Il 24 agosto la Chiesa cattolica celebra San Bartolomeo Apostolo, uno dei Dodici scelti da Gesù e una figura che, pur comparendo poche volte nei Vangeli, ha lasciato un segno profondo nella storia del cristianesimo. La sua memoria liturgica è particolarmente sentita in molte città italiane e nel mondo, dove è venerato come patrono di numerose comunità e protagonista di antiche feste popolari che uniscono fede, tradizione e cultura.
La festa patronale di San Bartolomeo Apostolo si manifesta attraverso celebrazioni liturgiche, tridui e novene, processioni, benedizioni, pellegrinaggi, riti legati alla protezione dei bambini, feste marinare e iniziative popolari. Dalla Liguria alla Campania, dalla Toscana alla Sicilia, molte comunità rinnovano una devozione secolare che rappresenta un momento di forte partecipazione collettiva e di riscoperta delle proprie radici.
Chi era San Bartolomeo Apostolo
Tra le figure che camminarono accanto a Gesù durante il suo ministero terreno, San Bartolomeo occupa un posto silenzioso ma profondo. Il suo nome, che ricorre nei Vangeli sinottici, nasconde in realtà un’identità più antica: quella di Natanaele, “dono di Dio”.
Secondo la tradizione, Bartolomeo viene identificato con Natanaele, il discepolo citato nel Vangelo di Giovanni. Fu l’apostolo Filippo a presentarlo a Gesù con il celebre invito: «Vieni e vedi».
Originario di Cana di Galilea, lo stesso villaggio che avrebbe visto il primo miracolo di Gesù, Bartolomeo era probabilmente un uomo semplice, forse pescatore come altri apostoli. La sua anima, però, era in ricerca.
Secondo la tradizione, si era già accostato alla predicazione di Giovanni Battista, segno di un cuore inquieto che attendeva il Messia. Il suo incontro con Gesù avvenne per mano di Filippo, che gli annunciò con gioia di aver trovato colui che Mosè e i profeti avevano preannunciato.
La risposta di Bartolomeo fu istintiva, quasi tagliente: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” Una frase che rivelava lo stupore, ma anche la franchezza tipica di chi non si lascia facilmente trascinare da entusiasmi superficiali.
Eppure bastò poco per aprirgli gli occhi. Quando si avvicinò a Gesù, il Maestro lo accolse con parole che gli toccarono l’anima: “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”. Natanaele rimase sorpreso.
“Come mi conosci?”, chiese. E Gesù, svelandogli di averlo visto mentre era sotto un fico prima ancora che Filippo lo chiamasse, mostrò di conoscere ciò che è nascosto agli occhi degli uomini.
Fu in quel momento che Bartolomeo riconobbe in lui il Figlio di Dio, il Re d’Israele. Fu così che iniziò il cammino di fede e di sequela, un cammino fatto di silenzio, ascolto e testimonianza.
Bartolomeo tra gli apostoli e nella vita di Gesù
Di Bartolomeo non si raccontano gesti clamorosi durante il tempo della predicazione pubblica di Gesù, e forse proprio questo silenzio lo rende ancora più vicino a tanti fedeli che vivono la loro fede senza clamore, ma con dedizione.
Bartolomeo fu uno dei dodici Apostoli di Gesù. Il suo nome compare nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca e negli Atti degli Apostoli.
San Bartolomeo visse in prima persona i momenti più intimi e decisivi del ministero terreno di Gesù. Fu presente accanto al Maestro lungo le strade della Galilea, nei villaggi e nei deserti, nelle folle e nei silenzi.
Come apostolo, condivise non solo la fatica dell’annuncio, ma anche la profondità dell’amicizia con il Figlio di Dio. Era lì, tra i Dodici, nella sera dell’ultima cena in cui Gesù spezzò il pane per l’ultima volta.
Sedeva nel cenacolo, testimone dell’istituzione dell’Eucaristia e del dono del sacerdozio, mentre il Signore affidava ai suoi il memoriale dell’amore. Quel gesto, così semplice e così eterno, Bartolomeo lo ricevette con la stessa fede che lo aveva portato a riconoscere Gesù come Re d’Israele.
Dopo l’Ascensione, la sua presenza non venne meno. Lo si ritrova ancora una volta nella città santa, tra gli apostoli riuniti nel cenacolo, in attesa della promessa del Padre.
In quella stanza, lo Spirito Santo scese come fuoco vivo, posandosi su ciascuno. Bartolomeo ricevette quella fiamma con cuore disponibile, pronto a partire per annunciare il Vangelo fino ai confini del mondo.
La missione evangelizzatrice e il martirio
Dopo la risurrezione di Cristo e la Pentecoste, Bartolomeo iniziò la sua missione evangelizzatrice. Le fonti antiche e la tradizione raccontano che portò il Vangelo in diverse regioni dell’Oriente, tra cui l’Arabia, la Mesopotamia, l’India e soprattutto l’Armenia, considerata uno dei luoghi principali della sua predicazione.
Non ci sono certezze storiche sulle sue destinazioni, ma la tradizione parla di viaggi lunghi e faticosi, che lo portarono fino alle terre dell’India e dell’Armenia. Si racconta che proprio in Armenia riuscì a convertire molti, dopo aver liberato la figlia del re Polimio da uno spirito maligno.
Quel gesto produsse una conversione che toccò la corte e intere città, ma anche la reazione violenta di chi non accettava la luce del Vangelo. La conversione del re, della sua famiglia e di intere città segnò l’inizio di una nuova vita, ma accese anche un’ira violenta in coloro che vedevano nella luce del Vangelo la fine dei propri privilegi.
La tradizione riferisce che proprio in Armenia subì il martirio. Il racconto più conosciuto narra che fu scuoiato vivo e successivamente decapitato per ordine delle autorità locali, motivo per cui nelle opere d’arte viene spesso raffigurato con in mano un coltello, simbolo del suo martirio, oppure con la propria pelle sulle spalle.
Astiage, fratello del re e fedele ai culti pagani, non sopportò che i templi perdessero seguaci, né che le statue venissero abbattute. Fu istigato dai sacerdoti, turbati da quel Dio che non si poteva toccare, ma che parlava ai cuori.
E fu così che Bartolomeo venne arrestato, condotto davanti ai suoi persecutori e condannato a una morte crudele. Non fu ucciso con un solo colpo.
Il suo corpo venne umiliato, torturato, consumato nel fuoco e nel dolore. Fu prima flagellato e poi appeso a testa in giù sopra erbe umide e maleodoranti, nella speranza che il fumo lo soffocasse.
Ma la sua resistenza fu tale da spingere i suoi carnefici a una ferocia ancora più cieca. Lo scorticarono vivo, lasciandogli intatti soltanto gli occhi e la lingua.
Con quegli occhi che avevano visto il volto di Cristo, e con quella lingua che aveva proclamato il Regno, Bartolomeo testimoniò fino all’ultimo la sua fede. Infine, fu decapitato.
Il significato del martirio nelle immagini sacre
Questa scena di dolore, tramandata da antichi Padri della Chiesa come Sant’Ippolito e Sant’Agostino, non venne mai dimenticata. La memoria di quel martirio sopravvisse ai secoli, trovando forma nelle immagini che artisti e credenti continuarono a scolpire e a dipingere.
Nessun altro apostolo, forse, fu rappresentato con tanta forza drammatica. Nella Cappella Sistina, Michelangelo volle raffigurarlo con la pelle tra le mani, come un mantello di carne.
Nelle chiese, nei dipinti e nelle statue, Bartolomeo continua a parlare attraverso il coltello, segno del suo supplizio, e quella pelle portata con dignità, come fosse veste sacerdotale.
Il racconto più conosciuto narra che fu scuoiato vivo e successivamente decapitato per ordine delle autorità locali, motivo per cui nelle opere d’arte viene spesso raffigurato con in mano un coltello, simbolo del suo martirio, oppure con la propria pelle sulle spalle.

San Bartolomeo nel Giudizio Universale di Michelangelo
Tra le figure scolpite nel fuoco e nella luce del Giudizio Universale affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina, una spicca per la sua potenza tragica e silenziosa: è San Bartolomeo, testimone eterno di un martirio che non ha mai smesso di parlare.
Lo si scorge ai piedi del Cristo giudice, nel cuore della scena finale della storia della salvezza. Non ha più la pelle sul corpo: la tiene tra le mani, come un mantello che non veste più la carne ma la memoria.
In una mano impugna il coltello, strumento del suo supplizio, nell’altra solleva la pelle, e su quel volto di carne strappata si intravede qualcosa di più che un tratto artistico: c’è un’anima.
Secondo molti studiosi e devoti, Michelangelo volle dipingere in quel volto il proprio autoritratto. Si ritrasse sulla pelle martoriata del santo, forse per confessare la sua stessa fragilità, forse per dire che ogni uomo, alla fine, si presenta nudo davanti a Dio, con la sola verità della propria coscienza.
La scelta di rappresentare se stesso non sul volto di un beato, ma su quello sfigurato di un martire, non fu un gesto di vanità, ma un atto di umiltà profonda. Come se l’artista, nel momento supremo del giudizio, non potesse collocarsi altrove se non nella carne lacerata di chi ha donato tutto.
Michelangelo, che conosceva le profondità dell’animo umano, riconobbe in Bartolomeo l’immagine più vicina alla propria inquietudine, alla propria fede segnata dalla fatica e dalla lotta. In quell’immagine, arte e santità si toccano.
Il corpo scuoiato del santo non è uno scandalo da nascondere, ma un vessillo che parla di un amore più forte della morte. E quella pelle, che nel mondo era stata strappata con violenza, diventa in cielo segno di gloria.
Quando si celebra San Bartolomeo
Ogni anno, il 24 agosto, la Chiesa fa memoria dell’apostolo Bartolomeo, ricordandolo non solo per il suo martirio, ma per la fede incrollabile che lo spinse a donare tutto.
È una festa che celebra il coraggio silenzioso, la predicazione instancabile e la fedeltà fino alla fine. Non è una solennità tra le più conosciute, eppure custodisce un significato profondo per chi riconosce nella vita dei santi una traccia da seguire.
| Data | Significato |
|---|---|
| 23 agosto | Vigilia della festa e celebrazioni preparatorie in diverse comunità |
| 24 agosto | Memoria liturgica e festa patronale di San Bartolomeo Apostolo |
| 25 agosto | Data della festa in alcuni calendari antichi |
L’apostolo è presente in tutti i calendari, ma con una certa discordanza nelle date. La ricorrenza prevalente è quella del 24 agosto, ma in tre calendari a questa data è segnata la vigilia, essendo la festa spostata al giorno 25 agosto.
Questa data, però, porta con sé anche un’ombra. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1572, a Parigi e in molte città della Francia, migliaia di cristiani ugonotti furono massacrati in quello che è passato alla storia come la “notte di San Bartolomeo”.
Un evento tragico, profondamente contrario allo spirito di chi portava quel nome. Bartolomeo, infatti, fu uomo di pace, apostolo della riconciliazione, missionario della Parola che salva.
L’orrore di quella notte non macchia la sua figura, ma richiama con forza alla necessità di una fede che non si trasformi mai in violenza.
Le tradizioni delle feste patronali
In Italia il culto di San Bartolomeo è molto diffuso. Numerosi comuni lo hanno scelto come patrono e ogni anno, intorno al 24 agosto, organizzano celebrazioni religiose, processioni e feste popolari.
La memoria liturgica è particolarmente sentita in molte città italiane e nel mondo, dove è venerato come patrono di numerose comunità e protagonista di antiche feste popolari che uniscono fede, tradizione e cultura.
Le celebrazioni possono comprendere:
- messe solenni e concelebrazioni eucaristiche;
- tridui di preparazione e preghiere di affidamento all’Apostolo;
- vespri, adorazione e benedizioni eucaristiche;
- processioni con statue, casse processionali o reliquiari;
- pellegrinaggi cittadini e diocesani;
- benedizioni del mare, dei monti e delle campagne;
- riti di unzione con olio benedetto;
- bancarelle, dolci tradizionali, giochi e iniziative per bambini;
- concerti bandistici e spettacoli musicali;
- attività culturali, cammini e visite ai luoghi di culto.
La festa rappresenta dunque un’occasione in cui devozione e identità collettiva si incontrano. L’oratorio, la confraternita, la musica e la processione diventano parti di un unico racconto, capace di unire la memoria religiosa alla storia della comunità e al territorio.
La forza della tradizione risiede proprio nella continuità di questi gesti: dall’intimità della preghiera nell’Oratorio alla solennità della liturgia, fino alla processione nelle strade e alla benedizione rivolta al mare.
La festa di San Bartolomeo a Benevento
La città di Benevento si prepara a vivere la festa in onore di San Bartolomeo apostolo, patrono dell’arcidiocesi e della città di Benevento. Un appuntamento che rinnova il legame tra fede e identità del capoluogo sannita.
La storia delle reliquie a Benevento
Bartolomeo di Cana di Galilea è ricordato nei vangeli come uno dei dodici apostoli. Otto secoli dopo aver subito il martirio in Armenia, secondo gli atti della traslazione, il corpo fu trasportato dapprima a Lipari; di qui, nell’838, fu traslato in Benevento e deposto nella Cattedrale, in una cappella appositamente edificata dal principe Sicardo e dal vescovo Orso.
I Beneventani ab immemorabili tributarono sempre un fervido culto a San Bartolomeo, patrono principale della città, e ripetutamente ne difesero il sacro deposito dalle mire usurpatrici di re e imperatori.
In suo onore, fin dal 1112, essi vollero erigere una splendida basilica, contigua alla Cattedrale, dove ora ha sede l’ingresso del museo diocesano, che poté essere consacrata dall’arcivescovo Arnaldo de Brussac solo due secoli dopo, il 25 agosto 1338.
Il tempio, meta di ininterrotti pellegrinaggi, fu completamente distrutto dai terremoti del 1688 e del 1702. La devozione dei Beneventani e soprattutto dell’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, che nel 1698 aveva compiuto la ricognizione canonica delle reliquie; provvide ben presto, su progetto dell’architetto Filippo Raguzzini, ad edificare l’odierna basilica.
In essa ancor oggi riposano le sacre spoglie dell’Apostolo, in essa solennemente traslate l’8 maggio 1729 dallo stesso arcivescovo Orsini, divenuto, nel 1724, papa col nome di Benedetto XIII.
Le celebrazioni diocesane
Il triduo di preparazione ci sarà dal 21 al 23 agosto 2026; alle ore 19 celebrazione della santa Messa e preghiera di affidamento all’Apostolo.
Lunedì 24 agosto, solennità di San Bartolomeo, saranno celebrate sei Messe alle ore 8; 9, 10; 11; 12 e 19; quest’ultima concelebrazione eucaristica sarà presieduta da mons. Autuoro, arcivescovo metropolita di Benevento, con la partecipazione delle autorità civili e militari.
Il 23 agosto alle ore 22 si svolgerà un pellegrinaggio diocesano in onore di San Bartolomeo. Il ritrovo e la partenza del pellegrinaggio saranno dalla basilica della Madonna delle Grazie per attraversare viale San Lorenzo, corso Dante, corso Garibaldi con arrivo in piazza Federico Torre.
Sul sagrato della basilica del Santo ci sarà un momento di preghiera a cura della Pastorale Giovanile, Vocazionale e Universitaria. Al termine è previsto il passaggio davanti alle reliquie dell’Apostolo.
San Bartolomeo patrono delle Isole Eolie
Per gli eoliani è semplicemente San Bartolo. Il suo nome appartiene a Lipari da così tanti secoli che è difficile separare la storia dell’isola da quella del suo patrono.
La Cattedrale porta il suo nome, la sua statua d’argento attraversa ancora oggi le strade della città e quattro volte l’anno Lipari rinnova una devozione che affonda le proprie radici nei primi secoli del Cristianesimo.
Dietro quelle processioni, il Vascelluzzo, il Sacro Pollice e le feste che ancora oggi scandiscono l’anno esiste una storia antichissima. Una storia che attraversa quasi diciotto secoli e nella quale fede, memoria e avvenimenti storici si sono intrecciati fino a diventare parte dell’identità stessa delle Isole Eolie.
Il viaggio delle reliquie verso Lipari
Secondo l’antica tradizione, dopo il martirio il corpo dell’Apostolo venne deposto in un’arca. Le sue reliquie, insieme a quelle di altri martiri, furono affidate al mare.
L’arca contenente il corpo di Bartolomeo non scomparve però tra le acque. Iniziò invece un viaggio straordinario attraverso il Mediterraneo, fino a raggiungere le coste delle Isole Eolie.
Era il 13 febbraio del 264. In quegli anni il vescovo di Lipari era Agatone.
La tradizione racconta che San Bartolomeo gli apparve in sogno, annunciandogli il proprio arrivo e indicandogli il luogo nel quale avrebbe trovato le sue spoglie. Agatone si recò allora sulla riva insieme al clero e agli abitanti dell’isola.
L’arca era lì. Era arrivata dal mare.
Il racconto tramandato nei secoli narra anche delle difficoltà incontrate nel trasportarla. Gli uomini provarono a spostarla, ma ogni tentativo sembrava inutile.
Soltanto quando intervennero dei bambini fu possibile condurre l’arca verso il luogo destinato ad accoglierla. Lipari accolse così colui che sarebbe diventato il suo patrono e il protettore dell’intero arcipelago.
San Bartolomeo era arrivato alle Eolie. Ed è forse difficile immaginare un’immagine più adatta a queste isole: un Santo giunto attraverso il mare e accolto da una comunità che del mare aveva fatto la propria vita.

La devozione e il pellegrinaggio medievale
Da quel momento la devozione verso l’Apostolo divenne sempre più profondamente legata alla vita dell’isola. Le testimonianze storiche dei secoli successivi mostrano quanto il culto di San Bartolomeo fosse ormai importante e quanto Lipari fosse conosciuta nel mondo cristiano proprio per la presenza delle sue reliquie.
L’isola divenne anche luogo di pellegrinaggio. Nel 729, durante il lungo viaggio che lo avrebbe portato verso la Terra Santa, arrivò a Lipari anche San Villibaldo, pellegrino anglosassone che volle fermarsi sull’isola per venerare le reliquie dell’Apostolo.
È un particolare che permette di comprendere l’importanza raggiunta da Lipari nell’Alto Medioevo. Un uomo partito dall’Europa settentrionale e diretto verso Gerusalemme conosceva l’esistenza delle reliquie di San Bartolomeo e raggiunse questa piccola isola del Mediterraneo per venerarle.
L’incursione musulmana e il trasferimento delle reliquie
Tra l’838 e l’839 Lipari subì una devastante incursione musulmana. La città venne distrutta, molti abitanti furono uccisi e altri deportati.
Anche il luogo nel quale erano custodite le reliquie di San Bartolomeo venne profanato. La tradizione racconta che le sacre spoglie furono disperse, ma alcuni monaci riuscirono a riconoscerle e recuperarle.
Le reliquie lasciarono quindi Lipari e raggiunsero successivamente Benevento, dove la devozione verso San Bartolomeo avrebbe assunto a sua volta una straordinaria importanza.
Per Lipari cominciarono secoli difficili. L’isola conobbe un lungo periodo di decadenza e spopolamento. Ma San Bartolomeo, anche se le sue spoglie avevano lasciato l’isola, non lasciò mai la memoria degli eoliani.
La rinascita normanna di Lipari
Una nuova pagina della storia eoliana si aprì con l’arrivo dei Normanni. Nel 1083 il conte Ruggero I inviò a Lipari l’abate Ambrogio insieme a un gruppo di monaci benedettini.
Sul Castello cominciò la rinascita religiosa e civile dell’isola. Vennero costruiti il monastero e una nuova chiesa. E quella chiesa fu dedicata ancora una volta a San Bartolomeo.
Nel 1131, con la riorganizzazione della sede vescovile, la chiesa divenne Cattedrale. Accanto ad essa rimane ancora oggi una delle testimonianze più preziose di quella stagione: il magnifico chiostro normanno, sopravvissuto alle distruzioni che nei secoli successivi avrebbero nuovamente colpito Lipari.
La scelta di dedicare la nuova chiesa a San Bartolomeo racconta quanto fosse rimasto profondo il legame tra il Santo e gli abitanti. Le reliquie avevano lasciato l’isola da secoli. San Bartolo, invece, era rimasto.
Il sacco di Lipari del 1544
Nel 1544 Lipari visse un’altra delle pagine più tragiche della propria storia. La flotta ottomana guidata da Khayr al-Din, conosciuto in Occidente come Barbarossa, attaccò l’isola.
Lipari venne devastata. Una parte consistente della popolazione fu catturata e deportata e anche la Cattedrale subì gravissimi danni.
La città dovette essere nuovamente ricostruita. Anche la chiesa di San Bartolomeo risorse dalle proprie rovine e nei secoli successivi venne ampliata e trasformata fino ad assumere progressivamente l’aspetto che conosciamo oggi.
Nel Settecento furono realizzati importanti interventi decorativi, cappelle e opere d’arte. Nel 1728 venne realizzata anche la grande statua d’argento di San Bartolomeo, ancora oggi protagonista delle celebrazioni dedicate al patrono.
Il Sacro Pollice e le reliquie
Lipari conserva ancora preziose reliquie attribuite a San Bartolomeo. Tra le più importanti e venerate vi è il Sacro Pollice, custodito in un prezioso reliquiario d’argento.
La reliquia era custodita nella Cattedrale insieme ad altre reliquie e, dopo il sacco di Lipari del 1544, venne portata via dall’isola. Attraverso diversi passaggi arrivò successivamente a Napoli.
Nel 1585, durante l’episcopato di Martino d’Acugna, il Sacro Pollice venne riportato a Lipari. Oggi la reliquia è custodita in una teca d’argento raffigurante un braccio benedicente e continua a essere esposta in occasione delle celebrazioni dedicate al patrono.
U Vascelluzzo e il miracolo del grano
Per comprendere il Vascelluzzo bisogna tornare al 1672. Lipari attraversava un periodo di gravissima carestia. Il grano scarseggiava e la fame minacciava la popolazione.
La tradizione ricorda in quei giorni l’arrivo provvidenziale di un carico di grano, attribuito dalla popolazione alla protezione di San Bartolomeo. Quell’episodio rimase profondamente impresso nella memoria collettiva dell’isola.
Secoli dopo prese forma uno dei simboli più belli della devozione eoliana: U Vascelluzzu, un grande reliquiario realizzato a forma di nave.
L’attuale Vascelluzzo fu realizzato dagli argentieri palermitani Perricone-Marano e venne benedetto il 23 agosto 1930. Secondo la documentazione conservata dal Comune di Lipari, per la sua realizzazione furono utilizzati circa 30 chilogrammi d’argento e 2 chilogrammi d’oro.
Sul piccolo vascello è custodita la teca contenente il frammento attribuito alla pelle del Santo, insieme a una statuetta d’oro di San Bartolomeo.
Durante le grandi processioni il Vascelluzzo precede la statua d’argento del patrono. E ancora una volta ritorna il mare.
Una nave d’argento porta per le strade di Lipari la reliquia del Santo che, secondo l’antica tradizione, proprio dal mare era arrivato sull’isola nel 264.
Le quattro feste di San Bartolomeo a Lipari
Una particolarità della devozione liparese è che San Bartolomeo viene festeggiato quattro volte durante l’anno. Ognuna di queste ricorrenze conserva una parte della storia e della memoria dell’isola.
| Data | Nome e significato |
|---|---|
| 13 febbraio | San Bartolo dei Pescatori, in ricordo dell’arrivo delle reliquie a Lipari nel 264 |
| 5 marzo | San Bartolo dei Contadini, legato al lavoro della terra |
| 24 agosto | La grande festa di San Bartolomeo Apostolo |
| 16 novembre | Ringraziamento dopo il terremoto del 1894 |
Il 13 febbraio ricorda l’arrivo delle reliquie di San Bartolomeo a Lipari nel 264. È tradizionalmente conosciuta come la festa di San Bartolo dei Pescatori.
Il 5 marzo viene celebrato San Bartolo dei Contadini. Il nome stesso della festa racconta un’altra parte della vecchia società eoliana.
Prima che il turismo trasformasse profondamente l’economia delle isole, la vita degli eoliani era legata non soltanto alla pesca e alla navigazione, ma anche alla terra: vigneti, capperi, ulivi e piccoli appezzamenti coltivati persino sui pendii delle montagne.
San Bartolo proteggeva chi andava per mare e chi lavorava la terra. Il 24 agosto rappresenta la più importante delle celebrazioni liparesi.
Per giorni Lipari si prepara alla festa. La statua d’argento del Santo e il Vascelluzzo lasciano la Cattedrale e attraversano le strade della città accompagnati dai fedeli e dalle confraternite.
La processione raggiunge Marina Corta e il mare torna ancora una volta a fare da sfondo al rapporto tra San Bartolomeo e il suo popolo.
Non è soltanto il patrono della città di Lipari. San Bartolomeo è patrono e protettore delle Isole Eolie.
La quarta festa viene celebrata il 16 novembre ed è legata al terremoto del 1894 che colpì la Calabria meridionale e l’area dello Stretto di Messina. A Lipari la protezione dell’isola venne attribuita all’intercessione di San Bartolomeo.
Il 16 novembre divenne così una giornata di ringraziamento al patrono. Ancora una volta, davanti a uno dei pericoli che da sempre accompagnano la vita di queste isole vulcaniche, gli eoliani si affidarono al loro Santo.
La festa di San Bartolomeo a Pistoia
San Bartolomeo apostolo è celebrato a Pistoia con una devozione singolare: non solo come santo titolare della chiesa, ma in modo speciale come protettore dei bambini.
Fra le particolarità di Pistoia, c’è quella di essere l’unica tra le città toscane a dedicare un culto all’apostolo Bartolomeo che omaggia come santo protettore dei bambini e delle bambine.
Il 24 agosto, giorno della festa del santo, sin da tempi remoti, la piazza antistante la chiesa di San Bartolomeo in Pantano e le vie adiacenti si animano di bambini e bambine che vengono portati “ad ungere” presso l’altare perché siano protetti proprio da San Bartolomeo contro le insidie degli spiriti maligni.
Le origini dell’unzione dei bambini
Le sue radici affondano nel XV secolo, quando i Canonici Lateranensi introdussero l’uso dell’unzione con olio benedetto sulla fronte dei piccoli, per proteggerli dalle insidie degli spiriti e dalle malattie, tradizione che ancora oggi anima il centro storico ogni 23 e 24 agosto.
La tradizione si affermò a Pistoia quando la comunità benedettina di S. Bartolomeo venne sostituita, nel 1433, dai Canonici Lateranensi dell’ordine di Sant’Agostino che diffusero un rito di origine umbra.
Per questo motivo nella formula di accompagnamento al rito dell’unzione, che consiste in un piccola croce tracciata sulla fronte, viene citato Sant’Ubaldo, vescovo di Gubbio e, appunto, canonico lateranense.
Il rito è semplice e continuativo: più sacerdoti attendono alla balaustra l’arrivo dei fedeli, hanno in mano un piccolo contenitore con olio benedetto e umettandosi il pollice, con quello ungono la fronte disegnando appena una croce e pronunciando la formula: “Per intercessione del SS. Bartolomeo e Ubaldo, ti liberi il Signore da tutti i mali, in nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo”.
A Pistoia vi è un modo di dire che rende conto di questa tradizione ancora viva: quando si vuole indicare un bambino vivace e con le ginocchia escoriate, lo si chiama “sanbartolomeo”, oppure, in forma abbreviata, “sammeo” con riferimento al santo apostolo e martire, morto per scorticamento.
La festa dei bambini tra sacro e profano
Venerdì 23 e sabato 24 agosto sono in programma due giorni di festeggiamenti con celebrazioni religiose e momenti di svago e divertimento.
La piazza e le vie vicine si colorano con tante bancarelle di giocattoli e dolciumi fra i quali spicca la “Corona di San Bartolomeo” fatta con grossi biscotti di pasta frolla chiamati “pippi”, alternati a confetti e cioccolatini, che viene, tradizionalmente, messa al collo dei bambini.
Sulle bancarelle, per San Bartolomeo, si trovano svariati dolciumi locali: in particolare la maggiore delle curiosità dolciarie dedicate a questa festa è costituita dalla corona di San Bartolomeo, che è la corona del Rosario fatta con impasto dolce cotto al forno.
I protagonisti dolciari sono i “pippi”, biscotti di pastafrolla disposti a formare una corona - la cosiddetta corona di San Bartolomeo - che viene posta al collo dei bambini come amuleto e simbolo di protezione.
I pippi rappresentano un patrimonio identitario della città: nati come gesto devozionale, oggi vengono reinterpretati da botteghe artigiane in chiave moderna, con varianti creative che spaziano dai gusti fruttati a quelli più ricchi e golosi.
Nel pomeriggio della festa sono previsti momenti ricreativi con giochi di strada e giochi gonfiabili nel giardino della chiesa. La festa dei ragazzi con giocattoli e dolciumi coinvolge generazioni tra riti sacri, dolcezze, giochi e animazioni per bambini.
La storia del culto pistoiese
La documentazione del culto risale al VI secolo, quando Giustiniano elevò un basilica in Mesopotamia in onore dell’apostolo.
Nella seconda metà dello stesso secolo le sue spoglie furono portate in Italia attorno al 580 erano nelle isole Lipari; assai più tardi, nel 838 circa a Benevento; infine furono deposte a Roma, nella chiesa di San Bartolomeo dell’Isola Tiberina, forse per volere di Ottone III.
Il culto dell’apostolo si diffuse nel mondo occidentale fin dall’alto Medioevo, anche in periodo del regno longobardo.
Risale al 764 la prima documentazione del monastero pistoiese di San Bartolomeo, che il longobardo Gaibold aveva fondato nella prima metà del secolo VIII fuori delle mura altomedioevali della città, uno dei più antichi luoghi di culto dedicati all’apostolo.
Il monastero rappresentò per molti secoli una delle più importanti istituzioni ecclesiastiche pistoiesi. Agli inizi del IX secolo ebbe gravi divergenze con la corte regia che furono peraltro risolte a favore del monastero da due placiti nella prima metà dello stesso secolo.
Un suo abate, Gausprand, fu eletto Vescovo di Pistoia. Per la chiesa ricostruita in forme romaniche alla metà del secolo XII, fu istituita un’opera che gestì anche uno spedale.
La notorietà e l’importanza del monastero cittadino contribuiranno a diffondere la devozione per l’apostolo in tutta la diocesi.
Una testimonianza è fornita anche dal Martirio di San Bartolomeo raffigurato nel ciclo degli affreschi trecenteschi che decoravano la cappella vescovile di San Niccolò.
La festa di San Bartolomeo a Varazze
A Varazze torna l’appuntamento con la festa di San Bartolomeo apostolo, patrono dei pescatori, una ricorrenza profondamente legata alla storia e alla tradizione della comunità.
Devozione popolare e tradizione confraternale si intrecciano nelle celebrazioni promosse dalla Confraternita di San Bartolomeo, insieme alla Parrocchia di Sant’Ambrogio e alla Chiesa conventuale di San Domenico.
Il momento centrale sarà, come ogni anno, la solenne processione del 24 agosto. La ricorrenza prenderà avvio nella serata del 23 agosto, vigilia della festa.
Alle 20.45, nell’Oratorio di San Bartolomeo, sono in programma l’esposizione del Santissimo Sacramento, l’adorazione e la benedizione eucaristica. Alle 21.30, in piazza San Bartolomeo, la serata proseguirà con il concerto della Banda Musicale Cardinal Cagliero.
Il 24 agosto, festa liturgica di San Bartolomeo apostolo, le celebrazioni inizieranno alle 8.30 con la Santa Messa celebrata dai Padri Domenicani.
Alle 11 sarà celebrata la messa solenne, presieduta dal parroco don Claudio Doglio, in suffragio dei confratelli e delle consorelle defunti. La celebrazione sarà animata dal Coro Polifonico Beato Jacopo da Varagine, con la partecipazione dei priori delle confraternite.
Il momento più atteso della giornata sarà quello della sera. Alle 20, nell’Oratorio, saranno celebrati il vespro e la preghiera a San Bartolomeo, cui seguirà la solenne processione per le vie del Borgo Solaro.
La cassa processionale del santo uscirà così dall’oratorio per incontrare la comunità, attraversando gli spazi della città e rinnovando uno dei gesti più significativi della tradizione confraternale ligure: la processione come espressione pubblica di fede, memoria e partecipazione.
Particolarmente significativa sarà la sosta in piazza Nello Bovani, dove verrà recitata la preghiera per la benedizione del mare e dei monti.
Al termine il corteo raggiungerà piazza San Bartolomeo, dove si terrà la benedizione conclusiva. Ad accompagnare la processione saranno le bande musicali Cardinal Cagliero e Città di Cogoleto.
La festa rappresenta dunque un’occasione in cui devozione e identità collettiva si incontrano. L’oratorio, la confraternita, la musica e la processione diventano parti di un unico racconto, capace di unire la memoria religiosa alla storia della comunità e al territorio.
La festa patronale e il rapporto con il mare
San Bartolomeo è patrono di diverse comunità marinare. A Varazze è venerato come patrono dei pescatori, mentre nelle Isole Eolie è patrono e protettore dell’intero arcipelago.
La presenza del mare assume un valore particolare nella tradizione di Lipari. Una nave d’argento porta per le strade della città la reliquia del Santo che, secondo l’antica tradizione, proprio dal mare era arrivato sull’isola nel 264.
Per secoli gli abitanti delle sette isole hanno vissuto in un territorio bellissimo ma fragile. Eruzioni, terremoti, tempeste, carestie, incursioni, isolamento ed emigrazione hanno segnato profondamente la storia delle Eolie.
In questo mondo la devozione non era qualcosa di separato dalla vita quotidiana. Il Santo era invocato dal pescatore prima di affrontare il mare, dal contadino che aspettava la pioggia, dalle famiglie nei momenti di pericolo.
San Bartolo era protezione, ma anche appartenenza. Ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui il suo culto ha attraversato quasi diciotto secoli senza perdere il proprio significato.
Chi protegge San Bartolomeo
San Bartolomeo non è soltanto una figura del passato. La sua presenza continua a farsi sentire nella vita concreta di tante persone, specie di coloro che trovano nel lavoro delle mani o nella sofferenza del corpo una via per cercare Dio.
La tradizione lo ha riconosciuto come patrono di numerose categorie di artigiani: sarti, calzolai, conciatori, pellicciai, macellai, legatori di libri, guantai.
In lui, uomini e donne che lavorano con strumenti da taglio e con la pelle hanno trovato un protettore capace di comprendere il senso del sacrificio e della fatica quotidiana.
Il suo nome divenne invocazione per tutti coloro che lavorano con lame o cuoio: conciatori, calzolai, guantai, macellai, rilegatori.
La ragione di questa vicinanza è profondamente legata al suo martirio: Bartolomeo fu infatti scuoiato vivo, e proprio quella ferita che avrebbe potuto spegnere la speranza è divenuta segno di protezione.
San Bartolomeo è inoltre patrono di diverse categorie professionali legate al lavoro della pelle e dei tessuti, come conciatori, pellettieri e macellai.
La protezione contro le malattie della pelle
A lui si rivolgono medici dermatologi e quanti portano i segni di malattie cutanee. A motivo delle torture subite, il santo è invocato con fede da chi soffre di malattie della pelle, dalle più lievi eruzioni fino a condizioni croniche come psoriasi e infiammazioni dolorose.
Una tradizione popolare racconta di un “burro di San Bartolomeo”, un unguento ispirato da una sua apparizione a una contadina, usato per curare affezioni della pelle.
In alcune regioni, si racconta che sia apparso a una donna povera della Valle del Reno, con la pelle ancora lacerata, e che lei gli abbia curato le ferite con un unguento semplice, poi chiamato “burro di San Bartolomeo”.
Da quel momento, quel rimedio naturale divenne segno della sua intercessione per chi porta nel corpo piaghe che non trovano sollievo.
La protezione contro i mali dell’anima
Il suo nome è pronunciato anche nelle preghiere di chi è tormentato nell’anima. Durante la sua predicazione, Bartolomeo liberò persone oppresse da spiriti maligni e guarì malati, tra cui la figlia del re Polimio, posseduta da un demone.
Da allora, è invocato come guaritore nelle situazioni di spasmi, convulsioni e possessioni. In lui, molti vedono una luce capace di penetrare le oscurità interiori più profonde.
Le reliquie di San Bartolomeo tra Lipari, Benevento e Roma
Le reliquie di San Bartolomeo hanno attraversato i secoli seguendo un lungo percorso. Dopo essere state custodite in Oriente, furono trasferite prima a Benevento e successivamente a Roma, dove ancora oggi sono conservate nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola, sull’Isola Tiberina.
Il corpo di Bartolomeo, martirizzato ad Albanopoli, fu inizialmente trasferito in Mesopotamia. Ma anche dopo la morte, non fu lasciato in pace.
In un’epoca ostile al cristianesimo, le sue reliquie furono gettate in mare. E tuttavia non affondarono. Il sarcofago attraversò le acque fino a raggiungere l’isola di Lipari.
Lì, il vescovo Agatone lo accolse e vi costruì una chiesa, dando inizio a una devozione viva e potente che consacrò Bartolomeo come patrono delle isole Eolie.
Con le incursioni saracene, anche Lipari divenne insicura. Il corpo fu nascosto, disperso, dimenticato. Ma non da Dio.
Fu un eremita, illuminato da un sogno, a ritrovare le reliquie. Così, nell’838, furono trasferite a Benevento, dove ancora oggi una parte di esse è custodita, oggetto di venerazione e ricognizione nei secoli.
Quando l’imperatore Ottone III giunse in Italia all’inizio del nuovo millennio, desiderava ardentemente portare quelle sante spoglie a Roma. Gli fu inizialmente consegnato il corpo di un altro santo, ma alla fine ottenne ciò che cercava.
Le reliquie di San Bartolomeo giunsero sull’Isola Tiberina, dove ancora oggi riposano nella basilica a lui dedicata, cuore pulsante della memoria dei santi martiri del nostro tempo.
La sua presenza, però, non si è fermata lì. Il suo capo è venerato a Francoforte, un braccio fu donato alla cattedrale di Canterbury, e la sua pelle, secondo la tradizione, si conserva a Pisa.
Le reliquie di Bartolomeo toccano luoghi e cuori diversi, continuando a portare il messaggio del Vangelo che il suo corpo ha saputo predicare anche nel dolore.
Il significato spirituale della festa
Il messaggio di San Bartolomeo conserva ancora oggi una sorprendente attualità. La sua storia insegna che la fede nasce spesso da un incontro personale, capace di superare dubbi e pregiudizi.
Quel semplice invito di Filippo - «Vieni e vedi» - continua a rappresentare una proposta rivolta a ogni uomo e donna: mettersi in cammino senza paura, lasciandosi interrogare dalla verità.
In un tempo in cui il dialogo e l’ascolto sono valori sempre più necessari, l’esempio dell’apostolo invita a mantenere uno sguardo aperto e sincero verso gli altri.
La sua disponibilità a cambiare idea dopo aver incontrato Gesù ricorda che il cuore della fede non è un insieme di regole, ma una relazione che trasforma la vita.
Celebrarlo oggi significa riscoprire una via che passa per l’umiltà, per il dono di sé, per l’annuncio silenzioso e coerente del Vangelo.
La sua memoria resta viva nei luoghi che custodiscono le sue reliquie, nelle preghiere di chi soffre nel corpo e nello spirito, e nell’arte che continua a raccontare la sua storia.
San Bartolomeo non è solo un nome inciso nei calendari: è una presenza che ancora oggi accompagna i credenti con il sigillo della sua fedeltà.

Una devozione che continua
Dal 264 a oggi sono trascorsi quasi diciotto secoli. Sono cambiati gli abitanti, le case, le barche e il modo di vivere queste isole.
Lipari è stata distrutta e ricostruita. Ha conosciuto invasioni, terremoti, carestie ed emigrazioni.
Generazioni di eoliani sono partite verso l’America, l’Australia e altri luoghi lontanissimi portando con sé una parte delle proprie isole. Eppure San Bartolo è rimasto.
Ogni anno la sua statua continua a lasciare la Cattedrale. Il Vascelluzzo continua a percorrere le strade di Lipari.
Le campane continuano a suonare e la gente continua ad accompagnare il Santo verso il mare. La storia documentata ci permette di seguire questa devozione attraverso molti secoli; la tradizione ne conserva le parti più antiche e profonde, tramandate di generazione in generazione.
Ed è proprio dall’unione di queste due memorie che nasce la storia di San Bartolomeo alle Eolie. Una storia cominciata, secondo l’antica tradizione liparese, il 13 febbraio dell’anno 264, quando il vescovo Agatone vide in sogno l’Apostolo e andò incontro alle sue reliquie.
Una storia che comincia dal mare. E che, alle Eolie, non è ancora finita.
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