Il padre nostro, preghiera dei figli è un libro di Alessandro Pronzato pubblicato da Gribaudi nel gennaio 1997, con audiocassetta, dedicato alla preghiera cristiana insegnata da Gesù. Il volume conta 224 pagine e propone una lettura del Padre nostro come preghiera capace di riassumere l’insegnamento evangelico e di mettere in luce l’identità della comunità cristiana.
Il "Padre nostro" non è una preghiera occasionale. In essa convergono le linee essenziali dell'insegnamento di Gesù, si condensano le lezioni fondamentali del Vangelo, emergono i punti qualificanti della comunità cristiana. Non è dunque una preghiera che ci nasconda. Al contrario, è la preghiera che più di ogni altra ci rivela, ci fa riconoscere, ci espone, ci compromette.

Scheda bibliografica
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Titolo | Il padre nostro, preghiera dei figli. Con audiocassetta |
| Autore | Alessandro Pronzato |
| Editore | GRIBAUDI |
| Data di pubblicazione | Gennaio 1997 |
| Collana | ALESSANDRO PRONZATO |
| Codice | 9788871524412 |
| Pagine | 224 |
| Formato | Libro con audiocassetta |
Il significato del Padre nostro nel libro
Il "Padre nostro" non è una preghiera occasionale. In essa convergono le linee essenziali dell'insegnamento di Gesù, si condensano le lezioni fondamentali del Vangelo, emergono i punti qualificanti della comunità cristiana.
La preghiera non viene quindi presentata come una formula da ripetere in modo automatico o come un esercizio circoscritto a particolari momenti della vita religiosa. Essa riguarda la persona nella sua interezza, perché la conduce a riconoscersi davanti a Dio e davanti agli altri.
Non è dunque una preghiera che ci nasconda. Al contrario, è la preghiera che più di ogni altra ci rivela, ci fa riconoscere, ci espone, ci compromette.
Alessandro Pronzato, autore e sacerdote
Alessandro Pronzato è nato a Rivalba (Alessandria), sulla sponda destra del Po, nel 1932. Ha compiuto gli studi liceali e teologici presso il seminario di Casale Monferrato ed è stato ordinato sacerdote nel 1956, da mons. Giuseppe Angrisani, che l’avrebbe poi incoraggiato, insieme a don Barra, e successivamente Paolo VI, a intraprendere il servizio della penna.
Si è dedicato all’insegnamento nelle scuole di Stato e al giornalismo. È autore di centoventi opere tradotte in varie lingue. Ha prestato il suo servizio nella Chiesa, oltre che con la penna, con la predicazione e le conferenze.
In particolare, ha svolto attività pastorale nel campo degli anziani. È stato collaboratore di diverse riviste e rubriche radiofoniche.
Lo scorso 25 settembre è scomparso a 86 anni don Alessandro Pronzato, prete scrittore tra i più letti del Novecento. Nato a Rivalba (Alessandria) nel 1932, dal 1965 a oggi ha pubblicato 135 libri.
Ironico e spiazzante, era amato da Papa Francesco. I «Vangeli scomodi» (oltre trenta tra edizioni e ristampe, una ventina di traduzioni in varie lingue) e «La nostra bocca si aprì al sorriso» sono due dei tre libri che hanno accompagnato Bergoglio, giovane sacerdote, e che il Pontefice ha donato a Fidel Castro nel suo storico viaggio a Cuba.
L’ultima sua opera è «Tutti a scuola di Maria per imparare la gioia».
Lo stile di Pronzato
Aveva tre sogni don Alessandro Pronzato, prete scrittore tra i più letti del Novecento, scomparso oggi a 86 anni. Avrebbe voluto inserire l’umorismo tra le virtù indispensabili per diventare santi; stringere la mano a papa Francesco e parlare alla Madonna.
Si può dire che abbia realizzato i suoi obiettivi. Nei 135 libri scritti dal ’65 a oggi - prese in mano la penna a 32 anni quasi per caso - ha cucito e ricucito tante volte insieme le parole Vangelo e sorriso, e l’ha fatto in modo tanto convincente, che oggi sembra quasi impossibile pretendere di escludere la via del buonumore tra quelle che portano a Dio.
Le sue pagine non di rado disorientavano e facevano discutere. Fu così anche per il suo libro più noto, quei Vangeli scomodi pubblicati nel ’65 che ebbero oltre trenta tra edizioni e ristampe, e una ventina di traduzioni in varie lingue, dallo spagnolo al giapponese.
All’inizio le critiche lo amareggiavano, ne parlò con Paolo VI, durante un’udienza privata, e il pontefice lo incoraggiò: «Vada avanti, non badi ai parrucconi, continui a scrivere come sta facendo. È così che bisogna scrivere oggi».
E non fu il solo Papa che ebbe parole di stima per il suo lavoro. Giovanni Paolo II lo ringraziò personalmente più volte per il suo apostolato della penna.
La scrittura come forma di approfondimento evangelico
Faceva parlare di Vangelo magi derubati, scribi ignoranti, pescatori caduti nella rete, persino i pannolini di Gesù Bambino.
Quando prima o poi capiterà, perché capiterà, che in qualche positio - il librone dove si raccontano vita e virtù dei candidati alla gloria dell’altare - verranno ricordati anche ironia e buonumore del futuro aureolato, sapremo chi ringraziare.
E da lassù don Sandro, così era chiamato da tutti gli amici, racconterà quella barzelletta in cui ci sono i santi che raccontano le barzellette. Quale? Ma naturalmente quella che inventerà sui due piedi, con quella freschezza e quella spontaneità grazie a cui i personaggi più insoliti gli scorrevano lungo la penna e prendevano sostanza sulla carta con esiti sorprendenti.
Quelle trovate graffianti che don Sandro toglieva dal profondo dell’anima, mentre vegliava nel cuore della notte - tutte le mattine alle 4 era in piedi per scrivere - e purificava con il suo lessico, apparentemente semplice, che nasceva invece da una stratificazione rimeditata di apologetica, di spiritualità, di detti dei padri della Chiesa.
«Col sì del mattino ti accetti l’imprevisto, sei d’accordo con ciò che non conosci, concedi libertà d’azione al Dio sorprendente, ti dichiari disponibile a seguire le traiettorie impensate e impensabili dello Spirito».
E ancora: «Finché non preghi, chiunque può affondare le unghie dentro di te e strapparti i valori più preziosi. Anzi, ti trovi perfino bene. Nella tua pelle svuotata di contenuto. Prova a metterti davanti a Lui. Sentirai gli strappi. Ogni movimento ti caverà fuori urti laceranti».
Il rapporto con papa Francesco
Incontrò in alcune occasioni anche papa Benedetto, ma è con papa Francesco che si è creato, seppure a distanza e all’insaputa di don Sandro, il sodalizio spirituale più tenace.
Quando ancora era arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio leggeva in spagnolo i libri di don Pronzato, soprattutto i commenti ai Vangelo che poi utilizzava come spunti per le omelie.
Sono stati squarci simili ad affascinare papa Francesco, a convincerlo che quello scrittore di origini piemontesi come lui, aveva dentro una forza non comune di invenzione, di approfondimento fulminante, di fascinazione.
Se si conoscono queste premesse non deve apparire sorprendente che due mesi dopo l’elezione, il nuovo Papa mandi un libro al suo scrittore preferito con la dedica: «Ad Alessandro Pronzato, suscitatore di inquietudini. Con tanta riconoscenza, Francesco».
E così don Sandro, che neppure sospettava di essere da lui conosciuto, scopre un nuovo, inatteso ma quanto mai gradito interlocutore. Da allora i rapporti tra i due non si sono più interrotti.
Quando la cardiopatia si aggrava e Pronzato dev’essere operato d’urgenza, Francesco chiede di essere tenuto informato sul decorso della malattia e, qualche settimana dopo, gli scrive una lunga lettera autografa invitandolo a riprendere la sua attività di scrittore, perché la Chiesa, dice, ha bisogno di un uomo come lui.

I libri donati a Fidel Castro
Ed è a don Pronzato che Francesco chiede consiglio quando nel settembre 2015 prepara il viaggio per Cuba dove, tra l’altro, incontrerà Fidel Castro. Vuole alcuni libri tradotti in spagnolo per donarli al lider maximo.
Don Sandro ne manda una decina e il Papa sceglie Vangeli scomodi e La nostra bocca si aprì al sorriso, proprio un testo sull’umorismo.
Chissà se poi Fidel avrà letto davvero quei libri, se come altri migliaia di lettori si sarà lasciato sorprendere e catturare da frasi come «Il Padre celeste ha pietà di chi soffre il "mal di terra"».
Oppure: «Il tuo sapere umano non riuscirà a fissare, determinare, né tantomeno a catturare le traiettorie dello Spirito».
La sensibilità religiosa dell’autore
Hanno tanto in comune tra "don" Jorge e don Sandro: il gusto per il buonumore, la voglia di andare controcorrente anche nei racconti del Vangelo, l’amore per la Madonna.
Su Maria, Pronzato ha scritto tantissimo Titoli come L’Ave Maria e Il Rosario sono da anni tra i suoi libri più amati.
E proprio a Maria è dedicata la sua ultima fatica, pubblicata pochi mesi fa, Tutti a scuola di Maria per imparare la gioia, in cui tra l’altro scrive: «L’amore a Maria va sussurrato più che gridato, nascosto gelosamente più che esibito, per riuscire non dico a penetrare, ma almeno a sfiorare il mistero di questa giovane donna che ha detto "sì" a Dio anche per noi».
Il legame con Gribaudi
Patrizia Sola, anima della Gribaudi, la casa editrice che ha pubblicato quasi tutti i suoi libri, ricorda lo scrupolo e la dedizione con cui don Sandro, nonostante la malattia, ha preteso di rivedere le bozze del suo ultimo libro.
Anzi, non contento di alcuni "aggiustamenti" editoriali, aveva preteso di rimescolare le carte suggerendo una nuova impaginazione. E così è stato fatto.
D’altra parte i suoi editori raccontano che con lui era sempre capitato così. Si avvicinava con cautela agli argomenti che doveva trattare, esaminava con attenzione il tema, poi partiva come un diretto e, a quel punto, era indispensabile fare come lui aveva pensato.
Era stato così per padre Pio da cui a lungo Pronzato non pareva particolarmente attratto. Ma quando la Gribaudi gli chiese di occuparsene, partì per San Giovanni Rotondo, visitò i luoghi, ascoltò i testimoni e poi di libri non se scrisse uno, ma quattro.
Uno, Mistero gaudioso, racconta aneddoti e circostanze in cui il frate di Pietrelcina si era rilevato un grande umorista. Don Pronzato era riuscito a fare sorridere anche padre Pio.
Il ricordo dell’editore Piero Gribaudi
Mi sono reso conto, riflettendo sul libro «Le frontiere della misericordia» di don Pronzato, che esso ha rappresentato il perno intorno al quale tutta la mia vita ha assunto una svolta fondamentale.
Mai è risultata più vera per me la celebre frase «habent sua fata libelli». In parole povere: i libri, anche quelli apparentemente meno importanti, nascondono talora dentro di sé dei destini indecifrabili ma, o prima o poi, determinanti.
Nel mio caso, se la Provvidenza non avesse suggerito a don Sandro queste pagine, se egli, tramite un’amicizia comune, quella dell’immancabile don Giovanni Barra, non le avesse offerte a me, che dirigevo allora la casa editrice Boria, io non avrei fatto l’editore.
Non avrei fatto l’editore soprattutto se non fossero esistite le figure di quelle «sorelle della misericordia» che hanno suggerito, poi formato e quindi preso vita in queste bellissime pagine di brevi incisive biografie di donne eccezionali soprattutto perché «ordinarie».
Basta guardare le date. li libro ha il «nullaosta per la stampa» in data 22 luglio 1965. Uscì probabilmente a settembre di quello stesso anno.
Quei mesi erano per me di grande angoscia. Avevo 32 anni. Ero dirigente di quella casa editrice Boria che cinque anni prima mi era stata affidata sull’orlo del fallimento e che in quei cinque anni avevo trasformato in un fiore all’occhiello dell’editoria cattolica giovane e rampante.
Sull’onda del successo mi era stata promessa una partecipazione all’azienda, ma, con mia grande delusione, arrivati al dunque, la promessa non era stata né sarebbe stata mantenuta.
Dovevo continuare una carriera controvoglia, amareggiato da una conduzione non rispondente ai miei sogni interiori più genuini oppure fare il grande salto e mettermi in proprio, affrontando da solo un campo così impervio come quello editoriale?
Fu a questo punto che sulla mia scrivania arrivò il manoscritto di un autore alle prime armi: l’autore era Alessandro Pronzato, il manoscritto quello de «Le frontiere della misericordia».
Una poetica fondata su semplicità e profondità
L’autore e il contenuto del libro avevano una cifra identica: erano entrambi semplici e insieme profondi, privilegiavano entrambi la piccolezza e insieme l’umiltà, prediligevano non l’andamento culturale ma il respiro autentico dell’ingenuità, parlavano entrambi al cuore.
La lettura del manoscritto e la conoscenza di don Sandro mi spinsero con forza, addirittura con una certa violenza, a chiedermi: nell’impiantare da solo una casa editrice che avrebbe avuto il mio nome, che cosa cercavo in realtà?
Fama personale, soldi, una rivalsa, addirittura una vendetta? No.
Cercavo, anzi ricercavo daccapo quella ingenuità, semplicità e libertà nelle quali ero stato educato nell’infanzia; volevo esprimerle in modo personale, peculiare, sino in fondo, pagando di persona in tutti i sensi e puntando su persone che, anche se non note, avessero cose da dire, pensieri umili ed elevati, intinti nelle viscere interiori.
E ancora non sapevo che don Sandro stava lavorando ad un altro libro dal magnifico titolo «Ma io vi dico» e ad un altro ancora dall’altrettanto emblematico titolo «Vangeli scomodi», il libro ancor oggi, dopo anni infiniti, preferito da Papa Francesco.
Una collaborazione editoriale durata decenni
Potevo contare, in questa prima fase del mio lavoro, soltanto su un uccellino, una formica e un’ape: l’uccellino era mia moglie, che con la sua operosa levità mi affiancò in tutti i lavori più modesti con inalterabile letizia, scioltezza spirituale, canto dell’anima; la formica fu don Giovanni Barra, sempre alla ricerca del seme fecondo, prezioso magazziniere di idee, progetti, suggerimenti; ma più importante di tutti e tre, l’ape don Pronzato, operoso distillatore di un miele che fu subito gradito da un pubblico stufo di libri stopposi, saccenti, aridi o superficiali, un pubblico che trovava finalmente in lui non tanto una parola nuova ma un cuore nuovo.
E’ proprio vero: se per più di cinquant’anni don Sandro, che pure ha scritto tonnellate di libri, ed io, che di suoi libri ne ho pubblicati a centinaia, siamo stati profondamente legati da un’amicizia semplice e forse complessissima, lo dobbiamo alla estrema semplicità e totale abbandono con cui ci siamo sempre tenuti per mano, con immensa reciproca fiducia.
Un pudore immenso e incomprensibile ha rivestito, fasciato e avvolto don Pronzato. Un pudore che è infinite cose: consapevolezza semplice e serena dei propri limiti, soprattutto di quelli che non aveva; dispiacere, pena e rammarico per ogni forma di invidia e malevolenza da parte altrui e incapacità direi quasi infantile di provarne i morsi.
Estraneità ad ogni mondo che sia apparenza, ad ogni rumore che non sia suono, ad ogni parola che non sia sostanza, ad ogni realtà che non suggerisca il Sogno con la maiuscola.
Il ritratto umano di don Pronzato
Chi voglia conoscere qualcosa di quest’uomo a me carissimo ma obiettivamente sesquipedale, nel senso di enorme, non misurabile e quindi non definibile, dovrebbe leggere il suo «Stelle sul mio cammino», da lui scritto in occasione del 50° del suo sacerdozio.
Tali «stelle» sono una cinquantina di persone che, egli dice, negli anni gli sono state amiche e che egli descrive con entusiasmo, acume e bontà.
Chi legge queste pagine ha una sorpresa: oltre che godersi una galleria di ritratti di persone note o meno note, tutte comunque con una loro singolarità, può gustarsi appieno un formidabile autoritratto dell’autore, la cui ingenuità, sincerità e generosità hanno qui modo di esprimersi con tutti i loro colori e le loro mille sfumature.
Egli queste persone (tra le quali il sottoscritto) le chiama le «stelle» che hanno dato un senso alla sua vita. E, con questo libro, le ringrazia.
E per tutte ed ognuna lui ha un profondo moto di simpatia, di amicizia, di riconoscenza, lui. Su tutte diffonde una sorta di polvere d’oro, lui. Ed è palpabile che ad esse ha dato tanto di se stesso, lui.
Sottolineo «lui» perché bisogna essere degli ingenui patentati o degli invasati di sé (cosa che per don Pronzato era da escludersi nel modo più assoluto) per supporre che ben cinquanta persone, di statura a volte internazionale, ti abbiano capito, amato, accettato e aiutato.
Oltre alle cinquanta, poi, viene menzionato in forma più concisa un altro centinaio di nomi ossequiato e benedetto.
Che tu debba gratitudine a questo foltissimo plotone ti fa onore, denota una tua sensibilità speciale, dice di te molto più di quanto tu non creda.
Ma è anche segno di una ingenuità colossale, non so se mi spiego, di una bontà illimitata e di una generosità oltre ogni steccato.
Ingenuità, umorismo e sincerità
Ecco l’uomo. Quanto ad ingenuità, l’ingenuità di don Sandro era limpida. Altre trascinano con sé sedimenti inconsci che ne indeboliscono la trasparenza.
La sua vedeva attraverso le montagne, entrava nelle anime e le risciacquava.
L’ingenuità di don Sandro era forte ma non risoluta, bensì sovrana o, per usare un termine meno aristocratico, pacifica e pacificante.
L’ingenuità di Sandro era indifesa. Egli avrebbe voluto che non lo fosse, la avrebbe desiderata un po’ più combattiva, fonte di una goccia di arroganza e persino prepotenza; ma non poteva.
Alla fine è lei che ha capitolato, è lei che, da vittima, si è fatta dispensatrice di bontà.
Ed è strano che molti, soprattutto nel clero (forse un clero che sta scomparendo), abbiano sentito nei temi e nella scrittura di questo autore un atteggiamento critico asprigno, beffardo o addirittura inclemente.
È proprio vero che nulla ferisce quanto l’umorismo unito alla bontà.
Perché se lo humour di don Pronzato fosse stato lapidario e lapidatore forse sarebbe stato, da alcuni, più tollerato perché afferrabile e quindi deprecabile.
Ma l’humour di Sandro era osservazione attenta della realtà umana vissuta con sorriso, mai con astio o risentimento. Era di tipo manzoniano.
L’altra caratteristica di Pronzato era la sincerità, che è un gradino al di sopra della trasparente ingenuità.
Qui stava forse il suo segreto più semplice ma anche più tipico. E’ difficile essere sinceri, soprattutto scrivendo.
Don Pronzato, sincero in tutto, sincero sempre, soprattutto quando non si accorgeva di esserlo, era sincero specialmente scrivendo, quasi che il consegnare se stesso agli altri esigesse da lui una nudità totale, senza la quale avrebbe provato vergogna, non solo, ma una sorta di blocco, sia interiore che espressivo.
Ho letto, centellinato ed anche esaminato migliaia di pagine di questo sacerdote. Credo, forse immodestamente, di saper cogliere con una certa facilità il momento, il punto, in cui uno scrittore mente, direi quasi non può non mentire, per semplice stanchezza, assuefazione all’argomento, abitudine.
Nelle pagine di don Sandro non sono mai riuscito a cogliere la minima pausa insincera, il minimo momento cioè in cui scrivesse al di là di se stesso, scavalcandosi inconsciamente. Mai.
Ha sempre scritto ben dentro se stesso, nel più profondo della sua anima.