Goro Stato Pontificio: storia, origini e fine del potere temporale

La storia di Goro nel territorio dello Stato Pontificio si comprende nel quadro più ampio della formazione, dell’organizzazione e della progressiva crisi del potere temporale dei papi nelle Legazioni settentrionali. Il termine definitivo dello Stato Pontificio fu il 20 settembre 1870, ma nelle Legazioni la perdita del controllo pontificio avvenne già nel 1859, dopo la sconfitta austriaca nella Seconda guerra d’indipendenza e la sollevazione delle popolazioni.

Il 12 giugno 1859 il cardinale legato di Bologna lasciava la città, abbandonandola per sempre. Il giorno dopo anche gli altri legati ne seguivano la sorte, segnando la fine del plurisecolare potere pontificio al di sopra dell’Appennino. L’immediata conseguenza sul piano militare era stata il richiamo delle guarnigioni austriache dai presidi che mantenevano a sud del Po: Piacenza, Bologna, Ancona e Ferrara, che fu l’ultima a essere sgomberata.

La formazione dello Stato Pontificio

La formazione dello Stato Pontificio è un fenomeno complesso. Non è possibile collocarlo in una precisa cronologia né ricondurlo, come per altri Stati, ad avvenimenti ben definiti, come conquiste militari o trattati internazionali. Un editto del Senato Romano (Senatoconsulto del 35) dichiarava la nuova religione cristiana religio non licita (1).

Con l’Editto di Milano (313) Costantino pone fine a questa situazione dichiarando il cristianesimo religio licita. Finalmente i Pontefici potevano organizzare senza timori la struttura della Chiesa in ambito giuridico come in quello spirituale. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476) lasciava Roma senza autorità.

Per secoli era stata la sede dell’imperatore, la caput mundi. Con questo evento il centro della politica mondiale si era definitivamente spostato a Costantinopoli, già chiamata dal Concilio di Costantinopoli I (381) la Nuova Roma (2). In seguito a questi avvenimenti, in Occidente si era formato un preoccupante vuoto; Costantinopoli infatti era troppo lontana in senso geografico come in quello culturale.

Questa assenza di potere civile fu colmata dall’unica autorità che godeva di grande prestigio: il Papato. Così i Papi, loro malgrado, da responsabili della comunità cristiana, si videro impegnati in tante altre incombenze civili, non di loro diretta competenza. Specialmente le invasioni barbariche misero i Papi nella condizione di esercitare tale munus politico e sociale.

Questo ne aumentò il prestigio ma anche gli impegni. Papa Gregorio Magno (590-604) lamenta proprio il doversi occupare di tante questioni 'civili', che lo allontanavano dalla cura pastorale della Chiesa e dalla preghiera (3). Praticamente i Papi si trovarono a riempire un 'vuoto di potere'.

Il Patrimonium Sancti Petri e il Ducato di Roma

Con il desiderio di facilitare al Papa i suoi compiti assistenziali, in questi secoli (IV-VI) diversi nobili romani donarono all'Apostolo S. Pietro, nella persona giuridica del Romano Pontefice, parte dei loro territori (da qui il nome di Patrimonium Sancti Petri) affinché le loro rendite venissero evolute per opere caritative o per il servizio del culto. Anticipo dello Stato Pontificio.

Il primo nucleo dello Stato Pontificio fu costituito dal Ducato di Roma. Il duca che rappresentava l'autorità bizantina e dimorava sul colle Palatino, morì sotto il pontificato di Papa Stefano II (752-757). Il ducato allora passò sotto il governo del Papa.

Ormai tutti accettano, come falsa, l'opinione che fonda la base autentica e giuridica dello Stato Pontificio sulla donazione dell'imperatore Costantino fatta a Papa Silvestro I (314-335) (4). Il vero Atto di fondazione avvenne alcuni secoli dopo.

La donazione di Pipino e l’ampliamento carolingio

Nel 754 Pipino il Breve promise al Papa Stefano II la cessione di alcuni territori, per mantenere una promessa fatta a Papa Zaccaria, deceduto poco prima (741-752). Questa promessa Pipino poté realizzarla soltanto nel 756, quando, cacciati i Longobardi dall'Italia, concesse alla Santa Sede buona parte dei territori dell'Italia centrale, come attestato dal Liber Pontificalis.

Questa concessione territoriale fu molto ampliata da Carlomagno nel 774 e nel 787. I territori dello Stato Pontificio erano ormai definiti. Il Papa si trovò dunque a svolgere contemporaneamente due funzioni: quella spirituale come Sommo Pontefice, o Servus Servorum Dei, come si è fatto chiamare Gregorio Magno, e quella di Re, gestore materiale dei suoi territori e sudditi, inserendosi così attivamente nella politica internazionale.

Questa situazione durò per circa undici secoli. Seppur con diverse traversie e difficoltà, in questi undici secoli, il Papa riuscì a rimanere sovrano dei suoi territori.

Goro e le Legazioni settentrionali

La vicenda di Goro va collocata nell’area settentrionale dello Stato Pontificio, in un territorio segnato dalla presenza delle Legazioni e dalla particolare importanza strategica delle località situate al di sopra dell’Appennino e a sud del Po. Centocinquant’anni or sono cessava il potere pontificio in quelli che erano stati i suoi domini più settentrionali, le Legazioni, come effetto della sconfitta militare austriaca nella Seconda guerra d’indipendenza e della sollevazione delle popolazioni.

L’annessione delle Romagne, come degli ex Ducati emiliani e della Toscana, al Regno di Sardegna, non fu però l’esito scontato di un processo lineare, ma il frutto di una serie di eventi in cui molta parte ebbe la fermezza dei commissari inviati a reggere quei territori, in particolare per le Legazioni Luigi Carlo Farini, che tenne la rotta ferma fino ai plebisciti del marzo 1860.

La fuga non fu causata da nessuno di quei tumulti, moti o rivoluzioni che avevano punteggiato la storia dell’Ottocento; semplicemente il potere del papa cadeva perché era venuto a mancare il puntello su cui si era retto negli ultimi dieci anni: l’esercito austriaco. Pochi giorni prima, infatti, i francesi, spalleggiati dai piemontesi, avevano sconfitto l’esercito asburgico a Magenta, tra il Ticino e Milano, aprendosi la strada per occupare la Lombardia.

Privi di questo appoggio, i vecchi poteri ducali e quelli del papa erano implosi sotto la spinta di un’opinione pubblica ormai consapevole dell’impossibilità di una loro apertura in senso costituzionale e pronta ad abbracciare la causa del Piemonte sabaudo. La perdita dei presidi austriaci rese quindi evidente la fragilità dell’autorità pontificia nelle Legazioni e accelerò il passaggio verso il processo di annessione.

La crisi politica dopo il 1848

Per spiegare l’esito dell’evoluzione politica nelle Legazioni, che portò ai plebisciti per l’annessione nel marzo 1860 e alla proclamazione del Regno d’Italia l’anno seguente, occorre in primo luogo fare riferimento al decennio precedente, il cosiddetto “decennio di preparazione”, secondo un’abusata formula storiografica che tendeva ad accreditare l’idea di un Piemonte a guida cavouriana da subito propenso a mettersi alla guida della riscossa nazionale dopo le sconfitte del 1848-49, per arrivare al felice compimento dell’unità italiana.

Una tale visione, di stampo fortemente deterministico, è stata in anni recenti messa in discussione da studi che hanno messo in luce come gli eventi che portarono, nel triennio 1859-61, al traguardo dell’unificazione, non fossero stati in realtà predeterminati né da Cavour né dagli altri protagonisti del Risorgimento, che casomai furono in grado di cavalcare con grande abilità una situazione spesso confusa, in cui le possibili opzioni erano numerose e un esito felice per i patrioti italiani tutt’altro che scontato.

In questo contesto, il destino delle Legazioni giocò un ruolo particolare, decisivo per le sorti dell’intero processo unitario, in primo luogo per il loro essere parte di uno Stato particolare, quello del pontefice, su cui si appuntavano le attenzioni di tutta Europa per il doppio ruolo di sovrano temporale e capo della Chiesa cattolica.

Per spiegare la caduta dello Stato pontificio occorre fare riferimento a quella perdita di consensi che ebbe inizio, in maniera traumatica, a partire dall’allocuzione di Pio IX del 29 aprile 1848, durante la Prima guerra d’indipendenza. Emersero allora le contraddizioni insite nel potere papale, a capo di uno Stato che doveva tutelare la libera espressione del proprio primato spirituale e che per questo motivo non poteva prender le parti di un movimento come quello nazionale, per il quale tuttavia aveva espresso simpatia nel biennio precedente.

La condizione di capo della Chiesa cattolica non poteva conciliarsi con l’idea di un’Italia libera dallo straniero, specie quando quest’ultimo era il cattolicissimo impero asburgico. Il fallimento delle illusioni neoguelfe, le divisioni politiche tra i fedeli al papa e il partito dei filosabaudi, la sconfitta militare piemontese, avevano determinato la crisi del partito moderato e lasciato spazio all’iniziativa dell’altro grande filone del Risorgimento italiano, quello democratico.

La Repubblica romana e il ritorno dei legati

L’esperienza della Repubblica romana sarebbe stata la sua più alta espressione, ma quando anch’essa cadde, sotto l’urto delle armi francesi, il ritorno dei legati, sorretti dal potere militare austriaco, scavò un solco ancora più profondo tra democratici e moderati, che videro cancellata anche la possibilità di qualche moderata riforma di stampo liberale, alla quale il papa si era mostrato favorevole prima del trambusto generale.

Ancora fino al 1853, l’iniziativa politica nelle Legazioni rimase in mano ai democratici, specie a Bologna, almeno fino a quando il fallimento del moto milanese di quell’anno non mostrò quanto irrealistica fosse l’ipotesi di rovesciare i vecchi poteri con il metodo insurrezionale. Gli anni seguenti furono quindi segnati dal ripiegamento e dalla mancanza di prospettive, in cerca di una guida che potesse far rifiorire le speranze e riaccendere le passioni forzatamente sopite.

Il Piemonte sabaudo e la nuova prospettiva politica

Questo ruolo fu assunto dal Piemonte cavouriano, che nel corso del decennio stava sempre più assumendo una connotazione nazionale, moderna, riformista. Certo il Regno sabaudo era stato l’unico a conservare lo Statuto, la carta costituzionale che Carlo Alberto aveva concesso nella turbolenta primavera del 1848.

Sebbene si trattasse di una carta assai moderata, il suo mantenimento aveva reso il Piemonte il luogo più liberale della penisola, attirando migliaia di esuli in cerca di rifugio, con il benefico effetto di sprovincializzarne la cultura e l’opinione pubblica. L’azione di governo di Massimo D’Azeglio prima e, dal 1852, di Camillo Cavour, ebbe il merito di interpretare lo Statuto nel senso di moderare le intromissioni monarchiche e di mettere in atto la divisione tra Stato e Chiesa.

La modernizzazione della flotta e del porto, la costruzione di canali e ferrovie, i miglioramenti commerciali e industriali confermarono la modernità dell’opera di Cavour, che guardava in particolar modo ai modelli francese e inglese e che tentò di guadagnarsi un ruolo internazionale con la partecipazione alla guerra di Crimea, contro la Russia.

A Parigi, il primo ministro piemontese tentò infatti di sostenere le ambizioni di espansione nei confronti dei due Ducati emiliani, di Modena e Parma, invano. Presentò però anche i mali derivanti all’Italia dal malgoverno degli antichi regimi, concentrando l’attenzione sulle Legazioni grazie a un memoriale redatto da Luigi Carlo Farini e da Marco Minghetti i quali, attraverso dati ufficiali, dimostravano l’inefficienza finanziaria, il disordine amministrativo, e il caos nell’ordine pubblico che turbavano i domini settentrionali del papa.

Il malcontento nelle Legazioni

Come ha scritto Aldo Berselli, “i ‘sudditi’ del papa proclamavano l’incapacità dei prelati a governare, chiedevano di governarsi o almeno amministrarsi da soli, separandosi eventualmente dal corpo dello Stato Pontificio con qualche accorgimento amministrativo” (Berselli 1980, 99).

Ufficialmente Cavour ottenne ben poco, ma Francia e Inghilterra, oltre a rompere le loro relazioni con il Regno delle Due Sicilie, altro modello di cattiva gestione, rimproverarono lo Stato pontificio - e l’Austria che lo sorreggeva - della cattiva amministrazione che alimentava continui possibili rivolgimenti nelle popolazioni.

La risposta di Pio IX non si fece attendere: l’anno successivo si mise in viaggio da Roma e si recò in visita ai propri territori più settentrionali. Lo scopo del viaggio era manifesto: dimostrare l’attaccamento delle popolazioni per ribattere alle accuse e ai rimproveri che gli erano stati mossi da Parigi.

Il papa percorse la via Flaminia, quindi si affacciò nelle Legazioni a Rimini, il 1° giugno 1857 e viaggiò lungo la via Emilia fino a Bologna, ricevendo accoglienze rispettose ma non particolarmente entusiastiche, secondo le cronache del tempo. Nella seconda città dello Stato rimase fino ad agosto, con una puntata a luglio a Ravenna, che era rimasta esclusa dal primo giro di visite.

La visita di Pio IX del 1857

La visita si trasformò in un boomerang per il pontefice, perché - nonostante i divieti emanati in alcuni centri, come la stessa Ravenna - i membri delle élites laiche locali fecero avere al papa una serie di lagnanze e di richieste di riforme che inficiarono completamente l’obiettivo del viaggio, dimostrando palesemente che quanto si era detto a Parigi relativamente al malcontento delle popolazioni soggette al papa era vero.

A Bologna e anche negli altri maggiori centri della regione gli esponenti più in vista delle classi dirigenti moderate si spesero per ottenere un’apertura che avrebbe forse potuto ancora salvare il potere temporale nelle Romagne. Minghetti aveva scritto al ravennate Giuseppe Pasolini in questo senso (Il 1859-‘60 a Bologna 1961, 79).

Nel caso ravennate, non sembra che il gonfaloniere, Giulio Facchinetti Pulazzini, stretto tra le istanze dei suoi sodali laici e il timore dell’autorità pontificia, fosse particolarmente entusiasta del ruolo di tramite che gli era stato assegnato, ma ciò non toglie nulla al significato che la protesta comportò.

Comunque lo scollamento fu sancito dal deciso rifiuto di Pio IX nei confronti di qualsiasi apertura riformistica che gli veniva anche dalle altre città. Il pontefice era paralizzato dal ricordo amarissimo del biennio 1848-’49 e della piega che avevano preso gli avvenimenti dopo la concessione della costituzione, e non intendeva modificare una posizione di totale chiusura.

Dal rifiuto delle riforme all’annessione

Il Papa m’era apparso come l’uomo infastidito d’ogni novità, riluttante ad ogni riforma, deciso di seguir la sua via imperturbabilmente contraria all’idea italiana. Io m’ero sforzato di fargli comprendere, con una insistenza che poteva persino parer tracotanza, come il suo viaggio fosse per avventura l’ultima occasione che si offriva al Governo pontificio di rendersi bene accetto ai sudditi, e come perduta questa, il Piemonte sarebbe stato unico erede delle speranze italiane.

In effetti il viaggio di Pio IX produsse l’effetto opposto a quello desiderato. La maggior parte dei moderati delle Legazioni, fino ad allora titubanti nell’abbandonare il papa, perse ogni speranza e si rivolse al Piemonte, come già facevano i liberali più convinti.

In fondo, come scriveva Luigi Lotti, la differenza tra il 1849, quando le vecchie dinastie riuscirono a tornare in sella dopo le rivoluzioni democratiche, e il 1859, fu nell’atteggiamento dei moderati, legittimisti prima, favorevoli all’annessione al Regno di Sardegna dieci anni dopo. Ciò spiega in buona parte anche il carattere assolutamente pacifico e privo di turbolenze che caratterizzò la caduta del regime pontificio, rimpianto solo dai più fervidi legittimisti, in netta minoranza.

Decisivo era stato il formarsi anche a Bologna, poi nelle altre Legazioni, dei comitati locali della Società nazionale, l’associazione semisegreta che il Governo piemontese appoggiava ufficiosamente e che seguiva il motto ideato da Daniele Manin, “Italia e Vittorio Emanuele”, anteponendo a ogni discussione sull’assetto da dare al futuro assetto istituzionale e al modo di arrivarvi la necessità di battere gli austriaci e unificare la Penisola.

La caduta del potere pontificio nel 1859

Pochi giorni prima del 12 giugno 1859, i francesi, spalleggiati dai piemontesi, avevano sconfitto l’esercito asburgico a Magenta, tra il Ticino e Milano, aprendosi la strada per occupare la Lombardia. La conseguenza fu il richiamo delle guarnigioni austriache dai presidi di Piacenza, Bologna, Ancona e Ferrara.

Il 12 giugno 1859 il cardinale legato di Bologna lasciava la città, abbandonandola per sempre. Il giorno dopo anche gli altri legati ne seguivano la sorte, segnando la fine del plurisecolare potere pontificio al di sopra dell’Appennino.

Centocinquant’anni or sono cessava il potere pontificio in quelli che erano stati i suoi domini più settentrionali, le Legazioni, come effetto della sconfitta militare austriaca nella Seconda guerra d’indipendenza e della sollevazione delle popolazioni. L’annessione delle Romagne, come degli ex Ducati emiliani e della Toscana, al Regno di Sardegna fu il risultato di una serie di eventi politici e militari, culminati nei plebisciti del marzo 1860.

Dalle Legazioni al Regno d’Italia

Per spiegare l’esito dell’evoluzione politica nelle Legazioni, che portò ai plebisciti per l’annessione nel marzo 1860 e alla proclamazione del Regno d’Italia l’anno seguente, occorre considerare insieme la crisi interna dello Stato pontificio, il venir meno della protezione austriaca e l’azione dei commissari inviati a reggere quei territori.

In seconda istanza per l’azione dei commissari che vennero chiamati a reggerne le sorti dopo la fuga legatizia e che, nell’incertezza generale, seppero tenere ferma la rotta verso l’approdo dell’annessione al Regno di Sardegna, condizionando così anche i successivi eventi del 1860-61.

La storia di Goro, inserita in questo quadro, appartiene dunque alla fase conclusiva della presenza pontificia nelle aree settentrionali dello Stato della Chiesa. Il potere temporale non terminò ovunque nello stesso momento: nelle Legazioni la rottura decisiva maturò nel 1859, mentre il termine definitivo dello Stato Pontificio fu il 20 settembre 1870.

Cartina delle Legazioni pontificie settentrionali

PIO IX: l'ULTIMO Papa RE

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