L’altare è il luogo dove viene offerto il sacrificio. Nella tradizione cristiana esso rappresenta Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi.
La questione dell’orientamento dell’altare e del sacerdote riguarda quindi il significato stesso della liturgia: l’altare è il luogo d’incontro del sacerdote col Signore, il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia e il punto verso cui si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso.
Il significato spirituale dell’altare
In tutte le religioni e tradizioni l’altare è un punto di forza indispensabile che viene allestito e curato con meticolosità, rispetto e amore. In molte civiltà antiche era posto su alture, quasi a voler sottolineare l’importanza di quel luogo e a simbolizzare anche la vicinanza agli Dei affinché loro potessero vederli ed accogliere prima le loro richieste.
Di etimologia incerta, dal latino altus, elevato, ma anche da adolere, ardere, allusivo al fuoco che consuma la vittima, l’altare è il luogo dove viene offerto il sacrificio. Fatto di pietra, presso greci e romani aveva dimensioni ridotte senza escluderne di più ampie, come l’ara pacis di Augusto.
Nell’economia cultuale del popolo ebraico rivestiva un ruolo preciso: pensiamo all’altare eretto da Noè, da Abramo e da Isacco; Mosè lo innalzò per suggellarvi col sangue l’alleanza sinaitica; nel tempio di Gerusalemme l’altare era il luogo cultuale per eccellenza.
L’altare nella tradizione cristiana
I cristiani dei primi secoli, coscienti della novità del cristianesimo, hanno preso le distanze dall’idea ebraica e pagana dell’altare: «Ara et delubra non habemus» diceva Minucio Felice, significando così la peculiarità del culto «in spirito e verità» inaugurato da Cristo, vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo.
Nella domus ecclesiae il pane e il vino per il sacrificio eucaristico erano posti su una tavola mobile di legno, come il tripode comune nelle case romane, raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto: tale mensa ha valore di altare, essendo l’Eucaristia un convito sacrificale, modellato sull’Ultima Cena.
Spiegando la comunione al sacrificio di Cristo san Paolo parla infatti di «mensa Domini». Con l’avvento delle basiliche, nel secolo IV, compare in esse l’altare fisso, di pietra o metallo prezioso.
San Pier Crisologo commenta che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae». All’adozione dell’altare lapideo non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale».
Altare, martiri e reliquie
Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede. La visione giovannea dell’Apocalisse, «Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso», trovò infatti concreta traduzione sia nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, sia nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche.
Al riguardo sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare».
Nel V-VI secolo l’altare, posto anche sotto un ciborio per rimarcarne l’importanza nello spazio basilicale, si presenta in tre forme: una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli; un cubo vuoto, al cui interno sono poste le reliquie; un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire, al quale si accedeva mediante una scala.
Nelle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo l’altare, eretto sopra la tomba dell’apostolo martire, è ancora oggi chiamato della «confessione».
Dall’altare unico agli altari laterali
Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata, come nelle antiche basiliche, oppure su un piano rialzato. Dal secolo VI cominciò a disattendersi l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa, a motivo del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione di messe, specie di suffragio per i defunti.
Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare come di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, lo trasformano in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale sono raffigurati Cristo, Maria e i santi patroni.
Progressivamente la pala si sviluppa in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, che sarà addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, ossia elevate pareti in legno policromo istoriato, dapprima intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specie nel barocco.
Si assiste così a uno spostamento d’accento: le immagini non sono più un accessorio dell’altare, ma è la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale. Ne consegue che la mensa del sacrificio eucaristico non attira più l’attenzione dei fedeli, perché visivamente è più importante l’urna del santo o l’immagine che la sovrasta.
Scompare il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle vi sono gli altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità è tuttavia custodita dall’altare maggiore.
Il tabernacolo e la centralità dell’altare
Ulteriore fase evolutiva è la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti. A Milano, ne fu convinto assertore san Carlo Borromeo.
Il Rituale di Paolo V del 1614 lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito, eccetto nelle cattedrali che spesso seguivano la prassi antica, fino a sviluppare l’altare tabernacolo.
Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare. La riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II ha inteso restituire all’altare il suo significato liturgico.
Il simbolismo liturgico dell’altare
Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia».
Il suo valore è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione; stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio.
Lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo.
Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi».
L’altare orientato verso il Signore
L’orientamento “verso il popolo” che ha favorito la cosiddetta circolarità nella comunità, non è di tradizione cattolica, nemmeno ortodossa, ma protestante; tantomeno può essere ritenuto un modello classico: in quale liturgia occidentale o orientale si trova?
Non è un ritorno alle origini. La ritrovata sensibilità per il simbolismo liturgico, dovrebbe indurre committenti e architetti a valorizzare il rivolgersi del sacerdote a oriente, simbolo cosmico del Signore che viene nella liturgia.
Dove questo non è possibile, il sacerdote può rivolgersi verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione.
Perché guardarsi reciprocamente, se come popolo di Dio siamo tutti in cammino verso il Signore che viene a visitarci dall’alto? È così che la Chiesa ha espresso la vera forma della messa, dell’eucaristia pignus futurae gloriae, anticipo della gloria futura, perché sulla terra la salvezza è incompleta.
La tradizione cristiana d’oriente e d’occidente prevede la direzione comune del sacerdote e dei fedeli nella preghiera liturgica; quella “verso il popolo” è in rottura con essa.

La celebrazione “verso il popolo”
Invece, presentare la celebrazione “verso il popolo”, come orientamento verso il corpo sacramentale del Signore, significa che l’atteggiamento della preghiera riguarda solo il prete, reintroducendo così la differenza e separazione tra clero e popolo.
Ciò inoltre è contraddetto dal decentramento del tabernacolo dove il corpo sacramentale è permanentemente presente. La croce posta sull’altare da papa Benedetto XVI perché sia guardata da celebrante e fedeli, è un rimedio che rimanda all’antico uso della croce nell’abside orientata a est.
Non sostengono i liturgisti che la riforma liturgica ha reintrodotto usi antichi? Ora, si è riacceso il dibattito sulla posizione dell’altare e l’orientamento nella preghiera liturgica, anche perché non si è mai spento.
Chi studia la storia e la teologia della liturgia dovrebbe avere l’onestà intellettuale di considerare le critiche fondate che teologi e periti conciliari come Josef Jungmann, Louis Bouyer, Joseph Ratzinger e recentemente Uwe Michael Lang, hanno mosso alla celebrazione “verso il popolo”.
Le osservazioni di Joseph Ratzinger
Ratzinger scrisse: «È di assoluta importanza poter guardare il sacerdote in viso, o non potrebbe spesso essere benefico riflettere che anche lui è un cristiano e che ha ogni ragione per volgersi verso Dio con tutti gli altri confratelli cristiani della congregazione e recitare con loro il Padre Nostro?».
Ancora: «La ricerca storica ha reso la controversia meno faziosa, e fra i fedeli cresce sempre più la sensazione dei problemi che riguardano una disposizione che difficilmente mostra come la liturgia sia aperta a ciò che sta sopra di noi e al mondo che verrà».
Che cosa prescrivono i testi liturgici
La Sacrosanctum Concilium non parla di celebrazione “verso il popolo”. L’istruzione Inter oecumenici, preparata dal Consilium per l’applicazione della costituzione sulla sacra liturgia, ed emanata il 26 settembre 1964, si riferisce alla progettazione di nuove chiese e altari quando recita: «Nella chiesa vi sia di norma l’altare fisso e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo».
Una possibilità dunque per le chiese nuove, non un obbligo o una prescrizione. Quindi, il mutamento di orientamento non è stato approvato nell’aula conciliare ma introdotto da istruzioni postconciliari, presentato come possibilità e non obbligatorio.
Sappiamo poi con quanta foga degna di miglior causa siano stati abbattuti gli altari rivolti ad orientem, cioè al Signore Oriens, splendor lucis aeternae, cercando in modo surrettizio di spiegare che erano “di spalle al popolo”.
Chi ci ha fatto accorgere che erano tali? L’altare è per il Signore e il sacerdote è rivolto all’altare del Signore.
La posizione del cardinale Lercaro
Il cardinale presidente del Consilium, Giacomo Lercaro, scrisse ai presidenti delle conferenze episcopali: «Per una liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto “verso il popolo”: nella messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dal seggio, dall’ambone o dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la partecipazione abbastanza possibile».
A parte l’esigenza di tutelare gli altari quali beni artistici e architettonici. Lercaro non era un tradizionalista, eppure la sua osservazione è caduta nel vuoto.
Un pensiero non cattolico, per dirla con Paolo VI, vedeva nel mutamento della posizione del sacerdote il simbolo del cosiddetto spirito del concilio e di una presunta nuova ecclesiologia. Di fatto si scatenò un’euforia che portò a distruggere grandi opere d’arte e a sostituirle con tavoli.
Altare e tavola nella prospettiva di Dom Prosper Guéranger
Dom Prosper Guéranger aveva osservato: «Il protestantesimo ha distrutto la religione abolendo il sacrificio, per esso l’altare non esiste più; non c’è più che una tavola: il suo cristianesimo si è conservato unicamente nel pulpito».
«La Chiesa cattolica, senza dubbio, si gloria della cattedra di verità, poiché “la fede viene dall’ascolto”». La distinzione riguarda il diverso rapporto tra la mensa eucaristica e il sacrificio: l’altare cristiano è mensa, ma è anche il luogo in cui viene reso presente il sacrificio della croce.
Le rubriche del Messale
Nel messale di Paolo VI, editio typica III del 2002, le rubriche dell’Orate fratres, del Pax Domini, dell’Ecce Agnus Dei e dei riti conclusivi, recitano ancora: «il sacerdote rivolto al popolo».
Vuol dire che in precedenza il celebrante si trova rivolto nella stessa direzione, ovvero verso l’altare; poi, alla comunione del celebrante la rubrica è: «il sacerdote rivolto all’altare».
A che servirebbe dirlo qui, se egli fosse già dietro l’altare e di fronte al popolo? Dunque, l’altare può essere rivolto solo al Signore, mentre il sacerdote nella messa si rivolge in prevalenza all’altare e, quando è previsto, al popolo.
Nella liturgia orientale è il diacono che fa da tramite tra l’altare e il popolo. La tradizione cristiana d’oriente e d’occidente prevede la direzione comune del sacerdote e dei fedeli nella preghiera liturgica.
Il sacerdote rivolto a Dio e rivolto al popolo
Allora, rivolgersi a Dio o al popolo? Il vero significato del rivolgersi al popolo da parte del sacerdote quando è all’altare, viene dall’essere stato sin dall’inizio della messa rivolto al Signore.
A Bari, nella basilica di San Nicola, l’architrave del ciborio porta l’iscrizione latina rivolta al celebrante che sale all’altare: Arx haec par coelis, intra bone serve fidelis, ora devote Deum pro te populoque, cioè: «Questa rocca è simile al cielo, entra servo buono e fedele, prega devotamente per te e per il popolo».
Fa da contrappunto l’invito inciso sul primo dei gradini ancora al celebrante: sis humilis in ascensu, cioè: «sii umile mentre sali». Al popolo il sacerdote si rivolge per comunicargli qualcosa da parte del Signore: come potrebbe se prima non è stato rivolto ad Dominum?
È la verità del segno. Oriente docet.
L’altare come luogo del sacrificio e della mensa
Chi nega l’importanza dell’orientamento comune sostiene che la funzione dell’altare verrebbe a perdere la sua visibilità e centralità sia come luogo d’incontro del sacerdote con i fedeli, sia come mensa eucaristica con i segni di pane e vino che richiamano i gesti dell’ultima cena, compiuti oggi dal sacerdote, restando totalmente invisibili.
Ma l’altare è il luogo d’incontro del sacerdote col Signore: solo lui può salirvi per esercitare la funzione sacerdotale; poi, il pane e il vino consacrati sono visibili al momento dell’elevazione, proprio in base al per ritus et preces, con cui viene massimamente presentato il mistero.
L’orientamento esterno esprime l’atteggiamento che tutti i fedeli sono chiamati ad assumere nella preghiera eucaristica di fronte al mistero celebrato. Dunque non si tratta di essere unilaterali e non tener conto delle tesi contrarie, ma di verificare cosa sia essenziale per tenere insieme la tradizione e ri-orientare la preghiera distratta dei più.
L’origine protestante dell’orientamento verso il popolo
Chi aveva teorizzato la nuova posizione verso il popolo, è stato Martin Lutero che, nel suo opuscolo Messa tedesca e ordinamento del culto divino del 1526, sosteneva che così ha fatto Cristo nell’ultima cena.
Egli aveva davanti agli occhi le rappresentazioni pittoriche dell’ultima cena comuni ai suoi tempi, come l’affresco di Leonardo da Vinci, ma queste non corrispondono agli usi conviviali del tempo di Gesù, quando i commensali sedevano o giacevano all’emiciclo posteriore del tavolo rotondo o a forma di sigma, e il posto d’onore era al lato destro, come si nota nelle più antiche raffigurazioni.
Anche quando, dal XIII secolo, il posto di Gesù è al lato posteriore del tavolo in mezzo agli apostoli, non si può nemmeno parlare di celebrazione “verso il popolo”, perché il popolo nel cenacolo non c’era.
La posta in gioco: adorazione, sacrificio e convito
Qual è la posta in gioco dell’orientamento del sacerdote all’altare? Se si pensa che la preghiera o il sacrificio si rivolge e si offre sempre a Dio volgendo lo sguardo a oriente, è in gioco l’idea di messa come adorazione e sacrificio.
Seguendo Lutero, molti teologi e liturgisti cattolici negano o attenuano il carattere sacrificale della messa, preferendo quello conviviale. Eppure lo “spezzare il pane”, fractio panis, nel giorno del Signore, primitivo nome della messa, viene espressamente indicato come un sacrificio dalla Didaché.
Il carattere sacrificale della messa è ben evidenziato dal volgersi tutti insieme col sacerdote “verso oriente” o la croce dall’inizio della preghiera eucaristica, rispondendo che i nostri cuori “sono rivolti al Signore”.
Il fatto che la messa sia anche convito, in specie per quanti sono nelle condizioni di accostarsi, stanno a sottolinearlo i riti di comunione.
La croce al centro
Non prescrive l’Ordo Romanus I del VII secolo che al Gloria il Pontefice stando al trono si rivolga a est? Oggi, non usano al vangelo i concelebranti rivolgersi verso l’ambone e alla preghiera eucaristica verso l’altare?
Sono indizio dell’esigenza che ha la preghiera di orientarsi alla ricerca del volto di Gesù Cristo, che ci parla e ci guarda dalla croce: anche per questo deve essere al centro.
La croce posta sull’altare perché sia guardata da celebrante e fedeli richiama l’antico uso della croce nell’abside orientata a est. Essa mantiene visibile la direzione comune della preghiera anche quando la disposizione dell’altare non permette una celebrazione rivolta verso l’oriente.

L’altare nelle chiese orientali
La zona dell’altare è divisa in tre parti: la zona centrale con la santa mensa, l’altare del sacrificio nella parte nord e il diaconicon nella parte sud.
L’alta abside dell’altare, uno spazio semicircolare in cui si trova il grande affresco della Madre di Dio più grande dei cieli, nella parte orientale chiude in maniera impressionante non solo la zona dell’altare, ma anche il naos.
Nel luogo superiore si trova il trono vescovile in cima all’abside, intorno al quale sono disposte le panche di pietra per i sacerdoti. La vita della Madonna secondo il testo del Protovangelo di Giacomo è illustrata in sedici scene sulle pareti della proskomidia.
In cima all’abside è dipinta la comunione degli apostoli con Cristo Sacerdote o grande Gerarca. Nella cinta più bassa è illustrato il servizio della Liturgia dei santi vescovi.
Al centro di entrambe le composizioni è dipinto il tavolo dell’altare su cui giace il piccolo Cristo, l’Agnello, che offre e si offre, che riceve e che si dona.
I santi vescovi guidati da Giovanni Crisostomo e Basilio il Grande, uno dietro l’altro, passano da ambo le parti dell’Agnello con i rotoli di pergamena srotolati fra le mani, sui quali sono scritti gli inizi delle preghiere e delle lodi tratte dalla Liturgia.
La scelta dei vescovi non segue un criterio storico, ma simbolico, che ricorda l’unità e l’inalterabilità della fede, affinché tutte le chiese ortodosse dell’universo seguano la stessa Liturgia.
La disposizione dell’altare secondo la riforma liturgica
Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione.
Sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra, senza escludere altra materia degna, solida e ben lavorata; sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri.
La venerazione per l’altare, si bacia, lo si incensa, davanti a esso ci si inchina, è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante.
L’altare come vincolo di comunione
Segno di Cristo e vincolo di comunione con lui è il santo altare: su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del corpo e sangue di Cristo.
Così quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre. Lo esprime in preghiera il prefazio della messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa».
Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione, nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare, il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto.
Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato.
Come allestire un altare spirituale in casa
Creare uno spazio sacro per la meditazione trasforma un angolo ordinario in un santuario per la consapevolezza e la pace interiore. Il tuo altare diventa un punto focale durante la meditazione, un luogo dove le distrazioni esterne svaniscono e la tua mente si stabilizza in una consapevolezza più profonda.
Il tuo altare non richiede oggetti costosi o oggetti rari. La base poggia sull’intenzione, non sugli investimenti.
Inizia identificando ciò che ti attira spiritualmente, che si tratti della filosofia buddista, delle tradizioni indù, della spiritualità basata sulla natura o della consapevolezza secolare, poiché questa chiarezza modella ogni scelta che farai.
Le categorie essenziali includono una superficie, come un tavolo, uno scaffale o una panca, un oggetto punto focale, come una statua, un’immagine o un simbolo, oggetti per il coinvolgimento sensoriale, come incenso e candele, e oggetti personali che contengono significato.
Posizione e orientamento dell’altare domestico
Il tuo altare dovrebbe trovarsi in un angolo tranquillo dove puoi sederti comodamente senza interruzioni, idealmente rivolto a nord-est, una direzione considerata spiritualmente di buon auspicio in molte tradizioni orientali.
Se il nord-est non è possibile, scegli la direzione che ti sembra più tranquilla e meno esposta al traffico domestico. La superficie può essere praticamente qualsiasi cosa: un tavolino di legno, una mensola galleggiante, una panca robusta o l’angolo di una cassettiera.
Nelle tradizioni Vastu Shastra e feng shui, l’orientamento nord-est ha un significato particolare per la pratica spirituale. Questa direzione è associata alla saggezza, alla chiarezza e alla connessione alla coscienza superiore.
Se la tua casa lo consente, posiziona l’altare in modo da essere rivolto a nord-est mentre mediti. Se il nord-est non è possibile, la tua intenzione conta più della direzione.
Elementi essenziali dell’altare domestico
Il potere del tuo altare deriva dal significato che porta ogni oggetto, non dalla quantità. Seleziona oggetti che supportino veramente la tua pratica piuttosto che riempire lo spazio con oggetti decorativi.
Una statua o un’immagine del punto focale ancorano il tuo altare visivamente e spiritualmente. Scegli una statua che ti parli emotivamente, un Buddha in posa di meditazione, una figura di Ganesh per rimuovere gli ostacoli o una statua di Tara per la compassione.
I cristalli aggiungono un’altra dimensione: il quarzo trasparente amplifica l’intenzione, l’ametista supporta la concentrazione calma e il quarzo rosa invita la compassione nella tua pratica.
Il tuo oggetto punto focale dovrebbe evocare una sensazione di pace o aspirazione ogni volta che lo guardi. Se non ti commuove, non appartiene al tuo altare.
Incenso, candele e perle Mala
L’incenso trasforma il tuo altare in una pratica multisensoriale. Il legno di sandalo, l’incenso e il nag champa sono scelte tradizionali che supportano una concentrazione più profonda.
Accendi l’incenso prima della meditazione per segnalare alla tua mente che il tempo sacro è iniziato. Le candele svolgono una funzione simile aggiungendo una luce calda e vivace.
Una singola candela accesa durante la meditazione crea un’illuminazione delicata che è più piacevole per gli occhi rispetto alla dura luce artificiale.
Le perle Mala, fili di 108 perle utilizzate per contare mantra o respiri, spesso riposano sull’altare tra un utilizzo e l’altro come promemoria visibile del tuo impegno nella pratica.
Materiali naturali e semplicità
I materiali naturali costituiscono le fondamenta di un altare che fonda veramente la tua pratica. Legno, pietra, ossa e fibre vegetali possiedono tutte proprietà vibrazionali che mancano ai materiali sintetici.
La superficie del tuo altare dovrebbe idealmente essere in legno, il bambù è sostenibile e leggero, la quercia trasporta un’energia profonda e il legno recuperato conserva la storia della sua vita precedente.
Gli elementi in tessuto dovrebbero essere di fibra naturale: cotone, lino, seta o lana. Questi materiali respirano e invecchiano magnificamente, sviluppando una patina che i tessuti sintetici non raggiungono mai.
Uno sfondo semplice, magari una tenda in lino o cotone naturale, crea un contenimento visivo che aiuta la mente a concentrarsi verso l’interno.
Altari domestici per piccoli spazi
Vivere in spazi ristretti non ti esclude dall’avere un altare significativo. Uno scaffale sospeso sopra un comò, un angolo di una libreria o anche un tavolino in un armadio possono diventare il tuo spazio di meditazione.
Alcuni praticanti creano altari portatili utilizzando una piccola scatola di legno o un cestino che conserva gli oggetti dell’altare durante il giorno e si apre in un allestimento completo ogni sera.
Se lo spazio è veramente minimo, una singola statua, una piccola candela e dei mala su uno scaffale costituiscono un altare completo. La semplicità spesso approfondisce la pratica più dell’abbondanza.
Altare domestico ispirato alla tradizione cristiana
L’altare può essere ricavato da qualsiasi tavolino o da un comò o da una mensola. Dovrà essere ricoperto da una tovaglia o da un panno pulito, bianco o del colore associato al santo a cui è dedicato.
Alle due estremità si metteranno due ceri da altare, bianchi, questi devono essere di preferenza di cera d’api. Al centro dell’altare si porrà un crocifisso affiancato eventualmente dalla statua o l’immagine del santo a cui si è devoti.
Al centro dell’altare si posizionerà un altro cero chiamato Sanctum. Questo deve essere un cero da veglia dal momento che non dovrà mai essere spento e dovrà illuminare regolarmente l’altare.
Il Sanctum in passato era una lampada ad olio, ma negli ultimi cinquant’anni questa è stata sostituita da un cero a lunga durata, da sette giorni.
Il Sanctum va unto con olio d’oliva purissimo benedetto da un sacerdote, chiamato nel linguaggio comune olio benedetto, prima di essere messo sull’altare.
La funzione del Sanctum, oltre ad illuminare l’altare è quella di rappresentare la luce di Cristo. Sull’altare non manchi poi un bicchiere o una piccola ampolla con acqua benedetta ed un incensiere.
Altri oggetti possono essere aggiunti, quali una campanella in ottone, una Bibbia, immagini di Santi cattolici a cui si sia devoti, fiori freschi.
Pulizia, manutenzione e rispetto
Un altare non è uno spettacolo statico. È uno spazio di pratica vivente che richiede attenzione regolare e si evolve man mano che cresci.
Molte tradizioni includono pratiche di purificazione per purificare lo spazio dell’altare. Anche la pulizia fisica conta: spolvera la statua, pulisci la superficie e rinfresca regolarmente fiori o elementi naturali.
Un altare che sembra vivo, con fiori freschi, candele regolarmente accese ed elementi stagionali rotanti, supporta una pratica più profonda di un’esposizione statica. I fiori freschi durano una o due settimane.
Mantieni l’area intorno al tuo altare libera da disordine per almeno mezzo metro in tutte le direzioni. Questo crea un buffer visivo che dice alla tua mente: questo spazio è diverso.
Se sei attratto dalle tradizioni buddiste o indù, avvicinati ad esse con rispetto genuino piuttosto che con appropriazione estetica. Comprendi il significato spirituale degli oggetti che includi.
Evita di trattare gli oggetti sacri come semplici decorazioni. Se includi una statua di una tradizione particolare, trattala con la riverenza che la tradizione richiede.
Errori da evitare
La maggior parte degli errori sull’altare della meditazione derivano dal pensare troppo piuttosto che dal pensare troppo. Il primo errore è accumulare senza intenzione, il tuo altare diventa ingombrato e la tua mente segue.
Il secondo è il perfezionismo che ti impedisce di iniziare. Un altare imperfetto che usi quotidianamente ti serve molto meglio di un altare perfetto che non crei mai.
Il terzo errore è trascurare la manutenzione. Un altare che raccoglie polvere comunica stagnazione.
Il quarto è ignorare la tua reale situazione di vita. Lavora con la realtà, non con la fantasia.
Il quinto è separare il tuo altare dalla tua pratica. Siediti davanti ad esso regolarmente e lascia che si integri nella tua routine spirituale.
L’altare come invocazione e attesa
La riforma promossa dal concilio Vaticano II comincia dalla presenza del sacro nei cuori, dal suo recupero nella realtà della liturgia e del suo mistero, che eccede ogni spazio interiore ed esteriore, contemperando le esigenze di stabilità e di rinnovamento.
Ciò è visibile specialmente da tre cose: la posizione del sacerdote all’altare, il posto del silenzio sacro e la partecipazione dei fedeli.
Rinunceremo a tale importante simbolo affinché sacerdote e assemblea nella preghiera eucaristica siano rivolti al Signore?
Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose.
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