La liturgia pre-avvento: significato, tempi, simboli e celebrazione

Il Tempo di Avvento è il periodo liturgico che prepara al Natale e orienta contemporaneamente alla seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Ha quindi una doppia caratteristica: tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini; e tempo in cui lo spirito dei fedeli viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

La liturgia pre-avvento educa a vivere insieme memoria e attesa, inizio e compimento, lode e pazienza. L’Avvento non è e non va ridotto a semplice preparazione immediata al Natale: esprime, piuttosto, l’orientamento e la direzione del tempo abitato da Dio, che tende al compimento della verità di ciascuno e della giustizia per tutti.

Che cos’è il Tempo di Avvento

La parola deriva dal latino adventus, “venuta”, in riferimento alla venuta di Cristo: la sua prima venuta, nella sua nascita, e l’ultima sua venuta, nella parusia, alla fine dei tempi. I credenti sono invitati a vivere questo periodo liturgico coltivando nella fervente preghiera la gioia e la speranza.

Il Tempo di Avvento ha una doppia caratteristica: tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini, e contemporaneamente tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

È molto di più che la semplice preparazione al Natale: nella misura in cui celebra l’inizio e la fine della storia della salvezza, esso è figura ed esperienza del tempo escatologico della fede, che invita a tenere insieme la memoria e l’attesa, l’inizio e la fine, la lode e la pazienza, camminando nel mezzo, sul crinale tra il già compiuto e il “non ancora del tutto” completato.

Tutta la Scrittura è attraversata dalla dialettica del “già” e “non ancora”. In un solo movimento liturgico, la Chiesa ricorda la venuta storica del Figlio di Dio nella carne e attende la sua venuta escatologica nella gloria.

Le due parti dell’Avvento

Il Tempo di Avvento è composto di due periodi, distinti in base al tipo, al soggetto e all’oggetto dell’attesa e della speranza.

PeriodoOrientamento liturgicoContenuto dell’attesa
Fino al 16 dicembreAttesa escatologicaIl pensiero è orientato al ritorno di Cristo: è l’attesa dell’uomo nei confronti di Dio.
Dal 17 al 24 dicembreMemoria storica dell’IncarnazioneIl tempo è improntato sulla memoria storica dell’incarnazione e può essere inteso come l’attesa di Dio nei confronti dell’uomo.

Il primo periodo orienta il pensiero sul ritorno di Cristo. L’attesa della seconda venuta non è separata dalla memoria della nascita di Gesù, perché la prima venuta illumina l’ultima e l’ultima venuta si spiega con la prima.

Il secondo periodo conduce progressivamente alla celebrazione del Natale. Dal 17 al 24 dicembre la liturgia concentra l’attenzione sugli antefatti immediati della nascita di Gesù e sulla memoria storica dell’Incarnazione.

Avvento e Anno liturgico

La prima Domenica di Avvento segna uno stacco, una rottura col tempo precedente. Inizia un nuovo Anno liturgico, carico di una grazia particolare che educa il desiderio dei credenti.

Per grazia del Signore iniziamo il nuovo Anno liturgico. Esso ha il solo scopo di formare in noi Cristo, per l’azione dello Spirito Santo; la sua ragion d’essere è la deificazione dell’uomo.

Un’immagine per descrivere l’Anno liturgico è quella di un cerchio, o un anello, un giro compiuto annualmente attorno a Cristo, Sole di giustizia, di verità e santità. In questo ciclo, la Chiesa ha distribuito la memoria dell’opera di salvezza del suo Signore, dalla nascita alla vita pubblica, alla passione e morte, alla risurrezione fino alla gloria, in attesa della sua venuta finale.

Ogni anno la Chiesa ripercorre l’itinerario del suo Signore per conoscerlo, contemplarlo, riviverne i momenti più importanti, attingere alla sua opera di salvezza, nell’attesa di incontrarlo nella gloria.

Il Mistero pasquale è il centro di tutto l’Anno liturgico; in esso culmina l’opera di Gesù che si è incarnato, è nato dalla Vergine Maria, si è manifestato ai magi, ha digiunato, ha predicato, ha operato prodigi, è stato crocifisso e sepolto, è risorto, è asceso al cielo, è intronizzato accanto al Padre e tornerà, ha inviato lo Spirito Santo sugli apostoli.

L’Anno liturgico, dunque, si caratterizza come itinerario di fede, di ascolto della Parola, di preghiera; un itinerario di vita, quella stessa di Cristo, capace di trasfigurare le nostre vite, di anno in anno, sino all’incontro ultimo con lui, Signore della gloria.

I cicli del lezionario

Nei tre “cicli” dell’Anno vengono letti nella Messa domenicale i Vangeli sinottici: Matteo nel ciclo “A”, Marco nel ciclo “B” e Luca nel ciclo “C”, mentre la lettura del Vangelo secondo Giovanni è distribuita nei tempi di Quaresima e Pasqua e in poche altre Domeniche.

Il ciclo “A” del lezionario festivo è costituito dalla lettura semicontinua del Vangelo secondo Matteo, l’evangelista della comunità giudeo-cristiana che presenta Gesù di Nazareth come compimento di tutte le Scritture.

La sua opera è stata definita anche il Vangelo del catechista, cioè di chi espone in maniera sistematica, ordinata e completa, l’annuncio di Gesù morto e risorto. Il testo evangelico non viene letto integralmente: per le solennità, l’Avvento e la Quaresima sono scelti appositi brani.

La lettura semicontinua inizia con la terza Domenica del tempo Ordinario. In questa prima Domenica di Avvento siamo invitati a volgere lo sguardo a Colui che viene, è venuto e verrà: il Veniente.

La Parola nella liturgia dell’Avvento

Sappiamo come la Parola di Dio parli sempre all’interno di un contesto preciso, che non è dato semplicemente dalla struttura del testo biblico, ma dal contesto particolare entro cui la leggiamo noi oggi.

Calare la Parola nel contesto singolare della liturgia eucaristica significa leggerla nel riferimento incrociato:

  • al tempo dell’anno liturgico, cioè al tempo di Avvento;
  • al lezionario, che intreccia la Parola con le altre letture bibliche in un disegno coerente;
  • alle preghiere, ai testi e ai gesti liturgici della celebrazione eucaristica del giorno;
  • al tempo esistenziale della comunità, della persona e del mondo dentro cui scende la Parola.

La Parola nel mistero eucaristico è celebrata e non semplicemente letta; è viva, efficace, ci raggiunge e si realizza qui e ora: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi!” (Lc 4,21).

Commentarla è dunque un invito a entrare nel Mistero dell’Eucaristia, dove essa si realizza nel Mistero pasquale donato a noi nella ricchezza dei simboli sacramentali.

L’eucaristia domenicale è Mistero della fede, che realizza l’attesa dell’Avvento, nell’attesa del compimento ultimo. La stessa struttura della liturgia della Parola ci parla di un unico libro santo, che è Cristo stesso: “Tutta la Scrittura costituisce un unico libro, e quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (Ugo di san Vittore).

La Parola nel tempo liturgico dell’Avvento illumina la doppia caratteristica di quest’ultimo: memoria della venuta storica nella carne e attesa della venuta escatologica nella gloria.

Il significato liturgico dell’attesa

L’Avvento è pertanto sospensione del tempo ordinario per attendere, cercare, desiderare e ricordare la salvezza, come promessa, dono e compimento.

La memoria della prima venuta non è un ricordo statico del passato. Essa rende presente l’opera della salvezza e alimenta l’attesa della manifestazione definitiva di Cristo.

Il tempo che si snoda tra la venuta di Cristo e la sua manifestazione nella gloria è il tempo riservato alla conversione degli uomini (At 3,19-21; Rm 11,25; 2 Cor 6,2) e al rafforzamento dei fedeli (Ef 6,13; Rm 8,11); un tempo umano già carico del tempo di Dio, dato per vivere già nell’eternità.

Soltanto la grazia di Dio e la conversione ci possono liberare dalle tenebre e introdurci nella “luce” della salvezza. Per questo, Paolo parla di “risveglio”: il tempo della notte è finito; non ci si comporta durante il giorno come se si dormisse ancora!

Accogliamo l’invito ad attendere il Signore, a coltivare la speranza, a fare spazio a una vita nuova. L’attesa della nuova venuta di Cristo nella pienezza della luce, sulle orme degli antichi profeti d’Israele che attesero con fede il Messia, fa crescere in noi il desiderio di riconoscere e accogliere il rinnovamento promesso da Dio per la vita nostra e del mondo.

Le quattro Domeniche di Avvento

I temi dei Vangeli delle singole domeniche di Avvento sono riassunti dall’Introduzione al Lezionario: la venuta del Signore alla fine dei tempi nella prima domenica; il Battista e l’imminente venuta di Cristo nella seconda e nella terza domenica; gli antefatti immediati della nascita di Gesù nella quarta domenica.

La distinzione dei temi nelle singole domeniche non deve far dimenticare il loro intreccio, per cui ciò che emerge nella prima domenica ritorna nelle successive.

Prima Domenica: la vigilanza

In questa prima Domenica di Avvento siamo invitati a volgere lo sguardo a Colui che viene, è venuto e verrà: il Veniente. Risuona per noi nell’antifona di comunione, che riprende il brano evangelico, l’imperativo “Vegliate”, nell’attesa della venuta del Signore.

L’attesa del ritorno è tanto più intensa quanto più si tiene a chi si aspetta. E noi attendiamo il Signore!

L’invito alla vigilanza ci chiede, prima di tutto, di valutare il desiderio che ci spinge ad attendere vigilanti. La vigilanza non è altro che il desiderio che si trasforma in attenzione paziente e perseverante.

Il “Vigilate!”, ripetuto quattro volte, invita a stare all’erta (Mc 13), perché il giorno verrà: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce”, profetizza Isaia 9,1-6, così come si ascolterà nella notte di Natale.

La vigilanza si propone come possibilità alternativa di fronte all’impossibilità di dominare anche la sfida del tempo. La vigilanza risponde custodendo i tratti di un’attesa attiva, che fa stare al tempo stesso ben fermi e in costante movimento.

I vangeli della vigilanza riportano alcune figure di vigilanza, come il portinaio che aspetta il padrone e il padrone che aspetta il ladro, per ribadire la necessità di stare svegli, assorti a cogliere i segni del Regno di Dio che passa.

Vigilare è custodire la memoria, nutrire il desiderio, discernere le cose ultime in quelle penultime, unificare il cuore e la mente attraverso l’ascesi, essere attenti, con gli orecchi e gli occhi aperti.

Il primo appello è in ogni modo a stare in casa, a rientrare in noi stessi, per custodire - a nome di tutti e per tutti - l’invocazione del Regno.

Il tempo di Avvento, invece, in questa prima Domenica, inizia con un forte invito che percorre, come un lampo luminoso, le letture proposte dalla Liturgia: «Aprite gli occhi! Vegliate!».

Vegliare significa prima di tutto avere fiducia che, nonostante i tempi turbolenti, carichi di angoscia, c’è un punto fermo: il Signore viene e trasformerà ogni cosa.

Stare svegli vuol dire anche prendere le distanze da un mondo decadente, che disumanizza le persone, e rivestirsi delle armi della luce.

Aprire gli occhi è anche rendersi conto che quello che viviamo è un tempo di grazia in cui siamo chiamati a riconoscere i segni della presenza del Signore.

Seconda Domenica: la conversione

L’“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” è idealmente posto da Marco nel deserto. L’Avvento chiede di uscire da noi stessi, di compiere il nostro esodo per cercare non una terra promessa agli antichi padri, ma lo Sposo, il Signore.

Per “vigilare” in modo da “preparare” occorre sapere dove siamo, quali sono i sentieri dentro i quali stiamo camminando, per cambiare rotta e rivedere gli orizzonti spesso troppo angusti della nostra vita.

Occorre passare attraverso il deserto: luogo dell’essenzialità, della sete e della fame, della prova, ma pure dell’incontro con Lui.

La conversione consiste nello spianare la strada, colmando le valli e abbassando le colline: colmare i vuoti, eliminare il superfluo, allargare gli orizzonti, guardare più lontano e più alto, per capire ciò che hai vicino.

La figura dominante di questa Domenica è quella del Battista, Voce che grida la Parola, esempio di vita che ritrova l’essenziale, gesto profetico che coinvolge fino ad identificare l’identità più profonda.

È un invito preciso a rivedere lo stile personale e comunitario delle nostre parole, dei nostri gesti e dei nostri stili di vita.

La liturgia della seconda Domenica proclama: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3,4.6).

Terza Domenica: la testimonianza della gioia

Apparentemente il protagonista è ancora il Battista. Ma, alla luce dell’imperativo Gaudete! che risuona potente in tutte le letture di questa Domenica, vediamo che non c’è Avvento senza gioia e luce, e anche la fatica di preparare la strada al Signore che viene è ascesi gioiosa.

L’allegrezza dell’Antifona, quella della Colletta, la certezza del profeta Isaia, “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”, l’invito dell’Apostolo, “State sempre lieti, in ogni cosa rendete grazie”, e il Salmo dell’esultanza di Maria, “L’anima mia magnifica il Signore”, sono quelli di chi ha incontrato Dio!

La gioia cristiana vince la paura, lo sconforto e la delusione, la disperazione, non con una infantile spensieratezza, ma nella maturità consapevole con cui proclama il Vangelo della liberazione e della cura che fascia i cuori spezzati (Is 61).

Nel Vangelo secondo Giovanni il primo testimone della Luce è il Battista, che punta l’indice verso Gesù e definisce se stesso in vista di Lui.

Giovanni è qui figura dell’Antico Testamento e di tutta la Scrittura, in quanto voce in cui risuona la Parola. Tutta la Scrittura infatti non è Cristo, ma ne costituisce la voce, che non parla che di Cristo, annunciando la salvezza vicina.

La figura del Battista non può non provocare noi che dovremmo essere annunciatori del Vangelo, discepoli di ogni tempo, chiamati a diventare testimonianza vivente di Colui che riscatta dal buio.

Quarta Domenica: la presenza e l’attesa

Dal deserto l’azione si sposta nella casa, nell’intimo della vita privata, nel tempio della chiesa domestica, per attendere con Maria Colui che è già presente nei nostri cuori e attende di manifestarsi nella nostra vita di tutti i giorni.

In Maria contempliamo il compimento, la realizzazione piena dell’invito a vigilare, a preparare, a gioire.

Così lei si costruisce come la degna dimora, di cui Dio è alla ricerca, una dimora di carne. Colui che non aveva una pietra su cui posare il capo, perché la sua casa era il seno del Padre (Gv 1,18), trova in Maria una dimora viva, di carne.

E di questa stessa carne Dio si riveste. Maria è paradigma della vita cristiana.

La vita è una certezza, “Il Signore è con te”, in cui si manifesta una proposta, “Concepirai un figlio e lo chiamerai Gesù”, che esige una risposta, “Eccomi”, capace di attraversare il turbamento e la difficoltà, “come è possibile”.

La vita cristiana è chiamata a divenire una degna dimora, tempio vivo della sua Gloria.

Le figure dell’Avvento

L’Avvento è caratterizzato da alcune “presenze” che insegnano alla Chiesa chi è Colui che viene, come bisogna attenderlo ed invocarne la venuta, come accoglierlo e come donarsi.

  • Giovanni il Battista, voce che grida nel deserto e invita alla conversione;
  • Isaia, il profeta messianico che annuncia la salvezza e la venuta del Signore;
  • Maria, Madre di Gesù e modello dell’attesa accogliente;
  • Giuseppe di Nazareth, il giusto che partecipa al mistero dell’Incarnazione.

Questo tempo è tipico per la Chiesa in attesa ed ha anche una spiccata connotazione mariana. Maria è colei che attende, ascolta, accoglie e consente alla Parola di farsi carne.

I segni liturgici dell’Avvento

Il colore viola

L’Avvento non è un tempo penitenziale, come lo è invece la Quaresima. Non ci tragga in inganno il colore violaceo dei paramenti, segno del cammino di riflessione e di preghiera, concentrato sulla venuta di Cristo.

La venuta del Signore, il suo trionfo finale non è per i credenti motivo di paura ma di amorosa, fervida, gioiosa attesa.

L’omissione del Gloria

Nelle quattro Domeniche di Avvento si omette il canto del Gloria, perché questo inno angelico risuoni solenne nella notte di Natale.

L’inizio di questo inno di lode riprende le parole «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14), le ultime del Vangelo della Messa della notte di Natale.

L’omissione del Gloria crea uno spazio di attesa e prepara l’assemblea a ritrovare, nella celebrazione del Natale, la pienezza della lode.

La sobrietà dell’aula liturgica

L’ideale sarebbe non caricare troppo l’aula liturgica e la Liturgia di arredi e riti. È meglio valorizzare quanto “ordinariamente” svolgiamo, magari senza pensarci troppo.

Solennità e sobrietà camminano insieme: la prima non deve sopraffare l’altra.

Nell’ornare l’altare si agisca con moderazione. Nel tempo d’Avvento l’altare sia ornato di fiori con quella misura che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore.

L’ornamento dei fiori sia sempre misurato e, piuttosto che sopra la mensa dell’altare, si disponga attorno ad esso.

In tempo d’Avvento l’organo e altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore.

La processione introitale

All’inizio del nuovo Anno liturgico siamo invitati a rimetterci in cammino con un atteggiamento di sobrietà e di vigilanza.

La processione introitale sottolinea questi due aspetti che l’Avvento ci chiama a vivere - un nuovo inizio e il cammino - e quindi va curata con particolare attenzione.

I tempi forti, come l’Avvento, offrono la possibilità di discostarsi dalle abitudini consolidate, valorizzando uno o più elementi del rito.

La processione può essere arricchita con la presenza del turiferario con il turibolo fumigante, dei ministri con i ceri accesi e, in mezzo a loro, l’accolito con la croce; il ministro, lettore o diacono, con l’Evangeliario elevato, e il sacerdote che presiede.

Essa ordinariamente va dalla porta all’altare, due simboli cristologici.

È possibile iniziare a luci spente, dopo il tramonto, tenendo accese solo le luci necessarie per la sicurezza dei fedeli. In processione viene portata da uno dei ministri anche una lanterna con all’interno una candela accesa, che viene posata momentaneamente sull’altare accanto all’Evangeliario.

È possibile omettere il canto d’ingresso, dando inizio alla celebrazione nel silenzio orante, opportunamente preparato con un’introduzione, oppure con musica strumentale.

L’Evangeliario e la proclamazione del Vangelo

Nel tempo liturgico di Avvento-Natale un posto particolare viene riservato dalla Liturgia alla Parola che si fa carne.

È opportuno, in ogni celebrazione domenicale, portare il libro della Parola, l’Evangeliario, non il Lezionario, processionalmente con ceri e incenso all’altare e venerarlo specie alla proclamazione del Vangelo.

Il Salmo responsoriale

Si cerchi di valorizzare il canto del Salmo responsoriale. In molti casi è la parte della Liturgia della Parola più trascurata e corre il rischio di essere una quarta lettura sbiadita.

Ci si dimentica che il Salmo non è un testo devozionale da biascicare, ma un canto interlezionario, cioè tra le letture, quindi da cantare con arte e non da recitare.

La corona dell’Avvento

Laddove se ne vede l’esigenza pastorale si può preparare la corona dell’Avvento che annuncia l’avvicinarsi del Natale.

Questo segno, richiamandoci la progressiva vittoria della luce sulle tenebre, ci invita a camminare incontro al Cristo, vera luce che viene a vincere le tenebre del male e della morte.

La forma circolare della corona fin dall’antichità è segno di eternità e di unità; essa rappresenta il tempo che ciclicamente ritorna e l’attesa del ritorno di Cristo.

L’anello fatto di rami sempreverdi simboleggia la speranza e la vita eterna. La forma circolare è segno della fedeltà di Dio alle sue promesse.

I quattro ceri posti sulla corona a uguale distanza tra di loro sono le quattro settimane di Avvento. Essi vengono accesi uno per ogni domenica e il loro consumarsi evidenzia visibilmente lo scorrere del tempo e l’avvicinarsi del Natale, mentre la luce, di domenica in domenica, aumenta gradualmente.

La tradizione suggerisce il nome delle candele dedicate a quattro figure tipiche dell’attesa del Messia:

  • la candela del Profeta, perché ricorda le profezie sulla venuta del Messia;
  • la candela di Betlemme, in ricordo della città natale del Messia;
  • la candela dei Pastori, i primi che ricevettero l’annuncio e adorarono;
  • la candela degli angeli, i primi ad annunciare al mondo la nascita di Gesù.

La corona non va collocata sull’altare, ma in un luogo opportuno nei pressi dell’ambone. Questo segno deve comunque essere ben visibile a tutti e adeguatamente valorizzato, ma senza oscurare mai l’altare e/o l’ambone.

Originariamente il colore delle candele prevedeva che tre fossero di colore viola e una di colore rosa; quest’ultima serviva per la terza domenica di Avvento, detta Gaudete, “Rallegratevi”, in segno di gioia per l’imminente nascita di Gesù.

All’inizio della celebrazione, laddove si è realizzata, si può accendere il primo cero.

Il lucernario

Per il rito di accensione della Corona d’Avvento si può utilizzare il Lucernario suggerito nell’allegato del Calendario Liturgico Regionale o altro rito simile.

La Messa inizia, come di consueto, con la processione di ingresso accompagnata dal canto o dal silenzio. Dopo il segno di croce, il saluto e l’atto penitenziale o l’aspersione, segue il rito del lucernario.

Di domenica in domenica la luce della sua Parola ci rischiara e ci guida verso il suo Natale.

  • Prima Domenica: “Accendiamo, oggi, la candela dei profeti. La luce della loro parola spiani il nostro cammino e rafforzi la nostra speranza.”
  • Seconda Domenica: “Accendiamo, oggi, la candela di Betlemme. La voce del profeta ci annuncia liete notizie: da Betlemme, umile città, sorgerà presto il Re di Israele.”
  • Terza Domenica: “Accendiamo, oggi, la candela dei pastori: il Signore presto verrà a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare l’anno di misericordia del Signore.”
  • Quarta Domenica: “Accendiamo, oggi, la candela degli angeli: a loro il Signore affida un messaggio di pace e noi, come Maria, accogliamo con docilità l’avvento del Signore.”

Per non appesantire eccessivamente i Riti di Introduzione è possibile iniziare la celebrazione con il lucernario utilizzando il canto “Si accende una luce” per l’ingresso.

La liturgia musicale dell’Avvento

I canti di Avvento devono esprimere le caratteristiche proprie di questo tempo liturgico: l’attesa-memoria della prima venuta del Salvatore nella nostra carne mortale e l’attesa-supplica del ritorno glorioso di Cristo, Signore della storia e Giudice universale.

Devono esprimere anche l’atteggiamento di conversione che, per mezzo della voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista, la Liturgia di questo tempo ci invita ad assumere.

Devono infine comunicare la speranza gioiosa che la salvezza già operata da Cristo e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza.

Alla luce di ciò è necessaria una particolare cura nella scelta dei testi da eseguire, pertinenti teologicamente e degni da un punto di vista letterario, e allo stesso tempo comprensibili dalle assemblee a cui sono destinati.

Si evitino i canti che svolgiamo nel tempo Ordinario o, peggio, in tutti i tempi liturgici dell’Anno.

La Liturgia delle Ore e la preparazione delle comunità

Può essere tempo propizio anche per introdurre la celebrazione della Liturgia delle Ore, preghiera di tutta la Chiesa, nelle comunità parrocchiali, almeno la domenica, Lodi e Vespri.

Si arricchirà in questo modo la spiritualità dei fedeli che impareranno ad accostarsi ai salmi e a pregare con le Scritture.

L’Avvento è un tempo prezioso: i presbiteri, gli animatori e i catechisti si prepareranno per viverlo e farlo vivere al meglio a tutto il popolo di Dio, praticando con amore, essi per primi, la lectio divina in preparazione ad ogni Domenica, frequentando così assiduamente le Scritture.

Nelle Parrocchie in cui si progetta l’Avvento con accuratezza, gli avvisi assumeranno una particolare importanza: non si tratta solo di un’offerta di accompagnamento.

Si trasmette anche la sensazione di un popolo, di un gruppo di persone che inizia un itinerario “impegnativo”.

La liturgia ambrosiana dell’Avvento

Nel rito ambrosiano della Chiesa cattolica l’Avvento nasce e si sviluppa sul modello della Quaresima. Come la più importante delle feste dell’anno liturgico, la Pasqua di Risurrezione, prevede un periodo di preparazione, così, attorno al VI secolo, la liturgia sentì il bisogno di un periodo di preparazione anche per la seconda grande festa dell’anno liturgico, cioè il Natale.

L’Avvento ambrosiano è di durata analoga alla Quaresima, sei settimane; prende avvio la domenica successiva alla festa di San Martino, vescovo, l’11 novembre, e termina prima della grande celebrazione vespertina vigilare di Natale.

Fu attorno al secolo VII-VIII che la Chiesa romana accorciò l’Avvento a quattro settimane, e quest’uso si diffuse poi in tutta la Chiesa latina occidentale. Tranne che a Milano, però, dove si conservò il computo più antico, quello appunto delle sei domeniche.

In realtà, dal punto di vista storico, non si tratta di una particolarità ambrosiana: a Milano infatti si continuò a fare quello che anticamente si faceva in tutte le Chiese.

Carattere liturgico ambrosiano

Il tempo di Avvento ambrosiano ha un duplice carattere: penitenziale e nello stesso tempo gioioso.

Nella sua ufficiatura si utilizza il color morello e, nella Messa, si omette il Gloria, ma al tempo stesso si canta l’Alleluia e si accompagnano le funzioni col suono dell’organo.

Il colore liturgico che viene usato è il morello, una variante del viola, tranne che nell’ultima domenica, quando si celebra la Solennità della Divina Maternità della Beata Vergine Maria nella quale si usa il bianco.

Le domeniche ambrosiane

L’itinerario delle domeniche è caratterizzato da una denominazione propria per ciascuna di esse, cui corrisponde la scelta delle letture nei tre anni:

  1. Domenica della venuta del Signore: la seconda venuta di Gesù nella gloria.
  2. Domenica dei figli del Regno: l’invito alla conversione che Giovanni Battista rivolge ai propri discepoli per essere pronti alla venuta del Messia.
  3. Domenica delle profezie adempiute: l’adempimento delle antiche profezie in Gesù.
  4. Domenica dell’ingresso del Messia: l’ingresso gioioso di Gesù a Gerusalemme.
  5. Domenica del Precursore: Giovanni e la sua testimonianza che Gesù è il Messia.
  6. Domenica dell’Incarnazione: la Divina Maternità della Vergine Maria.

L’itinerario liturgico delle prime cinque domeniche sfocia nella celebrazione della venuta del Verbo nel grembo della Vergine Maria, mistero cui è dedicata la VI domenica di Avvento, che la tradizione ambrosiana denomina “Domenica dell’Incarnazione”.

In essa è celebrata, con una prospettiva marcatamente cristologica, la Divina Maternità della Vergine Maria.

Le ferie prenatalizie dell’Accolto

L’ultimo tratto dell’Avvento ambrosiano, a partire dal 17 dicembre, è costituito dalle ferie prenatalizie dell’Accolto, dette così in riferimento al Figlio di Dio accolto da Maria e, in lei, dalla Chiesa e da tutti gli uomini di buona volontà.

Le ferie prenatalizie sono sei, perché la domenica che precede il Natale è la Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità della Beata Vergine Maria e il 24 dicembre è giorno di vigilia che attende la sera per celebrare la Liturgia Vigiliare Vespertina con la quale si dà inizio alla solennità del Santo Natale.

L’ordinamento biblico di queste ferie, articolato su tre letture, assume un profilo molto particolare. La prima lettura proclama quasi per intero il piccolo libro di Rut, la donna moabita ricordata esplicitamente da Matteo nella “genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo”.

La seconda lettura proclama una parte significativa del libro di Ester, donna forte e saggia che con la sua intercessione regale salva il popolo ebreo dallo sterminio.

Le pericopi evangeliche, tratte dagli inizi del Vangelo di Luca, proclamano le vicende che precedettero e prepararono il mistero del Natale: l’annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni; il concepimento di Giovanni Battista; la visita di Maria a Elisabetta; la nascita di Giovanni; il cantico di Zaccaria; il censimento di Cesare Augusto.

I versetti del Magnificat, distribuiti nel Canto al Vangelo delle varie ferie prenatalizie, fanno da contrappunto alle pagine evangeliche, accentuando la qualità mariana della preghiera in questi ultimi giorni di attesa.

Atteggiamenti spirituali dell’Avvento

La liturgia pre-avvento invita a prendere coscienza della nostra povertà, per aspettare il Salvatore; a prendere coscienza della responsabilità che Dio ci ha affidato, risvegliandoci dal sonno e illuminandoci con la Parola di Dio; ad aspettare vigilanti la sua venuta definitiva.

Ogni giorno ci vengono messe davanti tante tragedie e gli effetti devastanti della malvagità umana. Così, spesso la tentazione è quella di chiudere gli occhi, di non vedere.

“Svegliarsi” vuol dire prendere coscienza del rischio e reagire puntando in alto, rinnovando la nostra fede attraverso il riferimento alle Comunità cristiane primitive: a tutti i cristiani è chiesto l’impegno di indossare le armi della luce e di comportarsi da veri discepoli di Cristo.

Dio viene: nella nostra esistenza quotidiana s’inserisce un avvenimento sconvolgente, che butta all’aria tutte le nostre sicurezze, i nostri progetti.

All’improvviso egli cammina accanto a noi e fa parte della nostra storia: lo riconosce presente chi tiene gli occhi aperti, chi aspetta e prepara un mondo nuovo.

Solo con gli occhi della fede è possibile scorgere il disegno che si va formando all’interno di avvenimenti banali, oscuri, poco significativi; un disegno che Dio rivela come una sua proposta per la crescita e il bene dei suoi figli.

In vista di quel “giorno” bisogna vegliare, tenersi pronti, agire saggiamente, con distacco e insieme con impegno: perché dall’interno della storia maturi il progetto di Dio.

La tensione tra “già” e “non ancora”

L’Avvento è un tempo delicato, perché è difficile contenersi nell’esprimere la gioia del “già” per abitare in ascolto pieno il “non ancora”, propri di ogni liturgia ma qui particolarmente in tensione.

Queste due venute sono intimamente connesse: non vi è l’una senza l’altra.

Le Scritture sacre presentano un gioco meraviglioso: l’ultima venuta si spiega con la prima, ma è la prima che spiega l’ultima.

La speranza cristiana non è evasione dal presente. È la certezza che la salvezza già operata da Cristo tende alla sua maturazione e pienezza.

La promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione, e “noi saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2).

Maria e l’attesa cristiana

“Domandiamoci in questi giorni di Avvento e di Natale: non agiamo forse come se Dio fosse restato tutto alle nostre spalle, come se noi potessimo trovare Dio solamente in un facile e malinconico sguardo del nostro cuore, una debole luce riflessa nella grotta di Betlemme, al bambino che ci era stato donato?”

“Abbiamo noi qualche cosa di più della visione di questo bambino negli occhi, quando nelle nostre preghiere e nei nostri canti proclamiamo: è l’Avvento di Dio? Cerchiamo realmente Dio anche nel nostro proprio futuro? Siamo uomini dell’Avvento, che hanno nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi che spiano cercando negli orizzonti della propria vita il suo volto albeggiante?”

Maria mostra che l’attesa non è passività. È ascolto, disponibilità, risposta e accoglienza della Parola.

In lei la promessa diventa presenza, l’attesa diventa carne, la speranza diventa vita quotidiana.

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