la condivisione quotidiana con persone fragili.
Certamente servono sempre missionari a tempo pieno, mandati dalle chiese; è ovvio che non sarai l’unico mezzo tramite il quale il mondo si spalancherà al vangelo di Cristo.
Il business in missione non è “la formula magica” - ma che cos’è?
Che bel modo di fare il proprio lavoro e vivere la propria vita!
Mi sto rendendo conto sempre più che il mio ruolo è quello di incoraggiarli, di credere nel loro lavoro, di gettare le reti sulla loro parola.
Di mettermi al loro fianco e lavorare con loro, non per loro.
Prego che voi, giovani uomini e giovani donne, e i vostri genitori possiate vedere e sapere in che modo il servizio missionario benedirà per sempre la vostra vita.
Spero che possiate conoscere nella vostra mente e sentire nel vostro cuore il potere dell’invito che il Signore estese ai grandi figli missionari di Mosia.
Egli disse: “Andate […] e stabilite la mia parola; tuttavia siate pazienti nella sopportazione e nelle afflizioni, per poter mostrare loro un buon esempio in me; e io farò di voi uno strumento nelle mie mani per la salvezza di molte anime”.