Cattedrale di Terracina sotterranea: storia, strutture romane e informazioni sul Duomo di San Cesareo

La Cattedrale di Terracina, o Concattedrale di San Cesareo, sorge nel cuore della città alta, in Piazza Municipio, direttamente sulle strutture del Tempio Maggiore del Foro Emiliano, probabilmente il Capitolium della città romana. Non si tratta quindi di una chiesa sotterranea nel senso di un edificio interamente ipogeo: la sua particolarità consiste nell’essere costruita sopra e dentro un antico complesso romano, del quale conserva il podio marmoreo, parte della cella e strutture visibili lungo i fianchi nord e ovest.

Il Duomo è dedicato a San Cesareo, diacono e martire venerato a Terracina, e rappresenta uno dei monumenti più importanti della città, perché riunisce testimonianze romane, paleocristiane, medievali, barocche e moderne. La chiesa attuale fu ricostruita e consacrata dal vescovo benedettino Ambrogio da Milano il 24 novembre 1074, mentre il complesso romanico fu completato tra il XII e il XIII secolo con il portico, il campanile e il prezioso arredo liturgico.

Duomo di Terracina sopra Foro Emiliano

Dove si trova e perché è considerata una cattedrale “sotterranea”

La chiesa di San Cesareo sorge sul podio marmoreo di un tempio romano di età augustea, identificato come Capitolium della città, di cui conserva ancora le strutture lungo i fianchi nord e ovest. L’edificio classico dominava, chiudendolo ad ovest, il Foro Emiliano, che sin dall’altomedioevo si qualificò come centro della cittadella fortificata e su cui sorsero numerose costruzioni in età medievale tra le quali, oltre la cattedrale, il palazzo comunale.

Nel 1074 i cristiani di Terracina costruiscono una cattedrale inglobando il tempio maggiore del Foro Emiliano, probabilmente il Capitolium della città romana. La Concattedrale di San Cesareo è ancora lì, in Piazza Municipio, nella città alta affacciata sul Tirreno.

Il nuovo edificio fu ricavato inglobando l’antica cella del tempio maggiore della città, probabilmente dedicato a Roma e ad Augusto, come farebbe ritenere un’iscrizione romana e il fasto e la finezza dei rivestimenti marmorei. La chiesa attuale occupa interamente la lunghezza del podio antico e soltanto una parte della sua larghezza, adattando la pianta cristiana alla preesistenza romana.

La definizione di cattedrale “sotterranea” può dunque riferirsi alla particolare sovrapposizione tra la chiesa medievale e le strutture del tempio romano sottostante. Le vestigia antiche non formano una cripta autonoma visitabile come un ambiente separato, ma sono leggibili nella base dell’edificio, nei fianchi della chiesa, nella gradinata e nei materiali reimpiegati.

Il Foro Emiliano e il tempio romano

Nell’area che dal I secolo a.C. ospitava il Foro Emiliano, dal nome di Aulo Emilio, il magistrato romano che lo fece completare, e precisamente al di sopra del podio del Tempio Maggiore cittadino, il Capitolium, si trova la cattedrale di Terracina, intitolata ad uno dei suoi patroni, San Cesareo, martire di origine cartaginese sotto Traiano.

Al centro del lastricato del Foro si trova l’iscrizione “A(ulus) AEMILIUS A(uli) F(ilius) STRAVI [T]”. Fino allo scorso secolo era visibile, dal retro del Duomo in corso Anita Garibaldi, l’iscrizione recante il nome dell’architetto, un certo C. Postumio Pollione.

Il tempio romano era caratterizzato da una cella rivestita e scandita all’esterno da semicolonne scanalate. La chiesa medievale intervenne sulle preesistenze antiche riducendo l’ampiezza della cella per creare nuove pareti laterali, più vicine alla navata centrale.

Tra le nuove pareti laterali e la muratura originaria si creò uno spazio di risulta, privo di copertura e costantemente esposto alle intemperie, che portò a una lenta e prevedibile usura della pavimentazione romana originaria. La parete di fondo del Capitolium venne poi dotata di tre absidi, ricavate a partire dai volumi di alcuni piedistalli basamentali sui quali poggiavano statue di divinità.

Le origini cristiane della Cattedrale di Terracina

Le origini della Cattedrale di Terracina risalgono al V e VI secolo, quando fu costruita utilizzando i resti di un antico tempio romano. Questo tempio, situato nel cuore del foro della città, era inizialmente una basilica a cinque navate.

Più precisamente, la trasformazione del tempio romano al culto cristiano è certamente anteriore al 592, come risulta da un passo di papa Gregorio Magno. Terracina era, alla metà del V secolo, un importante kastron militare bizantino contro la pressione dei Goti da sud, in occasione della cosiddetta guerra greco-gotica.

Le più antiche notizie relative alla basilica Sancti Cesarii vanno rintracciate in un passo del Liber Pontificalis, in cui viene fatto riferimento a una donazione fatta da papa Leone IV, probabilmente connessa alla consacrazione della primitiva chiesa. L’esistenza di un edificio di culto è così documentata almeno dal IX secolo, ma non è certo che il perimetro ricalcasse quello della chiesa attuale, rimanendone a testimonianza solamente alcuni frammenti di arredo liturgico.

Secondo il Liber Pontificalis, infatti, fu papa Leone IV, pontefice dall’847 all’855, a donare alla basilica una veste liturgica recante il proprio nome. Al momento della donazione della veste, tuttavia, l’area del Foro era già stata interessata da una fase di ristrutturazione, probabilmente in occasione della visita dell’imperatore Costante II nel 662, voluta dal consul et dux di Terracina, il dominus Giorgio.

L’intervento di riqualificazione del Foro da parte di Giorgio è testimoniato da un’iscrizione graffita su una colonna, evidentemente di spoglio, del portico della cattedrale: “MVNDIFICATVS EST FORVS ISTE TEMPORE DOMINI GEORGII CONSVL ET DVX”.

La ricostruzione romanica e la consacrazione del 1074

La cattedrale risale invece all’XI secolo, quando fu ricostruita e consacrata dal suo vescovo, il benedettino Ambrogio da Milano, il 24 novembre 1074. L’edificio fu dedicato a San Cesareo, diacono e martire di Terracina, patrono della città.

Nel 1073 papa Alessandro II donò personalmente la diocesi, e di conseguenza anche la cattedrale, a Desiderio, abate di Montecassino e futuro papa Vittore III. L’anno successivo un altro monaco cassinese, Ambrogio, fece consacrare l’edificio al martire Cesareo.

La ricostruzione e la consacrazione della cattedrale da parte del vescovo Ambrogio il 24 novembre 1074 furono momenti cruciali nella sua storia, con ulteriori completamenti tra il XII e il XIII secolo. La chiesa e le sue pertinenze furono quindi concesse a Desiderio, abate di Montecassino.

L’influenza di Montecassino su Terracina era, all’epoca della donazione, già avviata, a partire dall’episcopato del monaco Teodaldus attorno alla metà dell’XI secolo. L’elezione di Urbano costituì l’acme di un profondo percorso di rinnovamento dell’edificio che, in pieno accordo con i dettami della Riforma Gregoriana, doveva coinvolgere anche l’episcopio, che fu perciò dotato di una struttura claustrale.

Durante i lavori di ristrutturazione dell’episcopio, nel 1994, sono state rinvenute colonne romane di riuso, collegate tra loro mediante arcate a tutto sesto, evidentemente afferenti al chiostro del vescovado.

Il conclave del 1088 e il legame con Urbano II

Nel 1088 la cattedrale ospitò il conclave che elesse papa Urbano II. Si tratta di uno dei rari conclavi celebrati fuori Roma, un episodio che ha lasciato una traccia importante nella memoria storica e nella decorazione del Duomo.

Dopo l’elezione di Desiderio come papa Vittore III nel 1086, la cattedrale ospitò il conclave che elesse papa Urbano II nel 1088. Due avvenimenti importanti sono legati al Duomo: la rinuncia, poi ritrattata, da parte di Vittore III nel 1086 e l’elezione al soglio pontificio di Urbano II nel 1088.

Otto anni dopo, al Concilio di Clermont, Urbano II avrebbe lanciato la prima Crociata in Terra Santa con il grido “Deus vult!”. Gli affreschi del presbiterio e del coro conservano il ricordo di questi avvenimenti, raffigurando episodi legati all’elezione di papa Urbano II.

Il fregio musivo del portico contiene inoltre riferimenti alla seconda crociata proclamata da papa Eugenio III nel 1147. L’inserimento di una croce patente, di un’imbarcazione e di due iscrizioni costituisce una dichiarazione programmatica della pertinenza alla spedizione.

Le iscrizioni recano i nomi di due cavalieri crociati locali, Goffredo d’Egidio, “GVTIFRED EGIDII MILES”, e Pietro del Prete, “PETRVS PBRI MILES”. La prima crociata, indetta proprio da Urbano II, eletto proprio a San Cesareo, era ormai troppo datata per essere oggetto di committenza.

Il completamento medievale tra XII e XIII secolo

La fabbrica romanica venne completata tra il XII e il XIII secolo da un prezioso arredo liturgico, dal portico e dal campanile, lavori verosimilmente conclusi tra il 1245, anno in cui è datato il candelabro per il cero pasquale, e il 1257, considerato come termine ante quem per l’ultimazione della torre campanaria.

Pochi decenni dopo, e precisamente sotto la guida di Eugenio III, venne completata la decorazione musiva del grande fregio sul portico. Al XIII secolo risalgono invece il cero pasquale di Crudele, datato 1245, e il grande campanile laterale.

L’attuale impianto planimetrico appartiene al periodo romanico, tra la donazione di papa Alessandro II a Desiderio e l’elezione di Urbano II. La chiesa, a tre navate e a terminazione triabsidata, segue da molto vicino la nuova abbazia di Montecassino voluta dall’abate Desiderio.

I confronti più diretti rimangono quelli con Sant’Angelo in Formis e soprattutto con Sant’Agata dei Goti. Sant’Agata è il parallelo più convincente proprio per la realizzazione delle absidi entro preesistenze murarie, nonché per la presenza del presbiterio rialzato.

Il portico del Duomo

Avvicinandosi alla Cattedrale di Terracina, la prima cosa che cattura l’attenzione è l’imponente portico, elevato da una grandiosa scalinata. Le diverse descrizioni del monumento indicano una gradinata complessiva di venticinque o trenta gradini, articolata tra il percorso esterno e i sette gradini interni che conducono agli ingressi.

All’esterno, la chiesa prospetta sulla piazza del Municipio, l’antico Foro Emiliano, attraverso un portico che poggia sulla gradinata del tempio romano. Il portico è sostenuto da sei colonne in granito rosso e grigio di spoglio, di diverse dimensioni, con capitelli ionici medievali.

Il portico è interrotto al centro da un arco a tutto sesto o arco trionfale. Sulle due colonne centrali, di dimensioni maggiori, si imposta un arco a tutto sesto, ripristinato nel 1926.

I basamenti marmorei delle colonne sono affiancati da coppie di animali, tra cui scimmie con strumenti musicali, caproni e veltri, pecore, leoni e pantere. Le sculture sono mutilate e presentano una superficie abrasa, ma consentono ancora di riconoscere il carattere simbolico e decorativo del complesso.

La trabeazione è ornata da un fregio mosaicato e da una cornice con motivi di ispirazione classica. Sul lato destro corre un interessantissimo fregio musivo a schema libero, nel quale sono raffigurati un mostro alato, un’aquila, palme, cervi, uccelli, tori e altre figure.

Portico cosmatesco Cattedrale Terracina

Il tema del portico, la Redenzione, è concretizzato dalla presenza di animali fantastici con forte valenza simbolica. Nel fregio compaiono inoltre una croce patente, un’imbarcazione e iscrizioni che collegano la decorazione alla memoria delle crociate.

Una delle iscrizioni del portico, “BENEDICTVS S[AN]C[TA]E ROMANAE AECCLESIAE DEI GRAZIA CARDINALEM”, identifica la committenza del cardinale Benedetto, titolare di San Pietro in Vincoli, morto nel 1128. Il portico venne completato nel XII secolo, poco dopo la chiusura del cantiere della chiesa ad opera dello stesso cardinale.

Un’altra iscrizione, “PALATIVM T[ER]RAC IMP[ERATO]R VALE [NTINIANU]S SILVINIAN[US] CINA LEONTIVS S[ANCTUS] CES[ARIUS] LEONI”, si riferisce ai personaggi che erano ritratti nella parte sinistra del fregio.

Valentiniano III è l’imperatore che dedicò un sacello a Cesareo dopo che quest’ultimo aveva guarito miracolosamente sua madre Galla Placidia; Silviano fu vescovo cittadino per pochi mesi nel 444; Leonzio fu console di Fondi convertito da Cesareo; Cesareo è il santo martire titolare del Duomo.

Alle estremità del portico l’edificio è chiuso a sinistra dal campanile e a destra da Palazzo Venditti, sede del Comune. Sotto il portico si trova una vasca funeraria di epoca romana, mentre ai lati delle colonne sono scolpite coppie di animali accovacciati.

Il restauro del portico nel 1926

Il portico fu edificato tra il secondo e il terzo decennio del XIII secolo e mostrava in origine una copertura con volte a crociera. Oggi presenta un tetto a capriate, dovuto ai restauri del 1926.

In tale occasione furono realizzati gli archi ciechi ribassati al di sopra dell’architrave, secondo la tipologia comune ad alcuni esempi romani laziali, nonché l’arcone centrale con coronamento rettilineo che interrompe la trabeazione.

Durante il restauro in stile del 1926, intervento finalizzato a ripristinare la struttura originaria, vennero sostituite le crociere del portico con un soffitto a capriate lignee e venne demolito il nartece, l’atrio tra la facciata e la navata della chiesa originariamente adibito ai catecumeni, cioè ai fedeli non ancora ammessi al battesimo.

Prima del recupero delle forme originarie, il portico era voltato a crociera e le arcate a sesto acuto erano state sostituite da una serie di archi ciechi a sesto ribassato, secondo un modello rintracciabile anche nella chiesa di San Giorgio al Velabro.

Il campanile romanico-gotico

All’estremità sinistra del portico si innalza il campanile del XII secolo, costruito successivamente rispetto al portico. Lo spazio per i suoi pilastri venne ricavato a partire da un taglio della modanatura di base.

Il campanile in laterizio è sollevato da terra e sostenuto da quattro pilastri. Questa soluzione crea un passaggio coperto e conferisce alla torre un aspetto particolarmente originale.

Il campanile presenta quattro ordini aperti da bifore, mentre l’ultimo ordine è caratterizzato da una trifora, affiancata da arcate acute cieche. Esso si imposta su una volta a crociera su base quadrata, segno evidente della penetrazione in area terracinese delle modalità costruttive cistercensi.

La torre mostra una fusione di elementi romanici e gotici, con archi, bifore, trifore e aperture che riflettono l’abilità artigianale del periodo. Il suo stile ricorda, per alcuni aspetti, il campanile della cattedrale di Gaeta.

La struttura interna della chiesa

L’interno del Duomo è a tre navate, divise da colonne di spoglio di epoca romana. L’edificio è una costruzione basilicale con tre navate separate da due file di sei colonne e terminanti in tre absidi poste a conclusione di un presbiterio sopraelevato.

Le due navate laterali terminano con absidi, mentre la navata centrale, originariamente conclusa da un’abside, termina oggi in un coro quadrangolare. La navata centrale terminava ancora in un’abside fino al 1729, quando la configurazione fu modificata dagli interventi settecenteschi.

Lungo le navate laterali si aprono sei cappelle, tre per lato. L’interno conserva una fusione di elementi storici e artistici appartenenti a epoche differenti, con colonne romane reimpiegate, pavimenti medievali, altari e cibori, decorazioni barocche e opere più recenti.

Il coro e il presbiterio sono elevati di circa un metro rispetto al resto della chiesa. Nella parte anteriore del presbiterio sono collocati tre altari, ciascuno sormontato da un ciborio.

Il presbiterio, gli altari e le reliquie

Gli altari laterali ospitano le reliquie dei santi Silvia, Silvano, Rufina ed Eleuterio. Questi altari presentano cibori campani del XIII secolo.

Il ciborio di San Silviano eleva le sue quattro colonne di marmo di reimpiego a partire da una base quadrata. Sui capitelli corinzi poggia un architrave di spoglio che introduce il baldacchino a tronco di piramide dalla base ottagonale.

Sulla lastra marmorea dell’altare, San Silviano benedicente è affiancato dalle sante Silvia e Rufina, rispettivamente a sinistra e a destra. Il ciborio di Sant’Eleuterio mantiene elementi analoghi nella pianta e nell’alzato, mentre la lastra sul fronte dell’altare ospita il santo nell’atto di benedire la città.

L’altare principale, con il suo ciborio del XVIII secolo sostenuto da quattro colonne in marmo, contiene le reliquie dei santi Cesareo, Giuliano, Felice ed Eusebio. Il baldacchino centrale, tardobarocco, risale al 1729.

La copertura lignea del baldacchino poggia su colonne scanalate culminanti con capitelli compositi. L’altare centrale, posto al centro del baldacchino, custodisce le reliquie dei santi Cesareo, Giuliano, Felice ed Eusebio, ritratti sulla lastra frontale e collocati ai piedi di una scalinata.

Il baldacchino settecentesco anticipa gli spazi del coro, culminanti con una statua lignea dipinta di San Pietro in trono, risalente al XIX secolo. Al centro della parete posteriore si trova la cattedra in marmo, caratterizzata da uno schienale alto ad arco e sormontata dalla statua lignea dipinta di San Pietro che benedice.

Il pavimento cosmatesco

Tra i principali elementi artistici della cattedrale si distingue il pavimento della navata centrale, realizzato in stile cosmatesco e risalente al XII e XIII secolo. Il disegno decorativo è formato da una sapiente combinazione di marmi e paste vitree.

Il gioco decorativo della pavimentazione romana e medievale si snoda in un pattern policromo fatto di rotae, cioè cerchi, losanghe e quadrati. L’intarsio geometrico produce un effetto di grande ricchezza visiva e dialoga con gli altri elementi marmorei dell’interno.

Il pulpito medievale e la colonna del cero pasquale

Il pulpito medievale risale alla prima metà del XIII secolo ed è caratterizzato dalla compresenza di marmi policromi e paste vitree lavorati a intarsi geometrici. La cassa è rettangolare e viene sostenuta da colonne su leoni stilofori.

Il pulpito è sorretto da cinque colonne, ognuna delle quali dotata di un capitello diverso dall’altro. Tra gli elementi più curiosi si trova un capitello con tre telamoni, mentre al centro è collocato un corpo a base ottagonale.

Accanto al pulpito si trova la colonna tortile utilizzata per sostenere il cero pasquale. L’opera è medievale e porta l’iscrizione con il nome dell’autore, Crudele, e la data del 31 ottobre 1245.

La datazione è incisa sul lato rivolto verso l’altare con la formula “A.D. MCCXLV MEN. OCT. DIE ULTIMA”. Sul lato rivolto verso la navata centrale, invece, l’iscrizione “CRUDELES OPE” testimonia l’identità dell’artefice.

Gli affreschi del presbiterio e del coro

Gli affreschi del presbiterio e del coro aggiungono una componente barocca e storica all’interno della cattedrale. Le scene raffigurano episodi legati all’elezione di papa Urbano II e alla memoria della storia religiosa di Terracina.

Le pareti del coro sono decorate da pontefici e santi vescovi a monocromo, inscritti in nicchie ad arco. Sebbene non siano state fatte attribuzioni certe, l’ipotesi più accreditata vede nella squadra del pittore gaetano Sebastiano Conca l’équipe addetta al completamento di questi brani.

L’arco trionfale del coro lascia spazio all’episodio dell’Ordinamento di Epafrodito a vescovo di Terracina. I tre episodi della volta del coro, l’Elezione di Urbano II, la Gloria di Sant’Urbano e Pietro l’Eremita che chiede al papa di liberare Gerusalemme dagli infedeli, sono opere accertate di Virginio Monti.

Gli affreschi settecenteschi del soffitto, del presbiterio e del coro comprendono inoltre la raffigurazione della gloria di San Cesareo e scene legate all’elezione di papa Urbano II.

Affreschi del coro Duomo Terracina

Le cappelle laterali e le pitture più antiche

Le testimonianze pittoriche delle cappelle laterali di San Cesareo sono oggi assai poche. La prima cappella sulla destra è senza dubbio la più interessante, perché presenta sul lato di fondo due figure di santi a fresco dall’identità chiarissima: San Pietro sulla sinistra e San Paolo sulla destra.

Al di sotto dello strato di intonaco, in corrispondenza della figura di Paolo, è stata recentemente rinvenuta una figura di santo apostolo i cui attributi iconografici, il bastone da pellegrino, la borsa a tracolla e il libro, rimandano inequivocabilmente alla figura di San Giacomo Maggiore.

L’insieme dei tratti stilistici porta con un certo grado di certezza a un pittore aggiornato al linguaggio napoletano di Pietro Cavallini. Il sottarco della cappella, tra grottesche, girali vegetali e cornici in stucco, introduce tre riquadri con un’Orazione nell’Orto, una Flagellazione di Cristo e, al centro, un Padre Eterno.

Le altre cappelle non presentano decorazioni pittoriche significative, essendo molti dipinti stati trafugati alla fine del secolo scorso. Tra il 1989 e il 1991 sono scomparsi una copia dal Battesimo di Cristo di Carlo Maratta in Santa Maria degli Angeli, una Sacra Famiglia e una Santa Brigida.

Ai lati dell’absidiola minore, in corrispondenza del ciborio del vescovo Eleuterio, si trovano alcuni dei brani pittorici più interessanti e risalenti alla fine del X secolo.

Una testa imberbe, parte di un originario ciclo pittorico di cui è l’unica porzione superstite, è connotata dal forte linearismo e dalla carica espressiva che caratterizzano il coevo stile beneventano. Successiva rispetto alla testa è una fascia in finto marmo tra l’absidiola e la zona presbiteriale, elemento che permette una collocazione abbastanza precisa nel quadrante culturale della pittura campana del tempo.

In corrispondenza dei gradini del presbiterio si conserva poi un velarium, pressoché coevo alla lastra in finto marmo, segnato nella parte alta da due linee nere ondulate e, in verticale, da bande rosse.

Le trasformazioni del Settecento

Dopo circa quattrocento anni, un ulteriore momento chiave interessò la morfologia della chiesa di San Cesareo: l’intervento settecentesco del 1729 coinvolse la copertura a capriate lignee, sostituita da una volta a botte, la terminazione a tre absidi dell’edificio, rimpiazzata da un coro quadrangolare, e il ciborio medievale, che lasciò spazio a un grande baldacchino tardobarocco.

Il restauro del XVIII secolo modificò significativamente la struttura originale della cattedrale, riducendola da cinque a tre navate, aggiungendo cappelle laterali e introducendo un soffitto a volta a botte.

Gli interventi settecenteschi eliminarono due colonne su entrambi i filari a divisione delle navate, per creare arcate doppie in corrispondenza della prima e dell’ultima campata. La copertura originaria a capriate venne quindi sostituita dalla grande volta a botte ancora visibile.

Il baldacchino centrale tardobarocco del 1729 conserva la memoria di questa trasformazione. La sua presenza modifica l’organizzazione visiva del presbiterio e crea un forte contrasto con gli elementi medievali, come i cibori laterali e il pavimento cosmatesco.

I restauri del Novecento e le indagini successive

I restauri del 1926, iniziati per interessamento di Pietro Fedele, si concentrarono sull’esterno e cercarono di ripristinare la facciata al suo aspetto medievale. Furono inoltre recuperate alcune forme originarie del portico.

Negli anni Venti del Novecento il Duomo subì l’ultimo importante intervento sulle sue strutture. Per interessamento del ministro dell’Educazione Nazionale Fedele si volle effettuare un intervento in stile che riportasse la facciata alla sua conformazione medievale.

Durante la visita pastorale del 1580 le colonne erano sedici. In seguito alla demolizione novecentesca, il numero scese a dodici, poiché due colonne erano collocate all’apertura del nartece verso la navata e altre due ai lati della confessio, la cella in cui vengono conservate le reliquie del santo.

Ulteriori indagini condotte negli anni Cinquanta e Sessanta hanno scoperto altri elementi romani antichi, approfondendo la comprensione dell’evoluzione storica della cattedrale. Da alcuni anni la chiesa è nuovamente interessata da lavori di restauro.

L’organo a canne

La cattedrale ospita anche un organo a canne, costruito dalla ditta Zenoni nel 1972 e restaurato da Angelo Carbonetti nel 1993. Lo strumento è a trasmissione elettrica, con 25 registri su due manuali e una pedaliera.

L’organo aggiunge una dimensione musicale all’atmosfera spirituale del Duomo e completa la stratificazione di elementi liturgici, artistici e architettonici che caratterizza l’interno della chiesa.

Informazioni essenziali per la visita

ElementoInformazione
NomeConcattedrale di San Cesareo
Nome comuneDuomo di Terracina
LocalitàTerracina, Piazza Municipio
Titolo ecclesiasticoConcattedrale della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno dal 1986
DedicaSan Cesareo
Preesistenza romanaTempio Maggiore del Foro Emiliano, probabilmente il Capitolium
Consacrazione medievale24 novembre 1074
ConclaveElezione di Urbano II nel 1088
PorticoSei colonne romane di spoglio e fregio musivo
CampanileTorre romanico-gotica del XII-XIII secolo, sollevata da terra
PavimentoCosmatesco, XII-XIII secolo
PulpitoMedievale, prima metà del XIII secolo
Colonna del cero pasqualeCrudele, 31 ottobre 1245
Trasformazione principaleIntervento settecentesco del 1729
Restauro esterno1926
OrganoCostruito nel 1972 e restaurato nel 1993

Durante la visita è utile osservare prima il rapporto tra la chiesa e il podio del tempio romano, poi il portico con le colonne di spoglio, i basamenti figurati e il fregio musivo. All’interno meritano particolare attenzione il pavimento cosmatesco, il pulpito, la colonna tortile del 1245, i cibori medievali, il baldacchino tardobarocco e gli affreschi dedicati alla memoria di Urbano II.

La Concattedrale di San Cesareo permette di leggere in un unico monumento la trasformazione del Foro Emiliano romano, la nascita della comunità cristiana, l’influenza benedettina e cassinese, la stagione romanica, gli interventi barocchi e la riscoperta novecentesca delle forme medievali. Le strutture antiche inglobate nella chiesa rendono il Duomo uno dei luoghi più significativi per comprendere la storia plurimillenaria di Terracina.

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