Il dono della pietà è la grazia con cui lo Spirito Santo conduce il credente a vivere un rapporto filiale, intimo e fiducioso con Dio, riconosciuto come Padre, e a considerare ogni persona come fratello o sorella. Non indica commiserazione, sentimentalismo o semplice devozione esteriore, ma un’intimità profonda con Dio, un senso filiale di appartenenza e una tenerezza del cuore che ci fa vivere da figli e da fratelli.
Nella vita cristiana, la pietà trasforma la preghiera da obbligo in dialogo, la fede in affidamento e il rapporto con gli altri in compassione, giustizia, perdono e servizio. È il dono che rende il cuore mite, paziente e disponibile, capace di riconoscere la bontà paterna di Dio negli avvenimenti sereni e nelle prove più difficili.
Che cosa significa il dono della pietà
I sette doni dello Spirito Santo sono doni soprannaturali che, secondo la tradizione cristiana, lo Spirito Santo infonde nell’anima del credente per renderlo docile all’azione divina e per aiutarlo a vivere in pienezza la fede cristiana. Questi sette doni dello Spirito Santo - sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio - sono come semi preziosi che Dio pianta nel cuore di ogni credente per guidarlo lungo il cammino della vita cristiana.
Lo Spirito Santo costituisce l’anima, la linfa vitale della Chiesa e di ogni singolo cristiano: è l’Amore di Dio che fa del nostro cuore la sua dimora ed entra in comunione con noi. Lo Spirito stesso è “il dono di Dio” per eccellenza (cfr Gv 4,10), è un regalo di Dio, e a sua volta comunica a chi lo accoglie diversi doni spirituali.
La Chiesa ne individua sette, numero che simbolicamente dice pienezza, completezza; sono quelli che si apprendono quando ci si prepara al sacramento della Confermazione e che invochiamo nell’antica preghiera detta “Sequenza allo Spirito Santo”. I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.
Il dono della pietà non ha nulla a che fare con la commiserazione o il sentimentalismo. Non è una semplice devozione esteriore, né una pratica religiosa abitudinaria. La pietà, nel senso che lo Spirito Santo intende, è molto di più: è un’intimità profonda con Dio, un senso filiale di appartenenza, una tenerezza del cuore che ci fa vivere da figli e da fratelli.
Bisogna chiarire subito che questo dono non si identifica con l’avere compassione di qualcuno, avere pietà del prossimo, ma indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui, un legame che dà senso a tutta la nostra vita e che ci mantiene saldi, in comunione con Lui, anche nei momenti più difficili e travagliati.
Questo legame col Signore non va inteso come un dovere o un’imposizione. È un legame che viene da dentro. Si tratta di una relazione vissuta col cuore: è la nostra amicizia con Dio, donataci da Gesù, un’amicizia che cambia la nostra vita e ci riempie di entusiasmo, di gioia.
La pietà nella prospettiva biblica
Il rapporto tra il figlio e il Padre
“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà! Padre!’” (Romani 8:15)
“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,14-15).
Con lo spirito di pietà, dono sempre gratuito del Padre ci introduce in quella intimità della famiglia trinitaria. Infatti la parola pietà, non vuole significare “far pena”, o “aver pena”, come dicevamo all’inizio, ma che significa, tradotta dal latino “pietas”: “amore dei figli verso il padre”.
Nella Bibbia, questa parola pietà vuole indicare l’amore di figli che dobbiamo avere verso Dio. Questo ci aiuta a riconoscere che Dio è come un padre buono, che pensa per tutti. Lo spirito Santo infonde in noi il dono della pietà, in modo che noi riconosciamo di aver un estremo bisogno di Dio.
La pietà è quel dono che toglie la paura a seguire Cristo, laddove egli ci vuole, perché regala la docilità e l’affidamento che sono tipici del figlio nei confronti del padre. Essere cristiani che vivono lo spirito di pietà significa proprio fidarsi amorosamente di un Dio che ci conosce e vuole il nostro bene.
Il volto paterno di Dio nell’Antico Testamento
“Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quelli che lo temono.” (Salmo 103:13)
Lo Spirito Santo ci guida a scoprire la bontà paterna di Dio. Credere veramente che Dio è il padre che ci ama dà a noi forza, gioia, pace. Siamo invincibili se Lui è accanto a noi.
Il dono della «Pietà» ci fa scoprire il volto paterno di Dio in tutti gli avvenimenti della vita, sia in quelli sereni come in quelli tragici e porta a fidarci di Dio con lo stesso abbandono di un bambino che si sente sicuro tra le braccia del papà, anche quando è sospeso sull’abisso.
“Gli ho insegnato a camminare, l’ho tirato su fino alla mia guancia e mi sono chinato su di lui per dargli il mio cibo”. (Os. 11, 3-4)
La consapevolezza dell amore di Dio permette all’anima di volgere lo sguardo a Lui. Ci sentiamo figli protetti, custoditi in mani sicure, perché sappiamo che il suo perdono è amore, non giustizia.
Consapevole della propria povertà, la creatura si abbandona al suo Creatore per riceverne consolazione. Dio ama e attende da ciascuno una risposta al suo amore.
Il dono della pietà nel Nuovo Testamento
“E’ lui che ci sussurra di dire Padre”. (Gal 4,6)
Il termine evangelico «abbà», riportato dagli evangelisti, significa il tono confidenziale con cui Gesù chiamava Dio; manifesta cioè un atteggiamento visibile di un’unione intima e familiare, di un totale affidamento e di una disponibilità piena al progetto che il Padre gli chiede di realizzare.
Senza un chiaro riferimento a questo legame, è impossibile comprendere a fondo il senso delle relazioni che Gesù ha instaurato con gli uomini e che propone anche oggi ai credenti di ogni età, e quindi anche agli adolescenti cristiani.
La fonte a cui attingono tutte le relazioni di Gesù (con la sua famiglia, con i suoi amici, con gli ultimi, con gli avversari) ha il suo chiaro riferimento nel suo rapporto singolare con Dio che egli chiama Padre e ne rivela il volto e i segni della paternità.
Questo legame profondo non solo non lo blocca nella sua esigenza di libertà progettuale (fare la volontà del Padre), ma gli fa superare ogni contrarietà e avversità. Ed è questo il segreto della sua vita del tutto aperta agli altri e dedicata alle opere dell’amore fraterno.
La pietà e i sette doni dello Spirito Santo
Nel sesto dono dello Spirito Santo ci vogliamo soffermare su quel dono che spesso viene frainteso, e invece tocca proprio nel profondo del cuore del nostro DNA della nostra vita cristiana: questo dono si chiama quello della pietà, che spiegheremo in maniera semplice facendoci aiutare da testi interessanti e illuminanti.
| Ordine | Dono dello Spirito Santo |
|---|---|
| 1 | Sapienza |
| 2 | Intelletto |
| 3 | Consiglio |
| 4 | Fortezza |
| 5 | Scienza |
| 6 | Pietà |
| 7 | Timor di Dio |
La pietà occupa quindi il sesto posto nell’elenco tradizionale dei sette doni dello Spirito Santo. Il dono della pietà esprime esattamente il rapporto filiale tra l’uomo e Dio.
La pietà dispone a venerare con affetto Iddio qual nostro Padre; il timore a fuggire il male per la riverenza dovuta al Signore. È un’espressione che abbraccia la pietà e la virtù di religione, cioè il sentimento intimo e gli atti del culto esterno.
Il dono della pietà è legato alla esperienza del figlio nei confronti del Padre e al modo di realizzare il progetto del Padre sul figlio. La pietà orienta il credente a vedere che tutto ciò che gli succede nella vita ubbidisce a una volontà di Dio che è Padre e che vuole che i suoi figli gli siano affezionati e che gli si rivolgano con atteggiamenti di fiducia.
Perché la pietà non compare direttamente in Isaia 11,2
Il profeta Isaia presenta lo Spirito del Signore che riposa sul Messia: «Un virgulto uscirà dal tronco di lesse - un pollone spunterà dalle sue radici» - è affermata la discendenza davidica del Messia, compimento della profezia fatta a David (2Sam 7, 14).
Nel v. 2 sono date le caratteristiche di cui il Messia sarà ripieno. Per farne il re ideale, di pace e di giustizia: «lo spirito (v.) di Iahweh riposerà su di lui»; dimorerà permanentemente in lui questa forza divina che dirige e spinge ad operare cose mirabili; influsso che pervade l'animo dell'uomo partecipandogli in qualche modo la luce e la forza stessa di Dio, sicché pensa e agisce come pensa e agisce Dio.
Ed ecco la specificazione che Isaia dà di questo dono. «Spirito di sapienza e d'intelligenza - spirito di consiglio e di fortezza - spirito di scienza e di timor di Dio».
La teologia scolastica ha consacrato il numero di sette d., aggiungendo ai sei contenuti in Is. 11, 2, il dono della pietà, che, come si è detto, è contenuto già nel sesto.
L'origine dell'aggiunta è ben definita. L'ebraico al v. 3 continua: «il suo respirare sarà nel timor di Dio»; parla così di nuovo del «timor di Dio» che costituirà tutto il programma del Messia (cf. Io. 18, 36 s).
Il traduttore greco (versione dei Settanta, seguita dai Padri Greci) per evitare una ripetizione, tradusse lo stesso termine ebraico nel v. 2 con ***: «pietà» e subito dopo nel v. 3 con maggiore aderenza ***. Come in Prov 1, 7.
S. Girolamo pur avvertendo che nell'ebraico si tratta soltanto di sei doni, non volle staccarsi nella Volgata (seguita dai Latini) dall'antica traduzione greca.
Invece, l'inizio del V. 3 va congiunto con gli altri stichi seguenti; l'enumerazione dei doni termina al v. 2.
La pietà come conoscenza affettuosa di Dio
Con il dono della pietà, lo Spirito Santo ci porta a vivere una relazione affettuosa, intima, fiduciosa con Dio. Non più come un padrone lontano da temere, ma come un Padre buono da amare.
È il dono che trasforma la preghiera da obbligo in dialogo, da dovere in bisogno d’amore. La pietà ci rende figli nel cuore, e non solo per appartenenza esterna.
Ci fa desiderare di piacere a Dio, non per paura del castigo, ma per amore, perché sentiamo che Lui è il nostro tutto.
Questo legame col Signore non va inteso come un dovere o un’imposizione. È un legame che viene da dentro. Si tratta di una relazione vissuta col cuore: è la nostra amicizia con Dio, donataci da Gesù, un’amicizia che cambia la nostra vita e ci riempie di entusiasmo, di gioia.
Per questo, il dono della pietà suscita in noi innanzitutto la gratitudine e la lode. È questo infatti il motivo e il senso più autentico del nostro culto e della nostra adorazione.
Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il suo amore per noi, ci riscalda il cuore e ci muove quasi naturalmente alla preghiera e alla celebrazione.
Pietà, dunque, è sinonimo di autentico spirito religioso, di confidenza filiale con Dio, di quella capacità di pregarlo con amore e semplicità che è propria delle persone umili di cuore.
La pietà e il rapporto con Gesù Buon Pastore
«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono».
Parla il Buon Pastore, Gesù. Ascoltare, conoscere, seguire. Manca il verbo amare, che però è il vero collante degli altri tre.
Anzi, nella mentalità della Bibbia conoscere è amare, e amare sin nella profondità della carne, non superficialmente.
Da questo punto di vista Gesù è il Pastore buono perché, per usare il linguaggio del libro dell’Apocalisse, ha saputo sacrificarsi come agnello.
Gesù pretende di essere la guida sicura degli uomini e li invita ad avere piena fiducia in Lui - questo significa essere Pastore - perché per quegli stessi uomini ha dato la vita - cioè, è stato Agnello.
Può chiedere di essere ascoltato e seguito, perché conosce, cioè ama, e ha dimostrato il proprio amore in modo pieno, «sino alla fine».
L’importante, insomma, non è capire, ma ascoltare. Perché solo ascoltando, poi, si capisce.
Gradatamente e non sempre gradualmente, anzi talvolta vi sono momenti di buio, e quelli sono i momenti in cui bisogna ancor più ascoltare senza pretendere di capire tutto.
L’atteggiamento giusto per seguire il pastore buono che chiama è proprio quello di chi non lo avverte come un estraneo. Questo atteggiamento è un dono dello Spirito Santo, è il dono della pietà.
La pietà è quel dono che toglie la paura a seguire Cristo, laddove egli ci vuole, perché regala la docilità e l’affidamento che sono tipici del figlio nei confronti del padre.
La pietà e l’amore per i fratelli
Il dono della pietà non si esaurisce nel rapporto personale con Dio. Al contrario, si riversa sugli altri, generando uno spirito di fraternità autentica, misericordiosa, paziente.
Chi ha ricevuto questo dono riconosce ogni persona come figlio dello stesso Padre, e quindi come fratello o sorella. Per questo la pietà ci apre alla compassione, alla giustizia, al perdono.
Ci rende attenti ai poveri, agli emarginati, a chi soffre. È il dono che fa scaturire gesti di bontà gratuita, di tenerezza, di accoglienza.
“Se uno dice: ‘Amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo.” (1 Giovanni 4:20)
Se il dono della pietà ci fa crescere nella relazione e nella comunione con Dio e ci porta a vivere come suoi figli, nello stesso tempo ci aiuta a riversare questo amore anche sugli altri e a riconoscerli come fratelli.
Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno.
C’è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza. Il dono della pietà che ci dà lo Spirito Santo ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza.
Perciò col dono della pietà viene offerto ai battezzati e cresimati un rispetto amoroso per la Sacra Scrittura, uno spirito filiale verso coloro che hanno «autorità» e che la esprimono nei segni dell’amore paterno, una carità fraterna verso gli uguali, un cuore tenero e compassionevole verso chi è bisognoso e nella tribolazione, e una piena disponibilità a soccorrerlo.
Pietà non significa pietismo
Il dono della pietà non è una posa religiosa, una forma di falsa mitezza o una compassione superficiale. Perché alcuni pensano che avere pietà è chiudere gli occhi, fare una faccia da immaginetta, far finta di essere come un santo.
In piemontese noi diciamo: fare la “mugna quacia”. Questo non è il dono della pietà.
Il dono della pietà significa essere davvero capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi piange, di stare vicini a chi è solo o angosciato, di correggere chi è nell’errore, di consolare chi è afflitto, di accogliere e soccorrere chi è nel bisogno.
La pietà autentica non elimina la verità, la responsabilità o la correzione fraterna. Essa rende però il modo di vivere la verità più umano, paziente e misericordioso.
Quanto è in armonia, in questa linea, la beatitudine evangelica che corrisponde al valore del «Beati i miti»; coloro cioè che esprimono proprio la relazione di pietà verso Dio e verso il prossimo.
La ragione è che la mitezza come dolcezza di cuore, togliendo gli impedimenti agli atti di pietà, la coadiuva nei suoi esercizi.
Per cui i frutti della pietà sono la bontà e la benignità e che esprimono proprio il volto di Dio Padre, manifestatoci in Cristo.
La pietà nella preghiera e nella liturgia
Chi è animato dalla pietà prega in modo diverso: non come chi recita formule, ma come chi si affida con tutto il cuore.
La pietà non elimina la fatica della preghiera, ma la trasfigura, la rende dolce, vera, carica di affetto.
Anche nella liturgia, questo dono ci fa entrare nella profondità del mistero, ci fa sentire parte di una famiglia, ci apre alla gioia della lode e alla gratitudine per i sacramenti.
“In ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (1 Tessalonicesi 5:18)
Il dono della pietà, se richiede un rapporto filiale con Dio Padre, porta anche a stabilire un dialogo amichevole con lui nell’atteggiamento della preghiera.
Perciò, imparare a pregare significa imparare a vedere Dio costantemente presente nella propria vita; pregare è ascoltare e parlare con Dio: è dialogare con lui.
La preghiera è ascolto e dialogo con Dio che ci parla. La lettura attenta del Vangelo e della Parola di Dio ci conduce alla verità è alla preziosità della vita.
La partecipazione fedele alla Messa è lì che si trova Gesù e si impara a vivere con lui e come lui nella vita. Il Sacramento della Riconciliazione è il momento della verifica e del perdono che ci dà la forza di migliorare.
Quando lo Spirito Santo ci fa percepire la presenza del Signore e tutto il suo amore per noi, ci riscalda il cuore e ci muove quasi naturalmente alla preghiera e alla celebrazione.
La pietà come mitezza, compassione e servizio
Il dono della pietà ci rende capaci di vivere con attenzione concreta le situazioni degli altri. Non si tratta soltanto di provare un sentimento, ma di lasciarsi coinvolgere e di agire con bontà.
È ciò che li fa soffrire con chi soffre, piangere con chi piange, gioire con chi è nella gioia, sopportare senza amarezza le debolezze degli infermi e i difetti degli imperfetti, e farsi tutto a tutti.
Si può aggiungere che il «farsi tutto a tutti», di espressione paolina, significa essere gravi e austeri con quelli che lo sono, pronti e fervorosi con chi è pronto e fervoroso, allegri con chi è di buon umore, senza tuttavia uscire dai confini della virtù.
Prendendo, per esempio, la prontezza nel modo in cui la prendono le persone perfette, che sono naturalmente pronte e ardenti, e praticando la virtù con misura e arrendevolezza, secondo l’umore e la preferenza di quelli con cui si ha a che fare, per quanto la virtù stessa lo può consentire.
La pietà si manifesta nella fraternità vera, fatta di amicizia con gli altri e di carità e attenzione verso le persone più bisognose.
Una convivenza sociale fondata sui rapporti di forza non è umana, perché non è vivificata dall’amore, atteggiamento pietoso dell’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze degli altri, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida nel mondo la comunione dei valori spirituali.
Come verificare la presenza del dono della pietà
Se un credente vuole verificare quanto abbia risposto al dono della pietà, può esaminarsi nei rapporti con gli altri.
- Il dono della pietà è stato respinto se ci si esprime con durezza di cuore.
- Si ama disordinatamente se stesso se si è sensibili solo ai propri personali interessi e nulla lo tocca se non in rapporto a se stesso.
- Non si riflette sulle offese fatte a Dio, se non si ha la forza per piangerle.
- Non si è attenti ai bisogni degli altri e alle sofferenze del prossimo, se non si prova compassione.
- Non ci si prende nessun disturbo per rendere servizio agli altri.
- Non si sopportano i propri difetti.
- Ci si irrita contro gli altri per qualsiasi inezia.
- Si conservano nel cuore sentimenti di acrimonia o di vendetta, di antipatia o di odio nei loro confronti.
Questi atteggiamenti rivelano un cuore ripiegato su se stesso, incapace di riconoscere negli altri persone affidate alla stessa paternità di Dio.
Il dono della pietà, invece, ammorbidisce il cuore, lo rende più sensibile alla sofferenza, più disponibile al perdono e più pronto al servizio.
La pietà nella famiglia e nelle relazioni quotidiane
Quando il dialogo familiare è muto, l’amorevolezza che scaturisce dal dono della pietà non trova il suo primo humus naturale per esprimersi.
Nella famiglia dei nostri ragazzi non ci sono soltanto genitori e figli, ma anche fratelli e sorelle. I rapporti umani si allargano, come pure il confronto e lo scambievole aiuto.
È una fraternità che chiede di esprimersi in legami profondi di dialogo e di solidarietà (Prov 6, 16-19; Sir 7, 12.18).
In Israele la famiglia è di solito arricchita della presenza degli anziani. Anche verso di loro devono convogliarsi i sentimenti dei giovani: il rispetto, l’affetto, la fiducia, la venerazione per l’età e per l’esperienza che volentieri offrono agli altri.
Perciò il rapporto tra genitori e figli va costruita su una logica nuova. A tutti, dentro la famiglia cristiana è offerto un dono e un criterio sempre nuovo: «vivere i legami familiari nel Signore».
Ciò significa che nelle vicende della vita quotidiana, come pure nei momenti importanti della vita di famiglia, ad ispirare i comportamenti di tutti i suoi membri deve essere l’amore per il Signore, cioè il vero senso della pietà filiale.
Ciascuno nei suoi confronti ha sempre l’atteggiamento del figlio, anche se ciascuno a modo proprio: la solidarietà nelle difficoltà e nella gioia, il servizio reciproco, lo sforzo e la fatica di crescere insieme, la capacità di comprensione e di perdono.
La pietà nell’educazione cristiana
Gli educatori degli adolescenti hanno bisogno di avere chiaro il significato di questo dono, che in relazione all’esperienza cristiana riguarda sia la dimensione «personale» che quella liturgica e caritativa.
Certamente il dono della pietà non appartiene a quelle forme stereotipate di educazione religiosa che insistono sulle forme della preghiera o delle varie devozioni da inculcare.
Il valore del dono dello Spirito è ben altra cosa, se lo si sa ben rapportare al significato che assume nella visione della vita il senso dell’identità personale cristiana (cioè il formarsi gli atteggiamenti del figlio nei confronti del Padre) e il valore della relazione «misericordiosa» verso il prossimo.
Queste dimensioni sono rivelate dal «Figlio» Gesù che ama il «Padre suo e Padre di tutti».
Il vivere di questo «Figlio del Padre», nel suo orientamento globale e nella sua quotidianità, appare dunque segnato dalla fiducia incondizionata a lui.
La sua relazione col Padre è marcata da una forte familiarità. Il rapporto di Cristo con il Padre riempie talmente la sua esistenza, per cui ogni contatto e ogni gesto, ogni dialogo con gli altri, è illuminato e riceve senso da esso.
Queste considerazioni sul rapporto tra Gesù (come Figlio) e Dio (come Padre) esprimono il carattere relazionale che deve assumere nella educazione cristiana il rapporto tra il battezzato e Dio, che si rivela come Padre.
Il dono spirituale della pietà richiede quindi un’educazione che aiuti a riconoscere Dio come vicino, paterno e degno di fiducia, e che colleghi sempre la preghiera all’amore concreto per le persone.
Il rischio della durezza di cuore
Una riflessione, da parte degli educatori e animatori di gruppi, deve aiutare ad imparare a considerare che quanto più una persona ha carità e amore a Dio, tanto più è sensibile agli interessi del prossimo.
Allora è necessario intervenire sui ragazzi, soprattutto nel processo di identificazione per evitare che invece che partire da se stessi (identità), ci si identifichi in chi si manifesta con una certa durezza di cuore.
Questa durezza di cuore si può trovare nei cosiddetti «grandi» del mondo, nei ricchi avari, nelle persone indifferenti ai grandi valori della vita, e in tutti coloro che non addolciscono il proprio cuore per mezzo degli esercizi di pietà e il gusto delle cose spirituali.
La storia cristiana e anche i saggi di molte religioni dimostrano che i veri sapienti sono stati anche molto pii, cioè capaci di stabilire un dialogo filiale con Dio e un atteggiamento amorevole verso gli altri.
I talenti naturali o acquisiti vanno apprezzati se congiunti con il dono della pietà.
Il valore della testimonianza degli educatori
I ragazzi devono sapere che quando un educatore stimato e rispettato per l’età (maturità e autorevolezza) e per le cariche che ricopre dimostra coi fatti di apprezzare molto le belle doti e gli uffici onorifici, o esprime le sue preferenze per coloro che emergono per intelligenza e cultura, invece che per quelli che ne hanno meno, quantunque siano più virtuosi e più pii, diventa un esempio di alta contro-testimonianza cristiana.
Può diventare un veleno che si inocula nel loro cuore e di cui forse non si libereranno mai più.
Di fronte alla tentazione, sempre insorgente nella cultura attuale, di valutare le persone per il compito che svolgono, occorre riflettere che Dio guarda alle persone, senza distinzione di ruoli, e che egli solo giudica con verità la vita di ogni uomo.
La pietà, il Battesimo e la Confermazione
Il dono della «pietà» esprime esattamente il rapporto filiale tra l’uomo e Dio. E il dono crismale della pietà richiede una educazione cristiana che si fa esperienza di «pietà».
Nella lista dei doni, che vengono richiamati dalla catechesi del sacramento della confermazione e che sono presi dai testi del Profeta Isaia, la pietà non si trova. È evidente che si tratta di un’aggiunta ecclesiale, in relazione al significato del Battesimo che rende i cristiani «figli» di Dio.
Il dono crismale della pietà conferma l’essere diventati figli di Dio nel Battesimo.
Il battesimo è un dono che il Signore ci fa anche per gli altri: non un privilegio che isola, dunque, ma una responsabilità che apre al mondo.
Se il Signore ci ha fatto conoscere il tesoro - cioè che Dio è nostro padre e ci ama e che noi siamo fratelli -, questo tesoro non possiamo tenerlo per noi.
Il cristiano è per sua natura testimone, missionario dell’amore di Dio.
La riscoperta del battesimo impegna il credente ad un’opera di mediazione educativa e catechistica, che non si esaurisce una volta per sempre, ma va riscoperta in ogni età e sempre con un coinvolgimento personalizzato.
La pietà nella spiritualità monastica
La Regola di san Benedetto collega la vita monastica all’ascolto della voce di Dio e alla disponibilità filiale nei suoi confronti.
Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: "E' ora di scuotersi dal sonno!" e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: " Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!" e ancora: " Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!".
E che dice? " Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio.
Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di Cristo, poiché viene chiamato con il suo stesso nome, secondo quanto dice l'Apostolo: "Avete ricevuto lo Spirito di figli adottivi, che vi fa esclamare: Abba, Padre!"
Una volta ascesi tutti questi gradi dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore.
Per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all'abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; in altre parole non più per timore dell'inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù.
Sono questi i frutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati.
Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere, in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio "con la gioia dello Spirito Santo" qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica.
Si privi cioè di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l'animo fremente di gioioso desiderio.
Gli atteggiamenti che accolgono il dono della pietà
Accogliere il dono dello Spirito richiede di rinunciare a qualcosa che potrebbe impedire di farlo entrare.
- L’orgoglio: sono capace da solo di diventare un ragazzo in gamba!
- La superficialità: tanto non serve granché, e poi… cosa ne ricavo!
- Seguire falsi ideali e idoli bugiardi: credere che i soldi e il successo diano la gioia, amare l’essenziale della vita e viverla bene.
- Pensare solo a se stessi e coltivare una mentalità egoista e interessata.
Il dono della pietà si accoglie attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, la partecipazione alla vita liturgica, la riconciliazione e la carità fraterna.
Il dono dunque costituisce una grande energia, anche per costruirsi come persone e affrontare la vita.
La pietà si radica profondamente nella coscienza ben formata da una chiara identità di fede, e le conferma il dono della sapienza e dell’intelletto, e si esprime in sentimenti di dolcezza e di devozione singolare.
Da questa sorgente scaturiscono le «lacrime» dei santi e delle persone pie. È questo il principio di quella dolce attrattiva che li solleva a Dio, di quella prontezza che li fa correre al servizio di Dio.
Come chiedere il dono della pietà
È un dono da chiedere spesso, specialmente quando il cuore si fa duro, freddo, distante.
La condizione essenziale per conservare questo dono è la preghiera. Sempre torniamo sullo stesso tema: la preghiera!
Pregare il Signore: “Signore, aiutami, consigliami, cosa devo fare adesso?”. E con la preghiera facciamo spazio, affinché lo Spirito venga e ci aiuti in quel momento, ci consigli su quello che tutti noi dobbiamo fare.
Approfittiamo di questi momenti per pregare, pregare perché lo Spirito ci dia il dono del consiglio.
Spirito Santo, fuoco d’amore e dolce consolatore, effondi in me il dono della pietà. Insegnami a chiamare Dio “Padre” con fiducia, a sentirlo vicino nei momenti lieti e in quelli oscuri.
Rendi tenero il mio cuore, capace di perdono, di attenzione, di compassione. Fammi amare la preghiera, desiderare la tua presenza, e riconoscere in ogni persona un fratello da servire.
Donami un cuore filiale e fraterno, perché io viva ogni giorno nel tuo amore. Amen.
Chiediamo al Signore che il dono del suo Spirito possa vincere il nostro timore, le nostre incertezze, anche il nostro spirito inquieto, impaziente, e possa renderci testimoni gioiosi di Dio e del suo amore, adorando il Signore in verità e anche nel servizio del prossimo con mitezza e col sorriso che sempre lo Spirito Santo ci dà nella gioia.
Il dono della pietà è la spiritualità del cuore tenero, che si abbandona a Dio come un bambino tra le braccia del Padre, e guarda il prossimo con occhi di fraternità.
