Preghiera dell’educatore di don Tonino Bello

«Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore, a vivere di Te, e a essere strumento della tua pace». La preghiera dell’educatore di don Tonino Bello è una richiesta di luce, coerenza e umiltà rivolta da chi accompagna i ragazzi nel cammino della fede.

Il suo nucleo è la consapevolezza che l’educatore non può limitarsi a trasmettere parole: deve diventare un testimone credibile del Vangelo, capace di pensare, amare e giudicare la storia secondo lo stile di Cristo, custodendo i ragazzi con la stessa cura con cui Maria custodì Giovanni.

La preghiera dell’educatore

Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore, a vivere di Te, e a essere strumento della tua pace. Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato trovino in me un testimone credibile del Vangelo.

Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra. Esercita su di me un fascino così potente, che, prima ancora dei miei ragazzi, io abbia a pensare come Te, ad amare la gente come Te a giudicare la storia come Te.

Ho paura, Signore, della mia povertà. Regalami, perciò, il conforto di veder crescere i miei ragazzi nella conoscenza e nel servizio di Te. Infondi in me una grande passione per la Verità, e impediscimi di parlare in tuo nome se prima non ti ho consultato con lo studio e non ho tribolato nella ricerca.

Salvami dalla presunzione di sapere tutto, dall’arroganza di chi non ammette dubbi; dalla durezza di chi non tollera ritardi; dal rigore di chi non perdona debolezze; dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.

Affidami a tua Madre. Dammi la gioia di custodire i miei ragazzi come Lei custodì Giovanni. E quando, come Lei, anch’io sarò provato dal martirio, fa’ che ogni tanto possa trovare riposo reclinando il capo sulla sua spalla. Amen.

Don Tonino Bello

Educatore con ragazzi in preghiera

Il significato della preghiera

La preghiera presenta l’educazione come una responsabilità affidata da Dio e non come un semplice incarico organizzativo. I ragazzi sono descritti come persone che la comunità consegna alla cura dell’educatore, il quale è chiamato a guidarli senza sostituirsi a loro e senza dimenticare di aver bisogno egli stesso di conversione.

Il primo atteggiamento richiesto è vivere di Dio. L’educatore non chiede anzitutto metodi, successo o riconoscimento, ma la grazia di diventare «strumento della tua pace» e una presenza attraverso la quale i ragazzi possano incontrare una testimonianza autentica del Vangelo.

La credibilità nasce dalla corrispondenza tra le parole e la vita. Per questo la preghiera domanda: «Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita». Le parole dell’educatore non devono suonare false, soprattutto quando pretendono di trasmettere la Parola di Dio.

La richiesta centrale è imparare a pensare come Cristo, ad amare come Cristo e a giudicare la storia come Cristo. Prima ancora di accompagnare i ragazzi, l’educatore deve lasciarsi educare dal Signore.

La povertà dell’educatore e la ricerca della verità

«Ho paura, Signore, della mia povertà». Questa frase esprime una delle dimensioni più realistiche della preghiera: chi educa riconosce i propri limiti, le proprie fragilità e il rischio di non essere all’altezza del compito ricevuto.

La povertà non viene nascosta né trasformata in motivo di scoraggiamento. Diventa invece una ragione per chiedere aiuto e per affidarsi a Dio, domandando il conforto di vedere crescere i ragazzi nella conoscenza e nel servizio del Signore.

L’educatore è invitato a coltivare una «grande passione per la Verità». Questa passione non autorizza a parlare superficialmente in nome di Dio: prima occorre consultarlo attraverso lo studio e attraversare con pazienza la fatica della ricerca.

La preghiera rifiuta la presunzione di sapere tutto e l’arroganza di chi non ammette dubbi. L’autorevolezza educativa non coincide con l’infallibilità, ma con la disponibilità a cercare, approfondire e lasciarsi interrogare.

Gli atteggiamenti da cui l’educatore deve essere salvato

RischioAtteggiamento richiesto
Presunzione di sapere tuttoUmiltà nella ricerca
Arroganza di chi non ammette dubbiDisponibilità all’ascolto
Durezza di chi non tollera ritardiPazienza nei tempi di crescita
Rigore di chi non perdona debolezzeMisericordia
Ipocrisia di chi salva i principi e uccide le personeFedeltà alla persona e al Vangelo

La preghiera mette in guardia dalla durezza di chi non tollera ritardi. Ogni ragazzo ha tempi diversi e l’educatore non può pretendere che la maturazione avvenga secondo i propri ritmi.

Viene rifiutato anche il rigore di chi non perdona le debolezze. Educare significa accompagnare persone concrete, con fragilità, esitazioni e cadute, senza confondere la fedeltà ai principi con l’incapacità di usare misericordia.

Il pericolo più grave è forse quello dell’ipocrisia: «salvare i principi e uccidere le persone». La preghiera chiede una fedeltà al Vangelo che non diventi disumana e una verità che non sia separata dalla carità.

Maria come modello di custodia

La preghiera termina affidando l’educatore a Maria: «Dammi la gioia di custodire i miei ragazzi come Lei custodì Giovanni». La custodia non è possesso e non è controllo; è attenzione rispettosa, vicinanza e fedeltà.

Maria diventa il modello di chi accompagna senza imporsi, protegge senza soffocare e rimane accanto anche nei momenti di prova. L’educatore è chiamato a custodire i ragazzi riconoscendo che appartengono a Dio e che il loro cammino non può essere determinato interamente da lui.

Il riferimento al martirio descrive la fatica dell’educazione come un servizio che può richiedere pazienza, rinunce e perseveranza. Anche in questa prova l’educatore chiede di poter trovare riposo sulla spalla di Maria.

Don Tonino Bello, educatore dei giovani

Un libro di monsignor Vito Angiuli, Ha scritto t’amo sulla roccia, indaga un aspetto poco conosciuto ed esplorato del “vescovo degli ultimi”, un educatore che sapeva innamorare i giovani al proprio destino.

È ancora viva l’eco del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani. Uno dei punti emersi durante l’assemblea è come comunicare il Vangelo alle nuove generazioni in un mondo che cambia a velocità impressionante.

Cambiano i tempi e cambiano i linguaggi. Quello dei giovani ha acquisito nuove grammatiche espressive ed è necessario, come accade per una lingua diversa, conoscerne lo stile e le modalità.

Per rispondere alla chiamata della libertà, che ci invita a uscire dalle trincee e camminare a testa alta, occorrono linguaggi nuovi, certo, ma soprattutto educatori e annunciatori del Vangelo appassionati e fuori dagli schemi.

Don Tonino Bello era uno di questi. Della sua figura e del suo ministero molto è stato detto e scritto.

Non di rado, don Tonino è stato ridotto a santino politicamente corretto e molti suoi messaggi piegati a mode ideologiche che, come tutte le ideologie, si caratterizzano per essere un pensiero che si difende dalla vita e non respira con essa e le sue speranze e contraddizioni.

Ecco perché l’ultimo libro di monsignor Vito Angiuli, Ha scritto t’amo sulla roccia (San Paolo, pp. 120, € 14,50) è una bussola preziosa per orientarsi in un aspetto della figura di don Tonino poco esplorato ma centrale della sua biografia.

Si tratta dell’esperienza in Seminario, prima come studente a Ugento, Molfetta e Bologna. Poi come professore, vicerettore e rettore nel Seminario vescovile, fino al ministero di vescovo di Molfetta durante il quale don Tonino faceva parte della Commissione della Conferenza episcopale pugliese per il Seminario regionale.

Ce n’è abbastanza, insomma, per delineare un profilo che unisce la conoscenza personale di don Tonino da parte dell’Autore con il rigore dello studioso che cerca di offrire una chiave di lettura a tutto tondo.

E non è certo un caso che monsignor Vito Angiuli sia vescovo della diocesi di Ugento - Santa Maria di Leuca, nel Salento, la terra dove don Tonino è nato, cresciuto e diventato sacerdote (a 22 anni, nel 1957) prima di essere nominato vescovo di Molfetta nel 1982.

Le radici e la storia come luoghi dell’educazione

Sono tre i criteri interpretativi individuati da Angiuli nel libro per meglio accostarsi e comprendere la figura di don Tonino.

Il primo è quello della “continuità e dello sviluppo” che coinvolge gli elementi relativi al contesto storico, culturale e geografico del Basso Salento, dalla configurazione territoriale al tessuto sociale.

Se non si conoscono le sue radici, è difficile comprendere la figura di monsignor Bello.

«Chi ha conosciuto don Tonino durante il periodo ugentino», scrive l’Autore, «concorda nel ritenere che, senza la conoscenza delle sue radici e del suo ambiente di provenienza, non è possibile comprendere in modo adeguato il suo magistero episcopale».

Le proprie radici, il luogo in cui si è nati e vissuti, il linguaggio, la cultura, persino le espressioni proverbiali uno se le porta addosso come una seconda pelle.

A prescindere dalla vocazione cui si è chiamati. Per esempio, la predilezione per i poveri, in don Tonino, non ha nulla di ideologico o politico.

In loro, persone semplici, umili, lavoratori infaticabili della terra con tutte le asprezze che questo comporta, don Tonino vede l’incarnarsi di una fede robusta, aliena da intellettualismi ma sempre pronta ad affidarsi alla Provvidenza.

Il secondo criterio è “l’aderenza alla storia”. Quella di don Tonino, scrive Angiuli, «era una progettualità dinamica e in divenire.

Non gli mancava la capacità di leggere la storia e di integrare, in un più ampio orizzonte di pensiero, le singole esperienze e gli avvenimenti che si generavano nel corso dei cambiamenti sociali e culturali.

Pur continuando a studiare con grande passione per tutta la vita, non era la scrivania (o la cattedra) la fonte della sua ispirazione e della sua riflessione, ma la storia e gli incontri con le persone».

Un esempio, tra i tanti, è la Lettera al fratello marocchino nella quale don Tonino, partendo dalla condizione singolare di un venditore ambulante incontrato personalmente, traccia un affresco dolente della condizione di molti migranti, di ieri e di oggi, richiamando al dovere evangelico dell’accoglienza non per un falso pietismo ma perché dall’accoglienza e dall’integrazione passa la costruzione di una società più umana e più giusta erp tutti.

Parole, gesti, preghiera e azione pastorale

Il terzo criterio individuato da monsignor Angiuli è quello della “circolarità e interdipendenza tra i suoi gesti e le sue parole” e “tra il suo cammino spirituale e la sua azione pastorale”.

«Le parole», scrive, «illuminano i gesti e questi danno sostanza alle parole. Entrambi sono espressione di un pathos, di una passione per Dio e per l’uomo, un desiderio di imitazione di Cristo e di servizio a favore dell’uomo.

La carica di novità, la sapiente modulazione linguistica, la suggestione delle immagini, la forma accattivante del suo discorso non sono soltanto il frutto di un arguto esercizio di stile.

Nascondono il desiderio di parlare di cose vere, incontrate nella storia e interiorizzate nel silenzio della preghiera e dell’incontro personale con Cristo.

Ciò che si vede all’esterno è la sola parte percettibile».

Il linguaggio innovativo, fresco, accattivante di don Tonino non è certo una novità. Ma in questo libro, Angiuli analizza e invita a considerare la sorgente dal quale scaturisce.

Don Tonino non è un maestro di retorica ma un uomo di Dio dove si saldano la vita e la fede, l’azione e la preghiera, la polvere e l’incenso.

Tutto, in lui, è genialmente piegato all’annuncio del Vangelo: dagli incontri delle persone concrete, come abbiamo visto, alle parole della quotidianità.

L’esperienza nel seminario di Ugento

Nell’autunno del 1958 il novello sacerdote ritorna stabilmente nella sua terra. Il vescovo mons. Ruotolo lo destina al seminario di Ugento prima come prefetto e professore, successivamente, dal 1962 al 1974, come vicerettore.

Sarà mons. Nicola Riezzo, amministratore apostolico della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, nel 1974, a nominarlo rettore in prossimità della fine della sua esperienza all’interno delle mura del seminario che si concluderà un paio di anni dopo.

Don Tonino proseguirà la sua attività di insegnante di religione presso il liceo classico di Tricase dal 1976 sino alla sua nomina vescovile.

In seminario intensa fu la sua attività come docente: ai suoi ragazzi insegnò italiano, latino, greco, matematica, francese. Ma soprattutto fu maestro di vita e di fede!

Di quel periodo una testimonianza unica la troviamo nella pubblicazione di un suo alunno, Antonio Scarascia, autore de “La vita è bella”: “queste pagine vogliono rievocare il clima gioioso di quella stagione, sul filo del racconto di Antenna, il giornale di camerata che don Tonino scrisse per i suoi alunni dal 1962 al 1968”.

Così l’autore ricorda il primo incontro con don Tonino: "al ritorno dalle vacanze estive del 1958 trovammo ad accoglierci, accanto alla vetrata d’ingresso, un nuovo superiore, il giovane brillante sacerdote che a dicembre aveva celebrato in seminario la prima messa dopo l’ordinazione".

Il superiore non stava nella sua stanza, dietro la sua scrivania, non si faceva attendere: ma attendeva!

Dava così il via, anche fisicamente, a quella "pedagogia della soglia" alla quale poi farà riferimento anche nei suoi scritti: annunciava così, il giovane educatore, un nuovo stile fatto di rispetto e gentilezza, signorilità e accoglienza.

Era il suo primo segnale di come poi avrebbe impostato il suo operato anzi la sua relazione, fatta di attesa e di scoperta dell’altro, propria di chi si appresta a non essere solo guida ma anche fratello maggiore che è attento a valorizzare il "non ancora" dei giovani.

Educare educandosi

"La vita è bella" è un testo prezioso: il lettore rimarrà affascinato perché le riflessioni sono scritte da qualcuno che don Tonino lo ha incontrato davvero, lo ha vissuto, lo ha respirato.

In un contesto spesso grigio, tardo a capire le novità del tempo, per i ragazzi spesso triste a causa della lontananza dagli affetti familiari, don Tonino si fa padre e amico, docente e discente; porta gioia nel rigore necessario, rispetto della tradizione e necessità della innovazione.

Prezioso perché in alcune sue pagine vengono riportate intuizioni che don Tonino svilupperà nel tempo: "Uomini dell’avvenire: noi nasciamo vecchi, bisogna cercare di morire giovani. Dobbiamo vivere nel presente come uomini venuti dall’avvenire".

Prezioso, soprattutto, perché introduce un nuovo metodo educativo: don Tonino educa educandosi.

Fede ed istruzione si trasmettono innanzitutto con l’amore; poi con la vita, quindi con i libri.

Fede ed istruzione che passano dalla preghiera, dal lavoro, dallo studio, dalla scoperta dell’altro, dallo stupore per il creato, dalla gioia per lo sport, dalla voglia di crescere ogni giorno nell’ umiltà.

Perché il primo obiettivo non era quello di imporre dei modelli ma quello di scoprire le potenzialità presenti in ognuno di quei ragazzi.

Che da don Tonino furono stimati, amati, rispettati, promossi.

Che in don Tonino trovarono un padre e non un padrone, un fratello prima che un superiore, un leader e non un capo.

Perciò poi lo porteranno sempre nel cuore: indipendentemente dalle loro scelte future don Tonino per "i suoi prodi" (così di solitochiamava i ragazzi del seminario) rimarrà sempre nella loro vita un indimenticabile e amabile riferimento.

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Il maestro che custodisce il mistero

Carissimi catechisti, ogni volta che tornavo nel mio paese, andavo a trovarlo. Ultimamente si era incurvato e gli tremavano le mani. Ma per me è rimasto sempre il maestro di un tempo.

Tornavo da lui per un dovere di gratitudine. Ma soprattutto condotto dalla speranza.

Chi sa, mi dicevo, che non abbia, come nelle fiabe che ci raccontava in quarta elementare, una noce misteriosa da farmi schiacciare nei momenti difficili!

Di tutti gli insegnanti che ho avuto, lui era l’unico a provare soggezione di me. Me ne accorgevo dall’imbarazzo con cui, nel discorso con me, passava dal “lei” al “tu”.

Mi hanno detto anche che era fiero di avermi avuto come discepolo. Forse però non ha mai saputo che se ancora tornavo da lui era perché avevo il presentimento che mi avrebbe aiutato a risolvere, come un tempo, qualche altro complicato problema, per il quale non mi bastavano più le quattro operazioni dell’aritmetica che lui mi aveva insegnato.

Ogni volta che lo lasciavo, sentivo di avergli rubato spezzoni di mistero. Quegli spezzoni che a scuola ci sottraeva volutamente, senza che noi ce ne accorgessimo.

Sì, perché lui aveva l’incredibile qualità di non spiegarci mai tutto e per ogni cosa ci lasciava un ampio margine d’arcano, non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore.

Perché l’arcobaleno dura così poco in cielo? E cosa fa Dio tutto il giorno?

Perché le farfalle lasciano l’argento sulle dita? Perché Gesù ha fatto nascere così il povero Nico, che veniva a scuola sulla carrozzella spinta dalla nonna?

Perché si muore anche a dieci anni, come la sua bambina, e noi scolari quel giorno andammo tutti in chiesa a pregare per lei?

Non aveva l’ansia di rivelarci tutto. Non era malato di onnipotenza culturale.

E neppure ci imponeva le sue spiegazioni. Qualche volta sembrava fosse lui a chiederle a noi.

Ma quando dopo gli acquazzoni di primavera spuntava l’arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza dei colori.

E, mostrandoci le rondini che garrivano in cielo, ci diceva che non dovevamo abbatterle con le nostre frecce di gomma perché Dio, la sera, le conta una ad una.

E ci raccontava che le farfalle, l’argento, andavano a prenderlo tra le erbe profumate dei crepacci.

E a Nico gli restituiva la gioia di esserci, perché gli scompigliava tutti i capelli, a lui solo, e, durante le passeggiate scolastiche, gli faceva tenere la sua borsa, con la merenda del maestro.

E quando morì la sua bambina, lo vedemmo piangere di nascosto.

Forse la grandezza del mio maestro era tutta qui.

In questa sua capacità di comunicare messaggi profondi più con il silenzio che con le parole, di lavorare su domande legittime, di non tirare mai conclusioni per tutti, di costruire occasioni di crescita reciproca, di accettare le differenze come un dono, di ritenere i suoi ragazzi titolari di una forte capacità progettuale, di dare più peso alla sfera relazionale che a quella dell’istruzione da trasmetterci, di interpretare la scuola come un gioco, anzi come una festa in cui il primo a divertirsi era lui.

Vorrei augurare a tutti voi che i vostri ragazzi provino per voi gli stessi sentimenti che ho provato io per il mio vecchio maestro delle elementari.

Statene certi: se restate saldi in Gesù e vi animerà una forte passione di trasmettere la sua Verità, essi, i vostri ragazzi di oggi, un giorno verranno a farvi visita.

Sì, perché anche se saranno diventati professori dell’università gregoriana, torneranno da voi per recuperare quei frammenti di mistero, di cui non hanno ancora trovato spiegazione neppure sui libri di teologia.

Vi saluto, don Tonino Vescovo

3 marzo 1991

Una comunità chiamata ad accompagnare

Come tanti anni fa, anche noi Signore siamo molti e desiderosi di conoscerti, di ascoltare la tua parola, di vedere le meraviglie che solo tu sai fare.

Come tanti anni fa, anche tu Signore ci precedi e ci sorprendi: salito sul monte, chiami anche noi per stare con te e per imparare da te a stare tra di noi.

Ma lo stupore è ancora più grande quando pensiamo che tu hai scelto proprio noi per accompagnare i più piccoli nell’entusiasmante avventura di riconoscere in te l’amore del Padre.

Saremo capaci? Verremo meno durante il cammino?

Forse questi sono gli stessi dubbi che avevano quei dodici uomini che un giorno hai invitato: «Venite e vedrete!».

Come loro anche noi oggi vogliamo fidarci di Te per dare vita a comunità che sappiano educare docili al soffio del tuo santo Spirito.

Vogliamo dunque seguirti per sperimentare che è vero che solo insieme la nostra vita fiorisce e diventa bella, come tu ci vuoi! Amen.

La responsabilità affidata all’educatore

Mio Signore e creatore , che tutto governi con infinita bontà e imperscrutabile sapienza, in questo tratto della mia esistenza mi hai concesso la responsabilità sui teneri animi delle tue creature in crescita: Ti ringrazio.

Già da cristiano, chiamato ad essere lucerna della Tua Parola, ora maggiormente avverto il dovere di essere segno inequivocabile e tangibile del Tuo Amore per gli uomini: amore talmente grande, smisurato, che Ti spinse a morire per noi.

Consapevole di avere per primo bisogno delle Tue cure, con umiltà e dedizione accetto il compito che mi hai affidato, sperimentando, pur tra alterne ed umane vicende, quanto sia profondamente arricchente l’esperienza del donarsi agli altri: Ti ringrazio.

Ti chiedo di assistermi sempre, di rendermi strumento docile nelle Tue mani, strumento della Tua pace , per diffondere il bene dovunque me lo chiedi, ovunque mi interpelli: tra i ragazzi, gli amici, in famiglia , tra i compagni di scuola e di università.

Donami quell’astuta intelligenza che sa aspettare chi non torna, l’entusiasmo per coinvolgere i piccoli, il coraggio di andare contro corrente per Te: rendimi persona di preghiera, affinché le mie giornate diventino una continua sinfonia, armonia d’Amore che si dona a Te, pur nei miei limiti e nei miei momenti difficili.

Fa che dov’è odio, io porti l’Amore, dov’è offesa porti il perdono, dov’è disperazione porti la speranza, la gioia a chi è triste, la luce a chi è nel buio, la vita a chi è morto dentro: e così, procedendo in amorevole umiltà, il mio cuore umano e il mio castello spirituale, uniti in un sol raggio, faranno di me un vero faro, ancora per gli uomini persi nel mare in tempesta.

E a Te , o Maria , dolce Madre, l’essenziale e quanto mai urgente preghiera: accompagnami in questo cammino della vita sempre, concedimi che non manchi mai il Tuo sostegno, anche quando scosse profonde o chimere troppo suggestive dovessero portarmi lontano. Ave Maria…

Il servizio educativo come compagnia nel cammino

Insegnami, Signore, a servirmi delle mani per donare premure e attenzioni facendomi vicino a chiunque ha bisogno di me.

Insegnami, Signore, a servirmi bene degli occhi e dell’udito per vedere e percepire con il cuore che ogni persona che incontro può essere il mio prossimo.

Insegnami, Signore, a usare bene la parola avendo sempre nel volto il sorriso, per portare a tutti "belle parole" che edificano e fanno crescere.

Insegnami, Signore, a usare i miei piedi per andare incontro a quel prossimo "un po’ scomodo" perché tu mi chiedi di amarlo come me stesso.

Aiutami, Signore, a mettere in pratica il tuoi insegnamenti e diventerò un animatore dal cuore grande, un vero compagno di viaggio per i bambini e ragazzi a me affidati. Amen.

La pazienza e l’attenzione ai tempi di crescita

È certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità.

La pazienza educativa non è passività e non significa rinunciare a guidare. È la capacità di accompagnare con fermezza e benignità, rispettando i tempi personali senza trasformare la correzione in umiliazione.

Educare come evocare e lasciar diventare

Dio Padre, origine e principio della Sapienza, tu che ci hai inviato Gesù il Cristo come unico e solo Maestro per ogni essere umano e che ci hai concesso lo Spirito di Intelletto, di Scienza e di Consiglio, aiutaci a comprendere che educare non è provare, né dimostrare, ma evocare e lasciar diventare.

Ti preghiamo: rendici "servi autorevoli", capaci di fondere nella nostra persona il minatore che scava le paure, l’esploratore che segue le stelle, e il marinaio che tende verso sponde sicure.

Concedici di essere "servi inutili", in grado di valorizzare lo spazio di ciascuna relazione umana in cui ogni nostro alunno si realizza e in cui, scoprendo se stesso, giunge all’incontro con te.

Insegnaci ad agire da "servi umili", perché i nostri studenti ci vedano non come dei miti che li abbagliano, né come padroniche li vincolano, nemmeno come amici che li lusingano, ma come saggi compagni di viaggio che li orientano a guardare dove si dirigono i loro passi esistenziali e verso quale pienezza di vita desiderano camminare.

Donaci di diventare "servi invisibili", una presenza che sa amarli senza pretese nel presente, ma con una speranza per il loro futuro.

Non ci è dato di risolvere la loro umanità, ma solo di custodirla perché, con il loro impegno, scelgano di renderla come tu la desideri per loro. Amen.

Educare nella quotidianità

Signore, siamo pronti per iniziare un altro pomeriggio insieme ai nostri ragazzi e insieme a te, per i nostri ragazzi e per te.

Aiutaci a lasciare da parte tutti i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni per dedicarci interamente ai nostri ragazzi.

Fa’ che i nostri sentimenti e le nostre parole, le nostre azioni e i nostri pensieri, tutto sia dei nostri ragazzi, tutto sia per loro.

Insegnaci, Signore, a consolare i ragazzi che sono tristi, a rialzare quelli che cadono, a sostenere i più timidi e timorosi e a venire in aiuto di tutti coloro che sono più deboli.

Fa’ che sappiamo adattarci alle esigenze, al carattere, alle disposizioni, alle capacità e ai limiti di ciascuno dei nostri ragazzi.

Manda su di noi il tuo Santo Spirito che ci doni la luce e le competenze di cui abbiamo bisogno.

Metti sulle nostre labbra parole rette e giuste, affinché, insieme con loro, possiamo crescere anche noi nella fede, nella speranza e nell’amore, nella purezza e nell’umiltà, nella pazienza, nell’obbedienza e nella profonda amicizia tra di noi e con te e possiamo portarti ai nostri ragazzi nella gioia. Amen!

L’educatore davanti a Dio trascendente

Ma il pericolo esiste. E non è neppure dei più irrilevanti.

Quello, cioè, di fare di Dio una specie di superlativo assoluto di tutte le connotazioni positive che si riscontrano nelle creature.

Un fiore è bello? Dio è bellissimo. Un uomo è buono? Dio è ottimo. Un maestro è saggio? Una madre ama appassionatamente il frutto del suo grembo? Dio supera e il maestro e la madre: egli è, per dirla con Dante, «la somma sapienza e primo amore».

Con questo procedimento rischioso, anche se gli facciamo occupare la prima posizione nelle graduatorie dei valori universali, non rendiamo a Dio un buon servizio.

Perché tutto sommato, lo confiniamo all’interno del nostro mondo. Lo circoscriviamo nei nostri moduli.

Mentre gli si offre, quasi per buona educazione, la piazza d’onore, in ultima analisi lo riduciamo ai nostri schemi.

Lo si riconosce come testa di serie di tutte le classifiche della terrena bontà, ma poi gli si impedisce di sfondare il tetto e di entrare, per così dire, in un altro girone.

E chi sa che, sotto questa assolutizzazione «controllata», non si nasconda il desiderio, se non proprio di insidiargli il primo posto, almeno di imporgli un certo rispetto!

Sì, il pericolo esiste.

Perché così riduciamo Dio a semplice fenomeno intramondano, perfetto quanto si vuole, ma spogliato di ciò che gli appartiene come tipicamente suo: la trascendenza.

Trascendenza è una parola un po’ difficile, ma vuol significare che Dio è “totalmente altro” dalle nostre povere, sia pur nobili, cose di quaggiù…

Viene in mente la battuta di quel missionario il quale mentre parlava ai negretti seduti sotto un albero della foresta, essendogli capitato di usare nel discorso la parola computer, si sentì chiedere da un bambino che cosa fosse i computer.

E lui, imbarazzato, gli rispose mostrandogli la matita che aveva in mano: «Te lo spiego subito: vedi questa matita? Il computer è tutta un’altra cosa!».

Appunto, Dio è tutta un’altra cosa.

Non possiamo rivestirlo sul modello dei nostri abiti, si pure di stoffa pregiata, dandogli magari la taglia più alta.

Non è comprimibile sotto l’arco del nostro cielo.

Dobbiamo ripeterlo chiaro: «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza».

Solo così saremo afferrati dalla imprevedibilità di Dio. Solo così capiremo le sue inedite trovate.

Solo così ci sedurranno le sue sorprese, e ci accorgeremo che sono veramente inesauribili le risorse della sua novità.

Diversamente, correremo il rischio di proiettare in Dio le nostre mediocrità.

La sua eccellenza la scambieremo per strapotere. Lo renderemo complice di ogni progetto mal riuscito.

E perfino l’effetto speranza, su cui poggia tutto l’annuncio cristiano, si ridurrebbe alla semplice amplificazione delle nostre attese che, per quanto dilatate, finirebbero col deluderci.

«Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza». Sopra i cieli. Non sotto.

Un Dio che sta sotto i cieli, anche se tanto alto da toccarli con un dito, è un Dio lontanissimo: forse anche un po’ responsabile delle nostre frustrazioni e dei nostri insuccessi.

È un Dio rivale, insomma, quasi un antagonista con cui misurarsi.

E’ un primo della classe col quale fare i conti, rimediando inesorabilmente complessi di inferiorità e amarissime sensazioni di colpa.

Un Dio, invece, la cui magnificenza s’innalza sopra i cieli ci è molto più vicino.

Perché scombina le nostre misure, ma senza indispettirci. Perché gioca con noi, ma senza divertirsi a nostre spese.

Perché provoca desideri struggenti della patria lontana, ma senza crearci tristezze.

Perché è sempre in agguato, ma senza irridere alla nostra libertà.

Perché ci tende mille trappole di tenerezza, ma non si stanca dei nostri rifiuti.

Perché ci tiene alle risposte d’amore, ma è sempre pronto a perdonare il nostro peccato.

Solo un Dio che sta sopra i cieli può diventarci coinquilino.

Perché solo lui sa scavare negli abissi delle nostre nostalgie, e ci fa capire che «egli ci ha fatti per lui, e che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui».

«Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Sotto i cieli s’incurva solo la nostra povertà.

Ma s’incurva a tal punto, da diventare il ricettacolo della sua misericordia.

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