La chiesa della Trasfigurazione del Salvatore è un edificio dedicato all’episodio evangelico in cui Gesù manifesta la propria gloria davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, alla presenza di Mosè ed Elia. La denominazione richiama direttamente la festa della Trasfigurazione, che nella tradizione cristiana celebra la rivelazione della natura divina di Cristo.
Tra gli edifici italiani dedicati al Salvatore e alla Trasfigurazione, la chiesa parrocchiale di Montanera presenta una storia documentata, un impianto settecentesco e un ricco apparato decorativo incentrato sulla scena evangelica. La facciata, gli affreschi della volta, le cappelle laterali, il presbiterio e le opere conservate all’interno testimoniano la stratificazione storica e artistica dell’edificio.
Il significato della Trasfigurazione nella tradizione cristiana
La festa della Trasfigurazione veniva celebrata già nel IV secolo presso gli Armeni in un modo particolarmente solenne: essi si preparavano con un digiuno di sei giorni e la festa durava tre giorni. Come altre feste cristiane, la Trasfigurazione sembra aver preso il posto di una “festa della natura”, e il rito di benedizione dei nuovi frutti che ancor oggi è previsto nel rito bizantino può essere una vestigia di questa origine.
Adottata in poco tempo nella chiesa greca, è solo nel IX secolo che inizia ad essere celebrata nella chiesa latina, fino a venire adottata in tutto l’occidente nel XV secolo. Non deve quindi stupire l’asimmetria del peso di questa festa tra oriente ed occidente, tenendo conto anche del fatto che l’evoluzione dell’innografia della festa si è di fatto completata nel IX secolo, mentre la riflessione teologica della Chiesa Ortodossa ha portato alle definizioni dogmatiche sulle energie divine come modalità della comunione tra Dio e l’uomo del XV secolo, per le quali Gregorio Palamas è stato universalmente riconosciuto e canonizzato.
Le immagini che emergono dai racconti evangelici della Trasfigurazione hanno un profondo retroterra biblico, analizzando il quale sarà possibile far emergere alcuni temi che potranno essere riscontrati nello sviluppo dell’ufficiatura. Le tre letture veterotestamentarie che ascoltiamo nei Vesperi ci offrono la possibilità di collocare questi temi in riferimento a Mosè ed Elia, i due personaggi dell’AT che conversano con Gesù trasfigurato.
Le letture liturgiche della festa
La prima lettura è Es 24,12-18. La seconda lettura è Es 33,1-23;34,4-6.8. La terza lettura è 1 Re 19,3-16.
Al mattutino si legge il racconto della Trasfigurazione nella versione di Luca (Lc 9,28-36). Alla Divina Liturgia si legge la versione letta è quella di Matteo (Mt 17,1-9).
Le letture dei Vesperi e gli Evangeli ci portano immediatamente a richiamare alla mente il monte Sinai, dove Dio appare a Mosè e parla con lui faccia a faccia, e si rivela ad Elia (bisogna identificare Sinai e Oreb).
Il monte come luogo della rivelazione divina
Se il monte è quindi il luogo prediletto delle rivelazioni divine, riveste altresì un ruolo estremamente importante in Matteo: c’è il monte delle tentazioni (4,8), quello del discorso sulla montagna (5,1), quello della preghiera (14,23), quello delle guarigioni (15,29-31), il monte della trasfigurazione (17,1), il monte degli Ulivi (24,3) e quello delle missione universale (28,16).
Al di là di altri possibili legami, c’è un filo che unisce il monte delle tentazioni e quello della missione universale: sul primo Gesù rifiuta ogni autorità e potere su tutte le nazioni che il diavolo gli offre, sul secondo Gesù risorto, apparendo ai discepoli in Galilea, afferma che gli è stato dato da Dio ogni potere in cielo e in terra.
La passione e la morte di Gesù sulla croce hanno tolto ogni possibile ambiguità all’autorità esercitata da Gesù, al suo dominio universale, che in nessun caso può essere confuso con un surrogato qualsiasi di mondana regalità.

Il filo che lega questi due monti passa proprio per il monte della trasfigurazione, dove Gesù, cambiando il suo aspetto (la parola greca che identifica la festa è proprio metamorfosi) rende i tre discepoli in grado di percepire la stessa gloria che si manifesterà nel suo corpo dopo la risurrezione.
Tropario e kontakion della festa ci mettono in grado di cogliere immediatamente il legame strettissimo che unisce la trasfigurazione al trinomio passione-morte-risurrezione.
Il tropario della festa
Tropario: Ti sei trasfigurato sul monte, o Cristo Dio, mostrando ai tuoi discepoli la tua gloria, per quanto essi fossero in grado di vederla. Fa brillare anche per noi peccatori la tua eterna luce. Per le preghiere della Madre di Dio, Signore che doni la vita, gloria a te!
Il kontakion della festa
Kontakion: Ti sei trasfigurato sul monte, e i tuoi discepoli per quanto ne erano capaci hanno contemplato la tua gloria, o Cristo Dio, affinché vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria, e annunciassero al mondo che tu sei veramente irradiazione del Padre.
Da un lato si pone in evidenza la limitata capacità dei discepoli di percepire la gloria di Dio che si manifesta nel corpo di Gesù (il riconoscimento di Gesù risorto non è mai stato del resto immediato, come testimoniato dalle apparizioni dopo la risurrezione), dall’altro si sottolinea come questa stessa gloria consente di irrobustire la fede dei discepoli nella risurrezione, a cui del resto rimanda anche il versetto conclusivo del racconto di Matteo.
La luce e la nube nella scena della Trasfigurazione
La scena è dominata dalla luce che in tutto l’AT è un altro simbolo della presenza divina. Nella famosa visione descritta in Ez 1,26-28, il profeta Ezechiele vede la gloria di Dio seduta su un trono celeste, ed anche Daniele, nel libro che porta il suo nome, descrive una visione di essere celeste che è splendente in quanto appartiene al mondo soprannaturale.
Ma il riferimento più immediato è il Salmo 103, il salmo di apertura di ogni vespero, che viene integralmente letto nei giorni feriali e che, nella tradizione russa, il sabato sera e in tutte le feste più importanti viene cantato con delle bellissime melodie.
È il salmo che celebra la bellezza della creazione ed il Creatore, e nei versetti iniziali canta: Signore, mio Dio, quanto sei Grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto!
È noto come il vestito nella Bibbia riveli la persona stessa, e il salmo testimonia quindi l’esistenza di uno stretto legame tra la natura di Dio e il suo vestito di luce.
La prima lettera di Giovanni afferma che “Dio è luce, e in lui non vi sono tenebre”, e in qualche modo Gesù rivela quindi nella trasfigurazione il suo legame con Dio attraverso il suo volto splendente e le sue vesti che diventano bianche come la luce (nella versione marciana, Mc 9,3b, si dice addirittura che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche).
Anche la nube è nell’AT un simbolo della presenza divina, specialmente durante la permanenza di Israele nel deserto. La colonna di nube di Es 13,21-22 è una guida, sia di giorno che di notte, ma in Es 14,20 è contemporaneamente nube e tenebre (per gli egiziani) e illumina la notte (per gli israeliti): possiamo in essa ravvisare anche un simbolo del corpo trasfigurato di Gesù?
La stessa nube appare numerosissime volte, specialmente nella teofania sul Sinai, e prende possesso della tenda del santuario costruito da Mosè, la tenda dell’incontro, che accompagna Israele nelle sue peregrinazioni nel deserto: Dio abita in mezzo al suo popolo (Es 40,34-35).
La nube riempie anche il tempio di Salomone per consacrarlo e segnalare che Dio è venuto ad abitarvi (1Re 8,10-12).
Il Dio che ha accompagnato Israele nella colonna di nube nel deserto, che è sceso sul monte Sinai, che è venuto ad abitare in mezzo al suo popolo, prima nella tenda dell’incontro, poi nel tempio di Gerusalemme, è presente in modo definitivo in Gesù, il Cristo che cammina in mezzo al suo popolo verso la sua passione e la sua gloria.
Mosè ed Elia accanto a Gesù
Accanto a Gesù ci sono le figure di Mosè ed Elia: secondo un’interpretazione largamente diffusa, Gesù è venuto per compiere la legge e i profeti, le due parti principali in cui gli ebrei distinguevano le Scritture.
Ci sono altri elementi che consentono di accomunare Mosè ed Elia. Entrambi hanno avuto una visione parziale di Dio sul monte Sinai, e se la visione di Mosè ha come cornice una teofania classica, Elia è chiamato a superare il proprio schema mentale: Dio infatti gli si manifesta in una maniera completamente inaspettata, potremmo quasi dire non canonica.
E se la traduzione CEI della Bibbia porta Elia a riconoscere Adonai nel mormorio di un vento leggero, una traduzione più corretta dal testo ebraico ci porterebbe a un vento sottile, quasi silenzio.
Elia deve essere quindi aperto ad una nuova forma di rivelazione, senza farsi imprigionare dal modo in cui il Signore aveva scelto di manifestarsi in passato.
Sia Mosè che Elia muoiono al di là del Giordano: Mosè può solo intravedere la terra promessa, Elia attraversa il Giordano verso il deserto prima di essere rapito in cielo in un turbine.
Mosè ed Elia sono inoltre menzionati insieme nel libro del profeta Malachia (Ml 3,22-24), l’ultimo dei dodici profeti minori: per Malachia l’essenziale del messaggio di Dio consiste nel ricordarsi di Mosé e della sua legge aspettando il ritorno di Elia.

La conversazione sul destino di Gesù
Luca ci suggerisce il contenuto della conversazione di Mosè ed Elia con Gesù. Matteo è più sfumato sull’argomento, ma la collocazione della trasfigurazione immediatamente dopo l’annuncio della passione (che a sua volta segue la confessione di Pietro) dissolve ogni possibile dubbio, come del resto testimonia l’ampia parte innografica che al contenuto di questa conversazione fa riferimento.
Mosè non ha mai varcato il Giordano: giunto alle soglie della terra promessa, ha designato Giosuè per questa missione. Gesù, equivalente aramaico dell’ebraico Giosuè, è colui che condurrà il nuovo popolo di Israele, quello della nuova alleanza, verso la terra promessa del regno, e la sua passione è il vero passaggio del Giordano.
Elia, che secondo la tradizione ebraica doveva ritornare per preparare la venuta del messia, conferma che Gesù è veramente il messia, nonostante il disorientamento provocato nei discepoli in seguito all’annuncio della passione.
Ad ogni buon conto, Elia e Mosè sono due profeti: Gesù non ha accanto né re, né sacerdoti, perché monarchia e tempio non salvano in se stessi.
È solo lo sguardo che riconosce la presenza di Dio negli avvenimenti della storia e che sa leggere questi ultimi con gli occhi di Dio, è solo lo sguardo profetico che potrà capire la passione, la morte e la risurrezione di Gesù.
La voce del Padre e la testimonianza
C’è un ulteriore elemento che assume una funzione molto importante: la voce della testimonianza. In Es 19,9, dove Dio dice a Mosè: ecco io vengo da te nella densità della nube, perché il popolo oda quando io ti parlerò e creda per sempre anche in te, Dio stesso vuole accreditare Mosè davanti al popolo, così come nel racconto della Trasfigurazione il Padre vuole accreditare il Figlio davanti ai tre discepoli.
La voce che proviene dalla nube chiede di riconoscere in Gesù il figlio prediletto e di ascoltarlo: il momento è analogo a quello del battesimo, quando Gesù si presentò come messia in mezzo ai peccatori penitenti e bisognosi di conversione.
La chiesa della Trasfigurazione del Salvatore a Montanera
Si ha menzione di una chiesa di Santa Maria in Montanera nel “Registrum” del vescovo di Asti nel 1345, ma molto probabilmente la notizia è da ascriversi all’attuale cappella dell’Assunta anche detta Madonna Lunga.
Sia Montanera che Castelletto furono completamente distrutte verso la metà del XIV secolo a opera dei cuneesi in quanto vi si annidavano delle compagnie di ventura, capitanate da Giovanni Acuto, che costituivano una seria minaccia per la città triangolare.
Una volta ristabilita la sicurezza, nel 1430, Cuneo deliberò la ricostruzione dei due paesi: prima Montanera e poi Castelletto.
Il paese fu rifondato con una posizione più facile per essere difesa lungo il ciglio del fiume Stura con una chiesa, parrocchiale dalla fine del XV secolo.
Le trasformazioni storiche dell’edificio
Da una visita apostolica del 1583 sappiamo che la chiesa è a due navate, di cui una sola affrescata. Nel 1680 circa furono condotti lavori di ampliamento che portarono alla realizzazione delle cappelle laterali.
L’intervento però più importante è da ascriversi agli anni tra il 1770 e il 1780 quando la chiesa fu completamente rimaneggiata e furono abbattute strutture precedenti.
Nella seconda metà del Settecento fu costruito il campanile e si procedette alle decorazioni della navata centrale, coro, presbiterio e di alcune cappelle.

La facciata e le decorazioni esterne
La facciata, molto semplice, è del tipo a capanna, interrotta da un portale rettangolare.
A inizio Ottocento era stata decorata con pitture prospettiche che svanirono ben presto a causa delle intemperie e agenti atmosferici e dunque ritoccate a fine secolo da G. Barale.
Sopra il portale di ingresso vediamo la raffigurazione di Gesù Salvatore su nembi con croce a lato e nella fascia mediana si legge la scritta latina “Dedicata alla trasfigurazione del Salvatore”
Nel 1784, all'atto della decorazione del cupolino della volta, sarà collocata l'iscrizione: Christo Salvatori aedem primitus dicatam Montaneriensium pietas reficit - ornat. 1784, “La pietà dei montaneresi rinnova ed orna il tempio primitivamente dedicato a Cristo Salvatore”.
L’interno della chiesa
La volta è ornata da decorazioni per lo più prospettiche tranne che sopra la tribuna dove campeggia Davide con la cetra e nel catino centrale dove vi è la scena della Trasfigurazione di Gesù tra Mosè, Elia, angeli e Pietro, Giacomo e Andrea.
L’interno è diviso in tre navate, quella centrale più alta e slanciata e le due laterali sormontate da coretti.
La composizione della volta colloca la Trasfigurazione al centro dell’apparato decorativo dell’edificio, collegando la dedica della chiesa alla scena evangelica e alla simbologia della luce, della nube e della gloria divina.
Il battistero e le cappelle sul lato destro
Sulla destra entrando si noti il battistero decorato nella volta da figure tra cui spicca l’Eterno e il fonte battesimale con tazza ottocentesca.
Proseguendo poco più oltre si incontra la cappella di San Giuseppe con altare marmoreo e dossale dipinto a trompe l’oelil con una tela ovale che ritrae il Bambin Gesù, San Giuseppe, San Espedito e San Marco.
L’altare seguente, del Rosario, anch’esso con dossale dipinto, ospita una tela con una Madonna con il Bambino tra angeli affiancati da San Domenico, San Lorenzo, Sant’Agata e Santa Rosa.
Il presbiterio e gli altari sul lato sinistro
Il presbiterio è separato dalla navata da una balaustra marmorea e termina con l’altare neoclassico in muratura e stucco.
Sul lato sinistro incontriamo l’altare delle Anime e la cappella della Madonna e con tela che raffigura l’Annunciazione.
Prima di uscire si noti ancora la grande tribuna d’organo che sorregge la cassa lignea.
Altri edifici dedicati alla Trasfigurazione e al Salvatore
La denominazione della Trasfigurazione del Salvatore può riferirsi a edifici diversi, appartenenti a contesti storici, geografici e artistici differenti.
La pieve romanica di San Salvatore a Rimini
Nella piccola località di San Salvatore a Rimini si erge una pieve romanica risalente all’VIII secolo
Leggenda narra che nel luogo ove sorge la pieve in passato vi avrebbe sostato Deianira, la figlia del dio Bacco, dedico ai festeggiamenti e al vino.
Sempre la leggenda narra che prima della dipartita, la figlia del dio avrebbe lasciato un cippo-colonna a memoria del suo passaggio.
Leggenda su leggenda si narra anche che tale cippo fu il punto di riferimento per la successiva costruzione di un tempietto romano dedicato al dio Giove.
Altra leggenda invece vuole che la pieve sia stata costruita sulle rovine di un tempio dedicato alla dea Cerere.
Dati più certi invece si hanno per quanto riguarda l’epoca più recente: sembra infatti che l’impianto che vediamo oggi sia in realtà di età alto-medievale.
La pieve infatti ha una struttura tipica delle chiese del X-XI secolo. E’ costruita in parte in mattoni e in parte in blocchi di pietra che le conferiscono un’aria semplice ed elegante al tempo stesso.
All’interno si sono trovati, e ancora presenti, quattro capitelli di epoca bizantina e tracce di pavimenti che suggeriscono una precedente suddivisione della pieve in tre navate.
Una lapide a caratteri gotici e datata al 1318 richiama l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, evento non sorprendente in quanto la pieve si trova proprio lungo la via battuta dai pellegrini per muoversi tra Rimini e Sansepolcro.
La chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe
Nella chiesa del Santissimo Salvatore (a Casal di Principe, ndr), tra i tanti capolavori d’arte, si conserva una tela della “Trasfigurazione di Gesù“.
Questa ci offre l’occasione di parlare di due personaggi interessanti: il pittore locale Pasquale Aulicino che la dipinse nel 1764 e il sedicente restauratore Paolino Girgenti che la modificò intorno al 1810.
Pasquale Aulicino, 1764, Trasfigurazione di Gesù Cristo, Chiesa del SS. Salvatore in Casal di Principe
Di Aulicino purtroppo non sappiamo molto; dai recenti studi di Marco Di Mauro sappiamo che fu attivo a Casal di Principe nella seconda metà del XVIII sec. - decorando anche la cappella del Palazzo Letizia in Via Fiume - e che probabilmente fu un seguace della pittura di Francesco De Mura.
Questa testimonianza è suffragata, come nel caso della Trasfigurazione, dalla “suggestione pastorale” con la quale Aulicino ambientava le proprie opere.
Nella tela di Casal di Principe, ad esempio, in un idilliaco giardino il Signore si è appartato con Pietro, Giacomo e Giovanni (che sono abbagliati nella parte bassa della rappresentazione) mostrandosi con uno straordinario splendore e candore delle vesti mentre è intento a conversare con i profeti Mosè ed Elia.
Oggi il dipinto sembra molto rassomigliare all’omonimo quadro di Raffaello Sanzio, forse perché intorno al 1810, dopo essere stato lesionato da un incendio, fu restaurato da Paolino Girgenti.
Con molta probabilità la figura di Cristo fu completamente ridisegnata.
Infatti il parroco del tempo, Michele Pezzella, commissionò il restauro a questo maestro di origini siciliane che a vent’anni era arrivato a Napoli sotto i Borbone e, con un cambio di casacca durante il periodo napoleonico, aveva fatto carriera divenendo direttore dell’Accademia di Nudo di Napoli e titolare di una cattedra di pittura della Reale Accademia delle Arti e del Disegno.

Girgenti era un esperto nel copiare il Classico ma non era certamente un eccellente pittore.
Chissà per quale motivo - come sempre la Politica! - aveva fatto una brillante carriera e si presentava anche come “restauratore“.
Gli studi di Di Mauro riconoscono chiaramente la preparazione modesta del pittore; e perfino noi, che non siamo storici dell’arte, considerando che sono solamente due le opere da lui restaurate (la tela di Casal di Principe ed un “Matteo Ripa che istruisce quattro giovani cinesi” a Napoli) nutriamo sospetti sulla bravura di questo Girgenti.
Nonostante tutto la Trasfigurazione di Casal di Principe assume, alla luce di quanto detto, un valore storico-sociologico molto alto perché ci offre uno spaccato del mercato e della cultura dell’arte durante il periodo francese.
Confronto sintetico tra i principali edifici citati
| Edificio | Località | Elementi principali |
|---|---|---|
| Chiesa della Trasfigurazione del Salvatore | Montanera | Impianto settecentesco, tre navate, decorazioni prospettiche, scena della Trasfigurazione nella volta |
| Pieve romanica della Trasfigurazione di San Salvatore | San Salvatore a Rimini | Origini alto-medievali, struttura romanica, capitelli bizantini, lapide del 1318 |
| Chiesa del Santissimo Salvatore | Casal di Principe | Tela della Trasfigurazione dipinta da Pasquale Aulicino nel 1764 e modificata intorno al 1810 |
La chiesa di Montanera si distingue quindi per la centralità dell’intero programma architettonico e decorativo dedicato alla Trasfigurazione, mentre gli edifici di San Salvatore a Rimini e di Casal di Principe rappresentano due ulteriori modalità di conservazione della memoria del Salvatore: una attraverso la struttura storica della pieve e l’altra attraverso una specifica opera pittorica.