Il Crocifisso ligneo di San Marcello al Corso, tradizionalmente attribuito a Jacopo Sansovino, è uno degli esempi più significativi di crocifisso ligneo rinascimentale a Roma per la qualità formale e per la straordinaria continuità della sua venerazione nei secoli.
Un’altra opera riferita all’attività giovanile dell’artista è il Crocifisso ligneo conservato nella Propositura dei Santi Jacopo e Filippo a Scarperia, caratterizzato da nobili ed eleganti linee, fattezze vivaci e un modellato plastico di notevole qualità.
Jacopo Sansovino: artista del Rinascimento italiano
Jacopo Sansovino nacque a Firenze nel 1486 e morì a Venezia il 17 novembre 1570. Fu architetto e scultore, attivo tra Firenze, Roma e Venezia, dove si trasferì definitivamente nel 1527.
Fu allievo di Andrea Contucci, detto il Sansovino, dal quale prese lo pseudonimo, e in seguito ebbe tra i suoi allievi Alessandro Vittoria. La sua attività riflette pienamente il clima culturale del Rinascimento, quando l’arte italiana cercava l’armonia del corpo umano e la perfezione delle forme.
L’arrivo a Roma di artisti provenienti da tutta la penisola contribuì alla formazione di un linguaggio figurativo che univa l’eredità classica alla nuova sensibilità umanistica. Sansovino, nella sua opera, riflette pienamente questo clima culturale.
Il Crocifisso di San Marcello al Corso
Nel panorama della scultura devozionale del primo Cinquecento romano, il Crocifisso conservato nella chiesa di San Marcello al Corso occupa un posto del tutto particolare.
L’opera, tradizionalmente attribuita a Jacopo Sansovino, rappresenta uno degli esempi più significativi di crocifisso ligneo rinascimentale a Roma, non solo per la qualità formale ma anche per la straordinaria continuità della sua venerazione nei secoli.
Situata lungo la centrale Via del Corso, la Chiesa custodisce, infatti, un’immagine che ha attraversato momenti cruciali della storia della città, assumendo progressivamente il ruolo di simbolo spirituale per la comunità romana.
Il Crocifisso di San Marcello al Corso e la sua venerazione a RomaLa scultura nasce nel pieno del Rinascimento, quando l’arte italiana cercava l’armonia del corpo umano e la perfezione delle forme: in quegli anni Roma era attraversata da una stagione artistica straordinariamente feconda.
La figura di Cristo è costruita secondo una concezione anatomica equilibrata e naturalistica: il corpo, pur segnato dalla sofferenza, mantiene una compostezza formale che richiama l’ideale rinascimentale di armonia.
La torsione del busto, il delicato abbassarsi del capo e la distribuzione del peso sulle braccia rivelano una conoscenza attenta della scultura classica e della tradizione fiorentina del crocifisso ligneo.
Il Crocifisso di Scarperia
Nella cappella di sinistra della Propositura dei Santi Jacopo e Filippo a Scarperia si trova uno splendido Crocifisso ligneo, raffigurato con nobili ed eleganti linee e fattezze, dal vivace e plastico modellato, che viene in genere attribuito all’attività giovanile di Jacopo Sansovino.
Il Crocifisso di Scarperia, notevole per le sue qualità esecutive, è riferibile alla fine del Quattrocento, o ai primi anni del secolo successivo.
Lo scultore ed architetto fiorentino, allievo di Andrea Contucci detto il Sansovino, da cui, peraltro, prese lo pseudonimo, fu attivo soprattutto tra Firenze e Roma, per poi trasferirsi definitivamente a Venezia nel 1527.
Il miracolo dell’incendio del 1519
La diffusione devozionale dell’immagine di San Marcello è legata a un episodio che segnò profondamente la memoria collettiva della città.
Nel 1519 un incendio devastò quasi completamente la chiesa di San Marcello. Tra le macerie annerite, il Crocifisso fu ritrovato miracolosamente intatto.
Questo evento venne interpretato come un segno provvidenziale e diede origine a una venerazione popolare sempre più intensa.
Da quel momento la scultura cessò di essere soltanto un simbolo liturgico per diventare una vera e propria immagine taumaturgica, legata alla protezione della città.
La processione durante la peste del 1522
La dimensione pubblica del culto si manifestò in modo particolarmente evidente durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1522.
In quell’occasione, il Crocifisso venne portato in processione per le strade della città per sedici giorni consecutivi.
Il percorso attraversò diversi quartieri e coinvolse un numero crescente di fedeli, trasformando la processione in un grande atto collettivo di supplica.
Le cronache dell’epoca riferiscono che, al termine della processione, l’epidemia iniziò progressivamente a diminuire.
Questo episodio consolidò definitivamente il legame tra l’immagine e l’idea di protezione divina nei momenti di crisi.
Il Crocifisso di San Marcello nel 2020
La forza simbolica del Crocifisso di San Marcello è riemersa in modo particolarmente significativo anche recentemente.
Tutti noi abbiamo nella memoria la data del 27 marzo 2020 quando - forse il momento più drammatico della diffusione globale del COVID-19 -, in quel giorno, l’immagine fu portata in Piazza San Pietro per una straordinaria celebrazione di preghiera presieduta da Papa Francesco.
La piazza, deserta a causa delle restrizioni sanitarie, divenne teatro di una delle immagini più emblematiche di quel periodo: il pontefice in preghiera sotto la pioggia davanti al Crocifisso e all’icona mariana della Salus Populi Romani.
L’evento, trasmesso in diretta in tutto il mondo, riportò al centro dell’attenzione internazionale una scultura che da secoli accompagna i momenti più difficili della storia della città.
Il Crocifisso di Jacopo Sansovino tra arte e devozione popolareValore storico e artistico dell’opera
Dal punto di vista storico-artistico, il Crocifisso di San Marcello rappresenta un caso particolarmente interessante di intersezione tra valore estetico e funzione devozionale.
Se la critica riconosce nella scultura una qualità formale pienamente rinascimentale, evidente nella compostezza della figura e nella ricerca di equilibrio anatomico, la sua identità culturale è inseparabile dalla storia della sua venerazione.
La forza dell’immagine non risiede soltanto nella maestria scultorea, ma nella capacità di incarnare una memoria collettiva che attraversa cinque secoli di storia.
Per questo motivo il Crocifisso di San Marcello al Corso non può essere interpretato esclusivamente come un’opera d’arte: esso rappresenta piuttosto un raro esempio di continuità tra creazione artistica, devozione popolare e identità urbana, capace ancora oggi di parlare alla sensibilità contemporanea.
Sansovino tra scultura, architettura e bronzo
Il 7 aprile 1529 Jacopo Sansovino viene nominato proto di San Marco, architetto direttore dei lavori della basilica.
I Procuratori di San Marco nominano il 7 aprile 1529 Jacopo Sansovino loro proto, architetto direttore dei lavori, per soprintendere alla basilica e a tutte le fabbriche in Venezia e fuori Venezia.
Oltre agli interventi architettonici di consolidamento e alla trasformazione di Piazza San Marco, Sansovino si occupa anche dell’abbellimento della basilica.
Oltre ad occuparsi di vari interventi architettonici e di consolidamento, Sansovino, in qualità di proto ha anche il dovere di abbellire la basilica marciana, e lo farà trasformando il coro.
Tra gli interventi più significativi, la trasformazione del coro da medievale a rinascimentale.
Il presbiterio di San Marco
Attualmente nel presbiterio rimangono nella loro posizione originaria solo le tribune per cantori, la porta della sagrestia, e la porticina per l’altare del Santissimo Sacramento, a causa delle modificazioni radicali avvenute quando, nel 1807, la cappella ducale diviene basilica patriarcale, e altri interventi degli anni Cinquanta del XX secolo.
Il presbiterio di San Marco progettato da Sansovino è suddiviso in due aree: il coro maggiore, in cui il Doge, la Signoria ed il seguito seguono le funzioni, ed il coro minore, sopraelevato rispetto al primo da due gradini, vero presbiterio e coro per il clero.
Sotto la sua direzione si realizzano i nuovi bancali con dossali intarsiati addossati alle pareti del coro maggiore, su cui, a partire dagli anni cinquanta del Cinquecento, si appendono, durante le funzioni solenni, i preziosi arazzi di manifattura medicea con le Storie di San Marco.
I rilievi bronzei e la narrazione sacra
Sansovino realizza i rilievi bronzei da lui firmati per le due tribune dei cantori a destra e a sinistra dell’area ducale.
Abolendo la profondità prospettica, cala ogni storia in un’atmosfera densa di citazioni classicheggianti e dispone le figure, modellate con forte plasticismo, in una serrata narrazione drammatica e spettacolare che influenzerà le successive opere di Tintoretto.
Con i rilievi del Sansovino si torna ad esaltare i poteri miracolosi di San Marco.
Nei rilievi del “pergolo” di destra (1537) sono raffigurati episodi della vita dell’Evangelista: San Marco battezza gli infedeli, Il martirio del santo ad Alessandria, San Marco risuscita un morto, esorcizza un indemoniato, risana gli storpi, e nel quarto rilievo è raffigurato San Marco e il suo leone.
Di qualche anno posteriori (1541-1546) i rilievi per il “pergolo” di sinistra, raffiguranti Il miracolo dello schiavo in Provenza, Il miracolo della pioggia in Puglia, Il miracolo del soldato in Lombardia e San Marco in atto di leggere.
| Elemento | Data o periodo | Caratteristiche |
|---|---|---|
| Rilievi del “pergolo” di destra | 1537 | Episodi della vita di San Marco e miracoli dell’Evangelista |
| Rilievi del “pergolo” di sinistra | 1541-1546 | Miracolo dello schiavo, miracolo della pioggia e miracolo del soldato |
| Porta bronzea della sacrestia | Dal 1546 | Sepoltura, Resurrezione, Profeti ed Evangelisti |
La Porta bronzea della sacrestia
Il capolavoro del Sansovino secondo gli studiosi è la Porta bronzea della Sacrestia.
Ma il capolavoro del maestro, secondo tutti gli studiosi, risulta essere la Porta bronzea della sacrestia di cui Sansovino modella la cera fin dal 1546.
La porta bronzea, che segue l’andamento ricurvo della parete absidale, e’ inquadrata entro una cornice marmorea.
Nei due pannelli principali sono raffigurate le scene della Sepoltura (pannello inferiore) e della Resurrezione (pannello superiore) incorniciate in senso orizzontale da tre Profeti semidistesi, e in senso verticale dai quattro Evangelisti.
Nei due pannelli principali sono raffigurate le scene della Sepoltura e della Resurrezione incorniciate da tre Profeti e dai quattro Evangelisti.
Agli angoli dei due riquadri maggiori, emergono, da riquadri più piccoli, sei teste.
Solo tre ritratti sono stati identificati, grazie a Francesco Sansovino, quello del padre, Jacopo, di Tiziano e di Pietro Aretino.
Le altre tre teste sono soggette a varie congetture: Palladio, Tintoretto, Veronese ed i due Palma.
La portella del tabernacolo con il Cristo in gloria completa l’altare dell’abside, dietro l’Altar Maggiore.
Il fatto che la portella sia opera di bottega, non significa che il Maestro non se ne sia interessato, ma probabilmente fa supervisore per questa copia di San Marco.
Porta bronzea della sacrestia di San Marco: Sepoltura e ResurrezioneLa bottega e il processo di fusione
Le sculture del Sansovino per il presbiterio, vengono realizzate tutte in bronzo; si tratta di lavori individuali, ma che non possono considerarsi indipendenti ed isolati, poiché tra loro esiste una interrelazione dovuta all’abile regia dì Sansovino che stabilisce un senso di unita’ nel coro.
Dai documenti in nostro possesso possiamo farci un’idea abbastanza precisa degli stadi della creazione dei bronzi del Sansovino.
Il maestro crea un bozzetto in terracotta, probabilmente presentato ai Procuratori per essere approvato prima della fusione in bronzo, mentre il resto della procedura viene affidato alla sua bottega, sotto la supervisione di un capobottega.
Il coinvolgimento di molti collaboratori nel processo di fusione è stato interpretato da alcuni studiosi come un segno di lontananza del Sansovino dal progetto.
Senza dubbio i collaboratori di Sansovino preparano i modelli in cera, affidati poi a fonditori specializzati, ma questo dipende dallo stesso processo di fusione in bronzo, lungo, complesso ed estremamente delicato.
A Padova lo stesso Donatello, un secolo prima, si serviva di fonditori di mestiere.
In quanto al modello in cera per la fusione, la sua preparazione può essere tranquillamente affidata ai collaboratori, poiché la cera deve essere modellata finemente, in tutti i suoi particolari, per assumere la forma voluta dallo scultore.
Inoltre la perfezione formale di una scultura bronzea è il risultato di una lunga e paziente rilavorazione che corregge le imperfezioni della fusione.
Si intuisce come per Sansovino, scultore ed architetto richiestissimo ed oberato di lavoro, l’uso del bronzo sia una soluzione ottimale, poiché gli consente di modellare bozzetti lasciando ad altri il lungo processo di fusione.
Il linguaggio manierista e il mito di Venezia
Nei bronzi di San Marco hanno modo di esplicarsi l’originalità e la creatività di Sansovino, che lo portano a sperimentare il manierismo, stimolato anche dal contatto con i toscani Giuseppe Salviati, giunto a Venezia nel 1539, e Giorgio Vasari, che per pochi mesi tra il 1541 e il 1542 rimane nella città lagunare.
Nell’operazione di aggiornamento, secondo un linguaggio più moderno, dello spazio cerimoniale del presbiterio, Sansovino celebra il mito di Venezia, con un programma di decorazione in chiave propagandistica all’interno della basilica, in cui i temi della religione e della politica risultano intrecciati, avendo il culto marciano, fin dai suoi albori, non solo un significato religioso, ma anche e soprattutto politico.

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