Integrazione e multirazzialità secondo don Tonino Bello

Per don Tonino Bello, l’integrazione non consisteva nella semplice tolleranza delle differenze, ma nella loro valorizzazione dentro una comunione concreta, capace di riconoscere in ogni persona un volto, una storia e una dignità. La sua idea di pace come «convivialità delle differenze» esprime una società in cui le diverse culture degli altri ci arricchiscono, senza sminuire la nostra identità.

Questa visione si traduceva in accoglienza, solidarietà e responsabilità personale: ospitare famiglie di senzatetto e profughi, promuovere iniziative per gli immigrati, difendere i diritti degli emarginati e trasformare la Chiesa in una comunità povera, umile e votata al servizio. Per don Tonino, la pace non era soltanto il silenzio delle armi, ma comunione tra persone e popoli.

Una Chiesa aperta alle persone e alle differenze

Antonio Bello, conosciuto come don Tonino, nasce il 18 marzo 1935 ad Alessano (Lecce). Si forma nei seminari di Ugento e di Molfetta. Completa gli studi a Bologna e nel dicembre 1957 viene ordinato sacerdote.

Nel 1959 si laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica di Milano. Per lunghi anni svolge il suo ministero come educatore presso il seminario di Ugento. Nel 1962 diventa terziario francescano e nel 1965 consegue il Dottorato in Teologia presso l’Università Lateranense.

Dal 1969, Don Tonino Bello divenne anche assistente dell’Azione Cattolica e vicario episcopale per la pastorale diocesana. La sua dedizione al servizio degli ultimi divenne evidente quando fu nominato amministratore della parrocchia del Sacro Cuore di Ugento nel 1978 e, l’anno successivo, parroco della Chiesa Matrice di Tricase.

Istituì la Caritas e un osservatorio delle povertà, dimostrando la sua particolare attenzione verso i più bisognosi della comunità. Nel 1979 diventa parroco a Tricase (Lecce).

Nominato nel 1982 vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi, Ruvo, fa subito capire quale sarà il suo stile: Noi come Chiesa dobbiamo sostituire “ai segni del potere il potere dei segni!”. Divenuto vescovo delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche della diocesi di Ruvo, Don Tonino Vescovo mantenne il titolo semplice di Don Tonino, e con esso la profonda umiltà che aveva caratterizzato fino ad allora il suo operato come sacerdote e come uomo.

La sua stessa vita è stata un’incarnazione di fede, umiltà, dedizione al servizio degli altri, ma anche di lotta per la giustizia sociale e sostegno della pace. Sua la definizione di Chiesa del grembiule, una chiesa povera, umile, votata alla carità e alla misericordia senza distinzioni di sorta.

Don Tonino Bello con immigrati

La «convivialità delle differenze»

La pace, praticata come nonviolenza attiva, va intesa come “convivialità delle differenze”, cioè la pace non solo accetta, ma anzi valorizza le differenze. Le diverse culture degli altri ci arricchiscono, senza sminuire la nostra identità. Vuol dire mettere tutto sul tavolo in comunione con l’umanità.

In questa prospettiva, la multirazzialità non è un problema da amministrare né una minaccia per l’identità collettiva. È una realtà umana da vivere nella relazione, nella condivisione e nella reciprocità. Le culture differenti non devono essere cancellate o costrette all’omologazione, perché possono contribuire alla ricchezza comune.

È il principio dell’essere l’uno per l’altro a fondare la giustizia e il bene, il dovere e il dono. In questa etica della trascendenza non è il possesso a far da padrone, ma la perdita di sé per l’altro, in cui solo è possibile che l’io ritrovi la verità di se stesso; non è il dominio dell’uomo sull’uomo, ma la comunione dei volti che rende umana la vita e possibile e significativo il vivere insieme.

“1+1+1 non è Trinità, ma 1x1x1 è Trinità! Se noi riuscissimo a vivere gli uni per gli altri allora sì che l’umanità troverebbe l’unità!” diceva don Tonino. Così era don Tonino: imparava dalla gente che incontrava, da tutti, anche e forse di più, dalla gente semplice.

Dalle parole all’accoglienza concreta

Promuove infatti iniziative di accoglienza per gli immigrati e realizza la Comunità di Accoglienza e Solidarietà Apulia (C.A.S.A.) per il recupero dei tossicodipendenti. Non esita ad ospitare nell’episcopio famiglie di senzatetto e profughi albanesi.

Come vescovo, prende l’abitudine, a Natale, di fare gli auguri agli esponenti politici della città con un messaggio di esortazione (pungente) circa la loro attività pubblica. Ben presto, anno dopo anno, l’uditorio si assottiglia vistosamente. Senza perdersi d’animo don Tonino registra su nastro auguri e riflessioni e li invia ugualmente ad amministratori e politici.

Sempre vicino alla gente e alla loro sofferenza, promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lottò in nome della giustizia sociale, della solidarietà e contro ogni forma di emarginazione.

La povertà era nel suo stile di vita e nella sua capacità di accogliere gli altri, tutti. In episcopio non lasciava che altri aprissero la porta. “Questo tocca a me”, diceva e riusciva a far sentire gli altri al centro dell’attenzione.

“E questo lo ricordano ancora oggi le persone che incontrava per strada o dal barbiere” ha detto don Tonio. Accolse in episcopio famiglie sfrattate e tra queste una madre ed una figlia che probabilmente si prostituivano.

Il fatto suscitò malumori soprattutto tra il clero ma lui ci scherzò su: “Non si potrà dire che il Vescovo va a prostitute perchè sono loro che vengono a me!” disse don Tonino Bello.

Questi episodi mostrano il significato concreto dell’accoglienza secondo don Tonino: non una dichiarazione astratta, ma la disponibilità a condividere gli spazi, il tempo e la responsabilità con persone che la società tende a lasciare ai margini.

Immigrati, profughi e diritti

Prende spesso la parola a favore dei poveri e degli emarginati. Quando prende le difese dei diritti dei profughi albanesi, viene addirittura fatto segno a ironia.

Infatti, l’allora ministro degli Interni, Scotti, in una intervista invoca Dio con un’antica formula in latino, con le parole “A peste, fame et bello, libera nos domine” (da peste, fame e guerra, liberaci Signore), con una chiara allusione al vescovo di Molfetta!

Ha speso la sua voce e la sua energia nella denuncia delle ingiustizie, nella difesa dei diritti umani e nella promozione di una società più inclusiva ed equa. Ha lavorato instancabilmente per alleviare la sofferenza dei poveri, dei malati e degli emarginati, portando avanti un messaggio di amore, compassione e accoglienza per tutti.

La sua attenzione agli immigrati si inseriva in una visione più ampia della giustizia: la società non può dirsi umana se accetta la presenza di persone prive di diritti, di protezione o di ascolto. L’accoglienza deve comprendere anche la vicinanza personale, perché il bisogno non è soltanto materiale.

Non basta dare un letto a qualcuno per dormire se non si sa dare la buona notte. A chi ha bisogno, oltre a fornire l’aiuto materiale, si deve far sentire anche la nostra vicinanza umana.

La Chiesa del grembiule

Don Tonino auspica una “Chiesa del grembiule”, cioè del servizio, piuttosto che quella dei paramenti e dell’incenso. Il grembiule è l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo (Gv 13, 3-5).

La “Chiesa del grembiule” indica una comunità che non si limita a parlare degli ultimi, ma si mette al loro servizio. È una Chiesa che rinuncia ai segni esteriori del potere e sceglie il contatto diretto con le persone, con le loro ferite, le loro difficoltà e le loro speranze.

Un episcopato caratterizzato dalla rinuncia ai segni esteriori del potere, tracciato nel segno della comunione, dell’evangelizzazione e della scelta degli ultimi su cui svilupperà la sua testimonianza di fede al servizio di una Chiesa in uscita.

Urge ritrovare una dimensione più discreta, meno ingombrante, ricondotta alla funzione di servizio alla vita, meno invadente, più elastica, più modesta, portatrice di un messaggio di libertà, meno trionfalista, che faccia respirare la vita.

Altrimenti c’è la morte per asfissia. La corazza, se ha un peso insopportabile finisce per schiacciare proprio la vita che dovrebbe proteggere.

La Chiesa del grembiule è quindi inseparabile dall’integrazione: una comunità che serve non può costruire barriere tra persone considerate appartenenti e persone considerate estranee. Il servizio evangelico riconosce la dignità di ciascuno prima di ogni appartenenza nazionale, etnica o sociale.

Accogliere significa farsi prossimi

Don Tonio dell’Olio, responsabile di Libera internazionale, giovedì 10 maggio a Perugia nella biblioteca del Centro d’accoglienza - Ostello di via Bontempi, ha restituito ai presenti un don Tonino molto umano e molto spirituale, allontanandolo da possibili riduzioni a “santino” o a poeta disincarnato.

Nella vita di don Tonino ci sono tante “P” ha detto don Tonio elencando le parole che ne caratterizzano la vita e la spiritualità: povertà, pace, profezia, poesia…. E la povertà era nel suo stile di vita e nella sua capacità di accogliere gli altri, tutti.

Don Tonino riusciva a far sentire gli altri al centro dell’attenzione. Questo atteggiamento rendeva l’incontro una forma di riconoscimento: la persona accolta non era soltanto destinataria di un aiuto, ma diventava interlocutrice, portatrice di una storia e capace di arricchire la comunità.

Dobbiamo imparare a scoprire le forze più profonde della relazione, l’emozione dell’incontro e della condivisine quotidiana. Dentro i nostri volti dobbiamo imparare a scorgere sogni e idee nuove per una visione sempre vivace e creativa della circolarità delle nostre vite.

Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo. Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino, come s’inzuppa un frusto di pane nel vino.

Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.

Integrazione come comunione dei volti

La pace, per il vescovo monsignor Bello, «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario. La pace è un cammino, e per giunta in salita».

E la risposta ai conflitti è che «solo chi perdona può parlare di pace e teorizzare sulla non violenza. La pace non è solo il silenzio delle armi, o l’isolamento di chi non manca di nulla. La pace è comunione» (don Tonino Bello).

Se la pace è una meta ideale non raggiungibile pienamente, essa è come anticipata dai faticosi cammini umani, dalla ricerca dei volti, dai segni di solidarietà che riusciamo ad esprimere.

La ricerca dei volti è decisiva anche nell’integrazione. Le persone non possono essere ridotte a numeri, categorie o emergenze; devono essere incontrate nella loro singolarità. La comunione nasce quando il volto dell’altro non viene più percepito come estraneo, ma come parte della responsabilità comune.

Le persone perdono il loro nome in un’atmosfera anonima, fredda e calcolata. I numeri hanno la meglio sulle persone. L’efficienza è l’idolo cui viene sacrificata la crescita degli individui.

Don Tonino rifiuta questa riduzione dell’essere umano a numero e invita a tornare alla relazione. L’accoglienza diventa autentica quando restituisce nome, voce e dignità a chi è stato reso invisibile.

La solidarietà oltre l’assistenza

Ma se la solidarietà è un imperativo etico, è necessario anche che l’impegno sia operativo. Don Tonino vede Pax Christi come un movimento di cerniera tra i grandi problemi teorici (pace, giustizia, diritti umani…) e la prassi concreta, come per esempio esporsi personalmente con segni eloquenti come l’obiezione di coscienza.

La Consulta diocesana delle Aggregazioni Laicali della diocesi ha scritto una lettera aperta ai laici nel ricordo di mons. Bello: “C’è una sfida dell’essenziale che ci attende, rispetto alla quale ogni realtà ecclesiale è chiamata ad interrogarsi su tutto ciò che essenziale non è, che si rivela coreografia, gioco di emozioni, involucro di tradizioni, e a lasciare il posto a scelte coraggiose, magari impopolari, che però rispondono ai reali problemi dell’oggi.

Nei prossimi mesi ci misureremo con l’emergenza economica, dovuta ad una crisi senza precedenti. Sapremo rispondere, declinare la parola solidarietà, non solo in termini assistenziali? Sapremo essere pungolo per le Istituzioni e per le imprese locali nella tutela dei posti di lavoro? Sapremo mettere in atto una alternativa sensata e praticabile, di contrasto a fenomeni come l’usura?”

Questa domanda riguarda anche l’integrazione delle persone immigrate. L’assistenza è necessaria, ma non sufficiente se non si accompagna alla tutela dei diritti, alla partecipazione e alla possibilità di costruire una vita autonoma e dignitosa.

La solidarietà non intesa come vago sentimento adolescenziale, ma come farsi carico delle sofferenze degli altri, le sofferenze della città.

Contro la guerra, il razzismo e ogni forma di emarginazione

Nel decennio 1980-90 la Puglia è una fucina di iniziative di pace. Si protesta sia contro la militarizzazione del territorio che contro il nucleare.

Don Tonino prende una chiara posizione contro la militarizzazione della Puglia. Su sua iniziativa, nel 1987, alcuni vescovi pugliesi firmano l’appello “Terra di Bari, terra di pace” e l’anno dopo la lettera “Puglia: arca di pace e non arco di guerra”.

Nominato presidente nazionale di Pax Christi nel 1985, matura più profondamente il suo impegno come operatore di pace, sospinto proprio dagli avvenimenti e dai fermenti che affronta nella sua nuova carica. Così, denuncia instancabilmente le cause che producono guerra e fame.

Si schiera contro le spese militari e il traffico di armi, e a favore dell’obiezione di coscienza. Interviene a tutto campo, nei dibattiti, sui giornali, in televisione.

Levando la nostra voce contro la guerra come mezzo per risolvere i conflitti, indichiamo anche che Vangelo e Costituzione camminano insieme.

La guerra produce profughi, separazioni, paura e impoverimento; per questo l’impegno contro la guerra e quello a favore dell’accoglienza sono inseparabili. Difendere le persone costrette a lasciare la propria terra significa contestare le strutture che generano violenza e disuguaglianza.

Infatti, “La violazione dei diritti umani, il problema della fame che investe popoli interi, la corsa alle armi e il commercio clandestino di esse, la logica di guerra sottesa a molte cosiddette ‘scelte di civiltà’, gli scudi stellari, certe visioni economiche… sono forme di peccato. Non possono perciò considerarsi temi estranei alla predicazione del Vangelo”.

La marcia di Sarajevo: una comunità internazionale dal basso

Durante la guerra balcanica, dal 5 aprile 1992 Sarajevo è cinta d’assedio dalle truppe serbo-bosniache: vittime e sofferenze indicibili.

Il movimento “Beati i costruttori di pace” organizza una marcia di pace, guidata da don Albino Bizzotto, con l’intento di raggiungere Sarajevo il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Vi aderiscono circa 500 pacifisti da ogni regione d’Italia, tra i quali Raniero La Valle, alcuni giornalisti, alcuni parlamentari, e anche alcuni gruppi di stranieri. Don Tonino, già da tempo sofferente, vi partecipa con entusiasmo.

A nulla valgono le pressioni per farlo desistere: è deciso ad andare “anche con le flebo”… Lo accompagna anche il vescovo don Luigi Bettazzi.

Il principale scopo della spedizione è quello di incontrare la gente di Sarajevo e testimoniare direttamente, con la presenza fisica, la solidarietà per la condizione drammatica in cui vive. Ci si sente vicini alla sofferenza di quelle persone e si vuole portare loro una speranza di pace.

A giudicare dalle reazioni degli abitanti di Sarajevo questo obiettivo sarà pienamente raggiunto. Dopo un viaggio avventuroso, prima attraverso l’Adriatico da Ancona a Spalato con il mare in tempesta, dopo su 10 pullman guidati da autisti croati, lentamente diretti verso Sarajevo per strade secondarie, il 10 dicembre non è possibile entrare nella città martoriata.

Il giorno dopo, verso sera, dopo un estenuante negoziato con i militari serbo-bosniaci, la spedizione entra finalmente nella città assediata, viene ricevuta da alcune autorità e sistemata in alcune palestre scolastiche.

La mattina dopo, 12 dicembre, i pacifisti percorrono 2-3 Km nel centro cittadino, diretti ai quattro principali luoghi di culto delle varie comunità religiose: musulmana, cristiana cattolica, cristiana ortodossa, ebraica.

La gente saluta dalle finestre o stringe le mani per la strada, ringrazia, applaude. Alcuni piangono. Le condizioni della città, determinata a resistere, sono terribili: bombardamenti, colpi dei cecchini, freddo, fame.

Durante un incontro ecumenico in un cinema cittadino, alla presenza di tutte le autorità civili e religiose, si svolgono numerose testimonianze, tra cui quella molto intensa di don Tonino, e vengono distribuiti dei pani della pace.

Le parole profetiche e le immagini suscitate da don Tonino nei vari momenti della spedizione costituiscono un forte sostegno spirituale e un punto di riferimento continuo per tutti i partecipanti.

Egli esalta i valori della nonviolenza, ormai non più parola pronunciata da utopisti, ma oggetto di trattatistica scientifica. Invita le comunità cristiane ad essere più audaci, più profetiche, a non essere “semplici notaie dello status quo”.

Paragona i protagonisti della marcia ad una “ONU dei popoli”, che riesce ad entrare a Sarajevo persino col buio, quando invece i convogli dell’altra ONU, quella dei potenti, dopo le 16 non possono più entrare nella città.

La “ONU dei popoli” rappresenta una comunità internazionale dal basso, fondata sulla presenza, sulla solidarietà e sull’incontro diretto. In essa le differenze religiose e culturali non costituiscono un ostacolo, ma diventano una ragione per cercare un linguaggio comune di pace.

Marcia pacifista a Sarajevo 1992

Dialogo tra comunità e religioni

La marcia di Sarajevo attraversa i principali luoghi di culto delle comunità musulmana, cristiana cattolica, cristiana ortodossa ed ebraica. Il gesto rende visibile una convivenza possibile proprio nel luogo in cui la guerra tenta di separare le persone in base alla loro appartenenza.

Il dialogo tra comunità diverse non significa cancellare le differenze religiose o culturali. Significa riconoscerle e metterle in relazione, opponendosi alla logica secondo cui l’identità di uno può esistere soltanto contro l’identità dell’altro.

La spedizione si conclude già il 13 dicembre, attraversando l’Adriatico da Zara ad Ancona. Nella traversata di ritorno, nello scenario di un fantastico tramonto, durante la celebrazione eucaristica sul ponte della nave, paragonata a un nuovo tipo di cattedrale, usa la similitudine di una “Messa in cammino”.

La “Messa in cammino” sintetizza una fede che non rimane chiusa in uno spazio separato dalla storia, ma si mescola alle vicende dei popoli, alle sofferenze delle città e alle speranze di chi cerca la pace.

La comunità come luogo di partecipazione

Il management della speranza richiede il dovere del grembiule, il dovere del “consumo umano” che il tempo, i pensieri e i progetti dedicati agli uomini diventano valori, diventano capitali, diventano investimenti, diventano patrimonio e ricchezza. Diventano felicità.

Un cammino per un cambiamento d’ottica ma anche un cambiamento per trovare nuovo nutrimento. Un cammino di transumanza che deve rappresentare una dinamica organizzata di un momento di “rinfresco” e di profonda riconsiderazione della nostra vita.

L’analisi di una realtà “arida e brulla” che stimola il viaggio come movimento dello spirito di una comunità di donne e uomini di buona volontà… Tale coraggio di rinnovamento spinge al cammino e alla grande responsabilità di portare gli altri, di stimolarli al viaggiare, di scuoterli dalla pigrizia, di cercare e trovare la “terra fertile e verdeggiante”.

Riscoprire una voglia di fare servizio, di vivere l’etica, di vivere il “grembiule”. Liberati da tornaconti, dedicata liberamente all’Uomo, liberante per ogni organizzazione incrostata da tensioni e violenze nascoste.

Un’autentica integrazione richiede proprio questo passaggio: da una presenza passiva o tollerata a una partecipazione reale alla vita della comunità. Le persone immigrate non devono essere considerate soltanto beneficiarie di interventi, ma soggetti capaci di contribuire alla costruzione del bene comune.

Contro l’anonimato e il formalismo

Chi incontra le persone con felicità e godendo delle emozioni dell’incontro servendo la vita per il solo gusto della vita e ricercare la felicità oggi è guardato con sospetto. Tenuto d’occhio, perché pericoloso, addirittura dichiarato destabilizzante.

Ogni cambiamento, ogni slancio verso l’emozione, costituisce una minaccia. Le regole e i regolamenti sostituiscono l’armonia, la passione, la vita stessa.

I processi e le procedure si moltiplicano, ma a poco a poco il canto e la gioia e la felicità si spengono inesorabilmente. Arrivano il legalismo, il formalismo, il giuridicismo.

L’integrazione non può ridursi a procedure amministrative o a formule istituzionali. Ha bisogno di una cultura dell’incontro, nella quale l’attenzione all’altro non sia percepita come una minaccia, ma come una responsabilità e una possibilità di crescita collettiva.

Urge ritrovare una dimensione più discreta, meno ingombrante, ricondotta alla funzione di servizio alla vita, meno invadente, più elastica, più modesta, portatrice di un messaggio di libertà, meno trionfalista, che faccia respirare la vita.

La città e le sue responsabilità

Tutti avvertiamo un TORPORE tra i nostri giovani. Chi li deve scuotere? Tutti avvertiamo una SOFFERENZA tra i nostri malati e anziani. Chi li deve consolare?

Tutti avvertiamo una RABBIA tra i nostri disoccupati. Chi li deve aiutare? Tutti avvertiamo una TRISTEZZA tra i nostri poveri e immigrati. Chi li deve consolare?

Signore donaci testimoni, profeti, rivoluzionari e la vicinanza di chi ci vuole bene veramente. I governatori, i gestori, i preti, gli educatori ci devono voler bene veramente e devono essere vicini alla vita sino a toccarla e abbracciarla.

Impastarsi con le povertà. Vivere gli androni dei condomini vicini agli “odori casalinghi”.

La città diventa il luogo concreto dell’integrazione. È negli androni, nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie che le differenze possono trasformarsi in relazione quotidiana. Restare lontani dai luoghi in cui si consumano l’ingiustizia e la povertà significa rinunciare a comprendere la realtà.

Forse ricordare don Tonino oggi significa andare a scuola di pace. Formarsi alla solidarietà e alla politica del grembiule e non tradire questo vescovo da “catechismo di strada” stando lontano dagli androni dei palazzi e dagli angoli delle città dove si consuma l’ingiustizia e la povertà.

Il ruolo della parola e della poesia

La scrittura e l’eloquio di don Tonino sono ricchi di passione, profondi, pieni di immagini poetiche e metafore suggestive. Persona percepita immediatamente come autentica e sincera, Don Tonino possiede una vasta cultura e utilizza un vocabolario molto ampio.

Queste qualità, unite agli ideali incrollabili della pace, conferiscono alle parole di don Tonino una forza straordinaria. I discorsi di don Tonino si sviluppano così in un intreccio continuo di parole sacre e altre parole chiave quali pace, giustizia, salvaguardia del creato, nonviolenza attiva, attenzione verso gli ultimi, protezione dei poveri, difesa dei diritti.

La parola assume il ruolo di protagonista, la poesia, la tenerezza dello sguardo “scongela” le potenzialità di chi lo ascolta e le riattiva in entusiasmatici percorsi operativi di cose e piani di lavoro carichi del “fuoco della festa”.

In questa prospettiva, parlare di integrazione significa anche cambiare il linguaggio con cui si descrivono le persone. Le parole possono creare distanza oppure aprire uno spazio di incontro; possono ridurre l’altro a un’etichetta oppure restituirgli dignità e voce.

Educare alla pace e alla convivenza

Intanto, è importante portare avanti con convinzione una riflessione critica sulla pace. E’ necessario a questo scopo promuovere iniziative sulla spiritualità della pace, denunciare le ingiustizie, smascherare la logica di guerra dietro le scelte militariste, proporre un nuovo ordine economico internazionale, impegnarsi per una educazione alla pace, rivolta prevalentemente verso i giovani.

L’educazione alla pace comprende la capacità di riconoscere le differenze, di affrontare i conflitti senza violenza e di comprendere le cause delle disuguaglianze. Non si tratta soltanto di trasmettere nozioni, ma di formare persone capaci di responsabilità, ascolto e partecipazione.

In questo e in tutto il suo magistero don Tonino sviluppa il passaggio fondamentale che ribalta una logica del pensare per emozionare all’emozionare per pensare e progettare.

Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, le speranze del giorno nuovo. Ispiraci parole di coraggio.

Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori.

Aiutaci a scommettere con più audacia sui giovani, e preservaci dalla tentazione di blandirli con la furbizia di sterili parole, consapevoli che solo dalle nostre scelte di autenticità e di coerenza essi saranno disposti ancora a lasciarsi sedurre.

Una speranza organizzata

La pace è intesa anche come “organizzazione della speranza”.

Se c’è conversione che dobbiamo chiedere alle nostre comunità è quella di essere capaci di liberare Speranza di saperla organizzare, di dare carne e sangue agli aneliti dei piccoli, dei poveri: di disegnare per loro i percorsi concreti per raggiungere le cime utopiche.

La speranza, in questo senso, non è un’attesa passiva. È la capacità di elaborare percorsi concreti, creare relazioni, sostenere le persone vulnerabili e trasformare la solidarietà in scelte quotidiane.

Non basta proclamare l’unità dell’umanità: occorre costruire luoghi in cui le persone possano incontrarsi, esprimersi e partecipare. L’integrazione diventa credibile quando la comunità modifica le proprie pratiche per rendere effettiva la presenza di tutti.

Ancora dobbiamo commuoverci per i bisogni dell’umanità, ancora dobbiamo nutrirci di santi di profeti e di santi testimoni e ancora dobbiamo sporcare il nostro grembiule di “umanità corrente”.

La santità laica e il bene comune

Don Tonino ci risponderebbe ancora così: “Siate voi i promotori della santità. Io mi appello a quella santità laica di cui tutti quanti voi potete essere fornitori, protagonisti e propositori La santità laica, i valori del Vangelo che poi sono i valori che si sprigionano dalle viscere della terra.

La solidarietà. La solidarietà non intesa come vago sentimento adolescenziale, ma come farsi carico delle sofferenze degli altri, le sofferenze della città. La trasparenza. La trasparenza della vita perché non ci siano fratture tra l’audio e il video.

L’accettazione dell’altro. La ricerca dell’altro. Capite allora? Provocare dalle viscere del territorio questa esemplarità. Questo è promozione nuova per la città.

Che i vostri figli apprendano da voi quelle fierezze che fanno l’uomo grande, quelle fierezze umane; quelle indipendenze interiori, quei riconoscimenti di subalternità solo dinanzi a Dio. Servi di tutti ma schiavi di nessuno.

Protesi in questo servizio straordinario dell’uomo. Quanto merito vi troverete per essere stati promotori di questa santità urbana, di questa santità laica, democratizzata, diffusa. La città langue di interiorità.”

La “santità laica” descritta da don Tonino non separa la fede dalla vita sociale. Si manifesta nell’accettazione dell’altro, nella ricerca dell’altro, nella trasparenza, nella solidarietà e nella responsabilità verso la città.

Un’eredità ancora attuale

Don Tonino Bello è stato una delle figure più carismatiche della Chiesa italiana della seconda metà del Novecento. Il saggio si propone di ricostruirne gli aspetti essenziali delle sue riflessioni sull’economia italiana, sul processo di integrazione dell’Europa e sulle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza.

La sua figura rimane un esempio di umiltà, compassione e impegno per il bene comune, un faro di speranza per tutti coloro che cercano di seguire i valori evangelici nella loro vita quotidiana.

Il 3 luglio 2020, Papa Francesco ha riconosciuto l’eroicità delle virtù di Don Tonino Bello, conferendogli il titolo di Venerabile.

La fama di Santità necessaria a Don Tonino per essere elevato al titolo di Venerabile viene dalle testimonianze delle persone comuni che lo hanno conosciuto e alle quali egli ha lasciato un’eredità di amore, compassione, dedizione.

Questa eredità riguarda anche la multirazzialità: riconoscere le differenze, accogliere chi arriva, difendere i diritti dei profughi, ospitare chi è senza casa, condividere le risorse e costruire una comunione capace di superare le barriere.

La pace non è solo il silenzio delle armi, o l’isolamento di chi non manca di nulla. La pace è comunione.

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