Il racconto dei discepoli di Emmaus mostra che l’incontro con il Cristo risorto si compie attraverso l’ascolto della Parola e lo spezzare del pane: «le Scritture e l’Eucaristia sono gli elementi indispensabili per l’incontro con il Signore».
Quei due discepoli erano confusi e delusi, ma l’incontro con Cristo nella Parola e nel Pane spezzato accese in loro l’entusiasmo per rimettersi in cammino verso Gerusalemme e annunciare che il Signore era veramente risorto.
Il racconto evangelico di Emmaus
Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?».
Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute».
«Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.
Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Dalla delusione all’incontro con il Risorto
Il racconto dell’apparizione del Risorto ai due discepoli camminando sulla strada verso Èmmaus è uno dei racconti più suggestivi dei Vangeli. È un “Vangelo in miniatura - commenta il cardinale Martini -, un racconto dove fede ed emozione, ragione e sentimento, dolore e gioia, dubbio e certezza si fondono, toccando le corde più profonde del lettore, sia esso credente o soltanto in ricerca, creando profonde risonanze al desiderio di mettersi in cammino verso Colui che offre la pienezza della felicità”.
I racconti pasquali ci rivelano diverse vie per incontrarci con il Risorto. Il racconto di Emmaus è, forse, quello più significativo, e senza dubbio il più straordinario.
La situazione dei discepoli è ben descritta fin dal principio, e riflette uno stato d’animo in cui possiamo trovarci anche noi oggi. I discepoli possiedono apparentemente tutto il necessario per credere.
Conoscono gli scritti dell’Antico Testamento, il messaggio di Gesù, il suo operato e la sua morte in croce. Hanno anche ascoltato il messaggio della risurrezione.
Le donne hanno comunicato la propria esperienza, annunciando loro che «è vivo». Tutto inutile. Essi continuano il loro cammino immersi nella tristezza e nello scoraggiamento.
Tutte le speranze riposte in Gesù sono svanite con il fallimento della croce. Gesù è morto, questa è l’unica certezza che i due hanno.
Il viaggio verso Èmmaus non è una passeggiata di svago, ma piuttosto il ritorno al loro villaggio, al proprio passato, dopo la grande delusione; la fuga dal crocifisso, dopo la clamorosa sconfitta.
«Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». La fuga è il peccato originale dell’uomo e ognuno ha la sua Èmmaus.
Non si tratta di un luogo, ma di un meccanismo di fuga che spesso si ripete nella nostra vita. Qual è la nostra Èmmaus?
Davanti alla delusione nei confronti di Dio e delle sue promesse, il dubbio e la tentazione ci assalgono. Non ci siamo forse illusi? Non abbiamo inseguito una chimera? Abbiamo intrapreso una strada sbagliata?
Non avremmo per caso sprecato anni o addirittura tutta la nostra vita? Non sarebbe stato meglio essere rimasti nel villaggio e fare la vita di tutti?
La fuga e il desiderio di ritornare “alla vita di prima” si rivelerà, tuttavia, un vano tentativo, perché niente potrà essere come prima!
Gesù cammina accanto ai discepoli
«Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro». Ma loro erano troppo tristi e delusi per poter riconoscerlo.
Come all’inizio della vocazione dei discepoli, anche ora nel momento del loro smarrimento, il Signore prende l’iniziativa di avvicinarsi ai suoi e camminare al loro fianco.
Nella sua grande misericordia, Egli non si stanca mai di stare con noi, malgrado i nostri difetti, i dubbi, le debolezze, nonostante la tristezza e il pessimismo ci inducano a diventare «stolti e lenti di cuore» (v. 25), gente di poca fede.
Oggi come allora, il Signore risorto è vicino ai suoi discepoli missionari e cammina accanto a loro, specialmente quando si sentono smarriti, scoraggiati, impauriti di fronte al mistero dell’iniquità che li circonda e li vuole soffocare.
Gesù va sempre incontro ai suoi quando camminano affranti e senza prospettive. Il Vangelo ci insegna a riconoscerlo: Gesù non è un forestiero nel nostro cammino, ma il crocifisso che è risuscitato; e ci conosce, ci ama e ci cerca.
Gesù non cammina anche oggi in modo velato con tanti credenti che abbandonano la Chiesa, ma che continuano a ricordarlo?
Gesù si avvicina quando i discepoli lo ricordano e parlano di lui. Si fa presente là dove si commenta il suo Vangelo, dove c’è interesse per il suo messaggio, dove si conversa sul suo stile di vita e sul suo progetto.
Gesù è interessato a conversare insieme a loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Non si impone rivelando loro la sua identità.
Chiede che essi continuino a raccontare la loro esperienza. Conversando con lui scopriranno la propria cecità.
Il cuore che arde nell’ascolto della Parola
La prima via per ritrovare la fede viva nel Risorto è l’ascolto della Parola di Gesù.
Nonostante tutto, quei discepoli continuano a pensare a Gesù, parlando di lui, interrogandosi su di lui. Ed è proprio allora che il Risorto si fa presente sul loro cammino.
Gesù si trova là dove alcuni uomini e donne si ricordano di lui e si interrogano sul significato del suo messaggio e della sua persona, anche se sono incapaci di riconoscerne la presenza.
Non aspettiamoci grandi prodigi. Se talvolta, ascoltando il Vangelo di Gesù e ricordandone le parole, abbiamo sentito «ardere in noi il nostro cuore», non dimentichiamoci che egli cammina accanto a noi.
Dopo aver ascoltato i due discepoli sulla strada per Emmaus, Gesù risorto «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27).
E i cuori dei discepoli si riscaldarono, come alla fine si confideranno l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (v. 32).
Il Signore si fa raccontare la loro (Sua) storia e con la Parola della Scrittura li aiuta a rileggerla, a capirla; la illumina e le dà senso.
È la parola che interpreta la vita. Il nostro sguardo sul senso dell’esistenza, sul significato degli eventi della nostra storia, tutto dipende dalla parola che ascoltiamo.
Quale parola scegliamo di ascoltare per rileggere la mia vita? Quella del mondo o quella di Cristo?
Gesù infatti è la Parola vivente, che sola può far ardere, illuminare e trasformare il cuore. Così comprendiamo meglio l’affermazione di San Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (In Is., Prologo).
«Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo» (Lett. ap. M.P. Aperuit illis, 1).
Perciò, la conoscenza della Scrittura è importante per la vita del cristiano, e ancora di più per l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo.
Altrimenti, che cosa si trasmette agli altri se non le proprie idee e i propri progetti? E un cuore freddo, potrà mai far ardere quello degli altri?
Lasciamoci dunque sempre accompagnare dal Signore risorto che ci spiega il senso delle Scritture. Lasciamo che Egli faccia ardere il nostro cuore, ci illumini e ci trasformi, affinché possiamo annunciare al mondo il suo mistero di salvezza con la potenza e la sapienza che vengono dal suo Spirito.
«Resta con noi»: il desiderio della presenza di Cristo
Quando si avvicinarono al villaggio dove stavano andando, Gesù fece un gesto per proseguire. Ma essi lo esortarono: «Resta con noi».
Che ci crediate o no, a questo punto non sapevano ancora chi fosse colui che era con loro, anche se la forza delle sue parole era così grande e aveva affascinato così tanto i loro cuori che avevano paura di rimanere di nuovo soli.
Attratti dal misterioso pellegrino, i due viandanti lo invitano a rimanere con loro: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.
Gesù entrò per rimanere con loro. La sua compagnia fa loro bene. Non vogliono che li lasci.
Il cuore dei discepoli comincia ad ardere; essi sentono la necessità che quello «sconosciuto» resti con loro.
Che il nostro cuore brami sempre la compagnia di Gesù, sospirando l’ardente richiesta dei due di Emmaus, soprattutto quando si fa sera: “Resta con noi, Signore!” (cfr Lc 24,29).
Lo spezzare del pane e il riconoscimento di Gesù
La seconda esperienza decisiva è il gesto dell’Eucaristia.
I discepoli trattengono il viandante sconosciuto per cenare insieme nel villaggio di Emmaus. Il gesto è semplice, ma sincero.
Dei viandanti stanchi per il viaggio si siedono a condividere la stessa mensa. Si accettano come amici e riposano insieme dalle fatiche di un lungo cammino.
È allora che ai discepoli si «aprono gli occhi» e scoprono Gesù come qualcuno che nutre la loro vita, li sostiene nella stanchezza e li rafforza lungo la via.
I cuori ardenti per la Parola di Dio spinsero i discepoli di Emmaus a chiedere al misterioso Viandante di restare con loro sul far della sera. E, intorno alla mensa, i loro occhi si aprirono e lo riconobbero quando Lui spezzò il pane.
L’elemento decisivo che apre gli occhi dei discepoli è la sequenza delle azioni compiute da Gesù: prendere il pane, benedirlo, spezzarlo e darlo a loro.
Sono gesti ordinari di un capofamiglia ebreo, ma, compiuti da Gesù Cristo con la grazia dello Spirito Santo, rinnovano per i due commensali il segno della moltiplicazione dei pani e soprattutto quello dell’Eucaristia, sacramento del Sacrificio della croce.
Gesù ripete il gesto che aveva compiuto nell’ultima cena: prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo dà loro.
Questo gesto apre ai due gli occhi e lo fa riconoscere: «Allora quello che vanno dicendo le donne è vero. È risorto! Allora la scelta di seguirlo, perché le sue parole avevano fatto intravvedere una vita diversa da quella usuale di Emmaus non è stata un’inutile illusione. Allora, davvero, continua a stare con noi come aveva promesso».
Un gesto diventa identificativo di una persona quando non è compiuto sporadicamente, ma talmente di frequente da diventare usuale.
Quel gesto, quindi, identificava Gesù, perché lo aveva compiuto sempre nel tempo vissuto con i suoi discepoli, non solo nei momenti di amichevole intimità, ma spezzando la vita per tutti, qualunque fossero le loro debolezze e le loro necessità.
Quel gesto era Gesù. È Gesù. Ed è la carta di identità di chi decide di seguirlo.
Ma proprio nel momento in cui riconoscono Gesù in Colui-che-spezza-il-pane, «egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,31).
Questo fatto fa capire una realtà essenziale della nostra fede: Cristo che spezza il pane diventa ora il Pane spezzato, condiviso con i discepoli e quindi consumato da loro.
È diventato invisibile, perché è entrato ora dentro i cuori dei discepoli per farli ardere ancora di più, spingendoli a riprendere il cammino senza indugio per comunicare a tutti l’esperienza unica dell’incontro con il Risorto!
Così Cristo risorto è Colui-che-spezza-il-pane e al contempo è il Pane-spezzato-per-noi.
L’Eucaristia, fonte e culmine della missione
E dunque ogni discepolo missionario è chiamato a diventare, come Gesù e in Lui, grazie all’azione dello Spirito Santo, colui-che-spezza-il-pane e colui-che-è-pane-spezzato per il mondo.
A questo proposito, occorre ricordare che un semplice spezzare il pane materiale con gli affamati nel nome di Cristo è già un atto cristiano missionario.
Tanto più lo spezzare il Pane eucaristico che è Cristo stesso è l’azione missionaria per eccellenza, perché l’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa.
Lo ha ricordato il Papa Benedetto XVI: «Non possiamo tenere per noi l’amore che celebriamo nel Sacramento [dell’Eucaristia]. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti.
Ciò di cui il mondo ha bisogno è l’amore di Dio, è incontrare Cristo e credere in Lui. Per questo l’Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione: “Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria”» (Esort. ap. Sacramentum caritatis, 84).
Per portare frutto dobbiamo restare uniti a Lui (cfr Gv 15,4-9). E questa unione si realizza attraverso la preghiera quotidiana, in particolare nell’adorazione, nel rimanere in silenzio alla presenza del Signore, che rimane con noi nell’Eucaristia.
Coltivando con amore questa comunione con Cristo, il discepolo missionario può diventare un mistico in azione.
Sentiamo che Gesù è vicino quando leggiamo la Scrittura e frequentiamo l’Eucaristia.
Infatti, diceva Benedetto XVI citando san Girolamo: “ignorare le Scritture è ignorare Cristo. Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura”.
“Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi”.
La Messa come esperienza di Emmaus
La liturgia di questa III Domenica di Pasqua ci “trasporta” nella locanda di Emmaus, per riscoprire il significato profondo delle nostre celebrazioni come incontro con il Cristo Risorto, che spezza il pane per noi.
Ogni tanto la parola di Dio della domenica trova il modo di farci riflettere non soltanto su come abbiamo vissuto prima di entrare in chiesa, e su come dovremo vivere una volta usciti, ma su ciò che viviamo dentro la chiesa, celebrando l’eucaristia.
È ciò che ci stimola a fare in questa domenica la finale del meraviglioso brano evangelico di oggi: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero».
Questa scena stupenda ci invita a rispondere ad alcuni interrogativi: «Cosa è per noi la Messa che stiamo vivendo? Precisamente, cosa è che stiamo celebrando? Il modo con cui lo stiamo celebrando è adeguato a ciò che vogliamo celebrare?».
È necessario proprio per noi, “quelli di tutte le domeniche”, interrogarci, perché sono le cose che si fanno sempre e da sempre a rischiare di perdere le motivazioni iniziali, per andare avanti stancamente, per abitudine, senza più lasciare tracce nella mente, nel cuore, nella volontà.
Che relazione c’è tra ciò che accadde in quella locanda e la Messa che stiamo celebrando?
Pur nella consapevolezza di semplificare un po’ troppo le cose, non è né sbagliato né azzardato dire che stiamo celebrando la stessa Messa della locanda di Emmaus, perché Gesù spezza il pane con noi come fece con i due discepoli.
Non dimentichiamo che i primi cristiani chiamavano la Messa: spezzare il pane.
La nostra Messa è ritrovare Gesù che cammina con noi, che ci fa ardere il cuore, che spezza il pane per noi per darci la forza di spezzarci per gli altri.
La Messa è l’incontro con il Signore risorto per essere ricaricati della forza di tornare a Gerusalemme, dove siamo chiamati a testimoniare che lui è veramente risorto.
La presenza reale di Cristo nell’Eucaristia
Stupiti, i camminatori continuavano a guardare il Pane Consacrato, riconoscendo la presenza di Gesù in mezzo a loro.
Questa Presenza sarà, d’ora in poi, quella che scandisce il ritmo della nostra vita spirituale, quella che «fonte e culmine della nostra vita cristiana» (LG 11).
L’insegnamento era già stato seminato nei loro cuori per loro e per tutta la Chiesa fino alla fine dei tempi.
La promessa di Gesù si è realizzata: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Ecco perché Gesù ha già «era scomparso dalla sua vista» (Lc 24,31), ma è ancora realmente, sostanzialmente presente nell’Eucaristia.
Ricevere la Santa Comunione significa ricevere questo Pane Consacrato che è veramente Gesù, come lui stesso ha detto nel discorso sul Pane di Vita: «Il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54).
I discepoli di Emmaus fissavano il Pane Consacrato e con quale emozione lo mettevano in bocca!
Gesù è ora «carne della sua carne», diventa veramente uno con noi per guarire i nostri cuori spezzati, per darci la vita eterna, per «divinizzarci».
Dalla liturgia alla vita quotidiana
Ora loro due - e tutti noi - stanno prendendo coscienza dell’immenso amore di Cristo che si manifesta nella Eucaristia.
La presenza di Gesù li attira verso l’interno e lì riconoscono il fuoco del suo amore.
Alla fine della preghiera commentano: «Il nostro cuore non ardeva forse dentro di noi mentre ci parlava lungo la strada e ci spiegava le Scritture?».
Finalmente capiscono l’opera che il Signore sta facendo con loro.
Per noi, quei minuti di silenzio dopo la comunione sono d’oro. Sono momenti per entrare nel profondo del nostro cuore dove c’è Lui e per entrare in un dialogo d’amore con colui che sappiamo che ci ama.
Un dialogo che potrebbe svolgersi in questi termini: «Ti amo, ti ringrazio, ti chiedo perdono, ti chiedo aiuto».
Non basta. Secondo Luca è necessaria l’esperienza della cena eucaristica.
Durante la cena i loro occhi si aprono. Sono queste le due esperienze chiave: sentire che il nostro cuore arde nel ricordare il suo messaggio, il suo operato e tutta la sua vita; sentire che, celebrando l’eucaristia, la sua persona ci nutre, ci rafforza e ci consola.
Se talvolta, per quanto piccola possa essere la nostra esperienza, celebrando l’eucaristia ci sentiamo rafforzati lungo la nostra via e incoraggiati a continuare il nostro vivere quotidiano, non dimentichiamo che è Gesù colui che alimenta la nostra vita e la nostra fede.
Occhi aperti e cuore trasformato
Sulla via di Emmaus, due discepoli camminano con aria triste. Non hanno meta né obiettivo. La loro speranza si è spenta.
Gesù è scomparso dalla loro vita. Parlano e discutono di lui, ma, quando egli si avvicina a loro pieno di vita, i loro occhi «sono impediti a riconoscerlo».
Apparentemente, questi discepoli hanno il necessario per mantenere viva la fede, ma qualcosa è morto in loro.
Conoscono le sacre Scritture: ma a loro non servono a nulla. Hanno ascoltato il Vangelo in Galilea: ora tutto sembra un’illusione del passato.
È giunto loro l’annuncio che Gesù è vivo: cose da donne; chi può credere a una cosa del genere?
Quei discepoli hanno tutto, ma non hanno nulla. Manca loro l’unica cosa che può fare «ardere» il loro cuore: il contatto personale con Gesù vivo.
Non sarà questo il nostro problema? Perché tanta mediocrità e delusione tra noi? Perché tanta indifferenza e abitudine?
Non mancano le parole e le celebrazioni. Ci manca forse un’esperienza più viva di qualcuno che non può essere sostituito da nulla e da nessuno: Gesù Cristo, il Vivente.
Non basta celebrare in un modo qualunque messe né leggere testi biblici. Il racconto di Emmaus parla di due esperienze basilari.
I discepoli non leggono un testo, ascoltano la voce inconfondibile di Gesù che fa ardere il loro cuore.
Non celebrano una liturgia, si siedono da amici alla stessa mensa e scoprono insieme che è Gesù in persona a nutrirli.
Perché continuare a fare cose in un modo che non ci trasforma? Non abbiamo innanzi tutto bisogno di un contatto più reale con Gesù?
Non abbiamo bisogno di imparare a vivere tutto con maggiore verità e a partire da una nuova dimensione? Se Gesù scompare dal nostro cuore, tutto il resto è inutile.
Dall’altare alla missione
Dopo aver aperto gli occhi, riconoscendo Gesù nello «spezzare il pane», i discepoli «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (cfr Lc 24,33).
Questo andare in fretta, per condividere con gli altri la gioia dell’incontro con il Signore, manifesta che «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.
Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1).
Non si può incontrare davvero Gesù risorto senza essere infiammati dal desiderio di dirlo a tutti.
Perciò, la prima e principale risorsa della missione sono coloro che hanno riconosciuto Cristo risorto, nelle Scritture e nell’Eucaristia, e che portano nel cuore il suo fuoco e nello sguardo la sua luce.
Costoro possono testimoniare la vita che non muore mai, anche nelle situazioni più difficili e nei momenti più bui.
L’immagine dei “piedi in cammino” ci ricorda ancora una volta la perenne validità della missio ad gentes, la missione data alla Chiesa dal Signore risorto di evangelizzare ogni persona e ogni popolo sino ai confini della terra.
Oggi più che mai l’umanità, ferita da tante ingiustizie, divisioni e guerre, ha bisogno della Buona Notizia della pace e della salvezza in Cristo.
«Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (ibid., 14).
La conversione missionaria rimane l’obiettivo principale che dobbiamo proporci come singoli e come comunità, perché «l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (ibid., 15).
Come afferma l’apostolo Paolo, l’amore di Cristo ci avvince e ci spinge (cfr 2 Cor 5,14).
Si tratta qui del duplice amore: quello di Cristo per noi che richiama, ispira e suscita il nostro amore per Lui.
Ed è questo amore che rende sempre giovane la Chiesa in uscita, con tutti i suoi membri in missione per annunciare il Vangelo di Cristo, convinti che «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (v. 15).
A questo movimento missionario tutti possono contribuire: con la preghiera e l’azione, con offerte di denaro e di sofferenze, con la propria testimonianza.
Come quei due discepoli narrarono agli altri ciò che era accaduto lungo la via (cfr Lc 24,35), così anche il nostro annuncio sarà un raccontare gioioso il Cristo Signore, la sua vita, la sua passione, morte e risurrezione, le meraviglie che il suo amore ha compiuto nella nostra vita.
Ripartiamo dunque anche noi, illuminati dall’incontro con il Risorto e animati dal suo Spirito. Ripartiamo con cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino, per far ardere altri cuori con la Parola di Dio, aprire altri occhi a Gesù Eucaristia, e invitare tutti a camminare insieme sulla via della pace e della salvezza che Dio in Cristo ha donato all’umanità.
La comunità cristiana e il ritorno a Gerusalemme
Passando gli anni, nelle comunità cristiane si andò ponendo un problema molto concreto. Pietro, Maria Maddalena e gli altri discepoli avevano vissuto esperienze molto «speciali» di incontro con Gesù vivo dopo la sua morte.
Esperienze che li portarono a «credere» in Gesù risorto. Ma quelli che si erano accostati in seguito al gruppo dei seguaci, in che modo potevano far nascere e nutrire quella stessa fede?
Questo è anche il nostro problema di oggi. Noi non abbiamo sperimentato l’incontro con il Risorto vissuto dai primi discepoli.
Su quali esperienze possiamo dunque contare? Questo è quanto viene prospettato dal racconto dei discepoli di Emmaus.
È la prima cosa di cui abbiamo bisogno nelle nostre comunità: ricordare Gesù, andare a fondo del suo messaggio e del suo operato, meditare sulla sua crocifissione.
Se, a un certo momento, Gesù ci commuove, le sue parole ci arrivano dentro e il nostro cuore comincia ad ardere, è il segno che la nostra fede sta nascendo.
Così nella Chiesa cresce la fede nel Risorto.
Dove degli uomini e delle donne camminano chiedendosi di lui e approfondendone il messaggio, là il Risorto si fa presente.
È facile che un giorno, ascoltando il Vangelo sentano di nuovo «ardere il loro cuore».
Dove dei credenti si incontrano per celebrare insieme l’eucaristia, là si trova il Risorto che nutre le loro vite.
È facile che un giorno «si aprano i loro occhi» e lo vedano.
Per quanto morta possa apparire ai nostri occhi, in questa Chiesa abita il Risorto.
Il nostro peccato più grande sarebbe «fuggircene a Emmaus», abbandonare la comunità prendendo ognuno la propria via, immersi nella delusione e disingannati.
Dobbiamo imparare la «lezione di Emmaus». La soluzione non consiste nell’abbandonare la Chiesa, ma nel riprendere i nostri rapporti con qualche gruppo cristiano, comunità, movimento o parrocchia dove poter condividere e ravvivare la nostra speranza in Gesù.
La celebrazione eucaristica come cammino pasquale
Nel capitolo 24, conclusivo del suo Vangelo, Luca ci racconta tre apparizioni: la prima, al mattino di Pasqua, quella degli angeli alle donne, presso il sepolcro vuoto; la seconda, nel pomeriggio dello stesso giorno, l’apparizione del Risorto ai due discepoli camminando sulla strada da Gerusalemme verso Èmmaus; la terza, in serata, l’apparizione di Gesù agli Undici, a Gerusalemme.
Le tre apparizioni non servono solo a testimoniare la risurrezione, ma anche per aiutare i discepoli a capire il senso dell’accaduto, che li aveva tanto scandalizzati e lasciati nello sgomento più completo.
Qui Luca vuole presentarci quella che è la domenica tipo del cristiano. Si tratta di un artificio letterario.
La Chiesa celebra il mistero della Pasqua durante 7 settimane, da Pasqua a Pentecoste, un periodo di cinquanta giorni, il tempo della “santa allegrezza”, considerato dagli antichi padri della Chiesa “la grande domenica”.
Queste sette domeniche ci invitano a celebrare la Pasqua… sette volte (la pienezza!).
La domenica, ogni domenica, è domenica di Pasqua: giorno di ritrovo dalle nostre diaspore, per riscoprire la “grande gioia” (Lc 24,52).
Il racconto dell’apparizione del Risorto ai due discepoli camminando sulla strada verso Èmmaus è un raffinato sunto della domenica, con l’allusione alla comunità cristiana, alla liturgia della Parola, alla liturgia eucaristica e alla missione del cristiano: testimoniare che Cristo è risorto.
Il mandato: raccontare ciò che è accaduto lungo la via
La parola “Massa” proviene dal testo latino dell’Eucaristia. Al termine della celebrazione il sacerdote ha detto: «Ite, missa est». Vale a dire: «Ora sei stato mandato».
E tanta gioia non può essere solo per pochi. La scoperta dell’amore di Dio ci porta ad annunciarlo agli altri, a partire da quelli più vicini a noi.
Cleofa e il suo amico - voi e io - «E proprio in quel momento si misero in viaggio e tornarono a Gerusalemme. Lì trovarono gli Undici e gli altri riuniti […] raccontarono ciò che era loro accaduto lungo la strada e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24,33-35).
Allo stesso modo, uscendo da questo incontro con il Maestro, anche noi possiamo testimoniare tutto l’amore che Egli ha per noi e come sia rimasto - nascosto - per sempre nell’Eucaristia.
Non si può incontrare davvero Gesù risorto senza essere infiammati dal desiderio di dirlo a tutti.
Ripartiamo con cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino.