“La cucina delle monache” è il programma televisivo in cui Madre Noemi Scarpa, Suor Debora, Suor Miriam e Suor Eleonora preparano ricette antiche e tradizionali all’interno del Monastero delle Benedettine di Sant’Anna, a Bastia Umbra. Le puntate uniscono cucina, memoria, spiritualità e vita quotidiana secondo la Regola di San Benedetto.
Madre Noemi Scarpa, Madre Badessa del monastero, è il volto più noto del gruppo. Prima di scegliere la vita monastica era una promessa della pallacanestro, giocava nel Murano Basket e dalla Promozione era passata alla serie C e poi alla serie B. Oggi, insieme alle consorelle, custodisce e ripropone ricette tramandate da generazioni di monache, trasformando la cucina del convento in uno spazio di accoglienza, condivisione e serenità.
Chi è Madre Noemi Scarpa
Suor Noemi Scarpa è la Madre Badessa del Monastero delle Benedettine di Sant'Anna che si trova a Bastia Umbra. Ha 45 anni e quando ne aveva 20 ha lasciato la famiglia, il fidanzato e il lavoro in una vetreria di Murano per dedicarsi alla vita monastica.
Il suo nome all'anagrafe è Erika Scarpa. Nel suo percorso spirituale lo ha cambiato in Noemi. Quando si riceve il nuovo nome è come se iniziasse una vita nuova, il cui stile è racchiuso in quel nome. Noemi significa dolcezza.
Volevo fare questo di me, volevo compiere una trasformazione da una vita per certi versi dura, con un carattere forte, scontroso a una persona dolce e tenera verso gli altri, che offre ascolto e gentilezza.
Dall’infanzia al desiderio di aiutare gli altri
La vita che conduce oggi affonda le radici nella sua infanzia. Era una bambina eppure avvertiva già il desiderio di santità.
Proprio così, aspiravo alla santità. Ero attratta dalle storie dei santi che facevano atti eroici per il prossimo, inseguivano valori alti e nobili, aiutavano i poveri. Sentivo di voler fare qualcosa di grande nella mia vita, qualcosa che lasciasse un segno, ma non avevo ancora ben chiaro cosa.
Un giorno presi la Bibbia e dissi a mia sorella che sarei andata a pregare nel deserto. Lei, ovviamente, mi fermò bruscamente: “Ma dove vai!” (ride, ndr). Fu una delusione. Però quella volontà profonda di fare qualcosa di grande per il prossimo per dare un senso alla mia vita, mi è rimasta.
La promessa del basket e il conflitto con la fede
Delusa dal non potermi dedicare alla santità, sono passata ad altre vette (ride, ndr). Puntavo alla serie A di pallacanestro, quindi dedicavo tutte le mie energie, il mio tempo, la mia vita ad allenarmi per raggiungere quell’obiettivo.
Sono arrivati i risultati, vincevamo i campionati, la nostra squadra andava avanti. A un certo punto sono entrate in conflitto le mie due aspirazioni, la santità e il basket e sono arrivata a promettere che non sarei più andata in chiesa.
Mio padre, persona religiosa, mi diceva: “Mi raccomando, Dio è al primo posto, vai al ritiro parrocchiale, non andare alla partita”. Ero così desiderosa di arrivare alla serie A, che mi sembrava che gli impegni religiosi interferissero con quelli sportivi.
Scappai da un ritiro parrocchiale per andare a giocare di nascosto. Poi perdemmo una partita perché fui costretta ad andare via. Mio padre, arrabbiato, mi aveva portato via dal campo.
Così, ho fatto una promessa a me stessa e a Dio: una volta compiuti 18 anni non sarei più andata in chiesa.
La morte di Madre Teresa e la scelta monastica
Poi ha fatto un viaggio in Europa con sua cugina e mentre si trovava a Londra, ha appreso della morte di Madre Teresa di Calcutta.
Ho sentito con forza una voglia profonda di fare anch’io della mia vita un dono verso il prossimo. Vedevo Madre Teresa così piccola, ma che aveva fatto cose così grandi. Sentivo che l'amore sconfinato che aveva fosse il senso di tutto, la cosa più bella da perseguire. Così ho cercato anch’io la mia strada.
Da quel momento a quando è entrata in convento quanto è passato? Un anno. È stato graduale.
Tornata a casa sono andata alla ricerca di un luogo in cui esprimermi. Mi fu consigliato di andare a pregare per quindici giorni in un monastero. Poi, per un anno, mi sono divisa tra il monastero dove mi recavo nei giorni liberi e la mia vita ordinaria con il fidanzato, il lavoro e la pallacanestro.
In monastero ero tutta contenta, a casa mi sentivo vuota e delusa. Dopo un anno su e giù ho deciso che la clausura era la mia strada.
La reazione della famiglia, del fidanzato e del datore di lavoro
Dirglielo non è stato semplice. I miei genitori erano un po’ preoccupati all’inizio, soprattutto mia madre che era claustrofobica e all'idea della clausura aveva un po’ paura.
Però quando ha visto che ero felice, mi ha lasciato andare ed è stata molto contenta anche lei. Il fidanzato, inaspettatamente, ha avuto una reazione di grande rispetto per la mia scelta. Era come se gli ostacoli si sciogliessero lungo il percorso verso il mio obiettivo.
All'epoca, oltre a giocare a basket, lavorava in una vetreria a Murano. Riportare indietro la maglietta con il numero 9 è stato per certi versi molto doloroso, dall’altra parte liberante perché sentivo che seguivo la mia strada.
Il datore di lavoro tentò una trattativa, pensava fosse un problema economico, provò a invogliarmi con più soldi e una macchina, ma ero troppo convinta. Ci sentiamo ancora e ci vogliamo un sacco di bene.
La clausura e il rapporto con il mondo esterno
Ha scelto la clausura. Come mai una decisione così drastica?
Sentivo dentro di me che corrispondeva alle corde più profonde del mio essere, a quel desiderio che avevo da bambina di andare nel deserto con la Bibbia.
Nel monastero ho trovato una sintesi tra l’ora et labora: la preghiera profonda ma anche l’attività, fare qualcosa per gli altri sebbene dall'interno del monastero.
Dove sono entrata inizialmente c’era la grata. A Bastia, invece, non c'è e la clausura è più leggera. Clausura monastica che ti permette un contatto con le persone, c’è una grande dedizione al prossimo.
Nel monastero ci sono delle aree dedicate all'accoglienza, si possono servire i poveri che si affacciano, si fa tantissima attività di ascolto della sofferenza del prossimo tramite il telefono o il parlatorio, si fa accoglienza quindi veniamo a contatto con il dolore degli altri.
Compiuto il grande passo, Suor Noemi non ha reciso completamente i legami con l’esterno. Anzi. Ne ha fatto un riferimento, dimostrando che un monastero può e deve aprirsi, diventare approdo per chi è in difficoltà materiale, psicologica, sociale: il ritrovare sé stessi.
La giornata nel monastero
La vita delle monache segue il ritmo della preghiera, del lavoro, del silenzio e della condivisione. Il motto di riferimento è “Ora et labora”.
Ci alziamo alle 5 e preghiamo dalle 5:30 alle 08:30. Poi andiamo a colazione e inizia la fase lavorativa. Dalle 09 a mezzogiorno c’è il lavoro, poi preghiera, pranzo, un po’ di riposo o studio a seconda dell’età, poi preghiera, lavoro, preghiera e lavoro.
Portiamo avanti tante attività come lavorare nell'orto, prenderci cura delle sorelle più anziane, fare l'uncinetto, decorare le icone sacre.
Una vita ricca, non sprechiamo un minuto della nostra esistenza. Ogni istante è pensato e impiegato bene.
Attorno alla vita monastica di Bastia Umbra ruota anche un’azienda agricola, da lei diretta, che produce orzo e olive.
“Ora et labora è il motto di San Benedetto - dice Suor Noemi - che noi estendiamo agli ospiti. Fa bene all’anima e al corpo, sono momenti in cui la spiritualità entra anche nelle aziende. E poi ricordo sempre che non è sufficiente timbrare il cartellino andando a Messa…”.

I voti di ubbidienza, povertà e castità
Per fare un percorso come il suo occorre fare voto di ubbidienza, povertà e castità. Spesso si crea dibattito su questi voti e ci si chiede se non siano ormai superati.
Bisogna capire bene la percezione del voto. Il voto è qualcosa che ci libera dentro il cuore, libera dagli affetti morbosi, dalla proprietà privata, dal possedere le cose, dal desiderio di potere, da queste passioni che ci abitano.
È ovvio che se avessimo una famiglia nostra, questa avrebbe l’esclusiva. L’energia e il tempo verrebbero dedicati ai figli. Invece in una vita consacrata, tramite questi voti, lo sbilanciamento è verso Dio, la preghiera e il povero.
Non li sento vincolanti, liberano il cuore.
Crisi, fatica e crescita personale
Posso avere avuto, giustamente, momenti di crisi, di fatica, di non capirne il senso, però sono dei momenti di crescita. Capitano ogni tanto, servono per guardarsi dentro, fare il punto della situazione e fare un passo avanti.
È come una sorta di verifica, ogni tanto vengono fuori. Però che mi manchi qualcosa no. Sono felice e realizzata.
Il ruolo di Madre Badessa
Oggi è Madre Badessa del monastero delle Benedettine di Sant’Anna. La Badessa è la responsabile, la madre della comunità, non solo a livello spirituale ma anche organizzativo.
È colei che decide la linea e come orientare la comunità. È un po’ come il capitano della nave, qualcuno che dà una rotta, che indica come si vuole vivere la Regola oggi, anche perché è una Regola che va aggiornata, incarnata in una situazione diversa rispetto a quando è stata scritta.
Diciamo di sì. Da una parte c'è la responsabilità a livello civile, organizzativo, di accudimento delle sorelle, di non fare mancare loro niente, di trattarle bene, di essere una madre.
Dall'altra c'è una grande responsabilità davanti a Dio: garantire una vita spirituale matura, che cresce.
La scoperta delle antiche ricette del monastero
Nel monastero è stato trovato uno scrigno che conteneva ricette risalenti anche ai primi del ‘700. Erano nell'archivio storico. Scritte a mano in un italiano antico, non di facile lettura, andavano decifrate, tradotte e trascritte.
Ho fatto questo lavoro insieme a un archivista e ne è nata una pubblicazione per non perdere la memoria storica e per evitare di toccare troppo questi foglietti, sciuparli e perderli.
“Quando diventai Badessa nel convento trovai un cofanetto contenente un fogliettino. Conteneva alcune ricette del Settecento, arrivate indenni sino a noi, sopravvissute a guerre, terremoti, usura del tempo. Le abbiamo scannerizzate, raccolte e pubblicate in un libro, che ha destato subito interesse.”
Mi ha colpito molto il modo in cui queste ricette sono scritte. I tempi di esecuzione sono scanditi dalla preghiera: ad esempio il tempo di un Credo, il tempo di un Gloria al padre.
Sì, è bellissimo leggerle, perché ci sono tutti questi aspetti che rispecchiano non solo la vita del monastero ma la vita del tempo.
Come è nato “La cucina delle monache”
È nato tutto dalla pubblicazione delle antiche ricette. È uscita una nota sull’Ansa, poi un servizio del Tg1. Galeotto fu quel libro che ci ha fatto conoscere a Food Network che ci ha chiesto di cucinare in video queste ricette.
Noi, un po’ ignare di dove saremmo andate a imbarcarci (ride, ndr), abbiamo accettato questa avventura.
Le puntate sono state realizzate dentro il monastero, abbiamo fatto vedere quello che facciamo durante il giorno. Per noi non cambia niente, se non l'avere una telecamera sul posto di lavoro.
La “glorificazione” può avvenire anche a tavola, anzi in cucina. Perché la Madre Badessa, con suor Eleonora, suor Miriam, suor Debora, ha creato un gruppo noto in tutta Italia: “La cucina delle Monache”, format culinario tra i più seguiti su Food Network.
Insomma, una brigata di successo, brillante e rilucente benché senza stelle da chef di fama.
Le quattro protagoniste del programma
| Protagonista | Ruolo e percorso |
|---|---|
| Madre Noemi Scarpa | È la Madre Badessa del monastero ed è stata una promessa del basket, destinata alla Serie A. |
| Suor Debora Chinaglia | È architetto, ha lavorato in Cina e Australia e ha lasciato una carriera brillante per cercare silenzio e pienezza spirituale. |
| Suor Miriam D’Agostino | Ha quattro lauree ed è maestra, formatrice ed educatrice della comunità monastica. |
| Suor Eleonora Merlo | È psicologa, la più giovane del gruppo e si occupa dell’ospitalità del monastero. |
Suor Debora Chinaglia
Suor Debora è Architetto, ha lavorato in Cina e Australia. Ha lasciato una carriera brillante per cercare silenzio e pienezza spirituale.
Nata a Venezia, divideva la sua vita tra architettura e parrocchia. Arrivando al Monastero di Bastia Umbra ha trovato la pace grazie all’amore del Signore.
Suor Miriam D’Agostino
Suor Miriam ha quattro lauree ma ha trovato il senso della vita nella parola del Signore.
Napoletana, nata nel 1984, è maestra, formatrice e educatrice della comunità monastica, ruolo che la spinge ad aggiornare continuamente i suoi studi. Le sue quattro lauree ne sono una prova!
Suor Eleonora Merlo
Suor Eleonora è Psicologa, ed è la più giovane. Accoglie con cordialità chiunque bussi al monastero, è novizia ma già molto attiva nel convento.
Nata ad Altivole, Treviso, nel 1994, dal 2018 abita nel monastero e si occupa dell’ospitalità, accogliendo i pellegrini alla ricerca del silenzio.
Le ricette della tradizione umbra e monastica
Custodite in uno scrigno nascosto tra gli scaffali della biblioteca del monastero, le ricette di questo libro sono state tramandate da generazioni di monache.
Madre Noemi, suor Myriam, suor Debora e suor Eleonora ci accolgono nella loro cucina, un’oasi di pace dove ogni giorno celebrano l’amore per la terra e la natura.
Il loro repertorio culinario spazia dalle ricette tramandate nel convento «da Madre a Madre» - custodite in un antico cofanetto - alle specialità della tradizione toscana e umbra, fino ai piatti del cuore, le appetitose ricette di famiglia delle consorelle, dal Veneto alla Campania.
Sono piatti resi ancora più gustosi dall’uso di ingredienti del territorio, molti dei quali coltivati nel rigoglioso orto del monastero.
| Categoria | Ricette citate |
|---|---|
| Primi piatti | Strangozzi al pesto umbro; gnocchi di zucca, castagne e guanciale |
| Piatti salati | Braciole al sugo; frittata di gobbi; crostini di pollo del 1700 |
| Specialità regionali | Tigelle con salumi e formaggi |
| Dolci | Gâteau di Santa Chiara; torcolo delle monache; spumette con salsa al cioccolato |
Dagli strangozzi al pesto umbro agli gnocchi di zucca, castagne e guanciale, dal gâteau di Santa Chiara alle braciole al sugo e alla frittata di gobbi, dai crostini di pollo del 1700 alle tigelle con salumi e formaggi, fino ai dolci deliziosi come il torcolo delle monache e le spumette con salsa al cioccolato: tante ricette per portare anche sulla nostra tavola piatti che fanno bene alla mente e all’anima.
Queste ricette si prestano perfettamente sia per i pasti quotidiani sia per i giorni di festa. E l’auspicio più grande è che questo libro possa portare nelle case italiane non solo preziosi consigli culinari, ma anche un po’ della serenità e dell’amore che caratterizzano la vita delle monache.
Come amano ripetere le sorelle: «Beato chi cucina!»
La ricetta preferita di Madre Noemi
Qual è la sua ricetta preferita? Mangio molto volentieri (ride, ndr). Preferisco i dolci, la priora è bravissima a farli.
Mi piacciono i dolci alle nocciole tipici del Centro Italia. Come piatti, invece, prediligo i carboidrati. Mi piacciono le pizze come quella al pesto, le paste, le torte. Insomma, i farinacei.
Cibo, convivialità e peccato di gola
Quando si passa dall’apprezzare il cibo al peccato di gola?
I peccati sono solo quelli che fanno male a se stessi o agli altri. In caso contrario credo non ci possa essere peccato.
La cucina, così come ci hanno insegnato le mamme e le nonne, è sempre stata un atto d’amore. In quanti ci siamo sentiti dire: “Hai mangiato? Mangia mi raccomando”.
Il successo televisivo e il rapporto con il pubblico
Il programma è nato da un’idea di Tiziana Martinengo, scritto con Giorgia Vaccari e Annarita Sasso, prodotto da Milano Produzioni e trasmesso su Food Network.
Le protagoniste hanno conquistato il pubblico con simpatia, dolcezza ed empatia. La cucina del convento è diventata un luogo televisivo riconoscibile, ma senza perdere il legame con le attività quotidiane delle monache.
Il 19 maggio andrà in onda l’ultima puntata della Cucina delle Monache. Ci sarà la terza stagione?
Sicuramente il programma continuerà. Abbiamo deciso di andare avanti perché in tantissimi ci scrivono sui social o ci vengono a trovare e dicono che facciamo tanta compagnia, che diamo serenità.
Quindi ci hanno chiesto di continuare, la vox populi ha detto così.
Sapete già quando tornerete in onda su Food Network?
Penso verso Natale.
I primi passi sono stati un po’ timidi, avevamo paura dei feedback, in particolare di quelli delle anziane che non sono abituate a queste cose. Però abbiamo visto che il bene che si faceva era maggiore rispetto alle critiche.
In tanti ci hanno ringraziato, anche le monache sono contente perché così siamo venute a contatto con tante persone che si confidano, che ci scrivono. È stata una evangelizzazione domestica.
Una cucina che nutre corpo e spirito
La cucina delle monache non è solo un viaggio tra ricette umbre e sapori antichi ma è un quasi una carezza all’anima.
Guardando Madre Noemi, Suor Debora, Suor Miriam e Suor Eleonora muoversi tra pentole e spezie, ho sentito qualcosa di raro: autenticità, quello che manca al giorno d’oggi.
Perché ogni gesto, ogni parola, ogni piatto racconta una storia di fede, di rinuncia, ma anche di gioia. Le loro vite, così diverse dalla mia, mi hanno fatto riflettere su cosa significhi davvero “nutrire” non solo il corpo, ma anche lo spirito.
Le ricette sono semplici, ma cariche di significato. Mentre loro cucinano, parlano di Dio, di silenzio, di gratitudine. È come se ogni ingrediente messo nelle padelle fosse una preghiera.
Ma, quello che mi ha colpito di più è la pace che le suore trasmettono. In un mondo frenetico, rumoroso, spesso superficiale, “La cucina delle monache” è un rifugio.
Mi ha fatto venire voglia di rallentare, di ascoltare e di riscoprire il valore delle piccole cose, come preparare un piatto.
Non serve essere credenti per apprezzarlo: basta avere il cuore aperto.
Il monastero come luogo di accoglienza
Nel cuore di Bastia Umbra, pittoresco borgo medievale nei pressi di Assisi, sorge l’antico Monastero delle Benedettine di Sant’Anna.
Qui, quattro consorelle fuori dal comune fanno della cucina parte integrante della loro vita monastica. Animate dallo spirito di condivisione, Madre Noemi, suor Myriam, suor Debora e suor Eleonora hanno scelto di aprire le porte della loro cucina, offrendo a tutti la possibilità di immergersi nell’atmosfera di pace e serenità del convento.
Hanno trasformato la cucina del convento in uno spazio di accoglienza, spiritualità e creatività. E ogni ricetta che propongono è un atto di amore, un modo per trasmettere valori e memoria.
È proprio questo rapporto con l’accoglienza ad avere spinto molti spettatori a desiderare di visitare il convento, tra le mura antiche di Bastia Umbra, per respirare quell’aria che profuma di pane appena sfornato e di preghiera.
La spiritualità attraverso natura e lavoro
La spiritualità attraverso momenti di meditazione e lavoro.
“Ora et labora è il motto di San Benedetto - dice Suor Noemi - che noi estendiamo agli ospiti. Fa bene all’anima e al corpo, sono momenti in cui la spiritualità entra anche nelle aziende.”
La vita del monastero mantiene un rapporto stretto con la terra, l’orto e i prodotti coltivati. Il lavoro diventa così una pratica concreta, capace di collegare la preghiera alla cura dell’ambiente e alla preparazione del cibo.
I consigli di Madre Noemi per ritrovare la serenità
Ritiene di avere trovato nel monastero la felicità che cercava?
Assolutamente sì.
Prima di tutto di rallentare perché a volte abbiamo ritmi disumani. Il monastero in questo aiuta perché la preghiera ti fa fermare, ti fa ascoltare, ti fa cantare.
E poi consiglio il lavoro nell'orto, il contatto con la natura, immergersi nel verde, toccare la terra. Tutto ciò aiuta il corpo a rilassarsi, a calmarsi, perché la natura scandisce un ritmo più lento.
Se metto un seme, non trovo la zucchina il giorno dopo, devo sapere attendere.
Suggerirei di fermarsi, respirare, guardare un fiore e accarezzare una foglia, stringere un po’ di terra in mano. Cose molto semplici, bisogna tornare alla natura.
Si può essere felici nella vita, l’importante è ascoltarsi dentro, trovare la propria strada e avere il coraggio di percorrerla, anche se può sembrare doloroso lasciare i soldi, lasciare gli affetti.
È un lasciare per trovare qualcosa di più grande, che è il nostro sogno, quello che ci abita profondamente.