Per Don Tonino Bello, vivere la giovinezza significa accogliere il rischio del sogno, dell’entusiasmo e della responsabilità. «Ci vuole audacia. La Vita che state vivendo vivetela in modo denso. Perché non tornerà più.»
L’audacia dei giovani non è un’esaltazione superficiale dell’energia o della novità, ma la capacità di esporsi, di credere nell’inedito, di trasformare i sogni in cammino e di non lasciare che la paura impoverisca il presente. «Non siete inutili, siete irripetibili.»
L’audacia come scelta di vita
«E non abbiate paura di entusiasmarvi per le cose.» Molti di voi hanno paura. Hanno paura che un giorno la Storia, il loro futuro possa ridacchiare sul loro presente.
Molti hanno paura di esporsi. Per non correre il rischio di subire il contraccolpo di questa disunione tra i sogni di oggi e la realtà di domani, preferiscono non sognare. E questo significa dare le dimissioni dalla Vita.
Aver paura di entusiasmarsi oggi, alla vostra età, significa suicidio. Un giorno vi scalderete alla brace divampata nella vostra giovinezza.
Non abbiate paura di entusiasmarvi. C'è tantissima gente che mangia il pane bagnato col sudore della fronte dei sognatori.
Il sogno come forza della giovinezza
Ci sono tanti sognatori. Meno male che c’è questa dimensione del sogno nella vita: sporgenze utopiche a cui attaccarci.
Meno male che ci sono dei pazzi da slegare, da mettere in circolazione perché vadano a parlare di grandi utopie. Quello che è pericoloso, è che le grandi utopie si raffreddino nel cuore dei giovani.
Io vi voglio augurare che non abbiate a perdere la dimensione della quotidianità e del sogno. Scavate sotto il vostro lettuccio e troverete il tesoro.
Il sogno, in questa prospettiva, non è evasione dalla realtà, ma una risorsa per abitarla con maggiore intensità. La dimensione quotidiana impedisce all’utopia di diventare astratta; l’utopia, a sua volta, impedisce alla quotidianità di ridursi a rassegnazione.
La «Vergine del meriggio» e la nostalgia della luce
Nel linguaggio spirituale di Don Tonino Bello, il meriggio è il tempo della luce piena, della chiarezza e della maturità dello sguardo. «Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l'ebbrezza della luce.»
Stiamo fin troppo sperimentando lo spegnersi delle nostre lanterne, e il declinare delle ideologie di potenza, e l'allungarsi delle ombre crepuscolari sugli angusti sentieri della terra, per non sentire la nostalgia del sole meridiano.
Strappaci dalla desolazione dello smarrimento e ispiraci l'umiltà della ricerca. Abbevera la nostra arsura di grazia nel cavo della tua mano.
La luce, però, non coincide con la presunzione di possedere già tutte le risposte. Essa richiede ricerca, umiltà e disponibilità a lasciarsi guidare.
Dalla fede ricevuta alla fede vissuta
Riportaci alla fede che un'altra Madre, povera e buona come te, ci ha trasmesso quando eravamo bambini, e che forse un giorno abbiamo in parte svenduto per una miserabile porzione di lenticchie.
Tu, mendicante dello Spirito, riempi le nostre anfore di olio destinato a bruciare dinanzi a Dio: ne abbiamo già fatto ardere troppo davanti agli idoli del deserto.
Facci capaci di abbandoni sovrumani in Lui. Tempera le nostre superbie carnali.
Fa' che la luce della fede, anche quando assume accenti di denuncia profetica, non ci renda arroganti o presuntuosi, ma ci doni il gaudio della tolleranza e della comprensione.
Soprattutto, però, liberaci dalla tragedia che il nostro credere in Dio rimanga estraneo alle scelte concrete di ogni momento sia pubbliche che private, e corra il rischio di non diventare mai carne e sangue sull'altare della ferialità.
Giovani e Chiesa: dal protagonismo al servizio
Ed è proprio fuori posto vedere in Giovanni l’emblema di quel mondo ad alto rischio che si chiama gioventù, e che oggi, nonostante il gran parlare che se ne fa e nonostante il timore non sempre reverenziale che esso incute, tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale?
Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro, piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della compagnia, è l’icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa, invitata da quel gesto a considerare i giovani come «ultimi», non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita, quanto perché ai livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano?
Penso proprio di no. Anzi, se qualcuno, fuorviato dal chiasso che fanno, dovesse giudicare demagogica l’affermazione che i giovani oggi non hanno voce, mostra di aver frainteso il senso delle tenerezze espresse da Gesù verso quel mondo che ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare.
La figlia di Giairo, il servo del centurione, l’unigenito della vedova di Nain, il giovane ricco, il figliol prodigo… sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che, pur essendo oggetto di invidia struggente, hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza.
Il gesto dei piedi di Giovanni
Ma torniamo ai piedi di Giovanni. Come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica, non hanno avuto molta fortuna.
E dire che la mattina di pasqua, nella corsa verso il sepolcro, si sono dimostrati di gran lunga più veloci di quelli di Pietro, aggiudicandosi, a un palmo dalla tomba vuota, la prima edizione del trofeo «fede, speranza e carità».
Ma al di là dello scatto irrestitibile del giovane sull’affanno impacciato del vecchio, quei piedi non sono entrati nell’immaginario della gente.
La spiegazione è semplice: la testa del discepolo ricurva sul petto del Maestro ha distratto l’attenzione dal capo del Maestro chino sui piedi del discepolo.
È una riprova ulteriore di come, anche nella Chiesa, le lusinghe emotive della teatralità prevaricano spesso sulla crudezza del servizio terra terra.

Servire i giovani senza servirsene
Che cosa voglio dire? Che noi ci affanniamo, sì, a organizzare convegni per i giovani, facciamo la vivisezione dei loro problemi su interminabili tavole rotonde, li frastorniamo con l’abbaglio del meeting, li mettiamo anche al centro dei programmi pastorali, ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servirli, ci si voglia servire di loro.
Perché, diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento. Perché sono la misura della nostra capacità di aggregazione e il fiore all’occhiello del nostro ascendente sociale.
Perché, se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro, sul piano religioso il loro consenso paga in termini di immagine. Perché, comunque, è sempre redditizia la politica di accompagnarsi con chi, pur senza soldi in tasca, dispone di infinite risorse spendibili sui mercati generali della vita.
Servire i giovani, invece, è tutt’altra cosa. Significa considerali poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo.
Ascolto, discrezione e fiducia
Significa ascoltarli. Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo.
Cingersi l’asciugatoio della discrezione per andare all’essenziale. Far tintinnare nel catino le lacrime della condivisione, e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in crisi.
Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi.
Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli. Scommettere sull’inedito di un Dio che non invecchia.
Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia. Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l’apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell’amore.
Accompagnare la fragilità e la sofferenza
Servire i giovani significa entrare con essi nell’orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.
Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.
Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell’amarezza c’è un’alba di risurrezione pure per loro. E c’è anche una pentecoste.
La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo. E attraverserà la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza.
Saremo capaci di essere una Chiesa così serva dei giovani, da investire tutto sulla fragilità dei sogni?
Maria, donna di frontiera e donna in cammino
Maria donna feriale, rendimi allergico ai tripudi di feste che naufragano nel vuoto. Maria donna dell'attesa, distruggi in me la frenesia di volere tutto e subito.
Maria donna innamorata, affrancami dalla voglia di essere sempre capito e amato. Maria donna gestante, donami la gioia di sentire nel grembo i fremiti del mondo.
Maria donna accogliente, dilata a non finire in me la tenda dell'accoglienza. Maria donna missionaria, rendi polverosi i miei piedi per il lungo calcare sentieri del mondo.
Maria donna di parte, rendi costante in me il rigetto di ogni compromesso. Maria donna del pane, affina in me il gusto dell'essenziale nella semplicità.
Maria donna di frontiera, snidami dalle retroguardie della mia codardia spirituale. Maria donna in cammino, provoca in me il rifiuto definitivo della poltrona e delle pantofole.
Maria donna del vino nuovo, regalami un cuore traboccante di gioia e di letizia. Maria donna del silenzio, stabilisci il mio domicilio nella contemplazione di Dio.
Maria donna del servizio, prestami il tuo grembiule preparato a Nazareth e mai dismesso. Maria donna vera, strappami le plastiche facciali che sfregiano l'immagine di Dio.
Maria donna del popolo, abolisci in me ogni traccia di privilegio e annullane anche il desiderio. Maria donna che conosce la danza, fa' di me un rigo musicale su cui ognuno possa cantare la sua vita.
Maria donna elegante, donami un sorriso per ogni gesto di amore. Maria donna dei nostri giorni, depenna eventuali rimpianti del passato, perché renda già presente il futuro.
Maria donna dell'ultima ora, affretta il mio passo verso il fratello che mi attende, verso il Cristo che mi precede, verso il Padre pronto ad accogliermi nell'Amore dello Spirito.
La luce del meriggio nella vita concreta
La luce della fede diventa autentica quando entra nelle decisioni pubbliche e private, nei rapporti con gli altri, nell’uso del tempo e nel modo di assumere responsabilità.
Santa Maria, donna del pane, da chi se non da te, nei giorni dell’abbondanza con gratitudine e nelle lunghe sere delle ristrettezze con fiducia, accanto al focolare che crepitava senza schiuma di pentole, Gesù può avere appreso quella frase del Deuteronomio (8,3), con cui il tentatore sarebbe stato scornato nel deserto: "Non di sol pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio?".
Ripeticila, quella frase, perché la dimentichiamo facilmente. Facci capire che il pane non è tutto.
Che i conti in banca non bastano a renderci contenti. Che la tavola piena di vivande non sazia, se il cuore è vuoto di verità.
Che se manca la pace dell'anima, anche i cibi più raffinati sono privi di sapore. Perciò, quando ci vedi brancolare insoddisfatti attorno alle nostre dispense stracolme di beni, muovi a compassione di noi, placa il nostro bisogno di felicità e torna a deporre nella mangiatoia, come quella notte facesti a Betlemme, "il pane vivo disceso dal cielo" (Gv 6,51).
Perché solo chi mangia di quel pane non avrà più fame in eterno.
Il coraggio di abitare il mondo
Salve Regina, donna missionaria, tonifica la nostra vita cristiana con quell’ardore che spinse te, portatrice di luce, sulle strade della Palestina.
Anche se la vita ci lega ai meridiani e ai paralleli dove siamo nati, fa' che sentiamo egualmente sul collo il fiato delle moltitudini che ancora non conoscono Gesù.
Spalancaci gli occhi perché sappiamo scorgere le afflizioni del mondo. Non impedire che il clamore dei poveri ci tolga la quiete.
E liberaci dalla rassegnazione di fronte alle tante sofferenze del mondo. O clemente, o pia, o dolce Vergine, Maria.
L’audacia, quindi, non è soltanto il coraggio di affermare se stessi. È anche la disponibilità a lasciarsi interpellare dal dolore, a uscire dalle retroguardie della comodità e a riconoscere le responsabilità verso gli altri.
La domenica come tempo per ritrovare la rotta
Santa Maria, donna del riposo, donaci il gusto della domenica. Facci riscoprire la gioia antica di fermarci sul sagrato della chiesa, a conversare con gli amici senza guardare l'orologio.
Frena le nostre sfibranti tabelle di marcia, tienici lontani dall'agitazione di chi è in lotta perenne col tempo. Liberaci dall'affanno delle cose.
Persuadici che fermarsi sotto la tenda, per ripensare la rotta, vale molto di più che coprire logoranti percorsi senza traguardo.
Ma, soprattutto, facci capire che se il segreto del riposo fisico sta nelle pause settimanali o nelle ferie annuali che ci concediamo, il segreto della pace interiore sta nel saper perdere tempo con Dio.
Lui ne perde tanto con noi. E anche tu ne perdi tanto.
La comunità come luogo di accoglienza
Santa Maria, vergine della sera, Madre dell'ora in cui si fa ritorno a casa, e si assapora la gioia di sentirsi accolti da qualcuno, e si vive la letizia indicibile di sedersi a cena con gli altri, facci il regalo della comunione.
Te lo chiediamo per la nostra Chiesa, che non sembra estranea neanch'essa alle lusinghe della frammentazione, del parrocchialismo e della chiusura nei perimetri segnati dall'ombra del campanile.
Te lo chiediamo per la nostra città, che spesso lo spirito di parte riduce cosi tanto a terra contesa, che a volte sembra diventata terra di nessuno.
Te lo chiediamo per le nostre famiglie, perché il dialogo, l'amore crocifisso, e la fruizione serena degli affetti domestici le rendano luogo privilegiato di crescita cristiana e civile.
Te lo chiediamo per tutti noi, perché, lontani dalle scomuniche dell'egoismo e dell'isolamento, possiamo stare sempre dalla parte della vita, la dove essa nasce, cresce e muore.
Te lo chiediamo per il mondo intero, perché la solidarietà tra i popoli non sia vissuta più come uno dei tanti impegni morali, ma venga riscoperta come l'unico imperativo etico su cui fondare l'umana convivenza.
E i poveri possano assidersi, con pari dignità, alla mensa di tutti. E la pace diventi traguardo dei nostri impegni quotidiani.
Una Chiesa capace di futuro
La Chiesa, secondo questa prospettiva, non è chiamata a proteggere semplicemente le proprie forme, ma a mettersi in ascolto dei giovani e del mondo.
Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli. Scommettere sull’inedito di un Dio che non invecchia.
Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia. Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l’apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell’amore.
Servire i giovani significa entrare con essi nell’orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.
Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.
Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell’amarezza c’è un’alba di risurrezione pure per loro. E c’è anche una pentecoste.
La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo. E attraverserà la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza.
Don Tonino Bello parla ai giovani - video amatoriale
Audacia, speranza e responsabilità
Non siete inutili, siete irripetibili. Questa affermazione concentra il nucleo dell’esperienza giovanile così come viene proposta da Don Tonino Bello: ogni persona possiede una singolarità che non può essere sostituita e una responsabilità che non può essere delegata.
Io vi voglio augurare che non abbiate a perdere la dimensione della quotidianità e del sogno. Scavate sotto il vostro lettuccio e troverete il tesoro.
Quello che è pericoloso, è che le grandi utopie si raffreddino nel cuore dei giovani. Ci sono tanti sognatori.
Meno male che c’è questa dimensione del sogno nella vita: sporgenze utopiche a cui attaccarci. Meno male che ci sono dei pazzi da slegare, da mettere in circolazione perché vadano a parlare di grandi utopie.
Un giorno vi scalderete alla brace divampata nella vostra giovinezza. Non abbiate paura di entusiasmarvi.