Nel Vangelo secondo Marco, il fico seccato fin dalle radici è un segno che conduce alla fede, alla preghiera e al perdono. Gesù non presenta la fede come un commercio con Dio, né come un modo per ottenere automaticamente qualsiasi cosa, ma come un affidamento profondo a Dio, capace di trasformare la vita e di produrre frutti concreti.
Il racconto del fico va letto insieme all’episodio dell’ingresso di Gesù nel tempio: l’albero coperto di foglie ma privo di frutti diventa il simbolo di una religiosità soltanto esteriore, mentre il tempio, destinato a essere casa di preghiera per tutte le nazioni, è stato trasformato in un covo di ladri. Alla fine del racconto Gesù indica il cammino essenziale: fede, preghiera e perdono.
Il racconto evangelico del fico
Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi.
Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio.
E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni”? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento.
Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici.
Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato».
Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà.
Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà.
Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

Perché Gesù maledice il fico?
La parte più ambientalista che è in me si è sempre ribellata al racconto della “maledizione del fico”, che leggiamo nel vangelo di oggi. Ma che c’entra quel povero fico?
Da molto tempo cercavo di trovare una interpretazione possibile per questo passo evangelico non riuscendo a capire il motivo per cui il Signore Gesù avesse maledetto un povero fico che non portava frutti in una stagione che non era quella dei fichi.
Il fico sembra infatti trovarsi in una situazione apparentemente ingiusta: Gesù cerca frutti, ma il testo precisa che non era la stagione dei fichi. Tuttavia il racconto non deve essere letto soltanto come la cronaca di un gesto rivolto a una pianta.
La prima è che le piante di fico, in quella regione, danno frutti due volte l’anno ed è molto raro che non si trovino frutti, anche se acerbi, sui suoi rami. Si stima che all’epoca il periodo senza frutti fosse minore di un mese.
La seconda cosa è legata alle “foglie”, ovvero alla necessità di leggere in senso anche simbolico questo fatto.
Il fico, assieme alla vite, è molto importante nella Bibbia: è uno dei frutti caratteristici della terra promessa; quando Dio si adira col suo popolo colpisce fichi e vigne; star seduti sotto questa pianta è immagine di pace concessa all’uomo; Adamo ed Eva, poi, ne usano le foglie per coprirsi dopo essersi accorti che “erano nudi”.
Le foglie e l’assenza di frutti
Le foglie - in particolare le foglie di fico - ci ricordano subito il vestito che si fanno Adamo e Eva dopo il cosiddetto “peccato originale”, nel libro della Genesi.
La foglia, cioè, è il simbolo di quell’imbarazzo, quel senso di colpa che proviamo semplicemente per essere creature, cioè strutturalmente dipendenti.
Questo fu il peccato: non accettare di essere creature, non accettare la fragilità come un dono.
La foglia può quindi rappresentare ciò che appare all’esterno e nasconde la realtà interiore. Il fico ha un aspetto attraente, è coperto di foglie, ma non offre il frutto che ci si aspetterebbe.
Nella prima tavola laterale abbiamo Gesù che maledice un fico attraente esteriormente, ma che non porta frutti. Gesù si avvicina per cercare un frutto, ma non vi trova che foglie.
L’allusione in questo Vangelo è tuttavia al popolo d’Israele che, come il fico, non ha portato frutti. e Gesù lo condanna duramente!
Ma il simbolo non riguarda soltanto una collettività del passato. La domanda raggiunge ogni credente: la fede che professiamo produce frutti oppure si limita a mostrare foglie?
Il fico come simbolo della religiosità esteriore
Questo “fico secco” mi dice l’importanza, per la mia vita, di non nascondermi, ma di affrontare ciò che sono, le mie debolezze e le mie fragilità, offrendole, come frutto, e non mascherandole, come foglie.
Difficilissimo, è vero. Ma se non facciamo così, la fede diventa né più né meno di un commercio, un dare e ricevere, un offerta di prestazioni in cambio di grazie e favori.
Ma per questo tipo di fede non serve un Dio, basta un “Grande Contabile”.
Il Dio di Gesù Cristo è colui che dona, che sempre ascolta, che sempre perdona, e in cambio chiede solo che ci lasciamo vedere e amare per quello che siamo.
Questo è vero motore il motore della carità.
Il fico che con il suo splendore esteriore maschera la sua totale sterilità è il simbolo del tempio, della istituzione religiosa che con tutto il suo splendore di sacri palazzi, sacri cerimonie, sacri paramenti, sacro vasellame, nasconde l’assenza totale di Dio.
In questo luogo dove tutto sembra troppo santo non c’è più posto per l’unico santo:Dio.
Di Dio in verità non si sente molto la nostalgia, sostituito subito dal più pratico dio-profitto mammona.
La struttura del racconto: il fico, il tempio, il fico
Il mio amico biblista suggeriva di fare attenzione alla struttura narrativa del brano evangelico che è infatti costruito come un trittico.
Ma che cos’è un trittico? In arte, ad esempio, per trittico si intende un dipinto costituito da una tavola centrale e due sportelli laterali.
Gli sportelli acquistano il loro significato da ciò che è raffigurato nella tavola centrale.
Possiamo in qualche modo applicare alla narrazione della maledizione del fico sterile e l’irruzione di Gesù al tempio di Gerusalemme ciò che è valido per un trittico nelle arti figurative!
Il brano della maledizione del fico sterile possiamo dire che occupa i due sportelli laterali del trittico ed acquista un suo senso alla luce della tavola centrale dove abbiamo l’irruzione di Gesù nel tempio di Gerusalemme.
Analizziamo il nostro trittico, prima le due tavole laterali, poi quella centrale. Infine da quella centrale torniamo alle due tavole laterali per capirne il senso.
| Parte del racconto | Immagine principale | Significato |
|---|---|---|
| Prima tavola laterale | Il fico con molte foglie e senza frutti | Una religiosità esteriormente attraente ma sterile |
| Tavola centrale | L’irruzione di Gesù nel tempio | La denuncia della trasformazione della casa di preghiera in un covo di ladri |
| Seconda tavola laterale | Il fico seccato fin dalle radici | La fine di ciò che non produce frutti e non vive della fede |
La prima tavola laterale
Nella prima tavola laterale il fico è coperto di foglie, ma non porta frutti. La sua esteriorità promette qualcosa che la sua realtà non mantiene.
Gesù maledice il povero fico dicendo: “nessuno mangi mai più frutto da te!(Mc.11,14). I discepoli udirono la maledizione di Gesù verso il fico sterile.
La tavola centrale: il tempio
Ed al centro del trittico? Nella tavola centrale che comunica il significato abbiamo l’irruzione di Gesù al tempio di Gerusalemme, comunemente conosciuta come la cacciata dei mercanti dal tempio.
Gesù però non caccia solo i venditori, caccia sia coloro che vendevano che compravano e rovescia le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi ed infine non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio ( molto probabilmente ciò che serviva per il culto).
Con questo gesto Gesù tende a sovvertire il culto del tempio ed a questi gesti clamorosi, Gesù accompagna parole durissime di invettiva contro quello che era diventato il tempio e l’istituzione religiosa!
Gesù non vuole purificare il tempio, in qualche modo egli ne annuncia l’assoluta inattualità, inutilità e perversità.
Privando il tempio dell’offerte necessarie colpisce alla sorgente la sua vitalità.
Il luogo santo per eccellenza che doveva essere la casa di preghiera per tutti i popoli è diventato un covo di ladroni espressione che Gesù riprende dal profeta Geremia.:”L’avete preso per una spelonca di ladri questo tempio che porta il mio nome?” (Ger.7,11).
Questi gesti e queste parole di Gesù provocano reazioni da parte dei capi dei sacerdoti e da parte degli scribi che cercavano di farlo morire.Avevano timore della sua predicazione perché la folla lo ammirava.
Le autorità religiose sono impaurite dalla invettiva di Gesù contro il tempio e l’istituzione religiosa, hanno paura di perdere il loro potere, che nel nome della religione e di Dio si gestisce sempre molto bene.
Hanno paura perché hanno trasformato il tempio, luogo santo per eccellenza in un covo di briganti, in una spelonca di ladroni.
La seconda tavola laterale
Dall’altro lato del trittico, cronologicamente siamo il mattino seguente, il fico è seccato fin dalle radici.
Abbiamo Gesù e i discepoli che passando videro il fico seccato. Pietro ricordatosi della maledizione fa osservare l’accaduto al Maestro.
Nella seconda tavola laterale il fico è ormai secco fino alla radice, Gesù è infatti entrato nel tempio di Gerusalemme sovvertendone il culto; il fico che simboleggia l’istituzione religiosa è secco, e non potrà mai più rifiorire o portare frutti perché anche le radici sono secche.
Il testo evangelico collega dunque i due episodi: il fico permette di interpretare il gesto compiuto nel tempio, mentre il gesto nel tempio chiarisce il significato del fico.
Il tempo dei fichi e il tempo compiuto
Ricordate il motivo della sterilità del fico?Non era il tempo dei fichi!
Uno dei termini greci con i quali si indica la parola italiana tempo è kairo.j, ed è lo stesso termine utilizzato dall’evangelista Marco all’inizio del suo vangelo in relazione al tempo dell’avvento del regno di Dio, ed è la prima parola pronunciata da Gesù nel vangelo.
Leggiamo infatti nel vangelo di Marco al capitolo 1 versetto 15: il tempo, - in greco kairo.j- è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo.
Non è più il tempo in cui il fico può portare frutti, il tempo in cui l’istituzione religiosa può fare da mediatrice tra Dio e i credenti e le credenti.
“Il tempo è compiuto” , la presenza di Gesù rende il regno di Dio vicino agli uomini e alle donne.
Gesù rivolgendosi al fico dicendo: Nessuno mangi mai più frutti da te” ! (Mc.11,14), annuncia la fine della mediazione dell’istituzione religiosa, qualunque sia, fra Dio e l’umanità.
La lettura del fico seccato è quindi legata all’annuncio del Regno di Dio. Il centro non è più una struttura religiosa che pretende di sostituirsi al rapporto con Dio, ma la presenza di Gesù e la fede in Dio.
Fede, preghiera e perdono
Gesù esorta ad avere fede, ma una fede che sia capace di dire ad un monte di togliersi dal luogo dove si trova e gettarsi nel mare ( altro che maledire un povero fico!)
Gesù esorta ad avere fede perché questa è l’essenziale.
Nel tempio ciò che era importante era l’offerta a Dio, con la venuta di Gesù ciò che è importante è la fede in Dio.
Il Vangelo si chiude però con un triplice invito: FEDE-PREGHIERA-PERDONO.
Ovvero: se avremo FEDE potremmo PREGARE il Padre sicuri che quanto chiederemo ci verrà concesso.
Ma prima di farlo PERDONIAMO coloro “contro” i quali abbiamo qualcosa.
E qualcuno da perdonare o da cui lasciarsi perdonare stiamo certi che c’è sempre, se non altro, almeno noi stessi.
La fede che non dubita
Con queste parole Gesù ribadisce il concetto che grazie alla fede è possibile spostare un “monte” (Matteo 17:20).
Facendo seccare l’albero, Gesù dimostra in modo concreto quanto sia importante avere fede in Dio.
Questo è un insegnamento fondamentale per tutti i discepoli di Gesù, ma lo è in particolar modo per gli apostoli, visto che stanno per affrontare prove molto difficili.
La fede non è una formula magica né una tecnica per costringere Dio a realizzare i desideri umani. È un affidamento che permette di affrontare anche ciò che appare insuperabile.
La preghiera non è un commercio
C’è gente che quasi non prega, e cuando lo fa, è con il proposito che Dio gli risolva un problema cosi complicato del quale non vedono una soluzione.
Lo argomentano le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato: Per questo vi dico: «Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà» (Mc 11,24).
Hanno ragione ed è molto umano, comprensibile e lecito che difronte a problemi che ci superano, ci affidiamo a Dio, in qualche forza superiore a noi.
Però bisogna aggiungere che ogni preghiera è “inutile’’ («vostro Padre sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate») nella misura in cui non ha una utilità pratica diretta, -ad esempio- accendere una luce.
Non riceviamo nulla a cambio di pregare, perche tutto ciò che abbiamo da Dio è grazia su grazia.
Pertanto, non è necessario pregare?
Al contrario già che ora sappiamo che non è se non grazia, è allora quando la preghiera ha più valore: perchè è “inutile” ed è “gratuita”.
Che cosa produce la preghiera?
Anche così, ci sono tre benefici che ci da la preghiera di petizione:
- Pace interiore (incontrare l’amico Gesù e affidarsi a Dio rilassa).
- Riflettere su un problema, ragionarlo e saperlo esporre è averlo averlo già mezzo risolto.
- Ci aiuta a discèrnere fra quello che è buono e quello che chissà per capriccio vogliamo nelle nostre intenzioni di preghiera.
Quindi, a posteriori capiamo con gli occhi della fede cio che Gesù dice: «E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perchè il Padre sia glorificato nel figlio» (Gv 14,13).
La preghiera di domanda non serve a informare Dio di ciò che ignorava, perché il Padre sa di quali cose abbiamo bisogno prima ancora che gliele chiediamo.
Serve invece a presentarsi davanti a Dio con verità, a riconoscere il proprio bisogno, a discernere ciò che è buono e a vivere l’affidamento.
Il perdono come condizione della preghiera
Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe.
Il perdono non è un’aggiunta secondaria alla preghiera. Nel racconto evangelico è inserito direttamente nell’insegnamento sulla fede e sulla richiesta rivolta a Dio.
La preghiera che chiede di ricevere deve diventare anche disponibilità a lasciare andare il rancore. Non si può separare il rapporto con Dio dal rapporto con gli altri.
Ma prima di farlo PERDONIAMO coloro “contro” i quali abbiamo qualcosa.
E qualcuno da perdonare o da cui lasciarsi perdonare stiamo certi che c’è sempre, se non altro, almeno noi stessi.
Il perdono non cancella la gravità del male e non rende inutile la verità, ma libera la preghiera dalla logica della rivalsa e del risentimento.
Il fico e la nazione priva di frutti
Ma il fatto che il fico si sia seccato insegna qualcos’altro su come dev’essere la fede.
Proprio come questo albero, la nazione di Israele ha un aspetto ingannevole. Dato che tutti i componenti di questa nazione sono legati a Dio da un patto, potrebbe sembrare che stiano osservando la Legge di Dio, ma nel complesso hanno dimostrato di non avere fede e di non produrre buoni frutti.
Sono arrivati addirittura al punto di rigettare il Figlio di Dio!
Perciò, facendo seccare il fico improduttivo, Gesù fa capire quale fine attende questa nazione che non produce frutti ed è priva di fede.
Il simbolo del fico denuncia quindi la distanza tra l’appartenenza esteriore e la vita realmente vissuta. Essere legati a Dio da un patto o appartenere a una comunità religiosa non basta, se non si producono buoni frutti.
La fede autentica non si misura soltanto dalle parole, dalle cerimonie o dall’aspetto visibile, ma dalla sua capacità di generare fiducia, giustizia, carità e misericordia.
Il frutto della fede nella vita del credente
Secondo questo passo evangelico l’essenziale è la fede.
Gesù esorta: abbiate fede.
Ma una fede che a differenza del fico sterile sappia fare frutti.
La nostra speranza è che veramente il Signore possa trovare il suo popolo saldo nella fede e nella pratica della giustizia e della carità!
Spesso dite: “Voglio donare, ma solo a chi merita”. Non così dicono gli alberi del vostro frutteto, né gli animali che portate al pascolo. Danno per vivere perché trattenere è perire.
Sicuramente l’uomo che è degno di ricevere i suoi giorni e le sue notti è degno di ricevere da voi qualsiasi altra cosa.
Il frutto della fede non consiste soltanto nel ricevere da Dio, ma anche nel diventare capaci di donare. La grazia ricevuta si trasforma in carità, perdono e attenzione verso gli altri.
La sterilità spirituale appare quando la persona conserva soltanto le foglie: parole, apparenze, pratiche e immagini esteriori. Il frutto appare quando la fede diventa vita concreta.
La fede e la trasformazione della realtà
Gesù rispondendo esorta ad avere fede, ma una fede capace di modificare la realtà.
La fede capace di spostare il monte indica la potenza di un affidamento che non si arrende davanti agli ostacoli. Il monte rappresenta ciò che sembra immobile, enorme e impossibile da superare.
Con queste parole Gesù non autorizza una pretesa illimitata né promette che ogni desiderio individuale sarà esaudito nel modo immaginato. Il testo lega la richiesta alla fede, alla preghiera e al perdono.
La fede modifica la realtà anzitutto trasformando il credente: lo rende capace di affrontare ciò che prima lo paralizzava, di discernere ciò che è buono e di agire secondo la carità.
Il tempio e la casa di preghiera
Il tempio doveva essere un luogo aperto a tutti i popoli, una casa di preghiera. Gesù denuncia il suo svuotamento quando la pratica religiosa diventa uno strumento di potere, di profitto o di sfruttamento.
La casa di preghiera non è definita dalla quantità delle sue attività esteriori, ma dalla presenza di un rapporto vero con Dio e dalla sua apertura a tutte le nazioni.
Quando l’istituzione religiosa si concentra sulle foglie e perde il frutto, conserva l’apparenza ma smarrisce la propria ragione d’essere.
La gente accorre al tempio credendo che per loro sia un bene essere spennati per la gloria di Dio e (la tasche dei sacerdoti).
A differenza dei briganti che nel covo si rifugiano o nascondono la loro refurtiva dopo essere usciti a depredare le loro vittime, le autorità religiose, non hanno alcun bisogno di uscire dal loro covo ( il tempio) per trovare delle vittime.
La denuncia di Gesù è rivolta a ogni forma di religiosità che usa Dio per legittimare il potere e che trasforma la fede in un sistema di prestazioni, obblighi e ricompense.
La fede come ritorno all’essenziale
La risposta in quanto protestanti ci sembra scontata, certamente è così, La Riforma, non ha forse cacciato i mercanti dal tempio come ha fatto Gesù a Gerusalemme?
L’interpretazione del biblista Alberto Maggi, che ho citato, era rivolta ad un pubblico, a maggioranza cattolico-romano e voleva sottolineare come molto spesso non era stata recepita la vicinanza del regno di Dio portata da Gesù di Nazaret e l’assenza dunque di mediazione fra Dio e l’umanità poiché Gesù è l’unico mediatore.
Questo come protestanti ci fa molto piacere!
Esiste un aneddoto, un racconto sull’opera della Riforma che possiamo forse accostare al passo evangelico del fico sterile e della cacciata dei mercanti dal tempio.
Prima della Riforma le scritture erano incatenate e ben chiuse con un lucchetto. Le chiavi del lucchetto le avevano pochi teologi, pochi studiosi; era sempre necessaria la loro interpretazione perché non tutti potevano accedervi.
La Riforma ha spezzato la catena ed il lucchetto che teneva imprigionata la Bibbia e la Parola di Dio è tornata libera.
Tutti e tutte possono ora accedervi e ricevere personalmente il suo messaggio tornando a ciò che è essenziale.
Secondo questo passo evangelico l’essenziale è la fede.
Il richiamo all’essenziale non significa disprezzare ogni forma esteriore, ma impedire che essa sostituisca il rapporto vivo con Dio. La forma ha valore quando serve la preghiera, la fede, la giustizia e la carità.
Domande per la preghiera personale
- La mia fede produce frutti concreti oppure mostra soltanto foglie?
- Quali fragilità continuo a nascondere invece di offrirle a Dio?
- La mia preghiera è un affidamento oppure una richiesta di prestazioni e favori?
- Quale persona devo perdonare?
- Da chi devo lasciarmi perdonare?
- Quale ostacolo considero un monte immobile davanti a me?
- La mia religiosità apre uno spazio di preghiera oppure diventa una forma di potere?
- La fede sta generando in me giustizia, carità e misericordia?
Una preghiera ispirata al fico seccato
Signore Gesù, insegnami ad avere fede in Dio senza trasformare la preghiera in un commercio.
Aiutami a non nascondermi dietro le foglie delle apparenze, ma ad accogliere la mia fragilità e a offrirla con sincerità.
Fa’ che la mia fede produca frutti di giustizia, carità, misericordia e perdono.
Quando davanti a me sorge un monte, donami il coraggio di affidarmi a te e di compiere ciò che è possibile con amore.
Rendi il mio cuore una casa di preghiera, libera dal rancore, dall’orgoglio e dal desiderio di usare Dio per i miei interessi.
Insegnami a perdonare chi mi ha ferito e a chiedere perdono quando sono stato io a ferire.
Fa’ che, lasciandomi vedere e amare per quello che sono, possa diventare un albero capace di portare frutto.