Per la Chiesa cattolica, la Sacra Scrittura è la Parola di Dio messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ma la sua comprensione piena appartiene alla vita della Chiesa, nella quale Scrittura, Tradizione, liturgia, teologia e annuncio del Vangelo restano strettamente congiunti.
La Santa Sede custodisce e propone questo rapporto attraverso il magistero dei Pontefici, i documenti conciliari, la Pontificia Commissione Biblica e gli organismi dedicati alla formazione e all’evangelizzazione. Il punto di riferimento centrale è la Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, che colloca la Bibbia nel cuore della divina Rivelazione e della missione della Chiesa.
La Parola di Dio nella vita della Chiesa
«Vi annunziamo ciò che abbiamo veduto» (1 Gv 1, 3). L’espressione dell’apostolo rivolta ai primi cristiani delle sue comunità scaturisce senza argini dall’esperienza viva di Cristo. Anche oggi l’annuncio di salvezza dovrebbe toccare i cuori degli uomini e delle donne del mondo grazie alla testimonianza dei cristiani credenti che, pur non avendo visto, hanno creduto per mezzo dell’ascolto della Parola di Dio.
La familiarità con la Scrittura, il dialogo con Dio attraverso la ricchezza della Sua Parola, sono frutto di una relazione costante, che fa maturare il cammino di fede di ogni credente e resta il primo motore dell’evangelizzazione. La responsabilità dell’evangelizzazione comporta in primo luogo la conoscenza delle Sacre Scritture, perché come ricordava san Girolamo «l’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo».
Questo compito, però, non è soltanto per coloro a cui la Chiesa affida un ministero, ma spetta a tutto il popolo dei credenti. La Bibbia, venerata, studiata, letta diffusa tra il popolo di Dio e tra gli stessi non cristiani, con nuove iniziative è destinata a compiere la sua corsa nel mondo per riempire la mente e il cuore degli uomini di luce, di speranza e di amore a Dio Uno e Trino, e per suscitare potenti impulsi per una rinnovata vita spirituale.

La Domenica della Parola di Dio
Per aiutare il popolo di Dio a «comprendere l’inesauribile ricchezza» del confronto con la Scrittura, il Santo Padre, nel 2019, ha stabilito con il motu proprio Aperuit illis, che la terza Domenica del Tempo ordinario venga dedicata alla «celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio».
Un’iniziativa che Papa Francesco ha affidato a tutte le comunità cattoliche del mondo, con il desiderio che la giornata sia considerata come una «Domenica solenne». In più, la Domenica della Parola si colloca proprio al centro dell’annuale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, e non è un caso, sottolinea il Papa nella lettera apostolica.
Celebrare questa giornata «esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida». La Parola di Dio diventa così un punto di incontro tra i cristiani e un orientamento comune verso l’unità.
Scrittura, ministeri e responsabilità ecclesiale
Anche la liturgia, domani, sarà arricchita da momenti e simboli molto significativi. A sette laici verrà conferito da Papa Francesco il ministero di catechista e a tre quello di lettore. Tra loro, scelti dai propri vescovi, uomini e donne in rappresentanza della Chiesa universale, provenienti da Italia, Congo, Filippine, Messico e Galles.
Per ciascuno dei due ministeri è previsto un rito particolare; quello per i catechisti è stato presentato per la prima volta nell’edizione della Domenica della Parola dello scorso anno. Prima dell’omelia i laici candidati vengono chiamati per nome e presentati alla Chiesa.
Poi, dopo le parole del Papa, a coloro che ricevono il ministero del lettorato viene consegnata una Bibbia, la Parola di Dio che sono chiamati ad annunciare, nella responsabilità grande di farsi voce del Verbo. Ai catechisti e alle catechiste, invece, viene affidata tra le mani una croce, riproduzione della croce pastorale usata prima da san Paolo vi, poi da san Giovanni Paolo ii, per ricordare loro la vocazione ad essere missionari nel mondo con lo sguardo sempre fisso su Cristo.
«Sacra Scrittura e Sacramenti tra loro sono inseparabili», scrive ancora il Papa in Aperuit illis, con lo sguardo rivolto, dunque, anche ai catechisti. Così, sempre Francesco, nel maggio del 2021, con il motu proprio Antiquum ministerium ha reso ufficiale e riconosciuto anche il ministero del catechista, chiamato ad appassionare ragazzi, giovani e adulti, alle strade di Dio.
Le Conferenze episcopali in tutto il mondo si sono interrogate in questi anni sulle peculiarità della figura del catechista e hanno iniziato a stabilire i criteri e il percorso formativo per il conferimento del ministero. Insomma si è messa in moto una dinamica per far scoprire la grande vocazione all’evangelizzazione vissuta con ministeri peculiari.
La Costituzione dogmatica Dei Verbum
Le questioni riguardanti la Sacra Scrittura, il suo insegnamento e la sua diffusione si imposero fin dal principio all'attenzione del Concilio. Tra le proposte se ne trovano oltre un centinaio riguardanti questa materia.
Il senso di questa attenzione particolare la si riscontra fin dal Proemio di Dei Verbum, dove si legge: In religioso ascolto della parola di Dio il Sacro Sinodo, seguendo le orme del Tridentino e del Concilio Vaticano I, intende proporre la dottrina sulla Rivelazione e la sua trasmissione.
Il testo conciliare distingue, per ragioni di chiarezza e di sostanza la Rivelazione soprannaturale da quella naturale. La prima è un atto proprio di Dio, per mezzo del quale Egli manifesta se stesso per aprire all'umanità la via della salvezza; la seconda è scolpita nello stesso ordine cosmico che, attraverso la bellezza, la grandezza e la varietà delle cose create, manifesta ed esalta la potenza e la sapienza del suo Creatore.
E' della prima - della Rivelazione soprannaturale - che il Concilio tratta in Dei Verbum. Gli elementi costitutivi sono, a un tempo stesso, le opere da Dio compiute nella storia della salvezza umana e le parole con cui Dio stesso vuole siano spiegate le opere.
La Costituzione dogmatica Dei Verbum fu approvata da 2350 Padri il 18 novembre 1965 con 2344 voti a favore e 6 voti contrari.
| Elemento | Significato nella Dei Verbum |
|---|---|
| Rivelazione soprannaturale | Atto proprio di Dio, che manifesta se stesso e apre all’umanità la via della salvezza |
| Eventi e parole | Elementi costitutivi della Rivelazione, intimamente connessi |
| Scrittura e Tradizione | Realtà strettamente congiunte e comunicanti, scaturite dalla stessa divina sorgente |
| Cristo | Mediante e pienezza di tutta intera la Rivelazione |
| Chiesa | Destinataria, custode, interprete e annunciatrice della Parola di Dio |
Il significato della Rivelazione divina
Un modo di dire positivo e perfuso di sapore biblico; l'indole cristiano-centrica della dottrina esposta, specialmente in rapporto al concetto aggiornato di Rivelazione; l'accurata enucleazione circa la natura, I'oggetto e l'importanza della Sacra Tradizione, che viene presentata non soltanto in senso concettualistico, ma anche reale, vivo e dinamico.
Se la Scrittura ci dice quello che la Chiesa crede, la Tradizione ci dice anche quello che la Chiesa è. Se la prima ci dà la notizia delle verità rivelate, la seconda dà anche le realtà divine che la Chiesa vive.
La Rivelazione di Dio all’uomo avviene mediante “eventi” e “parole” intimamente connessi (cfr Dei Verbum, n. 2). Quindi essa non passa solo attraverso le parole, tantomeno solo attraverso le parole scritte, che pur mantengono tutta la loro importanza normativa, ma anche attraverso gli eventi, i fatti, la trama storica di tutto ciò che esprime l’umano.
Pensiamo a Gesù: egli nella sua persona è Parola di Dio, i suoi gesti, e non solo i suoi discorsi, sono Parola, rivelano il volto di Dio Padre. Gesù Cristo, Verbo fatto carne, mandato come uomo fra gli uomini, è l’evento che compie e completa la rivelazione.
La Parola di Dio e la Sacra Scrittura
Molti leggono la Bibbia: è un libro di grande interesse. Però per il credente la Bibbia non è un libro qualunque: è parola di Dio.
E non è una parola “morta”, registrata o semplicemente consegnata a una pagina stampata, come un qualunque libro di storia delle religioni che ci informa su fatti appartenenti al passato. È Parola viva, attuale, che Dio pronuncia ora per me ed ha tutta la potenza creatrice della Parola che disse: “Sia la luce” e la luce fu (cfr Gn 1,3).
Basti ricordare il profeta Isaia: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della Parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11).
La lettera agli Ebrei sottolinea: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Ebr 4,12-13).
La Bibbia è quindi una Parola con cui Dio entra in rapporto con noi - un rapporto di comunione, di amicizia e di predilezione - e si rivela nel suo mistero. Quel mistero che la creatura, con la sua ragione, non riuscirebbe a raggiungere.
Per questo, per riceverla non basta l’intelligenza: è necessaria la grazia che apra il cuore a Dio, ci disponga a consegnarci al suo amore: Cfr At 16,14. Ne consegue che, aprendo la Bibbia, non si ricevono soltanto informazioni su Dio.
La Bibbia è offerta reale di incontro. Se si accetta la proposta mediante la fede, si attua l’incontro con Dio nel Figlio Gesù, la Parola che lo rivela e che salva.
Parola di Dio, creazione e storia della salvezza
Normalmente noi sovrapponiamo “parola di Dio” e “bibbia”: quando diciamo “parola di Dio” intendiamo la bibbia (le sante scritture) e quando diciamo “sante scritture” intendiamo “parola di Dio”. Questa sovrapposizione non è pertinente.
La Bibbia o Sacra Scrittura è certamente “Parola di Dio”; Parola di Dio “scritta”, e scritta “sotto l’ispirazione dello Spirito Santo”, il quale quindi ne è l’autore, anche se, per scrivere, si serve di strumenti umani.
Dio però parla in molti modi, non solo attraverso la parola scritta. Parla innanzitutto attraverso la creazione, anzi proprio con la Parola apre la storia: “Dio disse: Sia la luce. E la luce fu” (Gen 1,3).
San Paolo afferma nella lettera ai Romani: “Ciò che di Dio si può conoscere è (agli uomini) manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,19-20).
Dio parla anche attraverso la coscienza retta: una luce che egli ha acceso nel cuore di ogni uomo. L’uomo infatti è ad immagine di Dio: nella sua struttura è stampato il progetto di Dio su di lui. La retta coscienza lo legge.
A Dio però è piaciuto rivelare la sua vita e il suo mistero ad alcuni eletti come amici. Si è così scelto un popolo fra tutti i popoli, Israele, come destinatario d’una speciale predilezione che, a sua volta, avrebbe dovuto partecipare a tutti i popoli.
Così Dio ha condotto la storia del suo popolo con interventi prodigiosi e con la parola dei profeti: “Affinché Israele lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del salvatore promesso. In tal modo (Dio) preparò lungo i secoli la via al Vangelo” (Dei Verbum, n. 3).
Quando venne il tempo da lui stabilito nel suo piano di salvezza, “Dio, che aveva parlato a più riprese e in diversi modi per mezzo dei profeti, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2; cfr Dei Verbum, n. 4). Infatti “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14).
Gesù è la parola per eccellenza di Dio, l’ultima e definitiva sua parola. La parola di Gesù, la sua azione, il suo ministero culminante nella Pasqua, sono Parola di Dio. Gesù è il Vangelo di Dio all’uomo.
Gli Apostoli hanno continuato l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo. Il testo scritto Dio inoltre ha voluto che alcune parole e fatti della storia della salvezza venissero messi per iscritto.
L’ispirazione della Sacra Scrittura
Lui stesso, mediante il suo Spirito, ha assistito le diverse fasi dell’opera, perché si scrivesse tutto e solo quello che Lui voleva, al punto da dover dire che Dio stesso è l’autore delle Sante Scritture: certo ne è autore mediante degli autori umani che nella loro opera e nelle sue diverse fasi hanno lasciato il segno della loro libertà e della loro personalità.
Uomini dell'Antica e Nuova Alleanza sono stati scelti dallo Spirito Santo che per i suoi fini arcani, può servirsi anche di umili circostanze concomitanti (ad esempio, l'invito rivolto a S. Marco dai fedeli di Roma -secondo Clemente Alessandrino - perché mettesse in iscritto la predicazione di S. Pietro).
Sono stati da lui ispirati in modo che scrivessero fedelmente e senza errori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva trasmettere per la vita religiosa d'Israele, per la preparazione dell'età messianica, per la diffusione del messaggio recatoci da Cristo. venuto sulla terra in qualità di Figlio del Padre e di Redentore di tutti gli uomini.
“La sacra scrittura è il parlare di Dio (locutio Dei) in quanto, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, è messa per iscritto (scripto consignatur)” (Dei Verbum, n. 9).
La Scrittura è quindi un “atto vivente” che coinvolge: un Dio che parla (locutio Dei) qui e ora; un uomo che mette per iscritto con tutte le risorse e i limiti della sua personalità; la forza viva dello Spirito che agisce.
Scrittura e Tradizione nella dottrina della Santa Sede
L’inseparabilità e l’articolazione di Scrittura e Tradizione è un elemento caratteristico dell’approccio cattolico alla Bibbia. La dicotomia tra Scrittura e Tradizione come fonti distinte della rivelazione è stata assunta, dalla teologia e dalla catechesi post tridentina, come interpretazione semplicistica dei decreti del Concilio di Trento (1545-1563).
Tuttavia tale impostazione è stata abbandonata dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e precisamente nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum. Essa infatti afferma che Scrittuta e Tradizione non sono due realtà dissociabili fra loro, ma “strettamente congiunte e comunicanti” (DV 9).
Difatti i Padri conciliari hanno usato il termine “Tradizione” in senso lato, ovvero come Traditio (trasmissione). Per questo motivo la Scrittura è una declinazione, come anche la Tradizione, della Traditio.
Entrambe, Scrittura e Tradizione, “scaturiscono dalla stessa divina sorgente” (DV 9) e “tendono allo stesso fine” (DV 9): trasmettere la parola di Dio.
Quindi, sintetizzando, la sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono due facce della stessa “medaglia”: la Traditio; la prima però si differenzia dalla seconda perché costituisce il primo criterio di validità per giudicare lo sviluppo successivo della Tradizione, che è stata affidata ai successori degli apostoli nella storia.
La DV al n. 7 del cap. II afferma che Dio dispose che la sua Rivelazione fosse per tutte le genti e rimanesse integra. Ora però, è noto, che la trasmissione di un messaggio potrebbe trasportare naturalmente errori o degradi, ma come si evince con chiarezza e senza alcun dubbio nella DV. Cap II al n. 11, nel caso della Sacra Tradizione e della Sacra Scrittura, le verità divinamente rivelate sono garantite dallo Spirito Santo, dove ogni cosa asserita dall’autore materiale della trasmissione, è asserita dallo Spirito Santo.
La Rivelazione è in un’unica Fonte, che poi si concretizza però nel racconto orale e scritto, ma il contenuto non cambia né è in qualche modo non più originale.
Il ruolo del magistero della Chiesa
Da sottolineare che, l’interpretazione della Parola di Dio è affidata al magistero della Chiesa, che però non è superiore alla Parola di Dio, ma la serve. DV cap.II n.10.
L'interprete cattolico infine dovrà riferirsi ugualmente alla Tradizione Apostolica e al Magistero della Chiesa, atteso il nesso interno che lega quella e questo alla Sacra Scrittura.
La Santa Sede, attraverso il magistero pontificio e gli organismi competenti, non sostituisce la Scrittura con interpretazioni private, ma ne custodisce la trasmissione ecclesiale e ne promuove una lettura conforme alla fede ricevuta dagli Apostoli.
Antico e Nuovo Testamento
Un capitolo estremamente sintetico è quello dell'Antico Testamento, del quale si proclama il valore permanente, malgrado il carattere temporaneo di varie sue prescrizioni.
La sua ricchezza principale è costituita dalle Profezie annunciatrici del Cristo, dai tipi (avvenimenti e istituzioni) prefigurativi della persona e del regno di Cristo, da una stupenda esaltazione degli attributi divini, da una sapienza salutare per la vita dell'uomo, da mirabili tesori di preghiere, *nei quali è nascosto il mistero della nostra salvezza*.
Dio autore principale di tutta la Sacra Scrittura, ha disposto che l'Antico Testamento diventasse chiaro nel Nuovo e che il Nuovo affondasse le sue radici nell'Antico, cui esplicita e sviluppa.
Le Scritture hanno una direzione: il loro punto di arrivo è Gesù Cristo e vanno sempre lette nella sua luce. “Il termine (tò telos) della legge è Cristo” (Rm 10,4).
Ai Giudei che lo contestano Gesù dice: “Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza” (Gv 5,39). “In Cristo tutte le promesse di Dio diventano sì” (2 Cor 1,20).
Potremmo citare anche il Discorso della montagna: “Non pensate che sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5,17).
Paolo dice: “La legge è per noi come un pedagogo che ci conduce a Cristo” (Gal 3,24). Ricordiamo poi quante volte, nei Vangeli, si richiama il fatto che questo o quello accade: “perché sia adempiuta la Parola che dice…”.
Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù muore dopo aver detto: “È compiuto” (Gv 19,30), dove il compimento di tutto quanto era detto di lui viene indicato nell’evento della morte: è il Gesù pasquale il compimento di tutte le Scritture.
I Vangeli e la loro origine apostolica
Premesso che la parola biblica manifesta la sua potenza salvifica preminentemente negli scritti neotestamentari il Concilio afferma, con vigore, l'origine apostolica e, *senza alcuna esitanza+, la storicità dei Vangeli.
In proposito, va tenuto conto di quanto oggi si è potuto investigare circa la loro formazione letteraria, come pure della finalità perseguita da ciascun evangelista, poiché è dalla medesima che ne vengono *determinati in larga misura il piano e la composizione+.
La selezione di alcune tra le molte cose tramandate da coloro * che sono stati testimoni oculari e son divenuti ministri della parola+ (Luca 1,2), la sintesi, la spiegazione di altre, la conservazione del carattere di predicazione non hanno impedito agli Evangelisti di *riferire sul Cristo con sincerità e verità+.
Gli altri scritti (Atti e Lettere) confermano quanto riguarda la vita del Signore, illustrano e applicano la sua dottrina autentica, predicano la virtù salvifica della sua opera, annunziano la sua parusia finale e narrano i primi passi della Chiesa nel mondo.
Generi letterari e interpretazione biblica
Il testo conciliare nel dare le norme generali per una retta interpretazione, tiene pure d'occhio l'Enciclica Divino Afflante Spiritu di Pio XII e i progressi degli studi biblici e perciò ribadisce che bisogna tener conto anche dei generi letterari.
In rapporto alla verità difatti altro è il genere storico, altro quello profetico, didascalico, poetico, ecc. Inoltre ogni popolo ha i suoi modi abituali i suoi idiomatismi, un patrimonio linguistico rispondente al suo genio alla sua cultura, alle differenti epoche della sua esistenza.
Questa norma dei generi letterari, ormai divenuta classica, aiuta a superare non poche difficoltà esegetiche. L'interprete cattolico infine dovrà riferirsi ugualmente alla Tradizione Apostolica e al Magistero della Chiesa, atteso il nesso interno che lega quella e questo alla Sacra Scrittura.
La questione non è più di sapere se è legittimo per i cattolici usare l’esegesi scientifica (è stata la lotta degli anni quaranta). Il problema di fondo oggi è quello dell’interpretazione, quello dell’ermeneutica, vale a dire il problema del significato della Scrittura per l’uomo di oggi, per i credenti, per la Chiesa.
Dopo l’accettazione dei metodi critici, la Chiesa ha incominciato a interrogarsi sul loro rapporto con la teologia. Non si tratta più soltanto di favorire nella Chiesa l’esegesi tecnica, ma di invitare a prolungarla in una esegesi teologica e di valutare il suo impatto sulla tradizione ecclesiale, sulla fede e sul pensiero religioso.
La questione scottante oggigiorno, perciò, è quella della interpretazione cristiana della Scrittura, quella del legame tra la Scrittura e la Chiesa.
La lettura cristiana della Bibbia
Seguo Benedetto XVI in una conversazione col Clero di Roma il 22 febbraio 2007. Il Papa enuclea tre dimensioni secondo le quali deve essere letta la Parola di Dio scritta.
La dimensione storica
C’è innanzitutto la dimensione storica: la Sacra Scrittura deve essere letta nella sua unità e integralità. Le singole parti appartengono a un cammino unitario di rivelazione da parte di Dio e solo vedendole dentro tale cammino unitario, dove una parte spiega l’altra, possiamo capire anche il frammento.
Per es.: il libro di Giobbe rimarrà sempre “un’incompiuta”, se non viene illuminato dal Crocifisso, il giusto che soffre. Esemplare è la lettura che Gesù fa della Legge, dei Profeti e dei Salmi ai due discepoli in cammino verso Emmaus il giorno stesso della sua Risurrezione: l’evento della Croce va compreso nella totalità delle Scritture che parlano di Lui.
La dimensione cristologica
C’è poi una dimensione cristologica: le Scritture hanno una direzione: il loro punto di arrivo è Gesù Cristo e vanno sempre lette nella sua luce.
“In Cristo tutte le promesse di Dio diventano sì” (2 Cor 1,20). Il cuore di quanto ci siamo detti nella precedente conversazione è la tensione cristologica di tutta la Scrittura.
Vale per la globalità delle Scritture quanto Paolo ha detto dell’Antico Testamento: “il telos della Legge è Cristo” (Rm 10,4). Dove “telos” non dice solo “punto di arrivo”, ma “punto di arrivo che tende ad una pienezza”.
La dimensione ecclesiologica
C’è infine una dimensione ecclesiologica: il cammino delle Scritture è un cammino ecclesiale: le Scritture si formano dentro la storia di un popolo che crede e dentro la storia viva della Chiesa, fino alla morte dell’ultimo apostolo.
Dentro questa storia esse rimangono vive e fioriscono: sono Parola di Dio viva. San Girolamo dice: “Scriptura crescit cum legente”.
Che significa: quanto più la leggi e penetri con fede nel suo significato, tanto più i suoi profondi orizzonti si allargano: proprio perché è una parola a cui Dio si è consegnato nel suo mistero.
La Sacra Scrittura nella liturgia
Il momento privilegiato per leggere le Sante Scritture, in cui le tre dimensioni si compenetrano, è la Liturgia, in particolare l’Eucaristia. La Parola di Dio, annunciata ed ascoltata, chiede di farsi Parola celebrata tramite la Liturgia e la vita sacramentale della Chiesa, per entrare così nella vita.
In questo modo “crea” una “vita secondo la Parola”, che prende corpo nell’esperienza della comunione, della carità e della missione. Afferma il Concilio: “Cristo è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura” (Sacrosanctum Concilium, n.7).
Il primo posto spetta all’Eucaristia, in quanto mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo” (Dei Verbum, n. 21). Sforziamoci allora di capire il posto e il senso delle Scritture nella celebrazione eucaristica.
Nella messa domenicale si proclamano tre letture: la prima dall’Antico Testamento, la seconda dagli scritti apostolici, la terza dai Vangeli. È importante annotare che la Chiesa, tramite la liturgia, riconosce l’Antico Testamento come vera Parola di Dio e afferma un dinamismo che va dalla prima lettura al Vangelo.
Il rapporto non è dato dalla somiglianza esterna dei fatti narrati, ma dall’adempimento della Prima Alleanza nella Nuova, secondo quanto dice San Paolo: “Tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute “si” (2 Cor 1,20).
C’è poi una tensione della Parola verso l’incontro, la Presenza: questo nell’Eucaristia si realizza. La Parola di Cristo, punto di arrivo di tutte le Scritture, culmina nella presenza reale del Signore Gesù nell’Eucaristia.
Anzi nell’anamnesis [Preghiera Eucaristica] le parole narrative dell’evento dell’Ultima Cena realizzano la presenza del mistero pasquale di Cristo nei segni sacramentali del pane e del vino.
Presenza che, a sua volta, tende alla comunione con Cristo (e per questo i segni scelti da Gesù sono il pane e il vino da mangiare e da bere), una comunione che più di così non si può e questa tende a trasformarci nel Corpo di Cristo, attraverso il quale la sua opera di salvezza va a compimento.
Tutto questo per l’azione dello Spirito Santo invocato perché, dopo aver trasformato il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo, trasformi anche noi, che di essi ci nutriamo, nel Corpo mistico di Cristo.
Una trasformazione che deve diventare vita vissuta, trasformando cioè la storia che ciascuno di noi vive ad immagine e partecipazione della vita stessa di Cristo: “la fusione” fra vita e Vangelo avviene sotto l’azione dello Spirito Santo.
In tal modo Gesù diventa “oggi”, diventa “contemporaneo”.

La Scrittura come anima della teologia
Il Concilio Vaticano II, nel Decreto Optatam totius sulla formazione dei futuri sacerdoti e nella Costituzione dogmatica Dei verbum sulla Divina Rivelazione, esorta ad avere la Sacra Scrittura quale anima e fondamento di tutta la teologia.
La formula Scriptura sit veluti anima theologiae, nel contesto diverso dei due documenti, ha lo stesso contenuto: Sacrae Scripturae studio, quae universae theologiae veluti anima esse debet, peculiari diligentia alumni instituantur (OT, 16).
Sacrae autem Scripturae verbum Dei continent et, quia inspiratae, vere verbum Dei sunt; ideoque Sacrae Paginae studium sit veluti anima Sacrae theologiae (DV 24).
Le motivazioni sono complementari. In OT lo studente si dedicherà allo studio della S. Scrittura poiché essa deve essere come l’anima della teologia; in DV, invece, lo studio della S. Scrittura è l’anima della teologia per il fatto che la S. Scrittura contiene ed è Parola di Dio.
Si chiede, da una parte, il contatto diretto e immediato con il testo sacro, d’altra lo studio approfondito e riflessivo del testo come richiede una vera teologia.
Una teologia non animata dalla S. Scrittura è un corpo senza vita; la S. Scrittura senza la teologia è un’anima disincarnata e quindi mancante di possibilità di dialogo con l’uomo d’oggi.
Non a caso la Costituzione apostolica Veritatis gaudium di Papa Francesco nel ricordare questo insegnamento conciliare ne sottolinea la valenza evangelizzatrice: “La teologia, non vi è dubbio, dev’essere radicata e fondata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione vivente, ma proprio per questo deve accompagnare simultaneamente i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili” (VG 4).
Il significato di “anima”
Il termine “anima” in questi documenti significa forma (principio in-formatore), principio basilare (fundamentum), nutrimento e quindi rinvigorimento (nutritur), e infine slancio nella giusta direzione (impulsus, incitamentum).
In-formare: Scrittura e teologia formano un insieme inseparabile, inscindibile, se non si vuole che la Scrittura sia un anima senza corpo e la teologia un corpo senza anima.
Fondamento fa riferimento al punto di partenza della teologia come costruzione: nella storia della teologia e nel suo sviluppo, la prima fase (originaria, primordiale, essenziale, fontale) è la Scrittura.
La teologia è come un grande edificio alla cui costruzione ogni epoca contribuisce con nuove pietre. I Padri della Chiesa sono i grandi teologi, proprio perché hanno posto a fondamento della loro teologia e predicazione la Scrittura letta, meditata, assimilata, vissuta.
La Scrittura ha anche un ruolo impulsivo e direttivo, riguardo alla teologia, alla pastorale e a tutta la Chiesa; è il vero motore del rinnovamento nella vita della Chiesa.
“Il ritorno alle origini”, cioè alla Sacra Scrittura, è il vero motto di ogni teologia che voglia essere viva, vivificatrice, rinnovatrice.
Queste immagini cercano di esprimere il posto superiore e centrale della Scrittura nei riguardi della teologia. Questo centro di unità è oggi più che mai necessario a causa della specializzazione e frammentazione della teologia; anzi rende possibile una teologia specializzata sempre fondata e animata dal suo principio vivificante.
La ricezione della Dei Verbum
Nel corso del trentennio, quale rilevanza è stata riservata alla Dei Verbum? Proprio per questo documento, che era la sintesi della discussione conciliare intorno alla Rivelazione, alla Tradizione, alla Sacra Scrittura e all'esatto approccio ad essa, una cosa colpisce: nel passare degli anni, invece di diventare punto di riferimento della ricerca esegetica nel mondo cattolico, la Dei Verbum è rimasta più o meno lettera morta.
Già nel 1970 il compianto cardinale domenicano Yves Congar scriveva al francescano padre Umberto Betti, uno dei collaboratori alla preparazione del testo conciliare, una lettera privata pubblicata di recente, per rammaricarsi: *Questo testo molto bello è purtroppo quasi dimenticato (. ); la seconda costituzione dogmatica del Vaticano II è quasi passata sotto silenzio+.
Anche il Sinodo straordinario dei vescovi dell'85 ribadì la scarsa ricezione nella Chiesa della Dei Verbum. Un cambiamento venne col Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992.
Nella sezione dedicata alla Sacra Scrittura, fa continuamente riferimento alla Dei Verbum come appare evidente fin dai titoli dei diversi paragrafi: 1. Cristo, parola unica della Sacra Scrittura; 2. Ispirazione e verità della Sacra Scrittura; 3. Lo Spirito Santo e l'interpretazione della Scrittura.
Il Catechismo ripropone anche il distico medievale sui quattro sensi della Scrittura, invitandoci quindi alla ricerca e alla proposta del senso spirituale: I'esegesi cristiana non può essere soltanto filologica, letteraria e storica; deve essere anche teologica, tenendo conto del fatto che la Sacra Scrittura di Dio ha come scopo di comunicare la Rivelazione e quindi di far vedere la trama del mistero a cui alludono i fatti narrati.
Nel vedere le reazioni dei biblisti al riguardo della Costituzione, è il caso di dire che presso di loro domina un solo sentimento: cioè una viva soddisfazione per il fatto che il Concilio afferma oggi il *primato della Bibbia+ e che riconosce *la centralità della Parola di Dio+.
Questa affermazione è certamente legittima, ma è troppo semplice. Deve essere completata da una riflessione teologica.
Crediamo che si debba dare ragione a quanto scriveva alcuni anni fa un teologo italiano, S. Dianich: *Ho la convinzione che in definitiva il cuore del Concilio consiste in questo: ha aperto di nuovo il problema dell'interpretazione della fede (. ), ha rimesso in movimento il processo dell'esigenza ermeneutica+.
Questo vale in modo tutto particolare per l'esegesi. La questione non è più di sapere se è legittimo per i cattolici usare l'esegesi scientifica (è stata la lotta degli anni quaranta).
La questione scottante oggigiorno, perciò, è quella della interpretazione cristiana della Scrittura, quella del legame tra la Scrittura e la Chiesa.
La Scrittura nella missione della Santa Sede
Nei documenti postconciliari l’uso della formula si allarga a più destinatari e contesti. La destinazione è veramente cattolica: tutti i fedeli, il clero, i seminari, le facoltà ecclesiastiche, i teologi, gli esegeti.
I contesti principali sono la vita della Chiesa, l’ordinamento degli studi ecclesiastici e il rapporto esegesi-teologia. Ne segue che la S. Scrittura deve essere l’anima, certamente della teologia (professori e studenti), ma anche della predicazione, della catechesi, della spiritualità dei credenti, della vita tutta della Chiesa.
La Pontificia Commissione Biblica sottolinea che i teologi hanno bisogno del lavoro degli esegeti; gli esegeti però devono orientare le loro ricerche sicché lo studio della S. Scrittura possa effettivamente essere come l’anima della teologia.
Il requisito per arrivare a tale scopo è accordare una attenzione particolare al contenuto religioso degli scritti biblici.
Al servizio della Chiesa e del ministero pastorale di trasmettere, divulgare, predicare, conservare il deposito della fede e, in particolare, il dono inestimabile della Sacra Scrittura, si mette il nostro Ateneo.
Proprio per facilitare il compimento di questa importante missione, il nostro Ateneo offre agli studenti di Teologia alcuni strumenti tecnici. Non basta l’intenzione di formare ad una teologia animata dalla S. Scrittura, bisogna anche renderla facilmente accessibile e consultabile, affinché diventi un riferimento costante dello studio, della ricerca, della preghiera e della vita cristiana.
La relazione tra fede, scienza e interpretazione
Nessuna vera contraddizione potrà interporsi tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l'uno e l'altro si manterranno nel propri confini, guardandosi bene, secondo il monito di sant'Agostino di "non asserire nulla temerariamente, né di presentare una cosa certa come incerta".
Per comprendere quanto sia giusta questa regola, notiamo in primo luogo che gli scrittori sacri, o più giustamente "lo Spirito di Dio che parlava per mezzo di essi, non intendeva ammaestrare gli uomini su queste cose (cioè sull'intima costituzione degli oggetti visibili), che non hanno importanza alcuna per la salvezza eterna", per cui essi più che attendere direttamente all'investigazione della natura, descrivevano e rappresentavano talvolta le cose con una qualche locuzione metaforica, o come lo comportava il modo comune di parlare di quei tempi ed ancora oggi si usa, riguardo a molte cose, nella vita quotidiana, anche tra uomini molto colti.
Dato che nel comune linguaggio viene espresso in primo luogo e propriamente ciò che cade sotto i sensi, così anche lo scrittore sacro (e come ci avverte anche il dottore angelico) "si attenne a ciò che appare ai sensi", ossia a ciò che Dio stesso, parlando agli uomini, espresse in modo umano per farsi comprendere da essi.
La Pontificia Commissione Biblica, il 30 giugno 1909, rispose sul carattere storico dei primi tre capitoli della Genesi.
- Bisogna sempre e necessariamente prendere in senso proprio tutte e singole le parole e le frasi che si incontrano nei suddetti capitoli, così che non è mai permesso allontanarsene, anche quando le medesime espressioni appaiano utilizzate in un senso manifestamente improprio, metaforico o antropomorfico così che la ragione impedisce di sostenere il senso proprio o la necessità obbliga ad abbandonarlo? Risposta: No.
- Presupposto il senso letterale e storico, si può sapientemente e utilmente utilizzare una interpretazione allegorica e profetica per alcuni passi di quei capitoli, secondo l'esempio illustre dei santi padri e della chiesa stessa? Risposta: Sì.
- Siccome scrivendo il primo capitolo della Genesi, l'autore sacro non ha avuto l'intenzione di insegnare scientificamente la costituzione intima delle cose visibili e l'ordine completo della creazione, ma piuttosto ha voluto dare alla sua gente un racconto popolare conforme al linguaggio comune dei suoi contemporanei, e adattato ai sentimenti e alla capacità degli uomini, è necessario cercarvi scrupolosamente e sempre la proprietà del linguaggio scientifico? Risposta: No.
- Nella denominazione e nella distinzione dei sei giorni di cui parla la Genesi nel primo capitolo, si può prendere la parola yóm (giorno) sia nel senso proprio di giorno naturale, sia nel senso improprio di un certo spazio di tempo, ed è lecito agli esegeti disputare liberamente di questa questione? Risposta: Sì.
Quantunque sia certamente compito dell'interprete dimostrare che le cose proposte come certe per mezzo di argomenti certi dagli studiosi di scienze naturali non contraddicono affatto le Scritture, se rettamente spiegate, non deve tuttavia sfuggire all'interprete questo fatto e cioè che talora avvenne che alcune cose date come certe furono poi poste in dubbio e quindi ripudiate.
Se nessuna delle due cose appare ancor chiaramente, bisognerà frattanto tener sospeso il giudizio. Molte cose infatti di ogni ramo delle scienze che per lungo tempo furono oggetto di grande opposizione contro la Scrittura, ora sono cadute come vuote; parimenti non poche cose di certi passi scritturali, non riguardanti precisamente la fede e i costumi, furono un tempo proposte nell'interpretazione, di cui poi più rettamente poté giudicare una più acuta investigazione.
Il tempo infatti cancella sì i commenti delle varie opinioni, ma "la verità rimane e conserva il suo valore in eterno" [3Esd 4,38]. E perciò, come non vi è alcuno che possa vantare di conoscere nel preciso senso tutte le Scritture, nelle quali lo stesso sant'Agostino confessava essere più le cose che non conosceva di quelle che conosceva.
La Parola che rinnova la Chiesa
Con la Parola di Dio, sotto l’azione dello Spirito Santo, Dio rinnova la vita e la missione della Chiesa, chiamandola ad una continua conversione e inviandola a portare l’annunzio del Vangelo a tutti gli uomini e a tutte le cose, perché “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
“Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni” (Dei Verbum, n.7).
Dio quindi parla ancora. In certo qual modo la Rivelazione, che pur è conclusa, continua la sua comunicazione, per cui la Parola di Dio è sempre contemporanea e attuale.
Anzi può aumentare ancora di più il suo apporto di luce e far aumentare la nostra comprensione. Ciò avviene perché il Padre, donando lo Spirito di Gesù alla Chiesa, affida ad essa il tesoro della rivelazione (Dei Verbum, n. 26), la rende destinataria prima e testimone privilegiata della Parola amorosa e salvifica di Dio.
Per questa ragione nella Chiesa la Parola non è deposito inerte, ma diventando “regola suprema della sua fede” e potenza di vita, “progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo” e “cresce” con “la riflessione e lo studio dei credenti”, l’esperienza personale di vita spirituale e la predicazione dei Vescovi (Dei Verbum, n. 8; cfr n. 21).
Lo testimoniano in particolare gli uomini di Dio che hanno “abitato” la Parola” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 825).
La Parola ascoltata, pregata e vissuta
Se la Parola di Dio è “viva” va letta nella preghiera, nella luce e nella grazia di quello stesso Spirito che l’ha ispirata. S. Agostino diceva: “Orent ut intelligant”. Per capire bisogna pregare.
Afferma Giovanni Paolo II: “Per arrivare ad un’interpretazione pienamente valida delle parole ispirate dallo Spirito Santo, dobbiamo noi stessi essere guidati dallo Spirito Santo, per questo bisogna pregare, pregare molto, chiedere nella preghiera la luce interiore dello Spirito e accogliere docilmente questa luce, chiedere l’amore, che solo rende capaci di comprendere il linguaggio di Dio, che è amore (1 Gv 4,8.16).
Durante lo stesso lavoro di interpretazione, occorre mantenersi il più possibile in presenza di Dio” (L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, p. 11).
La celebrazione della Parola intende essere un segno, un’occasione perché ogni credente possa riscoprirsi in cammino come i discepoli di Emmaus: sempre alla presenza del Signore, vivo nell’Eucarestia e nella Scrittura.
I Discepoli di Emmaus - Enzo Bianchi
Proprio per questo, per ravvivare la spinta alla preghiera e a porsi con costanza davanti alla Parola di salvezza, al termine della messa ciascuno dei fedeli presenti riceverà una copia del Vangelo di Matteo.
Quello stesso Vangelo che viene proclamato durante questo anno nella celebrazione domenicale dell’Eucarestia; si realizza così quanto il concilio insegnava nella costituzione sulla Parola di Dio, Dei Verbum, per cui i credenti si accostano alla mensa della Parola di Dio e alla mensa eucaristica.